Marialba e il Telepass

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Mia nipote ha sei anni (e mezzo), un’intelligenza vivace e una notevole prontezza di risposta. Una mattina siamo nella mia auto con i suoi genitori e mia moglie per una piccola gita. Passo il casello dell’autostrada con il Telepass.

“Zio, non ti fermi a pagare?” Il tono è sul preoccupato.

“No, ho il Telepass”, e intanto le indico orgoglioso l’apparecchietto attaccato al parbrezza, “hai sentito che ha suonato?”.

“Papà, Papà fai anche tu il Telepass così passi senza pagare!”

Risatina accondiscendente, poi le spiego: “Guarda che non è proprio così, il Telepass segna tutte le volte che passo e poi pago tutto insieme”.

Mia nipote ci ragiona su un momento, poi riprende: “Papà, fai il Telepass, così quando vai in autostrada paga sempre zio!”.

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I racconti del Drago Rosso

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Ho una nipotina bellissima e monella che vuole sempre sentire da me delle storie. Ne invento un po’ e uno dei personaggi che le sono piaciuti di più è il Drago Rosso. Provo a scrivere qualcuna delle sue avventure. E’ la prima volta che mi cimento con i racconti per bambini e di certo bisognerebbe rifinire un bel po’ i testi e poi ci vorrebbe qualche illustrazione, ma a lei sono piaciuti anche così. Eccone un piccolo esempio.

Introduzione

C’era una volta un grande drago rosso che si era trasferito da poco in paese e andava a scuola con i bambini della prima elementare. Era grande e grosso, il drago rosso, ma non sapeva scrivere e fare le somme. Pensate un po’, si chiamava proprio Drago Rosso e gli piaceva tanto stare con gli altri bambini, ma proprio tanto. Peccato che fosse così grande e goffo da creare un sacco di problemi. E poi, quando si arrabbiava, gli usciva il fumo dalle orecchie e qualche volta anche il fuoco dalla bocca e allora erano problemi. Meno male che c’era la sua amica Marialba che gli voleva tanto bene e gli dava sempre dei buoni consigli.

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L’intervallo a scuola

Che bello giocare nel cortile, ma per il Drago Rosso è più difficile. Ha provato a giocare con la palla, ma correndo ha travolto lo scivolo e l’ha capovolto per terra. Il percorso a ostacoli è troppo facile: gli ostacoli affondano sotto i suoi grandi piedi e finiscono a livello del suolo! A nascondino proprio non può giocare: lo trovano subito. Così è rimasto solo solo e si annoia. Allora vede che non c’è nessun bambino sull’altalena e gli viene voglia di provare. Ci sale con attenzione. Le corte e le aste che la reggono scricchiolano per il suo peso, l’altalena si piega un po’ ma lo regge. Il Drago Rosso è contento, ha trovato un gioco che può fare come gli altri bambini. Si spinge un po’ con i piedi, prova a oscillare e sembra che tutto vada bene. Allora si spinge un po’ più forte, ma al secondo passaggio l’altalena si mette a oscillare tutta quanta con lui. Che paura, gli altri bambini stanno a guardare, le maestre e i maestri non si avvicinano. A un certo punto i piedi di dietro dell’altalena si alzano da terra e tutta l’altalena si rovescia in avanti. Il Drago Rosso finisce con il muso nella terra. Tutti i bambini attorno si mettono a ridere. Un filo di fumo gli esce dalle orecchie, per la vergogna e l’arrabbiatura. E’ triste è abbattuto e tiene la testa bassa. Gli altri bimbi sono preoccupati e anche le maestre: se gli scappa una fiammata brucia tutto! Meno male che almeno sono all’aperto. Ma Marialba, la sua migliore amica, gli si avvicina e lo accarezza piano piano sul muso, per consolarlo. Dopo un po’ ha un’idea: “Giochiamo tutti al girotondo!” dice allegra. Anche gli altri bambini si avvicinano e si prendono per mano. Così finalmente tutti possono giocare assieme e anche il Drago Rosso è contento.

