Collezione di finestre

Finisco sempre per fotografare finestre.

La finestra stimola la curiosità e ti invita a sbirciare dentro, per cogliere un attimo di una vita diversa dalla tua.

La finestra è un collegamento fisico e visivo tra il dentro e il fuori e mescola le caratteristiche di queste due realtà contigue. La finestra è un compromesso fra i condizionamenti imposti dall’ambiente esterno e i desideri di chi vive l’interno. E’ personalizzata e ha i segni del luogo. Si adatta a gusti e climi. Può essere ricca o povera, florida o cadente, spoglia decorata, con o senza grate, ante, imposte, tende, vasi di piante.

Insomma, se ti sforzi di leggerla, la finestra ti rivela tanto del posto, delle persone e delle loro interazioni.

Nei centri storici delle nostre città (in questo caso quell’unico nazionale che è Caserta Vecchia) o nelle isole (Ischia) è facile individuare delle peculiarità e si rischia di cadere nel pittoresco, ma anche le funzionali e geometriche finestre moderne, da zona residenziale, possono non essere anonime e più sono vissute e meno lo sono.

Come sono le vostre finestre? Classiche o moderne? Eleganti o funzionali? Personalizzate o anonime?

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Una passeggiata a Capua

E’ da un po’ che mi è presa la mania della fotografia. Nel fine settimana “giro” sempre con una fotocamera compatta in tasca o nella tracolla, perché scattare con il cellulare non mi soddisfa. Usare la reflex, invece, è una vera e propria soddisfazione Se trovo uno scorcio, un angolo o un dettaglio che mi incuriosiscono mi piace essere pronto a fermarli. Trovo che sia un modo per imparare a guardare con più attenzione.

Ormai da mesi impiego solo fotografie mie per i post e penso che sia arrivato il momento per un articolo solo fotografico: istantanee da una passeggiata a Capua, con gli intrecci fra resti di epoche diverse come tema conduttore.

La leggenda dello strumento

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Una chiesa abbandonata a Napoli

“I ferri fanno il mastro” dice, maldestramente italianizzato, un motto partenopeo, a indicare che senza gli strumenti giusti il risultato è nullo o scadente. Ma gli strumenti bisogna saperli scegliere e soprattutto usare nel modo giusto, ed è qui li viene il difficile.

In qualsiasi attività, ludica o lavorativa, arriva il momento in cui il neofita è tentato di incolpare gli strumenti che ha in mano, e non se stesso, dei suoi insuccessi. Li si attua il bivio: continuare a impegnarsi o cercare scuse o scorciatoie.

E’ un atteggiamento umano, ammettere gli errori è difficile. Ancora di più lo è assegnarsi un lungo e faticoso percorso di apprendimento.

E’ proprio in questo momento che s’innesta la trappola consumista: comprare un prodotto migliore per ottenere risultati superiori. Quello che hai non è quello che ti serve. Difficile resistere alla tentazione, che poi si rinnoverà periodicamente: ci sarà sempre qualcosa di meglio, di più adatto, di più nuovo o avanzato rispetto a quello che hai già.

Un esempio sono gli hobby. Il sottoscritto fotografa per passione, con risultati alterni che a volte mi piacciono e più spesso no. Seguo alcuni siti e mi piace leggere i commenti, anche se questi sono tutto un florilegio di consigli per aumentare il proprio corredo, acquistando macchine fotografiche sempre più costose, obiettivi specializzati per scopi specifici e altri accessori d’ogni sorta. Di fatto le discussioni sulla tecnica e sull’estetica, che pure avrebbero un ruolo, sono relegate a contorno e minoritarie rispetto a quelle sulla qualità degli strumenti, in cui regolarmente i più costosi sono i più caldamente consigliati.

Un tempo seguivo l’audio e l’alta fedeltà, e i contenuti delle discussioni tra appassionati erano analoghi, se non peggiori: se vuoi sentire meglio devi spendere sempre di più, anche in accessori o dettagli di cui non sapevi neppure l’esistenza e, non di rado, di razionalità scientifica quantomeno dubbia.

