Il mito del manager

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New York: la “patria” del manager di successo!

Negli anni ’80 dello scorso secolo è nato, almeno in Italia, il mito del “manager”.

Me lo ricordo bene, come tutte le cose che ti succedono dall’adolescenza fino alla prima giovinezza.

La parola “gestore” sapeva di burocratico e non rendeva l’idea. Il “manager” della fantasia popolare guadagnava, decideva, era rampante e arrogante, aggressivo e ammirato, perennemente giovane e griffato, sicuro di se fino a essere volgare. Decisionista: manovrava persone e capitali con velocità e sicurezza. Non aveva scrupoli ne remore. Era l’immagine del successo immediato: tutto e subito. Abiti firmati, Rolex al polso, telefonino che non era ancora smartphone, auto di lusso in procinto di diventare SUV e tutto il corollario di viaggi, ville, yacht, belle donne e quant’altro.

Fu coniata in quei giorni la parola “Yuppies”, giovani di successo ritratti, malamente ma efficacemente come sempre, dai film della commedia all’italiana. Diversi amici mi obiettavano in faccia che era inutile studiare: bastava buttarsi, investire, tirare su la fabbrichetta, giocare in borsa o darsi alla compravendita spregiudicata. Tutto quello che serviva erano poche nozioni, spavalderia e un piccolo capitale iniziale. I veri soldi erano lì, tanti e pronti per chi aveva abbastanza coraggio e pelo sullo stomaco per afferrarli.

La convinzione dell’importanza magica del manager creatore di ricchezza, se comprensibile tra gli adolescenti, lo era meno nell’impresa, eppure c’era. Tutti gli investimenti erano per accaparrarsi il gestore ideale, osannato e riverito dopo le prime vittorie, ricoperto di soldi e “benefit”, altro termine che cominciavamo a capire e che a noi italiani piaceva molto, perché faceva rima con “esentasse”. Le imprese pubbliche seguivano a ruota, anche se in quell’ambiente la spartizione politica e clientelare rimaneva la logica principe. Pochi soldi invece per la “ricerca e sviluppo”, termini adatti solo ad accaparrarsi qualche soldo pubblico sparso a pioggia.

Il mito del manager si poggiava su una crescita economica di cui nessuno voleva vedere la fine, sul mito della borsa globale, capace di creare denaro facendo girare denaro, e su un altro mito, quello del successo incrollabile della piccola e media impresa italiana (più piccola che media, per la verità, e sempre sotto-capitalizzata), che esportava grazie ai bassi costi consentiti dall’inflazione della Lira. I due miti citati sono crollati rapidamente, nell’arco di un decennio o giù di lì, e la colpa è stata molto più della Cina che dell’Euro. Le “bolle” in borsa scoppiavano una dopo l’altra e più grandi erano più in fretta collassavano. Gli artifici finanziari finivano per incartarsi su se stessi, a danno di molti e vantaggio dei soliti pochi. Battere la concorrenza tedesca sul prezzo era possibile, quella francese sulla qualità anche, ma attaccare l’industria cinese su prezzo e quantità era (ed è) inconcepibile. La maggioranza di quei giovani che sognavano la carriera rampante sono diventati impiegati, docenti, negozianti o, al più, piccoli professionisti.

Ma, come tutti i miti, anche quello del manager d’assalto è duro a morire. Ancora oggi incontro tanti ragazzi neo-laureati che non vedono l’ora di abbandonare le materie tecniche dei banchi d’università per diventare “manager” e scalare gli organigrammi delle imprese. E molte di queste ultime, in effetti, continuano a privilegiare i ruoli gestionali a quelli tecnici nella carriera e nelle retribuzioni.

Nel mio caso, per fortuna, devo riconoscere che non è stato così: ho scelto da subito di fare il tecnico, per vocazione, accettando il rischio di una carriera lenta, e invece sono stato ricompensato con sufficienti soddisfazioni, riscontri e sfide che mi danno il piacere di andare al lavoro ogni giorno.

La gestione è un compito importante, direi anche fondamentale, ma non autonomo ne tantomeno esclusivo. Il gestore ha senso se c’è qualcosa da gestire, ovvero persone che compiono un lavoro diretto e lo sanno fare bene. Diversamente il “manager” si riduce a un produttore di chiacchiere e venditore, magari ben retribuito.

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Discorsi in fumo

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Sto notando sempre più persone in giro con la “sigaretta elettronica”. Forse non le riconosco tutte, perché alcuni di questi aggeggi sono fatti in modo da somigliare ad una sigaretta comune, forse appena più grandi, ed hanno perfino la punta che si accende (un led?) per simulare il tabacco che brucia, mentre altri sono più riconoscibili, perché a forma di fischietto, bocchino, pipetta o qualcosa del genere, e di colori vari. Quest’ultima soluzione mi sembra più razionale: lo scheumorfismo estremo mi sa un po’ di puerile.

Non sono per principio contrario: di certo per chi ha preso il vizio del fumo e non riesce a smettere sono una maniera per ridurre al minimo il danno. ma mi sorge un dubbio: non c’è il rischio che diventino un vizio per se, cioè che tante persone, giovani in primo luogo, comincino a fumare in questo modo?

