Leggerezza è mezza bellezza

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Come affrontare i problemi in maniera leggera ma senza degradare l’approfondimento?

Come si conciliano fantasia e rigore?

È un tema importante nella scuola, nella vita privata ma soprattutto nel lavoro.

Un ambiente “leggero” facilita il pensiero laterale. Dire eresie non dev’essere proibito. Il momento della generazione delle idee deve restare separato da quello della loro valutazione e gestione.

Tuttavia non si può eccedere. Le battute devono alleggerire il clima ma non prevalere. Più che altro devono evitare gli accumuli di tensione.

Non si tratta solo di evitare sconcezze, forzature, insulti o di andare sul personale ma anche di evitare che aderire al tono scherzoso diventi un obbligo.

Senza arrivare alla condizione limite in cui parlare di lavoro, in un ambiente lavorativo, diventa quasi fuori luogo (cosa pure accaduta), capita che il clima leggero inibisca chi desidera presentare approfondimenti, rischi non considerati o perfino vie di soluzione non convenzionali, potenzialmente vantaggiose ma più complesse di quelle favorite dal “gruppo” inteso come media o pensiero dominante.

Amo l’umorismo come mezzo per sdrammatizzare e per allontanare la presunzione. Mi pare sano anche un pizzico di cattiveria, per tenere alta l’attenzione. Non mi piace quando lo scherzo maschera il vuoto e la sclerosi intellettuale del singolo o, peggio, del gruppo.

Mi viene in mente la metafora del dirigibile: l’involucro “leggero” serve a tenere in alto il carico “pesante”. Ognuno dei due serve l’altro, nessuno dei due serve senza l’altro.

Si parla spesso di evitare la “confort zone” nel lavoro, al fine di perseguire obiettivi più ambiziosi e (parola orribile) “sfidanti”. Lo scherzo e la leggerezza sono a volte proprio la maschera dietro cui si nasconde l’assopimento nella superficialità e il rifiuto della complessità, nemici insidiosi.