I grandi dubbi… Parte seconda

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Siracusa

La storia di un’autostrada comincia con: “c’era una svolta”?

 

La miss dei servizi segreti si chiama… Omissis?

 

I tossicodipendenti li mandavano in esilio sull’isola d’Erba? O a Canne? O magari alle Cannarie?

 

Le veterane sono anfibie anziane?

 

Un delinquente male accompagnato può essere definito un reo con fesso?

 

Perché si chiama doping se si deve prendere priming della gara?

 

Autoreferenziale è un’automobile con il curriculum?

 

Il circolo virtuoso è quello in cui non si servono alcolici?

 

Un’attrice porno in sciopero non mette bocca?

 

Per sbaglio i genitori di Rocco Siffredi lo iscrissero allo Zecchino Duro?

 

Una strega che manda maledizioni tramite lo smalto per unghie fa manifattura?

 

Se un fruttivendolo parla male di un altro è tutta una questione d’indivia?

 

Gli indiani al ristorante pagano il conto alla Nirvana?

 

Se alle mie sette piante ne aggiungo una faccio un otto botanico?

 

I Crociati viaggiavano con le barre porta-turco?

 

Se prendi un pezzo dal lotto… Ne restano sette?

 

Chi commercia insetti è un pest-seller?

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Di strade, mail e dimenticanze civili

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Sporcizia? Basta non guardarla.

Ecco un piccolo racconto etico. Mesi fa cominciarono a ripulire dalle erbacce la strada provinciale che percorro per andare a lavorare. Ottima idea direte voi, e sono d’accordo, anche se molto ritardata. Le piante spontanee avevano ampiamente invaso i bordi della carreggiata, rosicchiando ampi margini al passaggio delle auto. Testimonianza da un lato della fertilità dei suoli dalle nostre parti, dall’altro di quanto siano diradati gli interventi di manutenzione. C’era inoltre, tra le piante, non poca immondizia.

Ho notato subito che la procedura seguita non era proprio delle migliori, a mio modesto avviso: veniva la squadra di operai, con tute, camion e decespugliatori, sempre rigorosamente all’orario di punta della gente che va a lavorare, e bloccava metà carreggiata, rallentando il traffico proprio quando era più intenso. Raccoglievano il risultato del taglio e l’altro pattume vario in grandi buste di plastica bianche che… non portavano via, ma semplicemente lasciavano al margine della strada. Poi, a fine turno di lavoro, se ne andavano. I sacchetti restavano allegramente esposti a sole, pioggia e vento per alcuni giorni finché un nuovo camion non veniva a raccoglierli.

Il sistema era imperfetto, qualche sacchetto si rompeva per le intemperie o perché colpito da qualche veicolo e spargeva di nuovo immondizia per la strada, ma era meglio di niente. Nel complesso la strada restava più libera e pulita di prima. Finché, alla fine, il meccanismo è entrato in crisi: proprio nel tratto finale della provinciale, quello dall’asfalto logoro che costeggia la zona industriale e immette nel traffico cittadino, sono venuti, hanno tagliato, hanno raccolto, riunito tutto nei sacchi e…

… E basta. Passavano i giorni, poi le settimane, e nessuno veniva a recuperare i grandi sacchi bianchi, che rimanevano allineati, a decine e decine, al bordo della carreggiata. Ovviamente, col passar del tempo, presentavano sempre più ampi segni di cedimento e un sempre più brutto spettacolo.

E’ allora che ho vissuto un rigurgito di senso civico… da tastiera. In ritardo, è vero. L’ho pure trattenuto a lungo, sperando che si muovesse qualcun altro prima di me, ma alla fine non ce l’ho fatta. I sacchetti languivano a bordo strada da un paio di mesi buoni, ormai in abbondante disfacimento, abbandonando il loro contenuto all’azione impietosa degli pneumatici, quando ho finalmente deciso di aprire un noto motore di ricerca e cercare i contatti dei comuni in zona.

Ma senza le province, da chi dipendono oggi le strade provinciali? Una prima mail, alla posta certificata dell’area metropolitana, ha ricevuto risposta dopo pochi giorni, ma semplicemente elencava le leggi di riferimento e mi invitava a scrivere al comune di competenza – non citandolo. In mancanza di risposta da quest’ultimo, dovevo scrivere a un’altra posta certificata della città metropolitana.