In effetti la sigaretta elettronica ha molti aspetti che la rendono accattivante: è facile, non puzza, non macchia, è più socialmente accettata rispetto al tabacco tradizionale perché dà meno fastidio ai non fumatori, si può usare anche al chiuso senza appestare l’ambiente, non sporca e non lascia cenere e cicche in giro. (A proposito: fumatori, le cicche non si buttano per terra!) Per di più non è eccessivamente costosa e, un po’ per volta, sta diventando una moda. Fino a poco tempo fa chi le succhiava sembrava avere l’aria del drogato che cerca di combattere l’assuefazione, ora non è più così. si ostentano come uno status symbol.

C’è anche il rischio collegato che chi prende il vizio della sigaretta elettronica finisca per fumare di più, dal momento che può farlo ovunque o quasi e col minimo sforzo. Aspira meno sostanze dannose, ma in maggiore quantità.

Insomma ho un sentimento misto. Non mi sconcerta che le compagnie del tabacco possano fare la guerra alla sigaretta elettronica e non sarei d’accordo con una legislazione troppo restrittiva in merito, tipo solo sotto ricetta medica e altre fresconate a cui il nostro Parlamento ci ha abituato: sarebbe un altro insulto all’intelligenza. La legge dovrebbe al più definire i requisiti tecnici minimi per il commercio e farlo in modo razionale, non punitivo e con parametri arbitrari. Come sempre la soluzione ideale sarebbe l’equilibrio e la razionalità dei singoli ma qui ci si scontra con una miriade di punti di vista.

Mi viene poi in mente un’altra cosa: quanto ci vorrà perché qualcuno abbia l’idea di commerciare, legalmente o meno, sostanze un po’ più “interessanti”, che possano essere fumate con i succitati congegni elettronici? Tipo la boccettina al gusto di erbetta?

Giovani fuori

Sotto il cappellino niente

La vita media si è allungata e non di poco. La gente si aspetta molto dai propri anni, ma più che altro si aspetta di poterne spendere molti.

Una delle frasi che sopporto di meno è “io mi sento giovane dentro”. Non ho mai capito cosa vuol dire. Se pensi ancora da giovane, non sei mai cresciuto, non sei mai cambiato, sei rimbambito?

L’esperienza dovrebbe servire, da una certa età in poi, a compensare le carenze del fisico. Si è un po’ meno elastici e resistenti, ma si conoscono i propri limiti e si sa fare meglio le cose. Fino ad un certo punto questo sistema funziona a meraviglia, si va perfino meglio dei giovanotti, nel pieno delle forze ma di scarse conoscenze.

Il professionista anziano da sempre si circonda di collaboratori, che fanno quello a cui da solo non riesce più a fare fronte ed intanto apprendono, si fanno conoscere, si preparano a fare da soli, a subentrare.

Ed il passaggio generazionale non è necessariamente conflittuale: anche se non è la natura a spazzarlo via in malo modo, ad un certo punto è l’anziano che si fa da parte, si gode il rispetto, si occupa di questioni formali, interviene per gli aspetti di principio, diventa il riferimento riverito ma non più attivo a tempo pieno. Si ritira, insomma, in bell’ordine. Non sempre, chiaramente, ma molte volte è felice di non dover essere più al centro della scena in pianta stabile. Si riserva il diritto di criticare i giovani quando gli viene voglia, senza pretendere di essere sempre ascoltato.

Poi però è intervenuta la cultura, o meglio la moda. Bisogna sembrare giovani, comportarsi come giovani. La vecchiaia è un cedimento della volontà al quale non bisogna indulgere. E’ l’anticamera della morte, ovvero un argomento sconveniente, come la cacca o gli scrupoli di coscienza. Non solo l’anziano ma anche il distinto signore di mezza età è out. Tutti siamo giovani, efficienti e pronti all’azione. Tirarsi indietro una volta è una sconfitta, chi si ferma è perduto! Ci chiamiamo “ragazzi” e “ragazze” tra di noi indipendentemente dal numero di primavere che abbiamo visto sorgere e calare.

Per cui crolla tutto: il poveraccio/a negli anta non può competere più. Non può usare le armi sue proprie ma deve continuare ad usare quelle della gioventù; deve continuare a correre e saltare anche se avrebbe voglia di camminare; deve ridere forte anche quando tutto quello che gli viene spontaneo è un accenno di sorriso. Si sforza ma non ce la fa: più cerca di emergere e più diventa ridicolo. Non riesce a star dietro ai desideri ed agli stimoli. Cresce la frustrazione e la ricerca di una scorciatoia.

Allora parte con i sotterfugi. Abbellisce e ritocca l’aspetto. Si arrocca nel consociativismo, si difende con la pecunia accumulata, si fa scudo con le amicizie e con le mutue assistenze. Rende sleale la lotta, perché non può ricorrere alle armi leali. Cerca di consolidare con il privilegio quello che non può ottenere con la competizione diretta. Filtra l’innovazione e la depotenzia, in modo che non metta mai a rischio lo status quo.

Il giovane vero non deve essere mai in condizione di diventare un potenziale concorrente: deve restare giovane di belle speranze a vita, sbandierato quando serve ma subito dopo relegato dietro le quinte.

Il giovanilismo della moda, non avendo accesso alle leggi ed alle sedi del potere, si ritorce contro i giovani, come semplice connotazione estetica: l’aspetto giovane si sostituisce alla sostanza. Una vecchiaia infinitamente attiva e dimentica di se stessa si eterna sclerotizzata, ma incapace di cedere il passo o anche solo di chiedere assistenza.