Mente e mondo

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Casa Battlo – Barcellona

Plana leggero,

Il pensiero,

Diafana nebbia d’impressioni,

Speranze, illusioni

E libere figurazioni.

Vola nello spazio immaginario

Che da se realizza e allarga,

Dove crea universi e li disgrega.

Ogni realtà imita e piega,

L’inesistente prefigura,

Riformula l’attuale a sua figura,

Di riformare il reale brama e desidera,

Preme sui propri confini, con onda e scia,

Non spinge sassi, tuttavia:

Fragile fantasma ideale,

Non esiste per il mondo materiale,

E solo percorre la sua via.

Ma con quello interagisce,

Come onde elettromagnetiche,

Che una radio percepisce

A ogni frequenza, magnetiche,

E amplifica fino a renderle suoni:

Le mani,

Come antenne per le tensioni dei neuroni,

Tramite il conduttore della coscienza arbitra,

Producono l’illusione di alterare il mondo

E la realtà di cambiare il se.

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Mimmo e la filosofia del quotidiano

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Luciano De Crescenzo, nel sul “La storia della filosofia greca”, alternava ai filosofi “veri” quelli che definiva filosofi “suoi”, ovvero personaggi contemporanei e ignoti, che sfangano la giornata facendo i più diversi mestieri, ma che, nel loro modo di ragionare e interpretare la vita e il mondo, individuano una traccia personale.

Credo che ognuno di noi ha, tra le sue conoscenze, qualcuna che merita la qualifica di “filosofo”. Nel mio caso, uno di questi personaggi è il mio elettrauto.

Ci passavo davanti qualche giorno fa, per dirigermi verso la farmacia, e d’un tratto sento bussare dal finestrino dell’automobile parcheggiata. Mi giro, e lo vedo all’interno – lo chiameremo convenzionalmente “Mimmo”, nome inventato per ragioni di privacy – che mi saluta, seduto al posto di guida dell’auto del cliente, tenendo in mano un libro aperto.

La bottega di Mimmo è piccola, con spazio all’interno per una sola vettura e con un minimo retrobottega. Le altre auto da riparare le dispone alla meglio lungo il marciapiede. Ma non è certo questa la sua peculiarità principale. Le volte che lo vedo si trova intento in una di queste tre attività, più o meno con la stessa esatta probabilità: armeggiare sulla plancia o nel vano cofano di una vettura; conversare con clienti o persone di passaggio in lunghe questioni lontanissime dai problemi elettrici delle autovetture; leggere un libro.

Mimmo ha sempre almeno un libro in corso di lettura. Di solito lo legge appollaiato sul motorino che usa per andare a comprare i ricambi: l’automobile era il rifugio estemporaneo imposto dalla giornata fredda. Inoltre ama conversare, soprattutto sui massimi sistemi di come va il mondo nel suo intreccio di psicologia individuale e interessi collettivi o di gruppo; sulla filosofia della storia e la natura del consumismo; sugli schemi generali della politica, trascendendo ovviamente i dettagli banali del parlamentarismo quotidiano; su come siamo tutti pilotati, nei gusti e nelle scelte, e su come la maturità, se diventa saggezza, aiuti a discernere le cose importanti e quindi, in definitiva, renda più liberi; su come, con la vecchiaia, il mondo diventi sempre più piccolo.

E fa del suo angolo un punto di osservazione dell’universo. Può sembrare riduttiva, una piccola bottega da elettrauto, ma ci gira attorno un mondo, soprattutto se collocata, come nel suo caso, in un punto nevralgico del quartiere, tra il barbiere e la farmacia. E se si ha la pazienza di aspettare e raccogliere i fatti uno alla volta. Sotto gli occhi e le chiacchiere di Mimmo passa la vita della gente, eventi insignificanti, trionfi e disastri, giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Ha sempre esempi da riportare, Mimmo, nei suoi discorsi, ma rigorosamente in forma anonima: casi di scuola e non pettegolezzi sul prossimo. Mimmo non si rovina la reputazione e rimane riservato, pur sapendo tanto di tanti: ogni fatto è un caso particolare di verità universali.