Ho seguito le indicazioni, cercato i riferimenti, scritto al comune e atteso (vanamente) una riposta per alcuni giorni, quindi ho scritto alla città metropolitana, all’indirizzo che mi era stato indicato, ri-descrivendo il problema e le mie azioni precedenti e… Miracolo, due giorni dopo i sacchi erano spariti!

All’inizio quasi non ci credevo. Percorrevo la strada a occhi sgranati. Ho chiesto la testimonianza di un amico. Il mio “ego” da cittadino modello si era inorgoglito alla grande, mitigato solo dal dispiacere di non avere prove concrete per ergermi a super-eroe eliminatore della monnezza abbandonata. Ma, d’altra parte, che avevo poi fatto? Qualche ricerca web e alcune mail scritte in italiano decente. Poi, però, il mistero si è infittito: ho ricevuto una mail da un dirigente della città metropolitana, scannerizzata, firmata e controfirmata, in cui mi avvertiva, codice alla mano, che il problema non era di loro competenza ma del comune.

E allora chi ha rimosso i sacchetti? Il comune di competenza, senza prendersi briga di scrivermi due righe di ringraziamento per averlo risvegliato dal suo torpore amministrativo? Il tempo trascorso dai lavori di pulizia non era breve, e la concomitanza fra la raccolta dei sacchetti e i miei messaggi non può essere casuale. Penso che una risposta precisa non l’avrò mai, ma alcuni insegnamenti credo di averli tratti.

  • E’ mai possibile che a nessuno, prima di me, sia venuto in mente di scrivere? Eppure c’è gente che vive in quella zona, io ci passo solo per andare a lavorare;
  • Gli enti pubblici sono, è vero, spesso inefficienti e inadempienti, ma un minimo di controllo della cittadinanza potrebbe rimetterli in riga, almeno un po’;
  • Bisognerebbe superare quindi l’atteggiamento del “non mi riguarda” e del “ma perché io?” che poi diventa una specie di miopia controllata: non mi compete e quindi imparo a non vederlo;
  • La mia “vittoria” è stata molto parziale, perché in tratti prossimi della stessa strada ce n’è eccome d’immondizia, però non dimenticata dal comune, ma abbandonata, in ogni spazio e anfratto possibile, da gente ben poco civile.

Come dire, la strada per diventare cittadini responsabili è lunga, ma percorribile.

Chiudo con un ultimo episodio. Vado a prendere la mia fidanzata, un pomeriggio, nel paese di periferia in cui abita, e vedo la sua vicina di casa che, con un vecchio coltello e una busta di plastica, ripulisce dalle erbacce il pezzetto di marciapiede davanti a casa sua. Sarà poco ma è qualcosa. Un mondo migliore è possibile.

Pulizia-aiuole

Pulire si può, in gruppo o da soli.

Del vantaggio, per il destinatario, del testo scritto sul video parlato

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La prima bozza del mio “Il Mediatore”

Internet sta diventando sempre più grafica e meno testuale. Capita sempre più spesso che, cliccando su un link, non si trovi un articolo, ma un video. Molti fattori spingono in questa direzione:

  • I video sono più “facili” per l’utente, che si suppone faccia meno fatica a guardare e ascoltare che a leggere;
  • Sono più vistosi: il video è colorato e animato, il testo piatto e monocromatico;
  • Sono più “facili” per chi li realizza, almeno se si hanno scarse pretese di qualità: un telefonino, parlantina spigliata e il minimo sindacale di taglia-e-cuci (e a volte nemmeno quello);
  • Sono più persuasivi: parli direttamente alle persone con un linguaggio diretto e così le convinci, o almeno lo speri;
  • Decidi tu i tempi: puoi stabilire quanto un video sia lungo, quali le cadenze e i tempi per ogni parte. Chi guarda non lo può ne rallentare ne accelerare. E’ vero che l’utente può saltare avanti e indietro, ma rischia di perdere più tempo che a seguire tutto.

Ed è proprio quest’ultimo uno degli aspetti che mi fa preferire il testo scritto: un classico articolo, come quelli che popolano questo blog e gli innumerevoli suoi confratelli nella babele di Internet, può essere maneggiato “a piacere” dal lettore, molto più efficacemente di un video.

