Aracn-odi-et-amo

Mostri d’estate

Una volta odiavo i ragni. Mi facevano ribrezzo e, si lo ammetto, anche paura, con tutte quelle zampe attaccate a un corpo tozzo e peloso e quelle file d’occhi che guardano da tutte le parti. Quei movimenti a scatti, l’istinto del cacciatore senza sentimenti e le fauci pronte a mordere. Sono l’immagine perfetta del mostro che t’insegue e t’aggredisce senza pietà.

Odiavo anche le zanzare, che infestano i giorni e soprattutto le notti d’estate. Che non puoi schiacciare come e quando di pare perché rischi di macchiare per sempre le pareti. Che ti vietano il fresco del giardino e di dormire con le finestre aperte.

Poi ho imparato che i ragni mangiano le zanzare e allora ho cambiato atteggiamento verso di loro: adesso gli voglio bene, non li ammazzo più, al massimo li caccio fuori di casa.

Vedete quindi che la cultura è importante: quando ero ignorante odiavo ragni e zanzare, ora che ho studiato odio solo le zanzare!

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Raccontami una storia

“Zio, zio, mi racconti una storia?” (Espressione entusiasta).

“No sono stanco…”

“Su dai zio”.

“Ma no…”

“Una sola…” (E intanto fa il musetto alla ‘non mi puoi dire di no’).

“E va bene”.

“Evviva!”

“Quale storia?”

“Quella che vuoi”.

(Spremitura di meningi). “Allora ti racconto quella che…”

“No zio non mi piace”.

(Creatività livello pro). “Allora quella di…”

“Non mi piace”.

(Dolore alle tempie per troppa concentrazione creativa). “Allora quella quando…”

“No no non mi piace!”

“Va bene, allora che storia ti racconto?”

“Quella che vuoi!”

I film quelli belli

(Che artista eh)

Prossimamente nelle migliori sale. Anche i libri non sono male.

L’Eleganza del Ricco”. Delicata storia di uno sfigato che diventa affascinante dopo aver ereditato una fortuna.

I Propensi Sposi”. La storia amara ed attualissima di due precari ultra-quarantenni, fidanzati fin da ragazzini, che aspettano il posto fisso per sposarsi.

I Promessi Sponsor”. La drammatica avventura di una squadra sportiva che parte baldanzosa ma s’indebita per comprare le divise.

Saziami ma di Baci Straziami”. Una storia forte di gastronomia ed erotismo.

La Lunghissima Estate Calda”. Amore e intrighi nell’epoca dei cambiamenti climatici.

Blame Runner”. In un futuro distopico la colpa di qualsiasi cosa è sempre di chi c’è stato prima!

Il Cavaliere all’Oscuro”. Storia di un anziano politico, ormai fuori dai giochi, che si aggrappa disperatamente al proprio passato di successo e alla chirurgia plastica.

Stalk to Me”. Cupa storia di confessioni e persecuzioni.

La Ricerca della Ferocità”. Storia immaginaria e surreale di un politicante che fa carriera cavalcando i bassi istinti dei suoi elettori. Ma la realtà gli si rivolterà contro.

La Ricerca della Felinità”. L’amore per i gatti come medicina di vita.

Bohemian Crapsody”. Storia in chiave trash di musicisti gaudenti banali.

Leggerezza è mezza bellezza

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Come affrontare i problemi in maniera leggera ma senza degradare l’approfondimento?

Come si conciliano fantasia e rigore?

È un tema importante nella scuola, nella vita privata ma soprattutto nel lavoro.

Un ambiente “leggero” facilita il pensiero laterale. Dire eresie non dev’essere proibito. Il momento della generazione delle idee deve restare separato da quello della loro valutazione e gestione.

Tuttavia non si può eccedere. Le battute devono alleggerire il clima ma non prevalere. Più che altro devono evitare gli accumuli di tensione.

Non si tratta solo di evitare sconcezze, forzature, insulti o di andare sul personale ma anche di evitare che aderire al tono scherzoso diventi un obbligo.

Senza arrivare alla condizione limite in cui parlare di lavoro, in un ambiente lavorativo, diventa quasi fuori luogo (cosa pure accaduta), capita che il clima leggero inibisca chi desidera presentare approfondimenti, rischi non considerati o perfino vie di soluzione non convenzionali, potenzialmente vantaggiose ma più complesse di quelle favorite dal “gruppo” inteso come media o pensiero dominante.

Amo l’umorismo come mezzo per sdrammatizzare e per allontanare la presunzione. Mi pare sano anche un pizzico di cattiveria, per tenere alta l’attenzione. Non mi piace quando lo scherzo maschera il vuoto e la sclerosi intellettuale del singolo o, peggio, del gruppo.

Mi viene in mente la metafora del dirigibile: l’involucro “leggero” serve a tenere in alto il carico “pesante”. Ognuno dei due serve l’altro, nessuno dei due serve senza l’altro.