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Pazientare e aspettare

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Aspettare è uno stato naturale dell’essere umano. Ogni giorno aspettiamo per qualcosa.

Già l’uomo preistorico aspettava: la preda al varco, che il pesce si decidesse ad abboccare all’amo, che il raccolto fosse pronto. Ma mi sembra che la “civiltà” in cui viviamo abbia aumentato gli argomenti dell’attesa e le cause che forzano i singoli a aspettare.

Facciamo la fila a uno sportello. Passiamo ore nel traffico della tangenziale. Facciamo anticamera dal dottore o dal capo.

Attese new-economy: che il computer ci restituisca il dato, che il sito si carichi, che l’individuo all’altro capo della chat risponda al messaggio. Che il call-center ci faccia parlare con qualcuno di competente invece che tentare di capire le indicazioni di una voce automatica o ascoltare una noiosa musichetta.

Ma anche, aspettiamo il “vero amore”, l’eredità del nonno vegliardo, la buona occasione, che si liberi quel posto in ufficio che mi piace tanto.

Aspettiamo che sia passata la crisi, che il governo decida quando andremo a votare e con che legge, che il sindacato faccia valere i diritti veri o presunti.

Mi sto convincendo che aspettare, superata una certa soglia fisiologica, peraltro piuttosto bassa, sia uno dei peggiori errori della vita. Non pazientare, si badi bene, ma aspettare. Pazientare vuol dire attendere i frutti di quello che si è seminato, dare il tempo alle cose e alle persone di maturare, lasciare che i processi avviati facciano il loro corso. La pazienza è lo spazio che segue un lavoro fatto, quando il suo frutto, per la natura stessa delle cose, non può essere ottenuto immediatamente. E raramente è un tempo vuoto: oltre al riposo, di solito si riempie di altre attività, eventi contingenti e nuovi progetti. Aspettare significa invece rimanere al margine, attendere che qualcosa accada, dipendere da qualcuno o qualcosa, aver perso il controllo del proprio tempo e quindi, in definitiva, della propria vita.

Come si finisce per aspettare? Qualche volta per colpa propria: pigrizia, delusioni da aspettative eccessive. Ci sono limiti caratteriali, errori educativi, batoste subite e mai superate a rendere una persona poco combattiva, attendista a oltranza, sprecona di giorni. Anche l’abitudine alla pappa pronta, la scarsa propensione a soffrire per ottenere qualcosa, l’abitudine alla via più facile, l’accontentarsi dell’immediato rinunciando a godere. Perdere la gallina domani anche se l’uovo è solamente un avanzo di quello di ieri. Qualche volta prevalgono o si uniscono le colpe sociali: è lo stato di tanti cassintegrati o pre-pensionati a forza, o disoccupati cronici che hanno anche smesso di cercare un lavoro.

Un po’ alla volta la psiche si abitua a questo stato di attesa perenne. E’ come bambagia vecchia, relativamente comoda se ci si sforza di non far caso a quanto puzza. Un’attenuazione auto-indotta dei sensi e dell’intelletto per far scorrere il tempo senza accorgersene troppo. Uno sforzo per non soffrire ottenuto abbassando di grado in grado la sensibilità al dolore. Si tratta di una sorta di muta depressione, un trascinare i minuti e gli anni finché anche la tenue speranza che qualcosa – qualsiasi cosa – avvenga, si spegne in un cupo silenzio.

Il tempo-uomo sprecato è un altro parametro che il PIL non misura. Ne è influenzato, certo, ma indirettamente, perché non tutte le attività umane, appunto, danno frutto immediato, e non tutte quelle proficue lo sono in termini economici. E poi le persone tranquille non creano problemi: non producono gran che ricchezza, forse, ma almeno non danno guai. Ma uno stato, o meglio un’organizzazione sociale nelle sue varie forme – governo, religione, famiglia, scuola – che a parole elogia l’intraprendenza e il successo ma di fatto induce e educa tanti suoi membri all’inattività indotta – non forzata in senso stretto ma indotta – si sobbarca di una perdita enorme e non misurabile.