Il testo scritto consente di gestire il tempo di lettura a piacere: rallentare per godere delle singole parole o accelerare per capire solo il senso generale. Fermarsi a riflettere senza premere “pausa” e magari tornare due periodi indietro, quando si ricomincia a leggere, per riprendere il filo. Un testo può essere comodamente smontato e rimontato dal lettore.

Fermo restando che uno scrittore “onesto” dichiara subito o quasi le sue intenzioni, in un testo è possibile saltare interi periodi, leggere tra le righe, arrivare subito alle conclusioni e capire lo scrittore dove voleva andare a parare. Poi, se la cosa è davvero interessante, tornare indietro e approfondire le singole parti.

Insomma, l’estensore di un testo impone meno “rispetto” da parte del destinatario, che può fare della sua opera più o meno quello che vuole. Il video è decisamente più vincolante.

Un video di qualità è una costruzione complessa, così come un testo ben fatto, tuttavia la scarsa qualità è molto più facile da mascherare col video che con la scrittura. Il testo rivela subito il livello culturale e la cura applicata da chi l’ha redatto: la grammatica e sintassi non si improvvisano e meno ancora la cura del tono e dei ritmi. Un testo sciatto lo sgami subito, dopo poche frasi, e passi oltre. Il video è più ruffiano: il tono popolare, il linguaggio approssimativo e perfino la scarsa cura dell’inquadratura sono ammessi e si possono mascherare per scelta stilistica. Non per nulla la pubblicità commerciale si basa più sull’aspetto grafico che su quello testuale, è tutta sorrisi e sguardi ammiccanti, famigliole felici e promesse di piaceri e voluttà incoerenti con la sostanza del prodotto in vendita. Lo slogan serve a lasciare impresso il nome della ditta e spesso non funziona: di quante pubblicità vi resta impresso il video e magari il motivetto, ma non la marca? A me, almeno, capita.

Solo uno scrittore molto abile può giocare a carte coperte, catturare il lettore e condurlo dove vuole, svelando i suoi assi e le sue scale una alla volta. Il blogger medio, come il sottoscritto, deve rivelare subito il suo obiettivo, per sperare di essere letto, perdersi poco in preamboli, dire quello che ha da dire e basta. Il tipico realizzatore mediocre di video gigioneggia e perde tempo, spesso senza avere nulla di concreto da esporre, e intanto fa perder tempo a chi si aspetta un contenuto qualsiasi.

Quando si guarda un video è come essere passeggero su un autobus: vai dove ti porta il conducente e coi tempi che decide lui. Devi solo aspettare, pazientare nei periodi morti e stare molto attento nei passaggi chiave e, al massimo, scegliere di scendere, ossia di non guardare oltre. Quando leggi un testo, invece, sei copilota: percorso e destinazione sono fissati, ma tempi, velocità e tappe sono una tua libera scelta.

Un ragionamento capzioso, un finto ragionamento insomma, “passa” più facilmente in un video, perché poi il discorso prosegue senza lasciare tempo al libero ragionamento. Insomma, almeno al nostro livello di autori di blog per passatempo, il testo scritto è forse più faticoso, più intellettualmente impegnativo, ma decisamente più onesto del video.

Provo a suggerire un esercizio pratico: spiega qualcosa, che credi di comprendere ben, in forma scritta. Utilizza allo scopo uno stile semplice e periodi brevi. Non usare gerghi o termini specialistici. Non tenerti sull’astratto: sforzati di dire tutto chiaramente, scendendo nei dettagli e senza dare nulla per scontato, come se dovessi far capire le tue idee a qualcuno che non ne sa nulla. E’ un impegno faticoso ma utile, se fatto in maniera onesta: ti aiuta a capire meglio quello che hai in testa e spesso ti dimostra che le tue convinzioni erano illusorie, almeno in parte, o superficiali. E’ un esercizio di ragionamento che può portare in direzioni inattese e interessanti.

 

Aggiunta (1/8/2016): un amico mi suggerisce questa lettura, per approfondire gli effetti deleteri dei nuovi media sulla società: Manfred Spitzer, “Demenza Digitale”, Corbaccio, 342 pagine.

De vulgari invidia

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L’invidia è un sentimento terribile, ed è l’opposto dell’empatia, ti fa vedere solo il bello dell’esistenza altrui.

L’invidia è anche meschina: si basa sull’assunto che se qualcuno ha più di te, in qualunque campo, di certo non ne ha il diritto.

E’ autocommiserativa; non riesco a ottenere quello che vorrei.