Si parla spesso di evitare la “confort zone” nel lavoro, al fine di perseguire obiettivi più ambiziosi e (parola orribile) “sfidanti”. Lo scherzo e la leggerezza sono a volte proprio la maschera dietro cui si nasconde l’assopimento nella superficialità e il rifiuto della complessità, nemici insidiosi.

Ingegneria del linguaggio

Ci ho riflettuto: esaminando il comportamento mio e delle persone che conosco, ho dedotto che, salvo rare eccezioni, sono dati due casi in cui si usano poche parole:

  • Quando per te è una cosa assolutamente fondamentale;
  • Quando non te ne frega proprio niente.

Nel mezzo si pone tutto il resto.

Lo chiamerei “assioma della curva a campana delle parole”. Una conseguenza, che definirei “corollario del mediocre verboso”, è che ciò di cui parli di più non sono per te gli argomenti più importanti.

I motivi sono numerosi: psicologici, norme sociali, prudenza o opportunismo. Quello che per te è essenziale è difficile da esprimere e a volte pericoloso, ci vorrebbe lo spirito di un filosofo o di un poeta, che sapesse scegliere i termini e costruire le frasi: modalità, per definizione, sintetiche e inaccessibili alla maggioranza. L’essenziale resta, di norma, inespresso.

Le innumerevoli parole che si usano, parlate o scritte, sono, per la maggior parte, passatempo, attività sociale o strumento per raggiungere uno scopo.

All’atto pratico, per capire come la pensa una persona è certamente necessario starla a sentire, cosa di per se impegnativa, ma questo non è sufficiente: bisogna interpretare e collegare, per focalizzare il non detto, o meglio il solo accennato. Un po’ come per i politici: una cosa sono i proclami elettorali, un’altra i programmi di governo e un’altra ancora le vere priorità, rigorosamente in ordine decrescente di parole spese.

Questo ragionamento dimostra anche che quando ti abitui a pensare in termini matematici, ti accorgi che puoi utilmente applicarlo ovunque.

Da una storia vera. (Il mio ufficio è differente)

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Brani di vita in un ufficio tecnico non molto diverso dalla media. Per inquadrare, ci soprannominiamo “Baia dell’Ignoranza”.

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“Ma cosa vuole Lattuga?”

“Forse un po’ d’olio e aceto?”

“E allora è un’insalata”.

“Di notte deve stare tranquillo, se no russa!”

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Il collega torna dal bagno piangendo.

“Capo, ho pisciato un calcolo!”

“Non ti preoccupare, lo rifacciamo… ti aiuto io”.

“Non hai capito. L’ho proprio pisciato!”

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Il calcolo in esecuzione sul computer è quella cosa che se lo stai a guardare non finisce mai ma se la perdi di vista fallisce immediatamente.

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“Un giorno mi picchieranno, lo so”.

“Ma sarà comunque troppo tardi!”

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“I conti non tornano!”

“Sono tornati i Savoia e non tornano i conti?”

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“Perché Massimo arriva sempre in ritardo?”

“Perché si dice sempre: ci vediamo alle 10. Massimo alle 10.30!”

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“Quando fai il CAE e ti cambiano di continuo il CAD, allora si che ti rompono il CAX!”

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Dicono “vediamo l’esploso” e tu pensi sempre al collega scoppiato, prima che ai pezzi del progetto.

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“Ha infilato il pistoncino nella sua sede” non può avere un significato erotico. No!

(Ma il mio ufficio è differente)

I grandi dubbi… e quattro!

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Riparazioni che davvero.

Eccoci di nuovo (here we go again)!

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Se c’è il secco indifferenziato perché non c’è il grasso specializzato?

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Se hai molti obiettivi variabili nella vita, hai una caleidoscopo?

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Un medium che lavora a distanza… ha le tele-visioni?

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Mangiare uova è una scelta pollitica?

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Un mercante indiano come può fare le orecchie?

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I turchi agitati da chi possono essere presi?

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Una bambina russa che cade sulla neve… sarà una slavina? (dal collega G.).

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Le anguille preferiscono stare assieme perché così stanno tra…nguille? (anche da G.)

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Le automobili a metano si chiamano così perché per metà vanno a gas e per metà… no?

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Perché le foto-profilo sono quasi tutte di fronte?

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Se sbatti il ditone del piede hai un dolore allucinante?

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Un fan degli U2… dà tutto per Bono?

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La banda stagnata… È un gruppo di criminali metallurgici?

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Se ti rubano l’asino e poi ti fanno il cavallo di ritorno… ci hai guadagnato?

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I carcerati sanno leggere il codice a sbarre?


(Se, per incredibile caso, vi ha tirato fuori un sorriso, che ne direste di condividete sui media?)

I grandi dubbi… Parte terza!

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Dopo il grandioso esordio e la parte seconda, eccoci alla terza fantastica serie dei nostri ineffabili dubbi esistenziali!

***

Collimare significa?

  1. Tagliare con lima
  2. Andare dalla collina al mare.

Un sottufficiale può occuparsi di affari generali?