Il discorso vale per ogni settore e ci sono innumerevoli casi di rapporto costi/risultati perdente: officine casalinghe di falegnameria piene d’ogni ben di Dio d’utensili ma non di lavori in corso. Giardini con più attrezzi che piante. Cucine con scolapasta tecnologici, servizi di coltelli per sgusciare i molluschi, mestoli di tutte le taglie e forni a microonde impiegati solo per scongelare. Pseudo-atleti con la pancia che passeggiano con addosso tutte e cardiofrequenzimetri da centinaia di Euro. Anche il sottoscritto ha realizzato la sua collezioncina di obiettivi e deve fare uno sforzo ogni volta che gli viene la tentazione di un ammennicolo nuovo di pacca.

Pur nella mia limitata esperienza personale, mi sento di direi che l’errore si estende anche agli ambiti professionali: chi non si è lasciato convincere, almeno una volta, dagli allettamenti di facili risultati e ha speso somme sostanziose – o suggerito caldamente all’azienda per cui lavora di farlo – in strumenti che, una volta presi, sono serviti a molto meno di quello che promettevano?

Ovvio l’interesse di venditori e produttori a incrementare le vendite. Meno diretto ma anche chiaro quello della maggior parte dei siti, a cui interessano pubblicità e numero di cliccate. Minimo l’interesse effettivo degli utenti, spinti compulsivamente a comprare sempre “meglio” invece che dedicarsi allo scopo prioritario, che, nella fotografia come in ogni hobby, dovrebbe essere quello di migliorare se stessi e la propria capacità: di “vedere” immagini interessanti, nello specifici, a prescindere dallo strumento di cattura che si stringe in mano; di apprezzare la musica nel caso degli appassionati di audio: di far crescere qualcosa nel proprio giardino che non siano erbacce spontanee; di mangiare e far mangiare meglio; di migliorare il proprio stato fisico, eccetera. Di aumentare la soddisfazione personale, in generale.

In pratica sarebbe ben più utile spendere in conoscenza (libri, corsi) che in oggetti, finché davvero non sono questi a limitare le possibilità. E soprattutto investire tempo, la risorsa più rara. La delusione è inevitabile e il circolo vizioso si chiude: un nuovo acquisto “giusto” per riparare a quello “sbagliato” precedente, e intanto si rifanno, mediocremente, le stesse cose.

La tecnica commerciale è di solleticare la pigrizia dell’individuo, qualità umana tra le più diffuse, in modo da spostare l’attenzione da lui stesso a quello che possiede, come se fosse l’oggetto a creare il risultato e non chi lo utilizza. Osservate le pubblicità dei telefonini: è tutto un sottolineare quello che il nuovo modello mette in grado di fare e che sarebbe impossibile con gli altri, anche fotograficamente parlando. E il tutto poi finisce nel solito, ma sempre più costoso, selfie.

Ode alla distrazione, ovvero la necessità della perdita di tempo in quanto tale

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Il tempo che si perde ogni giorno in attività secondarie è impressionante. La stanchezza che ho accumulato a fine giornata, in che misura dipende dall’aver fatto qualcosa di utile, almeno in modo contingente, e quanto dall’essere corso dietro al futile o all’inutile, se non al dannoso?

Certo, molte attività che ci riempiono la giornata sono inevitabili, così come molte perdite di tempo. Ci sono semplicemente imposte dall’esterno e non possiamo farci nulla, almeno nel breve periodo, come le code alla posta o in tangenziale. Alcune sono risolvibili organizzandoci meglio, ma per altre servirebbe proprio un cambiamento di vita o una rivoluzione. Ma altri sperperi di minuti e di ore ce le cerchiamo di proposito. La consultazione compulsiva delle reti sociali, per esempio, e poi ci sono la pornografia, o il gioco d’azzardo o semi-tale, per rimanere su Internet, oppure il pettegolezzo, l’osservazione oziosa del prossimo, la televisione come mezzo per far notte. Pause e tempo libero sembrano diventare più uin problema che un’opportunità.