Ma il ragionamento astratto non diventa filosofia se non lo si applica alla vita, e Mimmo è filosofo fino in fondo. Ripara le auto ma non ne possiede alcuna: solo un vecchio motorino che gli serve per andare a comprare i pezzi di ricambio o recarsi da un cliente in emergenza. Neppure possiede un telefonino, non uno “smartphone” moderno e nemmeno un aggeggio da 20 Euro per le chiamate d’emergenza. Entrambi gli oggetti sono troppo vincolanti per lui: oneri che limitano la libertà invece di ampliarla, decisamente meglio farne a meno. Meno vincoli autoimposti e meno bisogno di denaro significano più libertà.

Nello stesso ordine di pensiero, tra il platonico e l’epicureo, Mimmo chiude la bottega alle 19 in punto, o anche qualcosa prima se non ci sono clienti. Se arrivi in quei momenti con la macchina che non va, di solito ti manda via: deve chiudere! Le ore di libertà della giornata sono fondamentali alla qualità della vita, molto più di qualche Euro in più in tasca. Non si scappa: il tempo non si compra.

Niente… E così non sia

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

“Signora è in linea, ci dica…”

“Niente io…”

“Arrivederci”.

M’immagino una telefonata in diretta alla radio che si svolga così, troncata sul nascere da un insano “niente” d’esordio. Perché se parti con un “niente” perché hai chiamato, in primo luogo? Se sospetti che quel che hai in mente abbia poca importanza – o peggio che non sarai in grado di esprimerlo passabilmente – perché abusi del tempo di una persona che sta lavorando e mio che me ne sto in ascolto?

Tra le tante abitudini deprecabili della bella lingua italiana, particolarmente fastidiosa è l’uso del “niente” come intercalare o affermazione d’esordio. E non solo alla sensibilità del sottoscritto: questo post mi è stato suggerito da un amico che è anche uno dei miei (pochi) lettori.

Il “niente” calato a casaccio è tipico italiano: non mi sembra di aver mai sentito un anglofono inserire dei “nothing” o un francofono dei “rien” così, a casaccio, nel discorso, e vi assicuro ce ci ho avuto spesso a che fare, professionalmente e non.

E’ sgradevole perché marca un approccio sbagliato: parlo ma non so se quel che dico ha senso per qualcuno, se è importante o interessante, o più banalmente non so se sarò capace di dirlo in maniera adeguata.

Manifesta un’incapacità presupposta prima ancora che espressa, un’auto-svalutazione del pensiero, un partire col piede sbagliato, cominciare il viaggio con un passo all’indietro, muoversi al passo dopo essersi chinati sui blocchi di partenza, iniziare un periodo con la minuscola; sottolinea una mancanza di sicurezza nei propri argomenti prima ancora che nella capacita di esprimerli.

E’ un intercalare finto discorsivo, la versione pseudo-intellettuale della parolaccia buttata a caso, utilizzato per dare un salto di ritmo a battute banali dandogli un facile senso popolar-nazionale.

Insomma è il peggior modo per introdurre o intercalare discorso, perché marca un cedimento alla mediocrità, accontentarsi del pensiero così come viene sperando che il prossimo lo accetti e ci aggiunga da sé il significato mancante. Non provare nemmeno a migliorarsi. E lo marca da subito, da quando si comincia, senza nemmeno il tentativo di dare un tono più alto al discorso. Insomma – mi ripeto – una velata mancanza di rispetto per se e per il prossimo.

Raramente il “niente” nasce da eccessiva modestia, difetto grave come lo è sempre non sfruttare le proprie qualità. Talvolta è un “niente” di pigrizia, il rifiuto colpevole di far muovere il pensiero oltre il livello basso della prima sensazione, con l’onestà, parziale attenuante, di dichiararlo da subito. Qualche volta è di pura abitudine e convenzionale, appreso passivamente dall’averlo sentito a oltranza e bilanciato dalle frasi che seguono, che magari qualche senso compiuto lo rivelano. E’ però assai spesso un niente che permea il discorso: davvero quel che viene dopo non valeva la pena d’essere detto.

Digressione semiseria sulle penne biro, sulla memoria e sul valore percepito delle cose

E’ così raro portare una biro alla sua fine naturale che quando ci riesci è quasi un momento memorabile. Le biro si perdono, si rubano, si bloccano o si rompono, ma quasi mai muoiono di morte naturale, ovvero per dissanguamento. Ciò è tanto più vero quanto più sono di tipo economico: non ricordo l’ultima volta che ho finito una BIC, dev’essere stato ai tempi della scuola, e credo di averla difesa con le unghie dai furti dei compagni. In ufficio non ci sono mai riuscito. Qualcuna me la ritrovo ogni tanto, tra le mani, senza sapere bene dove l’ho presa.