E’ il segno di una sconfitta personale, effettiva o in corso di realizzazione, perché individua una barriera insormontabile fra i desideri e la realtà.

E’ cattiva, perché desidera il male altrui, il male di chi ha quel bene che si vuole ma su cui non si possono mettere le mani. Vuole il male anche se quel qualcuno non ci ha fatto, e non desidera per noi, alcun male.

A volte ha delle attenuanti: gravi perdite sofferte, svantaggi subiti in modo incolpevole. In questi casi assume un carattere di mancanza e bisogno – d’affetti, di opportunità – più che di cattiveria.

Come tutti i sentimenti è più pericolosa quando è inconsapevole, perché allora diventa un vento che porta la vita alla deriva, qualche volta fino a conseguenze estreme.

Ma, in tutte le forme, è diffusa: quante tonnellate di carta stampata alimenta ogni giorno? La stampa gossip vive di curiosità, ma soprattutto d’invidia.

Non si vuole vedere cosa fa il famoso di turno, per curiosità morbosa o magari per capire quanto è simile o diverso da noi. No, lo si vuole cogliere in fallo, vederlo quando cade, nel momento in cui si rende ridicolo. Anche se si tratta di una foto presa da lontano e non correlata al contesto. Anche – e questo è l’assurdo del sentimento – se in tasca non ce ne viene nulla. L’invidioso cerca soddisfazioni che non lo sazieranno.

I flussi di bit pettegolari invadono la rete, sono i più cliccati sui siti, affollano le prime pagine di quotidiani che pretendono di essere seri e hanno in effetti cronache, approfondimenti, inchieste, ma raggiungono l’introito, in numero di “clik” o di ditate sugli schermi, grazie ai pettegolezzi.

Ma l’invidioso patologico non si limita a ammirare/odiare i VIP. L’invidia attraversa le strade e i pianerottoli, l’erba del vicino che è più verde, i suoi figli più in gamba, sua moglie più bona, il colpo di culo (che per forza quello è) nella carriera.

D’altra parte l’invidia è consumista: devi desiderare la roba d’altri per sperare di ottenerla anche te. Perché lui sì ed io no? Perché tenermi la mia utilitaria quando il mio vicino ha il SUV? Perché tenermi mia moglie se posso avere una donna più bella? E magari più di una?

L’invidia è un sentimento tutto legato all’avere. Dell’essere importa poco, se lo si può surrogare. Non essere belli ma avere un bell’aspetto, non essere saggi ma avere conoscenze e informazioni, soprattutto se utili per accaparrarsi beni e vantaggi. Non stare bene ma avere una buona salute, perché, almeno in parte, anche questa si può comprare, con le medicine, le cure, i cibi. Non essere sessualmente soddisfatti ma avere un’ampia vita sessuale, e magari esibirla al prossimo, far vedere di possederla. L’invidioso patologico si avvelena con le apparenze e cerca soddisfazioni in altre apparenze, e non le trova.

E l’invidia è diventata morale: non solo serve avere invidia, per individuare un bersaglio e arrivare da qualche parte, ma soprattutto bisogna fare invidia al prossimo. E’ la vera e unica dimostrazione di aver fatto qualcosa nella vita. Vincere surrogato a vivere. La vita privata dell’ex premier Berlusconi faceva più invidia che scandalo e, per anni, gli ha attirato più voti di quanti glie ne abbia alienati. Il bunga-bunga ha fatto sbavare d’invidia folle d’italiani, al punto da renderli sui ammiratori: aspetto questo che lui, a differenza di tanti suoi vocianti oppositori, aveva compreso benissimo.

Click now on the Weird link in the News!

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La passione per la scienza e l’attenzione alle stranezze. Fin quando è utile e quando diventa patologica?

L’insolito attira l’attenzione e suscita curiosità. I motivi ci sono: ciò che è anomalo può essere un’opportunità da sfruttare o un rischio da evitare, di sicuro qualcosa da valutare. Da un punto di vista scientifico l’anomalia è utile, perché aiuta a individuare le falle in una teoria e a evidenziare i veri legami di causa ed effetto tra le cose, spesso mascherati dall’uniformità.

L’insolito è la pietra di paragone delle nostre convinzioni e spesso il gradino in cui inciampano. C’è chi lo nega, chi lo bolla come innaturale, e anche chi ne fa collezione.