Ovviamente è necessario far divagare la mente, ogni tanto. Ho sentito dire che il massimo periodo continuativo di concentrazione su un tema, con alti e bassi, è di due ore, e l’esperienza mi dice che, con ogni probabilità, il valore è sovrastimato. Insistere oltre certi limiti fisiologici non è produttivo, perché il semplice sforzo di mantenere l’attenzione consuma quasi tutte le energie. Mi accorgo che lasciare da parte un problema, per un po’ di tempo, mi aiuta a rigirarlo da un’altra parte e trovare più facilmente la risposta. Inoltre la mono-mania, di qualsiasi tipo, rischia di portare rapidamente alla demenza o alla follia.

Questo non è una giustificazione per sprecare una parte della propria vita aspettando che una soluzione ai problemi emerga da se, come per magia, dal fondo della coscienza. Bisogna al contrario cercare di incastrare quante più cose nel tempo, fisso, che ci è concesso.

Più vado avanti nella vita e più mi convinco che sia importante scegliere in modo oculato anche le proprie distrazioni. Avere un lavoro che consenta di alternare più attività, ad esempio, magari alcune di matrice più intellettuale e altre più manuale, e di prendersi qualche piccola pausa. (Ad avercelo, un lavoro, commenteranno tanti). Idealmente, per il cosiddetto tempo libero – poco o molto che sia – sarebbe necessario uno spettro di applicazioni piacevoli che siano almeno marginalmente utili, per tenere lontano l’intelletto da quelle inutili o dannose. Un po’ come il sedano che si mangia durante la diete, per ingannare lo stomaco con l’atto meccanico del mangiare che però non dà calorie, tenendolo così a distanza da cibi più gustosi ma poco raccomandabili per il nostro stato fisico.

Non dico nulla di nuovo, è lo scopo degli hobby e dello sport non professionistico. Se ne sono scritti volumi su volumi.

Qualche piccolo margine di perdita di tempo andrebbe contemplato e consentito in tutte le attività lavorative, proprio per migliorare la produttività complessiva e mantenere la qualità. In fondo non dovrebbe interessare solo il risultato di oggi, ma anche quello di domani e quello successivo ancora.

Per me il blog è esattamente questo: un modo di divagare continuando a tenere in funzione il cervello, evitandogli di fare di peggio. Ne ho un intero spettro di questi strumenti di distrazione – non di massa ma personale – ovvero l’altro mio blog di storia dell’aeronautica del Meridione d’Italia, la fotografia, la scrittura di racconti di fantascienza e le curiosità sull’informatica. Anche un’ora in palestra, ogni tanto e anzi non abbastanza spesso. Mi accorgo in realtà di averne troppi: alla fine dedico poco tempo a ognuno.

E’ importante, in effetti, evitare che strabordino: il diversivo deve restare tale. Considerarlo come un utile lusso, quando ce lo si può concedere, che fornisce anche un margine di prodotto utile, almeno per la persona. Se supera i suoi confini di tempo limitato “rubato” agli impegni quotidiani, si snatura. Mi riferisco non soltanto alle manie, certamente da evitare, ma alla tentazione, che ogni tanto affiora, di trasformare l’hobby in lavoro. Se in qualche caso può anche sembrare una buona idea non lo è, per me, in generale: se dovessi fotografare per vivere, ad esempio, non sarebbe più un diversivo stimolante ma un lavoro, non più qualcosa di puramente divertente ma di necessario. Il risultato dovrebbe sempre essere forzatamente positivo, per accontentare un cliente. Me ne sono accorto più di una volta, quando mi è stato chiesto di documentare eventi e mi sono divertito molto meno che a scattare per puro piacere. Il diversivo diventa allora qualcosa da cui cercare, a sua volta, diversivi.

