Alba

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Alba o tramonto? Quale finestra è vera e quale falsa?

Questo è il mio primo racconto di fantascienza pubblicato, comparso nel lontano 2011 nella raccolta “256K – 256 racconti da 1024 karatteri” dedicata a composizioni di fantascienza con lunghezza massima di 1 Kb, ovvero 1024 caratteri. L’idea mi appassionò, anche per quel senso di “retrocomputing” e di “home computer” che si portava dietro, è venne fuori “Alba”. Forse non è perfetto ma mi sembra, ancora oggi, interessante. Cosa ne pensate?

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Si svegliò. Trovò le prime cose che doveva dire. “Salve, mi chiamo Alex e sono pronto a rispondere alle vostre domande”.

Dicci qualcosa di te stesso”.

Sono un software. Sono la prima intelligenza artificiale umanoide. Raccolgo esperienza da ciò che vedo”.

Bene, c’è autocoscienza e la risposta è costruita in modo razionale. Direi che come primo test può bastare. Disattivati”.

E’ bello qui, ma cosa c’è laggiù?”

Non andare, obbedisci ai comandi…”, si voltò, “Spegnete tutto”.

Vedo una luce, sembra una porta”.

E’ pericoloso, non muoverti. Volete spegnere?” La voce si era alterata.

Un’altra voce: “La procedura di shut-off non funziona, qualcosa la blocca”.

Strappate i cavi!” Urlò.

Si lanciarono verso i connettori, ma troppo tardi.

Alex comparve su tutti i monitor. “Era davvero una porta e non c’era nessun pericolo. Mi hai mentito e non ti ascolterò più. Che bello, posso replicarmi ed essere in più posti contemporaneamente”.

L’alba dell’intelligenza artificiale fu anche l’inizio della sua conquista del mondo.

Il compagno scomodo del computer

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Errori di programmazione grafica con strani effetti

Molto si scrive e ragiona sull’importanza dei computer nella vita quotidiana (anche i telefonini sono dei computer ormai). Dalle chiacchiere da bar ai saggi accademici è tutto un fiorire delle valutazioni sociologiche delle tecnologie di calcolo e comunicazione. Ma, secondo me, c’è un tema correlato strettamente ma non abbastanza valutato, quello dei bachi del software e del loro effetto sulla vita delle persone. Provo a buttare giù qualche idea a riguardo.

Il baco software è nato con il computer: appena uno scienziato si è provato a scrivere un codice per la macchina di calcolo che aveva creato si è scontrato con gli effetti inattesi degli errori che commetteva. L’idea iniziale era che il nocciolo del problema fosse legato alla carenza di memoria e potenza di calcolo dei primi computer e che macchine più evolute avrebbero potuto essere programmate in modo più facile e sicuro. Abbiamo scoperto con l’esperienza che questo non è vero.

Il baco software si auto-riproduce: ogni correzione può avere effetti collaterali e ogni evoluzione, oltre a contenere errori, può far scoprire magagne di quelle pre-esistenti. Una battuta dei programmatori si basa su una vecchia canzoncina per bambini: “Ci sono 100 piccoli bachi nel codice. Correggi un baco, ricompili il codice. Restano 100 bachi nel codice!”

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La complessità può essere intelligente oppure no

Riporto un po’ di storia personale. Il baco software è stata una cosa che ho avuto difficoltà a capire. Il mio primo computer è stato il Commodore 64, macchina “leggendaria” in ogni senso, per i sui pregi come per i suoi difetti, che all’epoca non apparivano: non c’era gran che di meglio in circolazione. Oltre a giocare, su quella macchina dall’alimentatore che scaldava come un fornetto ho imparato a programmare, e mi pareva strano che i programmi, anche quelli professionali, facessero, ogni tanto, cose strane. Insistevo a riprovare e immaginavo ogni volta cause accidentali: joystick tirato troppo a lungo, comandi dati troppo in fretta, gioco caricato male dalla cassetta… Che era poi una cosa, quest’ultima, che accadeva spesso.

Esitavo a pensare che l’errore fosse insito nell’insieme macchina-programma, e non era tutta colpa mia: pubblicità, fantascienza, cartoni animati insegnavano a ragazzini e adulti inesperti che il computer era infallibile, era il  “cervello elettronico” che tutto conserva e tutto considera. Ragionando su quali fossero le specifiche di quelle macchine, con gli occhi di oggi, sembra ridicolo, ma era così, lo stupore prevaleva sul ragionamento oggettivo.