Ma la passione per cercare l’insolito a tutti i costi rischia di diventare un vizio. Mettere il mostro in vetrina è un’azione che si è sempre fatta, in ogni epoca storica e nelle più diverse civiltà. Chi viene a ammirarlo di solito non impara nulla, semplicemente si stupisce, ride, prende in giro, tratta lo strano fenomeno come un qualsiasi divertimento o passatempo: dopo pochi minuti ne ha abbastanza e torna alla sua vita ordinaria. Le novità sono il nutrimento dell’intelletto, tuttavia credo che ci sia anche qui una differenza fra cibo buono e junk food. Come per l’alimentazione, la differenza credo sia in cosa ne resta: conservazione o degrado della salute fisica e mentale, aumento di conoscenza o perdita di tempo o peggio.

Internet coltiva alla grande la passione per lo strano e lo stupefacente, proprio col senso di qualcosa che attira l’attenzione in fretta e altrettanto in fretta la rilascia. Deformità, dimensioni insolite, forme strane naturali e artificiali sono cercate e esibite in un modo che non facilita il passaggio dalla sorpresa alla comprensione, perché il sito è interessato solo alla risposta istintiva, immediata, pre-razionale, compulsiva.

Internet è tutta un conteggio di cliccate, una gara a chi ha il maggior numero di visitatori, un inseguirsi a chi ce l’ha più lungo, l’elenco dei commenti e dei “follower”, e per raggiungere l’obiettivo deve convincere l’utente di passaggio in una frazione di secondo, in modo compulsivo.

Lo strano, di fatto, ha lo stesso ruolo del sesso e, a modo loro, dei gattini carini. Con un difetto in più: quello di bollare immediatamente quello che si esibisce come “anormale” e quindi togliergli dignità. Basta leggere i commenti.

I siti cosiddetti seri non fanno eccezione: quotidiani e riviste d’informazione, raccolte di notizie e commenti devono fare numeri, per emergere nelle ricerche e fare ancora più numeri, e infine per vendere meglio i loro spazi pubblicitari. Perfino i siti dedicati alla divulgazione scientifica sono diventati una raccolta delle stranezze dell’universo visibile, spesso con spiegazioni minime o assenti. Il “weird” e lo “shocking” sono diventate le parole d’ordine di articoli e link. Junk food cerebrale che sazia per un breve momento ma non aumenta la conoscenza del mondo, lascia un senso di confusione e fa venire presto nuova fame.

I termini sono abusati, è chiaro. Il maltempo è sempre una “morsa del freddo” e i reati sono tutti “raccapriccianti”, a cominciare dallo scippo della borsetta della vecchietta all’ufficio postale. In mancanza di meglio si lavora sui titoli. Tuttavia non ci si ferma davanti allo strano vero: malattie, conseguenze d’interventi chirurgici, violenze su esseri umani e animali, deformità congenite o acquisite, ostentate o subite.

Non che lo strano vada eliminato, beninteso. La variabilità, anche estrema, fa parte del mondo che conosciamo e ha pieno diritto d’esistenza e dignità. Proprio per questo andrebbe compresa, non esibita. Interpretata. Collegata e non slegata dal contesto.

Ma, alla fine, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Si tratta solo di tornare a ridere delle deformità, come ci dicono che avveniva nel vituperato (e spesso falsificato) Medioevo.

Quanti tipi di clave

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Clave volanti di molti anni fa

Tutto quello che si è evoluto, in diecimila anni, è stata la specifica tecnica della clava.

Una volta c’era solo quella di legno o d’osso ed il suo uso era semplice ed univoco: moltiplicava la forza del braccio di chi la stringeva e nulla di più. Poi la clava è diventata multiforme, sono venute quelle di rame, bronzo e ferro, quelle da punta e da taglio, da lancio e d’assalto, d’assedio e da contrassedio.

Ma non bastava, la clava ha assunto forza autonoma, la sua potenza diventa indipendente dai muscoli di chi la brandisce e si è moltiplicata a dismisura. La clava si è specializzata per finalità ed impiego, così sono venute le clave da mare e da terra, le clave esplosive, perforanti e traccianti, le clave a frammentazione e quelle a grappolo.

Oggi ne abbiamo una vasta scelta, ci sono clave “sporche” e clave cosiddette intelligenti, o “smart” per chi mastica l’inglese. Ci sono clave di piccolo e grande calibro, portatili e campali, clave volanti, chimiche, nucleari, batteriologiche.

