Neutrini veloci ma non troppo

Mi sarebbe piaciuto che i neutrini fossero stati davvero più veloci della luce, nell’esperimento del CERN, perché avrebbe aperto il campo a tutte le fantasie di un navigato lettore di fantascienza. Viaggi interstellari o nel tempo… in un attimo tutto sembrava possibile.

Perché, diciamoci la verità, la teoria della relatività è bella, affascinante, consente di capire come va una gran fetta dell’universo ma ci sta stretta, con quel limite inviolabile della velocità della luce che sembra fatto apposta per tarpare le ali ai sogni più audaci.

Di certo, gli scienziati sono stati un po’ troppo avventati: presentare un risultato che può sconvolgere tutte le teorie correnti della fisica, senza prima verificare a fondo i passaggi logici ed i calcoli, sembra dimostrare un po’ troppa leggerezza, soprattutto perché il margine d’errore possibile era risicatissimo: una frazione di tempo ridicolmente piccola, un margine di percorso di più o meno venti centimetri della distanza fra Ginevra ed il Gran Sasso, se ben ricordo.

Per sconvolgere le teorie di Einstein sarebbe servito qualcosa di ben più sensazionale, d’indiscutibile, tipo i neutrini che viaggiano al doppio o al triplo della velocità della luce.

Più bello ancora – una specie di sogno ad occhi aperti – sarebbero stato se i neutrini fossero arrivati al Gran Sasso una frazione di secondo prima di essere sparati dalla Svizzera! Un bellissimo paradosso spazio-temporale da far saltare sulla sedia anche gli inersperti di fisica teorica. Quello sarebbe stato un momento esaltante, di certo per il sottoscritto, e magari Giulio Verne si sarebbe rialzato dalla tomba, per brindare assieme a tutti gli autori di fantascienza viventi e non.

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Un napoletano del ‘700

Tiberio CavalloPioniere del volo, Tiberio Cavallo visse a Londra per gran parte della vita, vi produsse tutti i suoi lavori scientifici e vi morì. Fu membro della Royal Society e precursore dell’uso dell’idrogeno per il volo umano. Fece esperimenti con vesciche di animali gonfiate, prima ancora del famoso volo dei fratelli Mongolfier con un pallone ad aria calda, ma non potè procedere verso obiettivi più ambiziosi non riuscendo a trovare un materiale che fosse al tempo stesso leggero ed impermeabile al gas.

Con lucido approccio scientifico, comprese che la propulsione dell’aerostato non si poteva ottenere con vele o mezzi analoghi ma richiedeva sistemi attivi.

Citato nel libro “Ad Astra, pionieri napoletani del volo”, è ricordato anche per le innovative ricerche sull’elettricità.

La città che brucia

Se, come sosteneva Oscar Wilde, “ognuno uccide ciò che ama”, allora l’autore di questo romanzo deve amare profondamente la sua città. Infatti la trasforma in un cumulo di macerie, inquinato da ogni genere di rifiuti ed abitato da sopravvissuti de-civilizzati (si può dire?) che, se non cercano di ammazzarsi l’un l’altro, si nascondono nel sottosuolo.

La fantascienza è una metafora del presente, uno strumento per portare alle estreme conseguenze quello che l’autore vede già in atto. Napoli non è mai nominata, così come la Camorra, ma i riferimenti sono palesi ed anche il monito: i guai si possono solo prevenire e chi fa finta di non vedere, chi gira gli occhi, chi pensa al suo interesse contingente, in fin dei conti chi cede alla paura diventa complice, avvicina la catastrofe.

Non è un libro perfetto, forse la lingua andrebbe rivista ed anche qualche passaggio della storia, ma di certo è potente e lascia un segno: a me, almeno, l’ha fatto.