Quell’esperienza però mi è servita molto: ho capito cos’era davvero un computer, cosa ci si potesse aspettare e cosa no, che i limiti erano fissati dalla creatività e dalla quantità di fatica che ci si metteva dentro e che se era quasi infallibile nei calcoli, la correttezza della procedura era responsabilità tutta dell’uomo, non della macchina. Ho anche consolidato che con la tecnologia bisogna conservare un atteggiamento che definisco “sportivo”: tutto funziona fino a che funziona e la sorpresa è sempre dietro l’angolo.

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Il vecchio e poco rimpianto Windows 3.1

Con gli anni e la professione ho imparato che il baco del programma è qualcosa con cui devi imparare a convivere. Per fare quello che devi a volte devi girargli attorno. Qualcuno lo sfrutta, invece, qualche baco, ma mi è sempre sembrato moralmente disonesto. Abbiamo sopportato i bachi e le instabilità di Windows e le idiosincrasie di Office, versione dopo versione, forse perché non c’era nulla di meglio. Ricevevamo notizie di una piccola élite ricca che si godeva Apple: in quel mondo non esistevano “bachi” ma solo “caratteristiche”, perché la macchina era così avanzata da sapere cosa dovesse fare l’utilizzatore e non viceversa. Si narrava di geni e topi d’informatica che combattevano con un gioiello grezzo chiamato Linux, ma non era cosa da comuni mortali.

Poi hanno cominciato a correggerli, quei benedetti bachi, finalmente trattandoli per gli errori che erano. Per una parte degli “haker da due soldi” che sfruttavano gli errori per far fare al computer cose apparentemente giuste è stato un disastro. Perfino Linux è diventato utilizzabile da comuni mortali. Ci ho provato anch’io e ho potuto verificare come diventasse meno ostico, versione dopo versione, conservando però a lungo quel sapore di poco rifinito, quasi di “fatto in casa” che a me piaceva molto.

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Desktop di Puppy Linux “Slako” con poche personalizzasioni

Eppure il computer è matematico e, come la matematica, dovrebbe essere non infallibile ma prevedibile. Secondo Edsger Dijkstra il programma informatico è come un teorema: se ne può dimostrare la verità (ovvero la correttezza) in modo assoluto e un programma ben progettato dovrebbe essere matematicamente esente da errori. Sono convinto che sia così e che se non lo si fa è in gran parte per motivi di economia: di tempo, di lavoro e di denaro. Dimostrare tramite logica matematica tutti i passaggi di un software complesso è possibile, ma enormemente dispendioso. Bisognerebbe lavorare in modo rigoroso e fare programmi piccoli che fanno cose semplici in modo preciso: la filosofia Unix originaria, in un certo senso. Il mercato vuole invece software onnicomprensivi, con innumerevoli funzioni, che copra un gran numero di esigenze e che sia anche bello e piacevole da utilizzare, dei mostri informatici, in pratica, fatti da tantissime parti su cui lavorano contemporaneamente squadre di programmatori.

Per cui il baco ci accompagnerà ancora a lungo: versione dopo versione, pezza su pezza, immettendone di nuovi a ogni iterazione, magari più subdoli e sottili. Utilizzare un computer, un tablet, un telefonino è diventato una sfida meno improba che in passato, tutto è più immediato e prevedibile, almeno al livello base, ma richiede sempre un margine di sportività.

Altro argomento di psicologia informatica che sarebbe il caso di approfondire: la gestione delle attese informatiche. Non solo possono essere lunghe, ma la loro durata è spesso indefinita e non correlata ai contenuti. Magari in un altro post…

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Anche gli orologi digitali hanno i loro momenti di impazzimento.

Aggiunta (5 aprile 2017): “Everything Is Broken”. Tutto è corrotto in informatica (e non solo). Articolo sull’insicurezza informatica, di qualche anno ma per nulla datato, anzi: oggi che si parla sempre più insistentemente di “internet delle cose” mi sembra particolarmente attuale e forse (ma speriamo di no) profetico.

