Lavoro, gioco e cattiveria

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Ogni lavoro è un po’ un gioco di ruolo e, a seconda dell’indole, ognuno lo vive più o meno come tale. A me sembra che viva meglio chi s’immerge un po’ di più nel personaggio, ovviamente senza esagerare.

Mi ricordo che, quando fui costretto a fare il servizio militare, “fare finta di essere un soldato vero” mi aiutava a passare meglio le giornate. Anche se, alla fine, era tutto o quasi una simulazione.

Una delle responsabilità di chi organizza o gestisce questo “gioco”, oltre a renderlo fruttuoso, è di fare in modo che esso contenga quanta meno cattiveria possibile. Una piccola dose è necessaria, ma non troppa. Bisogna evitare che lo scopo del gioco sia prevaricare il prossimo, interno o esterno all’organizzazione, o che il successo, quale che esso sia, passi necessariamente per tale atto.

E’ importante perché le persone, o almeno una buona parte, sono mediamente portate a rispettare le regole, soprattutto se questo porta un premio, e se queste regole comportano di commettere del male si è portati a commetterlo con pochi o nessuno scrupolo di coscienza. Le regole scaricano la responsabilità: lo si vede in tutti i regimi totalitari e in tante condizioni che mettono qualcuno al di sopra di qualche altro. Esperimenti hanno dimostrato che è relativamente semplice trasformare un uomo in un kapò quasi nazista, con i giusti condizionamenti ambientali e personali.

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Tempo ordinario

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Le giornate ordinarie sono fatte di eventi ordinari, che lasciano presto posto libero nella memoria. I neuroni volatili passano presto ad altro, quelli della memoria stabile si fissano sugli eventi singolari. Eppure la storia umana è fatta da un numero enorme di eventi ordinari e da pochissimi fatti speciali.
Contrariamente a come appare dai libri di testo, la storia si costruisce nell’ordinario, che è il suo tessuto connettivo, la base su cui può sorgere il pinnacolo dell’evento “storico”. Ma il tipo di realtà che può sorgere non è indipendente dal fondo su cui può fare presa.

Forse per questo è importante operare con coscienza nel quotidiano, anche quando non sembra immediatamente utile. Non è sufficiente per cambiare il mondo ma ne è il presupposto necessario. Lascia la porta aperta, per così dire.

Parlo di coscienza e non di onestà formale. D’altra parte sappiamo che anche il male è fatto, in gran parte, di ordinario. Gli esecutori degli ordini di Hitler, per dire, erano in gran parte dei grigi burocrati, con una casa, moglie e figli, magari un cane da accarezzare, amici da vedere nel tempo libero e occasionali scampagnate nel fine settimana. Grigi travet dell’olocausto per i quali far partire un carro piombato, confiscare gli averi di qualcuno, accendere un crematorio era come quietanzare una fattura o mettere in bella copia la corrispondenza del giorno. “Ho fatto il mio dovere” era la loro risposta a Norimberga.

Anche oggi le correnti di violenza scorrono sottotraccia, come rivoli carsici che passano inosservati, ognuno apparentemente innocuo o appena fastidioso, preso a se. Eppure, apparentemente all’improvviso, collidono e emergono come un geyser, e allora fiumi d’inchiostro e di bit, di stupore, sorpresa, orrore e analisi.

Il fronte opposto funziona in modo analogo: quanti benemeriti si sono stupiti quando hanno ricevuto riconoscimenti, non sentendo di aver fatto qualcosa di speciale. Tanti non hanno mai ricevuto ne richiesto lodi. (Mi viene in mente un brano del Vangelo, chi si ricorda quale?)

Servirebbe una storia sociale, una storia dell’ordinario, per capire i fatti, ma è difficile perché molte volte, nel bene come nel male, la sostanza non fa notizia.

E se la politica si svuota

Come profeta valgo poco, e per questo probabilmente fate benissimo se non mi state a sentire ora che vi dico che nella situazione politica attuale vedo i semi della dittatura. Non ritengo che ci siamo già, ma anche qui potrei benissimo sbagliarmi.

Vedo le premesse della dittatura perché le istituzioni democratiche sono al loro minimo di credibilità; sono state usate ed abusate in troppi casi; spesso svuotate di senso e ridotte neppure a posti di potere ma a semplici falle di accesso al denaro pubblico. Ed anche perché le persone che le hanno rappresentate o si candidano a farlo non sono più individuate come rappresentanti della maggioranza del Paese. Vedo che le scelte politiche avvengono sotto la pressione dei mercati e delle urgenze economiche.

Le vedo anche perché non sembra sorgere un’alternativa politica: situazione ottima perché si individui, ad un certo punto, la soluzione nell’ “uomo forte”, nel nuovo “unto dal signore”, la “figura di garanzia” che potrebbe essere anche una “soluzione tecnica”, ma di lunga durata.

La dittatura moderna, si badi bene, non richiede necessariamente un balcone ed una folla plaudente, bande musicali e parate imbandierate. La dittatura cibernetica può avere forme molto più subdole e sfumate. Può avere l’estetica ed i riti della democrazia senza averne la sostanza.

Come comportarsi? Di certo non appellandosi all’ “unità del popolo”. Questa è una cosa che si invoca in caso di guerra, solitamente allo scopo di silenziare chi critica quella guerra ed addita coloro che, per propri interessi, l’hanno voluta. Non dobbiamo assolutamente pensarla tutti allo stesso modo: è la prima regola della vita democratica.

Neppure m’attira la rivoluzione di piazza. Non credo nella violenza perché non risolve i problemi, perché esalta i peggiori e perché finisce sempre per essere pilotata. La rivoluzione francese è finita con Napoleone imperatore.

Ci vuole l’impegno individuale, di quanti più possibile. Evitare le scorciatoie e le soluzioni di comodo. Evitare la tentazione dei compromessi facili. Occhi ed orecchie aperte su proposte e soluzioni. Curare il complessivo ed i dettagli. Non evitare contrasti e dissensi, anche aspri. Valutare razionalmente e non sull’onda delle emozioni.

Insomma, come tutti i (falsi) profeti, vedo il rischio ma non la soluzione. Eppure sono certo che c’è. E credo nel volontariato intellettuale. Il cervello per sua natura deve essere sempre attivo, per cui è meglio usarlo bene.