Fastidio ovvero l’inglese a caso

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Capitali del mondo

Quando vi dicono “È un’espressione anglosassone intraducibile in italiano” quasi sempre chi parla è uno con scarsa dimestichezza con l’italiano o molta voglia di darsi un tono e spesso è in malafede Qualche esempio.

 

Secondo me la maggior parte delle “Session di team building con workgroup, experience sharing e coaching” sono meno efficaci di una birretta tutti assieme.

 

Lavoro in “body rental”… Solo a me fa pensare a un certo tipo di lavoro, diciamo molto antico?

 

Giocatori: perché “quest” al posto di sfida, compito o impresa?

 

“Questioni che richiedono un follow-up continuo. Da qui un altro dei target della struttura”. Usate l’italiano! Attenzione / proattività; obiettivo / scopo.

 

“Quest’assett è un pillar per il progetto”. Attività/compito; pilastro/colonna. Facile no?

 

Descrivendo un lavoro teatrale: “La voce ironica di una crew di donne”. Dire squadra faceva schifo?

 

“Powerbank” a quanto pare suona meglio di “accumulatore” o “batteria tampone” e sembra una cosa più avanzata.

 

“Il futuro del Web è il mobile wireless device”: il futuro della rete è nei dispositivi mobili senza cavi.

 

Sul lavoro: “Modifica della shape della valvola”. Forma. Semplicemente forma. Porca miseria.

 

Cercano fotografie per un “Contest open call”: ovvero gara/competizione/concorso sempre aperto.

 

Alcuni esempi dalla rivista di bordo degli aerei Alitalia

  • “La factory si trova…” nella tua testa: fabbrica, stabilimento, officina!
  • “Un modo cool”. Puro italiondo: non l’ho trovato nella versione in inglese del testo.
  • Prodotti con prestigiosa “Finitura rubber”, ovvero banale superficie gommata.
  • Profumo con “Refill da 25 cl”. Ricarica, porca miseria, ricarica!
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Metodi aziendali

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Meccanismi complessi – Dal Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa (Napoli)

Qualcosa non funziona e la gente si lamenta? La voce arriva al Management, che non rimane passivo.

  • Si procede all’opportuna Budget Allocation;
  • Nominando una Task Force allo scopo;
  • Che ritiene necessario coinvolgere un Consultant esterno;
  • Con Spending suddiviso tra Ousourcing e personale in Body Rental;
  • Dopo mesi di Team Working con Developement Sessions nelle idonee Location, il Team rilascia un Procedural Draft con Flow-Chart ottimizzato;
  • (Che è poi quello che il Consultant ha riciclato da un altro Customer cambiando i titoli e qualche dettaglio);
  • La Task Force stabilisce gli opportuni Implementation Steps, Application Pillar e Control Check;
  • Che ricevono l’Approval del Management e l’OK-To-Go;
  • Il tutto richiede una innovativa ICT Smart Support Infrastructure per l’Information Flow che funzioni On Demand;
  • (In pratica una pagina Intranet);
  • L’Implementation In Production richiede un approccio Bottom-Up;
  • In pratica si obbligano le persone a formarsi sulla nuova procedura, con una Intensive Motivational Training Campaign corredata di Coaching e Tutorship;
  • (Cioè giornate d’aula a vedere Slides e sentir parlare, più la benedizione del Role-Playing);
  • Si supera di slancio la Spending Curve, motivando la richiesta di un Extra-Budget;
  • (Il Timing e lo Schedule si sono sforati da un pezzo, invece);
  • Si arriva comunque allo Start-up della Production Phase e dell’avanzato sistema di Implementation Survey.

Alla fine la cosa funziona peggio, ma la gente ha imparato a non lamentarsi più!

Degli inglesi in vacanza, ovvero della tamarriade internazionale

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“Non sembri proprio napoletano”. Più di una volta me lo sono sentito dire e condivido l’esperienza con diversi amici e conoscenti. Succede, di solito, in vacanza, in Italia o all’estero, con nuove conoscenze da altre parti della nostra penisola.

Perché non denuncerei a prima vista la mia origine? E perché mai dovrei farlo, d’altra parte? Perché è fama, luogo comune, che il napoletano, soprattutto in vacanza, fa confusione, produce rumore indiscriminato, si allarga al di fuori dei suoi spazi, straborda per vocazione, prende possesso del territorio; in poche parole disturba.