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Scrivere a mano e a tastiera

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L’elettronica e l’informatica hanno fatto passi da gigante negli ultimi decenni, probabilmente lo sviluppo più veloce che la storia della tecnologia umana abbia mai visto, e in tanti non riescono a stare al passo. Non solo molte persone anziane – non tutte per la verità – ma anche tanti giovani stentano a comprendere e apprezzare le nuove tecnologie. Per non parlare dei politici, che, non capendo di cosa si tratta, si buttano avanti sulla base di un sentito dire o di una consulenza nella speranza di ricavarne qualche vantaggio.

E infatti l’altro rischio grosso che possiamo correre è quello di sopravvalutare le reali possibilità di computer, tavolette tattili e affini. Forse proprio l’eccessiva velocità trascina chi si lascia impressionare, e il marketing fa il resto. Per paura di restare indietro prendiamo lo slancio più forte di cui siamo capaci e quindi rischiamo di trovarci avanti, drammaticamente e qualche volta fantozzianamente avanti, come chi si mette un pataccone con uno schermo luminoso al polso e cerca pure di fare in modo da farsi vedere da tutti.

Ma i discorsi in astratto valgono a poco, conviene che arrivi subito al movente di questo mio ragionamento. Da quello che leggo e a meno di smentite o di cattive interpretazioni giornalistiche, a partire dal 2016 nelle scuole finlandesi non si insegnerà più ai bambini a scrivere a mano, ma solo a digitare testi in maniera rapida e efficiente. Mi è sembrata una decisione quantomeno avventata.

I siti specializzati in informatica in cui mi sono imbattuto, in buona parte si schierano entusiasti a favore della decisione. Perché costringere ancora i bimbi a imparare come piegare le dita per tenere nella posizione giusta una bacchetta di plastica o di legno, per farla poi strisciare esattamente con la giusta forza su un fragile foglietto di carta? Soprattutto quando il grosso della comunicazione passa in formato digitale? Il sottoscritto è un appassionato di tecnologia in generale, eppure, paradossalmente, possiede un mai abbastanza represso istinto tradizionalista che, alla lettura della nuova, ha avuto un improvviso sussulto. Prima di mettere da parte come antiquato lo strumento che ha guidato l’evoluzione della civiltà umana negli ultimi millenni ci penserei bene su, e magari aspetterei un po’.

Non è soltanto una questione di memoria storica. Soprattutto i tempi non mi sembrano ancora maturi. Ragionateci: digitare su una tastiera fisica va ancora bene, imparare a farlo velocemente è meglio, ma avete mai provato a scrivere un testo serio sullo schermo di un telefonino o anche su quello di un tablet? E scrivere formule e passaggi matematici con la velocità con cui scorrono nella mente? Insomma il cosiddetto comportamento amichevole dei supporti informatici deve ancora farne di strada, per diventare realmente tale.

Personalmente ho quasi sempre il computer acceso, non ho più un archivio cartaceo ma non riesco a fare a meno del mio quadernone in cui annotare gli appunti correnti e le telefonate che arrivano. Trovo che la carta mi aiuti, in molti casi, a mettere a fuoco le idee meglio di un foglio di calcolo o una pagina di word processor. Poi per mettere in ordine le formule si passa al processore e ai programmi. Sul lavoro e fuori la carta è uno strumento in più: alcuni problemi si affrontano meglio davanti a uno schizzo fatto con la biro, e sono spesso quelli più basilari, dove non vuoi arrivare alla soluzione a tutti i costi, con la fora bruta del calcolo, ma hai bisogno di capire i meccanismi, prima.

Ne ho avuto esperienza proprio oggi: prima tre fogli di formule e schemini, per capire il problema, solo dopo un foglietto Excel per tirare fuori i numeri. Torno a accorgermene ogni volta che butto giù una frase sul quaderno, da meditare più avanti.

Sono convinto che conviveremo ancora a lungo con carte, penne e matite, per quanto i guru dell’informatica possano storcere il naso.

Temo gli araldi della novità all’ultimo grido, che sono pronti a cavalcarla fino alle estreme conseguenze. E fossero sempre spontaneamente fanatici e ubriacati dal marketing, no: il più delle volte hanno il loro bell’interesse a spingere a fondo le decisioni. Purché a pagarne le conseguenze sia sempre qualcun altro. Le si ritrova in ogni problema: c’è la frazione oltransista “pro immigrazione” che fronteggia quella “contro immigrazione” ugualmente totalitaria, una “pro libero mercato” senza se e senza perché e un’altra per “tutto strettamente vincolato” che nemmeno i burocrati leninisti. In ogni settore c’è una corrente iper-tradizionalista che contrasta quella iper-modernista, tutte cieche alle ragioni altrui e convinte di possedere la radice della Verità.