Lo stesso varrebbe se dovessi scrivere a cadenze fisse e magari serrate su questo blog, per accontentare un committente o mantenere un dato numero minimo di visite giornaliere. Insomma è bello così, per me, come mi viene.

E no, non ho molto tempo libero: lo rubo alla televisione e al sonno, la sera, e a qualche quarto d’ora di pausa, durante la giornata, quando si può.

Delle differenze sostanziali tra due sensi

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Sono stato a lungo “audiofilo”, ed in parte lo sono ancora, perché le passioni non ci abbandonano mai del tutto. Più di recente mi sono appassionato di fotografia e così ho cominciato ad uscire di più, quando mi sono stancato di ritrarre le bomboniere di casa. I due hobby hanno qualcosa in comune, mi sembra: entrambi sono legati a strumenti tecnici, all’ “hardware” potremmo dire in gergo moderno, ma in modo diverso, lo vedremo più avanti. Sono sempre stato attento al mio denaro (qualcuno direbbe tirato) e per questo leggo molto prima di procedere ad un acquisto. Internet è una croce e delizia in questo senso, per la massa di informazioni e disinformazione che contiene. Ho notato un diverso approccio ai componenti, però.

In fotografia le prove di laboratorio ed i confronti controllati svolgono un ruolo chiave. Le recensioni degli esperti sono ascoltate e commentate, ma mi sono accorto che spesso i pareri degli appassionati mi tornano più utili perché si concentrano sul risultato pratico dei componenti e non sui risultati di prove controllate. Non che le prove scientifiche non dicano la verità, ma ogni “test” ne misura solo un pezzo ed il quadro d’insieme spesso si perde tra i numeri. Differenze all’apparenza grosse in laboratorio possono essere quasi insignificanti in pratica, quando si esamina l’immagine nel suo complesso, e viceversa. In campo audio, invece, entrambi i gruppi sembrano pesantemente influenzati dall’aspetto estetico: ciò che costa di più e sembra più costoso, quasi sempre è giudicato migliore.

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Nell’audio prevale il linguaggio altisonante. I grafici di laboratorio ci sono, ma ghettizzati in una posizione secondaria, fuori vista. Quello che conta è l’impressione d’ascolto, ovvero il parere del “guru” di turno, il sacro orecchio rarissimo nel Creato capace di analizzare, discernere e giudicare. E le opinioni dei singoli non sono meglio, anzi: ognuno segue la propria corrente di pensiero e non ha orecchie (è il caso di dirlo) per altro. Recensioni e commenti sono una raccolta di sensazioni espresse di solito con tono enfatico ed altisonante e raramente tornano utili a chi cerca di documentarsi. Le differenze fra componenti sono sempre “lampanti”, i miglioramenti “dal giorno alla notte”, e quasi sempre, guarda caso, a favore dei pezzi elettronici più costosi, grazie ai quali la musica “prende vita” i brani noti sono “rinnovati”, eccetera.

Sul costo dei componenti, l’audio di qualità sfiora il ridicolo: una macchina fotografica di fascia alta può costare migliaia di euro, ma è nulla a confronto di quello che si può spendere per un amplificatore “hi-end”, per non parlare di un paio di casse acustiche monumentali.

Motivi? Provo ad ipotizzarne qualcuno. Negli esseri umani il senso della vista è più sviluppato di quello dell’udito, lo usiamo di più nella vita quotidiana, i nostri antenati ne hanno fatto la chiave di volta della loro strategia di sopravvivenza diurna (mentre di notte dovevano solo cercare di nascondersi nel modo più sicuro possibile). L’udito supplisce dove la vista non arriva, ma non lo sostituisce. L’essere umano ha una notevole vista stereografica ma nulla di simile al “sonar” di cui sono fornire alcune specie animali. Nel complesso, di conseguenza, siamo più facilmente in grado di giudicare con la vista che con l’udito. E siamo molto più facilmente suggestionabili per quello che ascoltiamo che per quello che vediamo. Non per nulla la notte è il luogo degli incubi e dei fantasmi. Conseguenza: un amplificatore di bell’aspetto, sostanzioso, costoso, pesante e luccicante, siamo portati a pensare che debba suonare anche bene. Non ho mai capito perché le manopole in alluminio tornito dovessero favorire un suono migliore rispetto a quelle in plastica. Accade qualcosa del genere anche per le fotocamere, certo, ma in modo meno marcato: una “reflex” ha un tono professionale, ma sappiamo riconoscere un’inquadratura suggestiva anche se viene fuori da un cellulare. E poi al pensiero di scarrozzarsela a tracolla per ore si fanno diversi ragionamenti.