Per inventare le fette biscottate hanno provato anche quelle scottate e quelle triscottate?

Volta chiudeva a chiave le pile? (Da cui la famosa chiave di Volta).

Un virus informatico ti mette di fronte al fatto computer? O rende fatto il computer?

Un vero pigro può volare solo in deltapiano?

Posso considerare la tua patata uno youtuber?

Una festa civile è quella in cui non si distrugge la casa?

I vandali in TV guardavano Italia Unno?

Un igloo che si scioglie diventa un i-glu-glu?

Un esperto di agrumi è un esponente di spicchio del suo settore?

Si può dire che l’inventore della Bic è uno che ci ha lasciato le penne?

Uno molto regolare nell’andare a bagno si può definire un orologio a pupù? (Questa è la mia preferita).

Un ghiro che disegna fa un ghiro goro?

Se sono dipendente di un’azienda sono indipendente da tutte le altre?

Uno studente di geologia potrebbe arenarsi sull’arenaria?

Un contadino può commettere abuso di podere?

Marialba e il Telepass

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Mia nipote ha sei anni (e mezzo), un’intelligenza vivace e una notevole prontezza di risposta. Una mattina siamo nella mia auto con i suoi genitori e mia moglie per una piccola gita. Passo il casello dell’autostrada con il Telepass.

“Zio, non ti fermi a pagare?” Il tono è sul preoccupato.

“No, ho il Telepass”, e intanto le indico orgoglioso l’apparecchietto attaccato al parbrezza, “hai sentito che ha suonato?”.

“Papà, Papà fai anche tu il Telepass così passi senza pagare!”

Risatina accondiscendente, poi le spiego: “Guarda che non è proprio così, il Telepass segna tutte le volte che passo e poi pago tutto insieme”.

Mia nipote ci ragiona su un momento, poi riprende: “Papà, fai il Telepass, così quando vai in autostrada paga sempre zio!”.

False finestre fanno finte figure

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***

Ora, per chi vuole, un componimento ispirato dalla mania per telefonini e internet, ma applicabile a molte cose che consumano il tempo senza riempirlo. Mi è venuto un po’ lungo e certamente è tutt’altro che perfetto: me ne scuso in anticipo.

***

Finestre ci sono, senza nulla dietro,

pure cornici di lastre di vetro,

più sottili di specchiere,

leggere quanto uno spettro

di un film muto

appena proiettato

e vuote memorie,

come un bicchiere già bevuto.

Ci sono finestre false

quanto le offerte regalo

che ti mettono in mano

fuori ai negozi,

nelle vie rumorose

delle metropoli delle solitudini contigue;

o quanto

le promesse morbose

che compaiono proditorie

nei link ruba-click dell’internet a dozzine.

Sono volubili finestre virtuali,

anche quando materiali,

più di quelle dei sistemi operativi,

senza testo da scorrere

o storie da rincorrere;

senza vite da ricollegare

o nuclei da interpretare;

senza motivi da canterellare

evocativi: senza cuore,

solo illudenti figure sfacciate da sfogliare

o sbirciare

come da una serratura seriale.

Finestre d’intrattenimento,

ladre esperte di tempo,

cattive consigliere,

pessime romanziere,

arrecatrici d’oblio come vini e birre,

ma meno gustose, acquose, inodore,

edulcorate assai e gassose e tiepide e stanche,

come monotone modelle virtuali anoressizzate,

vita stretta, niente fianchi e anche,

con tette siliconiche protesiche

e scarse idee… Buone per ostentatamente

ottuse menti e stanche.

Povere finestre con falsi fiori,

a colori sintetici a interi valori,

tutto per il fuori.

Forse eran vere agli albori:

l’antica malasorte

della vita le ha private,

oppure una mano ladra e malvolente.

Ora son ridotte

a cornici decorate,

laborioso contorno d’un quadro scadente,

lupi d’annata senza pelo, ne pane, ne dente,

ne passione, brama o gradiente,

cantori stonati ammalianti in tono finto-gaudente

senza motivo, trascinatori di causa perdente.

False finestre, il mondo ne è pieno,

offrono orizzonti di paglia, mari di fieno,

illusioni poco costose, invitanti all’inizio,

ma dannose, carceri in cui ti serri per sfizio,

senza aver la chiave per venirne fuori,

virtual-dipendente, non sai farne a meno,

ne vuoi sempre di più, senno sono dolori,

droga a bassa gradazione, te ne serve il pieno,

e riempiono tasche nel mondo là fuori.

Sega quelle sbarre, se sei capace,

dal colore banale vivace

e animazione sagace.

Rinuncia all’intrattenimento senza fine, assenzio

di falsa vita che ride e saltella,

provoca, ammicca, solletica e titilla,

sfibra, affatica, svuota e la voglia assilla,

ma non dà abbracci e baci, non ha scintilla.

Scruta, se ancora sei capace, fuori, il silenzio.