Il valore percepito di tutto ciò che è usa-e-getta è inevitabilmente basso. La penna biro vale qualcosa nel momento in cui ci serve, un attimo dopo può sparire dallo sguardo, anzi diventa fastidiosa. Si perde dalla memoria e, di conseguenza, si perde e basta. Quando ne troviamo una abbandonata – o apparentemente in questo stato – la prendiamo normalmente, senza problemi, non è rubare. Non servono fori nel continuo spazio-temporale, come ipotizzava Douglas Adams in “La Guida Galattica per Autostoppisti”, e nemmeno furfanti nel senso normale della parola, basta un foro nella memoria. Pura applicazione del Rasoio di Occam: “a parità di fattori la soluzione più semplice è da preferire”. La più semplice, nello specifico, è non tenere conto della penna.

Nei fori della memoria, in realtà, può passare di tutto: coniugi, figli, amanti, impegni, obblighi; è un setaccio che separa le cose importanti dalle meno, necessario per vivere ma che spesso agisce sulla base delle urgenze contingenti. La dimensione delle maglie, direi, è diversa da persona a persona ed anche da momento a momento. Deridere o condannare è facile, fare autocritica, o meglio auto-analisi, lo è meno: ne va dell’immagine di se stesso.

Ma torniamo alle penne. A casa scrivo con una stilografica. Ho provato ad usarne una economica in ufficio ma è troppo poco pratica, non riesco ad adattarmi. Fa parte dei miei “vezzi”, come l’orologio meccanico da polso o da taschino, non buttare mai cartacce nelle aiuole anche se nessuno mi vede o tenere un blog. Mi dimentico di quasi tutto, spesso anche del punto da cui sono partito, in un discorso.

Frasi sparse di gennaio

Sfumature a margine delle vicende quotidiane

Un po’ alla volta, sto abbandonando l’idea sbagliata che coerenza significhi non cambiare mai niente, in particolare non cambiare gusti ne modo di pensare.

 

Chi parla per frasi fatte forse pensa allo stesso modo. Le parole che conosciamo sono lo spazio a disposizione per i pensieri.

 

Mai dimenticare che quelle che hai davanti sono sempre persone e non solo ruoli o avversari.

 

C’è gente che non riesce mai ad uscire dal ruolo.

 

Non cominciare mai una frase con “non”, se appena è possibile.

 

Per compiti semplici convengono quasi sempre strumenti semplici.

 

Scegliere il male minore è umano, procurare il bene maggiore sfocia nel divino.

 

Resistere alla tentazione tutta borghese di trattare con sufficienza il prossimo.

 

Cerchiamo sempre qualcuno a portata di mano da accusare, per sentici migliori.

 

L’avverbio “ovviamente” è un trucco per passare merce avariata sottobanco.

 

Il Creato va assecondato, bisogna usare la materia così come essa desidera essere usata.

 

Per fare spassionatamente una cosa bisogna davvero non sperare di ricavarci nulla, nemmeno all’altro mondo. I beati dei Vangeli sono molto sorpresi della loro condizione.

 

Bisogna sempre verificare che ciò che sembra ottimo sia anche vero.

 

Mica tutte le ciappette si incastrano nel buco.

 

Credo nella capacità terapeutica della tecnica. Occuparsi di questioni pratiche aiuta la mente a tenersi in contatto con la realtà.

 

Non c’è peggior fesso di chi si lascia trattare da fesso.

 

C’è chi cerca i propri difetti

E poi ci sono i perfetti.

 

Imparare ad usare bene pochi strumenti è di certo più fruttuoso che cercarne di continuo di nuovi.

 

Notate bene: quando si lascia la parola al pubblico è in genere per questioni secondarie, come il colore preferito dell’automobile o il nome da scegliere per una mascotte.

 

Fermarsi all’ordinaria amministrazione è la maniera sicura per puntare al fallimento.

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Nota personale per l’amica PIT: non mi riesce più di commentare sul tuo blog, tento e ritento ma i miei commenti non arrivano da nessuna parte. Finirò per registrarmi un account Google solo per questo. Intanto sappi che ti leggo come sempre