Dell’ultimo minuto

 

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Della morte non si parla, di solito. E’ un argomento sgradito perché porta male, o perché fa paura anche solo pensarci. Ma adesso vorrei toccarlo, per cui, se non vi va, fuggite subito lontano. Mi va di parlarne un po’ perché ho appena finito di seguire un breve corso di primo soccorso, che ti spiega insomma a contrastare l’arrivo dello “ultimo nemico”, o almeno a provare a procrastinarlo fino all’arrivo di combattenti migliori e più qualificati. Ma proprio quando ti scontri con una cosa, è lì che te la trovi davanti: devi conoscere il tuo nemico. Un po’ perché la vedo sempre come un modo di mettere in prospettiva le cose. Insomma, è una bella consolazione sapere di non essere eterni, no? Rende relative tutte le responsabilità e a termine tutti gli impegni. E non mi trovo in depressione, si badi bene, anzi è un periodo in cui sono particolarmente attivo e ben disposto verso il prossimo.

Normalmente la morte è un argomento che si tocca di sfuggita, con l’ansia di passare oltre, e chiudendolo in fretta con una battuta. L’idea della morte la esorcizziamo con una risata e in più la circondiamo di una serie di distrazioni, che servono a ingannare la mente: attività connesse al decesso di qualcuno ma, di fatto, legate a altri: le esequie da organizzare e da giudicare, il lutto esteriore e quello interiore, l’eredità e tutte le questioni annesse e connesse. La morte, in tutte le civiltà, è sempre circondata da riti e forme che ne attenuino l’impatto emotivo. Fateci caso, non si dice quasi mai che qualcuno “è morto”, sembra di cattivo gusto, usiamo parafrasi o metafore “è scomparso” (roba da Chi l’ha Visto), “ci ha lasciato” (gli stavamo antipatici?), “se n’è andato” (in vacanza?).

La maggior parte delle persone con cui ho affrontato il tema con un minimo in più di concretezza – non molte in effetti – si augurano di morire nel sonno, addormentarsi una sera e non svegliarsi più. Lo dico subito, non sono d’accordo. Anzi, è proprio questo il tema principale del post. Secondo me la propria morte è un momento troppo importante della vita per perderselo.

Mi spiego. Quello che temo, come tutti, è la sofferenza e spero che, fino all’ultimo momento, me ne sia risparmiata una dose eccessiva. Mi auguro che la morte, quando sarà il momento, mi raggiunga rapidamente, senza dolori non gestibili. Ma spero anche di accorgermene, di rendermene conto, per avere il tempo necessario all’ultimo resoconto e poi a qualche secondo di silenziosa attesa.

Non è un pensiero nuovo, è una riflessione che mi porto dietro ormai da anni. E lo spiego meglio. Non si tratta di rivedere tutta la propria vita come in un film, topos comune e ormai logoro di aneddoti e film, e forse neppure di pentirsi del male fatto, o piuttosto del bene non fatto che, direi, è il fardello più ingombrante. Neanche la curiosità di sapere cosa c’è dopo. No, non questo, o meglio non fondamentalmente. Si tratta soltanto di non saltare un appuntamento importante con se stessi. Sarebbe come non presentarsi a un appuntamento di lavoro importante per paura di fallire, ma moltiplicato per almeno centomila volte. Più ancora, sarebbe come privarsi, per vigliaccheria, di una delle esperienze fondamentali della vita: non posso ricordarmi di quando sono nato, del momento in cui sono uscito da mia madre, e nemmeno dei primi periodi della mia vita, eccezionale tempo della raccolta delle esperienze fondamentali, in cui il cervello si forma tramite esperienze che sono tutte, nessuna esclusa, nuove e sorprendenti. Voglio almeno accorgermi e sperimentare l’ultimo momento e capire com’è.

Fondamentale curiosità, infine, e speranza di sperimentare la vita fino all’ultimo istante. Ma quale potrebbe essere, insomma, la morte ideale? Ho almeno due idee.

Una è in un aeroplano, in improvvisa e irrefrenabile picchiata verticale verso il suolo. Assetto in cui, chiaramente, non l’avrei messo io e magari neppure qualche terrorista. Tralasciamo la presenza a bordo di altre persone, che chiaramente non mi auguro ma che sarebbero razionalmente inevitabili, a meno di diventare pilota o immaginare improbabili telecomandi: teniamo a mente che non mi voglio suicidare. Si tratta di un’immagine ideale, insomma, non della prefigurazione di un evento reale. Torniamo a quegli ultimi istanti: pochi secondi con se stesso, prima dell’impatto col suolo che vedo rapidamente avvicinarsi dal parabrezza. Poco tempo per terrorizzarsi ma abbastanza per rendersi conto di quello che sta accadendo.