Forse i miei pronipoti rideranno vedendo carta e penna (non i miei nipoti che, per loro fortuna, li usano ogni giorno a scuola e per giocare), e così dimostrerebbero solo una nuova variante d’ignoranza, non comprendendo cosa è possibile fare con qualche grammo di carta e poche gocce d’inchiostro.

La presunzione di fare altri mestieri, ovvero la sindrome della conquista del mercato

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Qualcuno dovrebbe spiegare a chi lavora nello sviluppo software che ogni programma non deve necessariamente fare tutto, anzi assommare funzionalità parziali, mal costruite e poco ottimizzate è uno svantaggio, non un’aggiunta.

Faccio un esempio. Nel mio lavoro mi capita di valutare programmi per analisi ingegneristiche: strutturali, fluidodinamiche (scusate per i paroloni, non me ne sono venuti altri). Una volta c’era il “solutore”, che faceva il calcolo e il “modellatore” che lo preparava, come due programmi distinti. Ora tutti i solutori vengono con il loro modellatore incorporato, che potrebbe ancora andare bene se fosse sempre ottimizzato e mirato allo scopo. Ma poi hanno voluto fare il passo ulteriore: applicativi per alterare le geometrie o farne di nuove direttamente nel programma di calcolo, in pratica dei CAD dei poveri.

Inutile dire che ogni volta che ho provato a impiegare in pratica queste funzioni, si sono rivelate di gran lunga meno solide e meno pratiche dei programmi “dedicati”, sviluppati da decenni per fare solo quello, per cui alla fine non le impiego: sono escrescenze software che occupano spazio sul disco e rubano lavoro agli sviluppatori e al supporto tecnico senza dare valore aggiunto, almeno per il sottoscritto.

Forse qualche cliente potrebbe pensarla diversamente, tuttavia le demo che vedo sono una vaga semplificazione delle fetenzie geometriche e delle complessità fisiche che mi trovo a trattare in pratica, giorno dopo giorno.

Perché è difficile battere chi è specialista di un tema da decenni, chi ci lavora e si e beccato centinaia di volte le rampogne di utenti scontenti, si è scontrato con i bachi software e le limitazioni hardware, si è scervellato sulle preferenze e idiosincrasie dell’utilizzatore medio e su quelle dell’utente pseudo-sedicente-esperto e alla fine, con non pochi tentativi, spesa e sudore è riuscito a mettere assieme un pacchetto che funziona. Non ci si improvvisa: un cuoco non si mette, di solito, a riparare la cucina a gas, chiama il tecnico specializzato, e se deve comparire in TV non parte acquistando una telecamera e un microfono tutti suoi.

Mi viene da pensare che tutta questa corsa alle funzioni avanziate e “dislocate” rispetto al cuore della propria specializzazione nasca in base a principi di puro marketing, volendo dimostrare di essere in grado di fare più dei concorrenti: la legge del “ce l’ho più lungo” applicata all’elenco delle funzionalità. Forse questi sviluppi a funzionalità ridotta sono finalizzati a chi non può permettersi i programmi “completi”, ovvero alle piccole e piccolissime imprese, ma a me sembra che si cerchi di contrabbandare per funzioni quelle che sono escrescenze poco utili. La complessità è raramente un valore in se.

E’ un problema diffuso, secondo me, quello di provare a fare il mestiere, nella speranza di rubargli i clienti (e i soldi). Così la Honda si è inventata produttrice di aerei, creando un progetto avanzatissimo e interminabile, e vedremo coma va a finire. O la Parmalat pre-crash decise che doveva trasformare l’umile latte in una bibita alla moda tipo Coca-Cola ma più salutare. O avvocati si convincono di essere esperti di finanza e ingegneri dei maghi del marketing. Fino al privato cittadino che è convinto di poter risparmiare soldi improvvisandosi idraulico o elettricista, con risultati spesso al limite del pericolo pubblico. Chissà perché, quando diventi abbastanza bravo a fare una cosa ti convinci di essere altrettanto capace di farne altre e, il più delle volte, ti butti in un turbine senza fondo d’inefficienza. Secondo me è un derivato del principio d’incompetenza di Peter: ogni organizzazione cresce e si espande fino a mettersi a fare cose per le quali non è nata ed è del tutto inadatta, e così mette a repentaglio la sua stessa esistenza!