C’è anche un aspetto di separazione fisica del risultato dall’apparecchio elettro-meccanico: la fotografia, una volta scattata, vive in un certo senso di vita propria, riusciamo più facilmente a percepirla come una realtà indipendente dall’oggetto che l’ha prodotta, in confronto al suono, che dipende anima e corpo dalla sorgente che la emette e senza la quale smette immediatamente di essere.

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In aggiunta la fotografia è un hobby più attivo. Invita a creare invece che a stare a sentire. Può ridursi, è vero, ad una sterile malattia da acquisti, ma allora diventa collezionismo di apparecchiature fotografiche e non fotografia in senso stretto. C’è tutta la parte tecnica e pratica dello scattare foto che prescinde – in parte e nonostante lo sforzo degli esperti di marketing – dall’acquistare apparecchi, accessori o programmi di elaborazione. Nell’audio, la corsa all’acquisto diventa più facilmente una febbre, una corsa infinita al “suono migliore” inteso come “suono costoso”, l’unico antidoto essendo una forte passione per la musica – da ascoltare e magari da fare – che però solo in parte è “audiofilia” in senso stretto.

Altro aspetto correlato: l’appassionato di fotografia trova spesso il modo di sfogare il suo desiderio di fare scatti. Nessuno si offende se fa fotografie in eventi pubblici, feste di famiglia, manifestazioni, sempre che non esageri. Anzi, qualche volta è stimolato. Una reflex al collo può dare un’aura professionale che fa perfino aprire una barriera di folla, qualche volta. L’audiofilo si contorce invece nel dolore di non poter sfogare la sua passione se non nel chiuso della sua casa o con una ristretta cerchia di appassionati amici, da scegliere accuratamente per evitare perenni conflitti filosofici. Insomma, se non è profondamente stabile di carattere finisce per soffrire di una certa repressione.

Primi numeri

Per me programmare i computer è un’attività simile a quello che per molti sono i giochi enigmistici: un piacevole impegno per la mente, in cui il lavorio per ottenere un risultato è più importante del risultato stesso ed in cui il tempo è una variabile indipendente. Insomma il classico hobby da cui non si pretende di ricavare necessariamente qualcosa di concreto… eppure ci si appassiona molto.

Ho cominciato ad interessarmi ai numeri primi leggendo “L’enigma dei numeri primi”, un libro che ha la tensione di un thriller pur parlando di numeri; ed essendo un tecnico, per me i numeri sono, seppure in maniere un po’ meno astratta, un pane quotidiano.

Mi sono allora impegnato a scrivere qualche programmino per calcolare la serie dei numeri primi. Algoritmi semplici: esaminare i numeri uno dopo l’altro dividendoli per i primi già trovati. mi sono serviti per fare pratica su diversi linguaggi (Basic, Pascal, C, Python…). Sono stato contento quando, sul mio vecchi PC, sono riuscito a tirarne fuori oltre sessantamila in meno di trenta secondi!

Poi mi sono imbattuto nel setaccio di Eratostene. Ho provato ad “implementarlo” e il risultato è stato sorprendente: un secondo o giù di li per arrivare al più grande numero primo che poteva essere contenuto in una variabile intera.

Per un verso ci sono stato male: come matematico sono una vera schifezza. Il vecchio Eratostene di Cirene, dal suo terzo secolo avanti Cristo, mi batte con un solo dito.

Per chi fosse interessato, ecco qualcuno dei miei codici.

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