Discorsi in fumo

spiredifumo

Sto notando sempre più persone in giro con la “sigaretta elettronica”. Forse non le riconosco tutte, perché alcuni di questi aggeggi sono fatti in modo da somigliare ad una sigaretta comune, forse appena più grandi, ed hanno perfino la punta che si accende (un led?) per simulare il tabacco che brucia, mentre altri sono più riconoscibili, perché a forma di fischietto, bocchino, pipetta o qualcosa del genere, e di colori vari. Quest’ultima soluzione mi sembra più razionale: lo scheumorfismo estremo mi sa un po’ di puerile.

Non sono per principio contrario: di certo per chi ha preso il vizio del fumo e non riesce a smettere sono una maniera per ridurre al minimo il danno. ma mi sorge un dubbio: non c’è il rischio che diventino un vizio per se, cioè che tante persone, giovani in primo luogo, comincino a fumare in questo modo?

In effetti la sigaretta elettronica ha molti aspetti che la rendono accattivante: è facile, non puzza, non macchia, è più socialmente accettata rispetto al tabacco tradizionale perché dà meno fastidio ai non fumatori, si può usare anche al chiuso senza appestare l’ambiente, non sporca e non lascia cenere e cicche in giro. (A proposito: fumatori, le cicche non si buttano per terra!) Per di più non è eccessivamente costosa e, un po’ per volta, sta diventando una moda. Fino a poco tempo fa chi le succhiava sembrava avere l’aria del drogato che cerca di combattere l’assuefazione, ora non è più così. si ostentano come uno status symbol.

C’è anche il rischio collegato che chi prende il vizio della sigaretta elettronica finisca per fumare di più, dal momento che può farlo ovunque o quasi e col minimo sforzo. Aspira meno sostanze dannose, ma in maggiore quantità.

Insomma ho un sentimento misto. Non mi sconcerta che le compagnie del tabacco possano fare la guerra alla sigaretta elettronica e non sarei d’accordo con una legislazione troppo restrittiva in merito, tipo solo sotto ricetta medica e altre fresconate a cui il nostro Parlamento ci ha abituato: sarebbe un altro insulto all’intelligenza. La legge dovrebbe al più definire i requisiti tecnici minimi per il commercio e farlo in modo razionale, non punitivo e con parametri arbitrari. Come sempre la soluzione ideale sarebbe l’equilibrio e la razionalità dei singoli ma qui ci si scontra con una miriade di punti di vista.

Mi viene poi in mente un’altra cosa: quanto ci vorrà perché qualcuno abbia l’idea di commerciare, legalmente o meno, sostanze un po’ più “interessanti”, che possano essere fumate con i succitati congegni elettronici? Tipo la boccettina al gusto di erbetta?

Giovani fuori

Sotto il cappellino niente

La vita media si è allungata e non di poco. La gente si aspetta molto dai propri anni, ma più che altro si aspetta di poterne spendere molti.

Una delle frasi che sopporto di meno è “io mi sento giovane dentro”. Non ho mai capito cosa vuol dire. Se pensi ancora da giovane, non sei mai cresciuto, non sei mai cambiato, sei rimbambito?

L’esperienza dovrebbe servire, da una certa età in poi, a compensare le carenze del fisico. Si è un po’ meno elastici e resistenti, ma si conoscono i propri limiti e si sa fare meglio le cose. Fino ad un certo punto questo sistema funziona a meraviglia, si va perfino meglio dei giovanotti, nel pieno delle forze ma di scarse conoscenze.

Il professionista anziano da sempre si circonda di collaboratori, che fanno quello a cui da solo non riesce più a fare fronte ed intanto apprendono, si fanno conoscere, si preparano a fare da soli, a subentrare.

Ed il passaggio generazionale non è necessariamente conflittuale: anche se non è la natura a spazzarlo via in malo modo, ad un certo punto è l’anziano che si fa da parte, si gode il rispetto, si occupa di questioni formali, interviene per gli aspetti di principio, diventa il riferimento riverito ma non più attivo a tempo pieno. Si ritira, insomma, in bell’ordine. Non sempre, chiaramente, ma molte volte è felice di non dover essere più al centro della scena in pianta stabile. Si riserva il diritto di criticare i giovani quando gli viene voglia, senza pretendere di essere sempre ascoltato.

Poi però è intervenuta la cultura, o meglio la moda. Bisogna sembrare giovani, comportarsi come giovani. La vecchiaia è un cedimento della volontà al quale non bisogna indulgere. E’ l’anticamera della morte, ovvero un argomento sconveniente, come la cacca o gli scrupoli di coscienza. Non solo l’anziano ma anche il distinto signore di mezza età è out. Tutti siamo giovani, efficienti e pronti all’azione. Tirarsi indietro una volta è una sconfitta, chi si ferma è perduto! Ci chiamiamo “ragazzi” e “ragazze” tra di noi indipendentemente dal numero di primavere che abbiamo visto sorgere e calare.

Per cui crolla tutto: il poveraccio/a negli anta non può competere più. Non può usare le armi sue proprie ma deve continuare ad usare quelle della gioventù; deve continuare a correre e saltare anche se avrebbe voglia di camminare; deve ridere forte anche quando tutto quello che gli viene spontaneo è un accenno di sorriso. Si sforza ma non ce la fa: più cerca di emergere e più diventa ridicolo. Non riesce a star dietro ai desideri ed agli stimoli. Cresce la frustrazione e la ricerca di una scorciatoia.

Allora parte con i sotterfugi. Abbellisce e ritocca l’aspetto. Si arrocca nel consociativismo, si difende con la pecunia accumulata, si fa scudo con le amicizie e con le mutue assistenze. Rende sleale la lotta, perché non può ricorrere alle armi leali. Cerca di consolidare con il privilegio quello che non può ottenere con la competizione diretta. Filtra l’innovazione e la depotenzia, in modo che non metta mai a rischio lo status quo.

Il giovane vero non deve essere mai in condizione di diventare un potenziale concorrente: deve restare giovane di belle speranze a vita, sbandierato quando serve ma subito dopo relegato dietro le quinte.

Il giovanilismo della moda, non avendo accesso alle leggi ed alle sedi del potere, si ritorce contro i giovani, come semplice connotazione estetica: l’aspetto giovane si sostituisce alla sostanza. Una vecchiaia infinitamente attiva e dimentica di se stessa si eterna sclerotizzata, ma incapace di cedere il passo o anche solo di chiedere assistenza.