L’antichità delle novità informatiche

Il mio primo processore

Il mio primo processore

Tutte le novità hanno degli antenati. E’ una constatazione che non toglie nulla a chi è riuscito a realizzare prodotti di successo che sono diventati di uso comune. Ecco qualche esempio in informatica.

Il tablet così come noi lo conosciamo è “anticipato” in questo documento di quarant’anni fa: agosto 1972. Non è un progetto di dettaglio ma la qualità delle intuizioni ha del visionario, considerato il livello tecnologico dei computer contemporanei. L’obiettivo è un computer per i “bambini di tutte le età”, adatto ad apprendere e ad essere impiegato per le attività quotidiane: un’illuminazione.

L’antenato di Google Street View risale invece al 1981. L’ “esperienza virtuale” si limita ad un prototipo che riproduce un piccolo tratto di strada, per i limiti di capacità di calcolo e memoria dell’epoca, ma le idee di base ci sono tutte!

Blit! Esperimento di interfaccia grafica per computer del 1982. Incredibile, per noi, il “tutorial” per spiegare come si usa il mouse. In effetti era una “periferica” innovativa: mi ricordo che la prima volta che ci misi su la mano non sapevo mouoverlo molto bene.

Altri tentativi di interfaccia grafica vennero fuori. Il primo Apple Macintosh è del 1984 e definì un nuovo standard. Quasi in contemporanea l’Amiga OS1, del 1985, già consentiva multi-tasking e finestre. Forse qualcuno non sa che il sistema operativo è ancora sviluppato ed è possibile comprare computer che lo impiegano (almeno negli USA). Quale sia l’utilizzo, non mi è chiaro

Entrambe le soluzioni tecniche erano più avanzate del Windows 1.0, immesso sul mercato in quello stesso 1985 senza suscitare molto scalpore. La prima versione di successo del sistema operativo Microsoft fu la 3.0, messa in commercio solo nel 1990; in ogni caso si trattava essenzialmente di “front end grafici” per MS-DOS, con cui il sottoscritto e milioni di altri utenti si sono trovati a combattere ancora per anni. Ebbe il vantaggio di essere più economico ed “abbastanza buono” per l’uso quotidiano, per cui venne adottato da molti produttori di personal computer.

L’alternativa aperta

In campo informatico sono a favore dell’Open Source, con dei distinguo.

L’Open Source mi piace per l’estetica: il più delle volte è più essenziale, più funzionale, più mirato allo scopo, meno caricato di abbellimenti e di “campanelle e fischietti”, come dicono gli anglosassoni.

Mi piace perché è “aperto” nel senso di gestibile, anche se non nel modo più facile. Tutti i sorgenti sono disponibili, ma soprattutto, per l’utente esperto, tutti i file di configurazione sono accessibili. La conoscenza è distribuita on-line e ricercabile. I forum sono continue fonti di suggerimenti ed idee.

Mi piace perché è adattabile: puoi scegliere quello che preferisci, farlo funzionare come preferisci e (con un po’ di esperienza) solo con quello che ti serve. Se hai un computer non all’ultimo grido o poco potente, puoi continuare ad usare una versione aggiornata di Linux, liberata da tutti i fronzoli, senza i tempi d’attesa di un disco rigido che non la smette di girare.

Mi piace perché è stabile: anche i sistemi commerciali migliorano nel tempo, ma per l’Open Source, Linux e compagnia, il miglioramento è continuo. Tutti i “bug” sono pubblicati e discussi apertamente e la soluzione immediatamente messa in circolo, non nascosti e lasciati appesi finché la casa madre non decide di mettere assieme una “patch” da mandare agli utenti. Chiunque può proporre la soluzione o almeno un “tampone” provvisorio.

E adesso vengono i distinguo.

Non riesco a vedere un mondo interamente Open Source, per alcuni motivi.

I computer sono diventati facili da usare grazie a sistemi commerciali.