Parallelamente è cresciuta la vasta famiglia delle clave che non agiscono direttamente sul fisico: clave politiche e religiose, fiscali, poliziesche e giuridiche, civili e penali, psicologiche, sociologiche e dottrinarie, tutte quasi sempre nelle mani del più forte.

Più moderna è la clava mediatica, ma, per completare l’opera, abbiamo inventato le clave finanziarie e virtuali. Le clave volano nella rete informatica come un tempo nelle savane preistoriche. Ma sempre di clave si tratta, risolvono i problemi nel solito modo, rendono forte chi le brandisce e guai a chi ci capita sotto!

Un cucciolo per un piccolo PC

Desktop di Puppy Linux “Slacko” con poche personalizzasioni

Il netbook è un bell’oggetto, anche se un po’ finito in disgrazia, incalzato dai tablet e dagli smartphones.

Nella mia esperienza, la vera scocciatura del netbook è il tempo di avvio. Si potrebbe dire che l’hardware è troppo scarso, ma il discorso non mi convince: la potenza, infatti, è paragonabile a quella di un portatile di qualche anno fa.

Nel caso del mio Asus Eee PC 1215b, con 2Gb di RAM ed un processore dual core AMD C50 – non il massimo ma di certo non disprezzabile – il problema è sicuramente uno e si chiama Windows 7.

Il macigno firmato Microsoft richiede almeno 4 Giga di memoria e di mette una vita a far partire tutti i servizi. Ho provato ad alleggerirlo disattivando un po’ di servizi ma il risultato è stato parziale, a stare larghi. Il computerino resta impiccato per buona parte del tempo.

Il problema è noto: il sistema operativo più diffuso al mondo è monolitico, deve fare tutto per tutti e per questo si porta dietro ogni genere di servizi, di acessori e di moduli, per poter fare praticamente qualsiasi cosa, oltre a tutti gli abbellimenti grafici.

La risposta ce l’avevo in mente fin dall’inizio e si chiamava Linux. Ma c’era qualche ostacolo: non mi andava di partizionare il disco rigido, con i soliti rischi ed inefficienze di spazio, e poi avevo voglia di qualcosa di veramente veloce.

Alla fine, dopo alcuni tentativi, credo di averla trovata: ho preso una vecchia scheda SD che tenevo inutilizzata, da 2 Gb, e ci ho installato Puppy Linux. Ho lasciato fare a LinuxLive USB creator, compreso il download della ISO. Ho scelto la versione Slacko 5.3.1.

Perché Puppy? Per la solita miscela di ragione e sentimento per cui si fanno la maggior parte delle scelte, quando non si è spinti dal bisogno impellente. Un sistema operativo completo con un disco di installazione di solo 130 Mb, ottimizzato per sistemi poco potenti e per partire da memorie USB o simili, e per di più con un bel cagnolino come logo. Fa simpatia dal primo momento!

Il primo avvio è stato soddisfacente, ma non esaltante. Per la configurazione ho dovuto smanettare un po’, ma non troppo. Tastiera italiana OK, come il mouse. Il video funziona in modo più che soddisfacente ed in piena risoluzione con il driver Xorg, senza scomodare quelli proprietari ATI. La rete via cavo l’ho configurata in due clic con il tool automatico. Per il wireless ho perso più tempo. Alla fine ho scaricato il modulo Broadcom_STA con il Puppy Package Manager, dopo di che sono bastati i soliti due clic per il set-up automatico, oltre a fornire la password per la mia rete casalinga.

All’apparenza l’audio non voleva saperne di funzionare. Con l’ Alsa sound wizard mi sono però accorto che era semplicemente configurata l’uscita HDMI come audio primario; il chip audio ATI era individuato correttamente come seconda scheda. Mi è bastato selezionarla come default e riavviare tutto.

In sintesi, ora ho un sistema capace di andare su Internet e di gestire file multimediali e che si avvia in meno di un minuto. Ha anche un buon numero di accessori: un piccolo pacchetto office ed un leggero programma di grafica, tutto occupando una fetta di una scheda SD. Questo post l’ho realizzato tutto con il nuovo “sistemino”.

In più è adatto anche per la musica liquida, con un DAC esterno. Ma di questo ne parlo, forse, un’altra volta.