Non voglio stare qui a provare a confutare quest’opinione. D’altra parte tutti i luoghi comuni diventano tali perché contengono qualcosa di vero. Ma vanno poi oltre e generalizzano, assegnando a una maggioranza i comportamenti di una ristretta minoranza. D’altra parte, la cattiva fama dei napoletani fra gli italiani è un’enfatizzazione di quella degli italiani, globalmente intesi, fra gli altri popoli dell’Occidente.

I luoghi comuni si moltiplicano: nel mondo anglosassone, è noto, i “tamarri” per eccellenza sono gli australiani, ma anche fra inglesi e americani c’è qualche sguardo di sottecchi. Gli austriaci sarebbero dei tedeschi di seconda scelta e i francesi sono latini, ma fanno finta di no per non mischiarsi a spagnoli e italiani.

Quello che mi preme ora è però soffermarmi su un altro aspetto: quello che accomuna fra loro i villani di tutte le latitudini e longitudini, ovvero di come gli inglesi in vacanza possano essere peggio, date le giuste circostanze, dei napoletani casinisti.

Anche qui è facile generalizzare, ma in ogni posto a notevole frequentazione britannica è noto che esistono gruppi di sudditi di Sua Maestà che intendono la vacanza nello stesso modo ovvero:

  • Bere alcolici in quantità incontrollata, cominciando dal mattino;
  • Sotto l’effetto, vero o presunto dell’alcol, fare rumore, spintonarsi, urlare battute gergali;
  • Facoltativamente, importunare personaggio dell’altro sesso di altre nazionalità;
  • Tornare al punto iniziale e ripetere.

Condizioni necessarie e sufficienti è che a) siano in numero sufficientemente grande; b) ci sia alcol disponibile gratis o a buon mercato e c) ci siano pochi controlli a inibirli.

Ma le tamarriadi sono innumerevoli e diversificate e diventano, talvolta, la normalità. Nelle austere sale del Metropolitan Museum di New York ho visto gruppi di turisti statunitensi che ridevano a squarciagola alle battute delle loro guide: per loro intrattenimento e cultura non hanno soluzione di continuità, secondo la filosofia, di cui non sono gran che convinto, per cui si impara solo divertendosi.

La tamarriade mostra caratteri universali. Provo a delinearne alcuni.

Contrariamente al mitico Borat, il tamarro classico si muove sempre in gruppo e da quello non si separa mai: il resto del mondo conta, al più, come distrazione temporanea;

Il tamarro fa rumore: non per farsi riconoscere ma per ragione di vita. Se non dorme deve continuamente fare o dire qualcosa. Il movimento non ammette pause. Va da se che non sopporta il silenzio;

Ama la propria confusione, non quella altrui, se non riesce a assimilarla;

Litiga. Fa parte della generazione di rumore. Se non con estranei, che potrebbe essere pericoloso, con altri membri del suo gruppo. Il litigio fa parte della vacanza del tamarro

Ha i suoi segni distintivi. Modi di vestire, accessori, tagli di capelli. Il gruppo è una tribù, o meglio un distaccamento della tribù più grande che aspetta a casa.

Cerca sempre le stesse cose, gli stessi divertimenti e cibi. Se non le trova, il posto non gli piace;

Si considera piuttosto furbo, anzi proprio in gamba. Ama il proprio stile di vita. Si sorprende sempre di ciò che non somiglia alle sue abitudini, e sempre in negativo. Ride forte e si stupisce se l’altro non lo capisce. La coesione di gruppo lo rafforza.

Non si capisce bene perché viaggi, il tamarro, dal momento che è poco curioso di quello che non afferra al primo colpo.

Insomma la tamarriade è, secondo me, un carattere universale, che nasce per generazione spontanea e si auto-replica in giro per il globo, non è ostacolata dal reddito, anzi spesso da quello facilitata, alimenta l’industria del turismo, non mette in crisi la realtà, solamente ci scava dentro la propria nicchia chiassosa.

Pieno di parole (straniere), vuoto di contenuti

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Forse l’unica campagna mediatica fascista che mi abbia mai suscitato una qualche simpatia e quella contro le parole straniere. Non certo per il modo in cui era condotta, e le ridicole forzature per evitare, a tutti i costi, i termini non contemplati dalla Crusca, ma per l’abuso che se ne fa oggi, molto spesso a sproposito.