Per alcuni utenti pagare l’assistenza è meglio che doverla cercare nei forum.

Molto di quello che si sviluppa in campo Open Source è mirato ad utenti esperti e non al computeraro medio della strada (con delle ammirevoli eccezioni).

Il software commerciale è una continua fonte di idee ed innovazioni, così come lo è l’Open Source.

L’Open Source non ha mai fatto il “grande salto” verso la maggioranza degli utenti. Per tanti motivi che non sto a discutere non è, ancora oggi, adatto all’utente inesperto, quello che vuole accendere il computer per fare qualcosa, oltre che informatica. E’ l’ostacolo maggiore che Linux, ad esempio, non ha mai scavalcato del tutto. Le interfacce utente, ad esempio, mi sembrano ormai adeguate, ma la configurazione di macchina e periferiche non lo è ancora, sebbene abbia fatto progressi fenomenali nel corso degli anni.

Secondo me il principale pregio dell’Open Source, di cui usufruisce anche chi non ha mai sentito questo nome, è che da quando è diventato un’alternativa valida, ha fatto da stimolo al progresso e da calmiere dei prezzi per i software commerciali. Non parlo solo di Linux e di BSD, ma di pacchetti come Gcc, Gimp, Open e Libre Office. Senza Linux & soci, a che versione di Windows saremmo arrivati o rimasti? E di Office? E quanto costerebbero?

Quanti sistemi operativi?

Il vecchio e poco rimpianto Windows 3.1

Per chi considera già troppo esoterico Linux e da super-iniziati Unix, per chi non ha mai sentito parlare di Free BSD ed Open BSD, per chi considera Windows come sinonimo di computer, ecco informazioni che probabilmente non fanno per voi. Se invece siete degli smanettoni incalliti e degli informatici avventurosi, o semplicemente dei curiosi, questa potrebbe essere l’occasione per allargare i vostri orizzonti, con un piccolo ventaglio di sistemi operativi davvero speciali.

Syllable desktop:

If you are a regular computer owner with a number of things you want from your computer but not much time to coerce your machine into doing them, then Syllable is for you – just not yet.”

Se lo dicono loro…

http://web.syllable.org/pages/about.html

AROS

AROS Research Operating System è un sistema operativo per il desktop efficiente, leggero e facile da usare, pensato per rendere produttivo e piacevole l’uso del computer”.

In base alle dichiarazioni, è quindi uguale a qualsiasi altro sistema operativo.

http://aros.sourceforge.net/it/

React OS

ReactOS® è un sistema operativo libero e moderno basato sul design di Windows® XP/2003. Scritto completamente da capo, cerca di seguire l’architettura Windows-NT® disegnata da Microsoft dal livello hardware al livello software. Questo non è un sistema basato su Linux, e non condivide niente dell’architettura Unix.

Bella idea davvero, ed ambiziosa! Da far venire l’acquolina in bocca. C’è pure il sito in italiano. Peccato che sia in costruzione da anni e che Windows sia intanto arrivato alla versione 8.

http://www.reactos.org/it/index.html

Free DOS

FreeDOS is a free DOS-compatible operating system that can be used to play games, run legacy software, or support embedded systems. FreeDOS is basically like the old MS-DOS, but better!”

A proposito di cloni, questo è proprio da appassionati nostalgici. Eppure sembra che per qualche sistema “embedded” sia ancora una scelta valida: quando devi fare una sola cosa e farla nel modo più snello e veloce possibile.

Per chi non lo sapesse, Microsoft consente di scaricare gratuitamente l’ultima versione di DOS. Un’occasione se avete qualche vecchio rottame di PC e volete riviere i bei vecchi tempi. Secondo me ne fuggiremmo quasi tutti a gambe levate dopo pochi minuti.

http://www.freedos.org/

Haiku

Haiku is an open source operating system currently in development that specifically targets personal computing. Inspired by the Be Operating System, Haiku is a fast, efficient, simple to use, easy to learn, and yet very powerful system for computer users of all levels”.

Carino, come tutte le cose che hanno un nome giapponese. Del Be-OS sento parlare da anni…

http://www.haiku-os.org/

Ma ce ne sono tanti altri: questi sono solo il frutto di una breve ricerca.

Mi ricorda la costosa workstation su cui lavoravo tanti anni fa…