L’altra ipotesi è molto più confortevole e forse preferibile. Sono a casa, una mia confortevole dimora futura. La sento arrivare con pochi minuti di anticipo, e allora ho il tempo di prepararmi a riceverla come si deve: rapido rassetto degli abiti, due dita di whisky in un bicchiere, non da buttare giù ma da sorseggiare con calma, lentamente, seduto sulla poltrona più comoda del mio salotto, a far scorrere gli ultimi secondi e ragionare con se stessi e la nuova venuta.

Insomma, a meno di cambiare idea nel corso degli anni, man mano che la probabilità dell’evento andrà crescendo, cosa in se possibile ma non strettamente probabile, dico che quando morirò, quando mi troverò a vivere il mio ultimo minuto, vorrei tanto esserci. Lucido, presente e tranquillo.

Tra fine e nuovo inizio

errore-grafico

Gli errori di grafica possono essere creativi.

Non so voi, ma a me sta capitando sempre più spesso che le feste comandate siano il momento in cui qualcosa comincia o finisce. Penso che accada a molti, la pausa del lavoro (o la sua prospettiva a breve termine), induce la mente a concentrarsi su qualcos’altro, a desiderare qualcosa, a cambiare leggermente il punto di vista su cose o persone.

Tuttavia, per qualche motivo poco chiaro, per quanto mi riguarda le storie e le illusioni di storie finiscono a Pasqua o a Natale, mentre l’estate si lascia attraversare dai loro strascichi lasciandole indenni o quasi. Il flirt estivo mi è quasi ignoto: fatta salva l’adolescenza, ovviamente.

Questi momenti di terminazione non sono propriamente sgradevoli, il più delle volte. C’è si il senso iniziale di vuoto, ma a questo segue, presto o tardi, quello di un nuovo inizio, o meglio di tante possibilità di inizio.

Secondo me è questo il senso di una storia sbagliata: quando finisce – e quando le ferite hanno cominciato a rimarginarsi – prevale il senso di quanto si è guadagnato, al di sopra di quello che si è perso. Avete presente quel senso di liberazione quando ti accorgi che, per abilità o fortuna, sei sfuggito ad una trappola ben congegnata? Forse non è che un’illusione della mente, che cerca sempre il modo di consolarsi, ma è come se d’improvviso ti si aprissero nuovi orizzonti davanti e pensi che, tutto sommato, qualcosa hai imparato, forse sei addirittura migliore di prima e, al netto del tempo e

Out of the blue

Quando venne la fine del mondo, la folla osservò un minuti di silenzio. Non c’erano state fiamme nel cielo, ne terremoti, maremoti o altri sconvolgimenti, per cui nessuno diede molto peso alla cosa.

Subito dopo ciascuno tornò ad occuparsi dei fatti propri, come se nulla fosse. La fine passò in silenzio. Il mondo era finito ma nessuno se ne accorse. Ognuno passò oltre pretendendo di star proseguendo la propria vita di sempre. C’era chi si lamentava di non riuscire più a divertirsi come prima, anzi di non riuscirci per niente, e chi era sollevato di vedersi libero dalle proprie sofferenze abituali. Qualcuno si stupì, dopo un po’ che non nascessero più bambini e, un po’ dopo, che i vecchi rimanessero sempre uguali, senza decidersi a morire. Siccome tutti avevano smesso di provare appetito o desideri, nessuno proseguiva ad andare a lavorare. Stavano in ozio dalla mattina alla sera guardando in televisione le repliche delle riprese di quando il mondo era vivo e succedevano un sacco di cose, luttuose o felici, e la gente ancora aspettava ingenuamente qualcosa dal domani.

Così il mondo si avviò lentamente a spegnersi, con indolenza, ogni giorno un po’ meno luminoso del giorno prima, ogni giorno con qualcosa in meno del giorno prima, ma poco, in maniera tale che era quasi impossibile accorgersene, anche perché ognuno era un po’ meno vigile, ogni giorno, rispetto al giorno prima. Divenne il ritratto pacato e sempre più sbiadito di se stesso. Le persone sparirono lentamente, anzi più che altro sfumarono, le une davanti alle altre, dissolvendosi indolentemente nel nulla man mano che i loro sensi si attutivano. Finché, alla fine, dopo molti secoli, non rimase nulla, se non il buio, senza più tempo.

Fu allora che una voce disse: “Ricominci tutto daccapo!”