Mi infastidisce l’accettazione acritica dei termini stranieri, come se alcune cose avessero senso solo se dette in un’altra lingua. Secondo me nasconde un complesso d’inferiorità, la sensazione che noi italiani non siamo capaci di fare le cose bene come le fanno all’estero. O banalmente maschera l’ignoranza dietro i termini.

La commistione delle lingue è un fatto naturale. La pretesa della lingua pura è assurda e pericolosa quasi quanto quella della razza pura. I termini stranieri arrivano per osmosi culturale e, progressivamente, si assorbono nel linguaggio d’arrivo. La mia lingua napoletana, per dire, è piena di francesismi o spagnolismi, trasformati per integrarsi al suono generale del dialetto: “buatta” per lattina o “butteglia” per bottiglia sono chiaramente derivazioni francesi, non italiane.

Ma in Italia i termini stranieri si adottano in modo acritico, spesso senza chiedersene davvero il senso, e ostentati come un valore in se, come se quello che si dice assuma rilevanza solo perché detto in quel modo. E spesso è proprio così: l’inglesismo maschera il vuoto d’idee.

Qualche volta i termini stranieri sono davvero difficili da tradurre o soppiantano un italiano davvero mal suonante (sentivo, una volta, che la traduzione di “trolley”, nel senso di bagaglio con le ruote, sarebbe “rullovaligia”!) ma altre non si fa nemmeno lo sforzo di cercare! Sono dei puri e semplici doppioni, e l’abbandono dell’italiano è del tutto ingiustificato e arbitrario. Perché mai dire “start-up” sarebbe meglio che “nuova impresa”? “Spread” è per me semplicemente “differenza” o “divario” dei tassi d’interesse, tra un Paese e l’altro. Perché i cronisti della Formula 1 parlano ora di “power unit” invece che di “motore” delle monoposto? Troppo banale? Perché riempirsi la bocca di “target” e “goal” invece di “bersaglio” e “obiettivo”? Perché fa pìù “trendy”? Ovvero alla moda?

Peggio ancora sono solo certe italianizzazioni forzate, tipo “brandizzato” o “ceccato” con cui si vorrebbe dimostrare di aver davvero assimilato quello che si sta dicendo.

Una fonte inesauribile di termini inglesi è l’informatica e i suoi derivati. Purtroppo i tecnicismi che una volta connotavano soltanto gli “addetti ai lavori” si sono diffusi e diventati di uso comune, molto spesso a proposito, anche e in primo luogo perché chi li usa non ha una vera idea di cosa vogliano dire. Per cui bisogna stare sul “cloud” per un valido “spin-off” che sia “cost effective” e agire “on demand” del “customer”, per intendere che bisogna tenere i dati in rete per risparmiare e fare quello che vuole il cliente.

Non ci credete quando vi sussurrano, con saccenza, che la parola inglese “non ha equivalente in italiano” o “ha significati intraducibili” o “sfumature che in italiano si perdono”, il più delle volte è pura pigrizia mentale o, peggio, tentativo di contrabbandare paccottiglia per crema di sapere. Alla fine, si usano parole strane quando si vuole confondere le idee o nascondere l’ignoranza di fondo. Accade con i paroloni italiani e si ripete, più diffusamente, con i termini stranieri.

Nel mio piccolo, nel mio romanzo parlo di “tavoletta”, non “tablet” per indicare un computer sottile e senza tastiera, “sito di chiacchiere” invece di “chat”, “comunicatore” per l’evoluzione degli odierni “smart-phone” e uso “computer” soltanto perché “calcolatore” e “elaboratore” sono ormai, purtroppo, in grave disuso.

Ecco, per concludere, un inizio di tabella di sostituzione inglese-italiano, per alcune espressioni superflue ma alla moda, da espandere a piacere e usare alla bisogna.

Award -> Premio / riconoscimento
Call conference -> Riunione telefonica
Check -> Controllo
Fair play -> Lealtà sportiva
Goal -> Obiettivo
Gadget -> Accessorio
Meeting -> Incontro / riunione
(Data) streaming -> flusso (dati)
Target -> Bersaglio
Template -> Formato-tipo
Topic -> Argomento
Test -> Prova
Window -> Finestra