È sempre campagna elettorale

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Gli appassionati della campagna elettorale

sono una specie assai particolare:

tifano per il loro partito

anche quando ha palesemente fallito.

Esultano a ogni suo successo

più che se fosse loro stesso.

S’esaltano alle sparate del leader

anche quando fanno pianger o rider

e le ricopiano, compulsivi, ai loro follower.

La salvezza d’Italia hanno additato

nella vincita del loro candidato

e null’altro bene è dato

alla casa, al paese e all’esodato.

Capiscono costoro che si sbattono per un’illusione?

Urlano, postano, agitano uno striscione,

senza vedere prova, ascoltar ragione,

ma c’è differenza: il tifo non è passione!

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Si, viaggiare (per posta)

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Spedivo, poco tempo fa, una lettera raccomandata da un ufficio postale in un paese in provincia di Napoli per un destinatario nello stesso paese.

Mi sembra uno strumento vecchio e sorpassato, la lettera raccomandata. Sa di tardo ‘800, di polverosi uffici postali, timbri e postini con berretto e cravatta. Ma è ancora indispensabile, o almeno indicata, in qualche caso, in particolare quando ti serve il “pezzo di carta” che attesti che il documento è stato davvero inviato e consegnato. Si potrebbe fare con la PEC, ma non è ancora così diffusa. Abitudini italiche resistenti, soprattutto nell’ambito della medio-piccola economia locale.

Dopo quattro giorni la busta non era ancora stata recapitata, per cui consultavo il sito delle Poste Italiane. Tracciabilità informatica: un’iniezione di moderno nell’antico!

La mia lettera era regorlarmente partita il giorno stesso della spedizione e inviata a Napoli. Da qui era stata inoltrata in provincia di Milano: Peschiera Borromeo per la precisione, dove era stata smistata di nuovo verso Napoli. Quindi era ripartita per lo stesso ufficio postale da cui era partita, da dove finalmente sarebbe stata pronta per la consegna a due isolati di distanza!Con il fine settimana di mezzo, la consegna è infine avvenuta di lunedì.

Cosa c’è di straordinario in questa storia? Nulla, assolutamente nulla. Ed è proprio questo che mi sgomenta!

Il mito del manager

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New York: la “patria” del manager di successo!

Negli anni ’80 dello scorso secolo è nato, almeno in Italia, il mito del “manager”.

Me lo ricordo bene, come tutte le cose che ti succedono dall’adolescenza fino alla prima giovinezza.

La parola “gestore” sapeva di burocratico e non rendeva l’idea. Il “manager” della fantasia popolare guadagnava, decideva, era rampante e arrogante, aggressivo e ammirato, perennemente giovane e griffato, sicuro di se fino a essere volgare. Decisionista: manovrava persone e capitali con velocità e sicurezza. Non aveva scrupoli ne remore. Era l’immagine del successo immediato: tutto e subito. Abiti firmati, Rolex al polso, telefonino che non era ancora smartphone, auto di lusso in procinto di diventare SUV e tutto il corollario di viaggi, ville, yacht, belle donne e quant’altro.

Fu coniata in quei giorni la parola “Yuppies”, giovani di successo ritratti, malamente ma efficacemente come sempre, dai film della commedia all’italiana. Diversi amici mi obiettavano in faccia che era inutile studiare: bastava buttarsi, investire, tirare su la fabbrichetta, giocare in borsa o darsi alla compravendita spregiudicata. Tutto quello che serviva erano poche nozioni, spavalderia e un piccolo capitale iniziale. I veri soldi erano lì, tanti e pronti per chi aveva abbastanza coraggio e pelo sullo stomaco per afferrarli.

La convinzione dell’importanza magica del manager creatore di ricchezza, se comprensibile tra gli adolescenti, lo era meno nell’impresa, eppure c’era. Tutti gli investimenti erano per accaparrarsi il gestore ideale, osannato e riverito dopo le prime vittorie, ricoperto di soldi e “benefit”, altro termine che cominciavamo a capire e che a noi italiani piaceva molto, perché faceva rima con “esentasse”. Le imprese pubbliche seguivano a ruota, anche se in quell’ambiente la spartizione politica e clientelare rimaneva la logica principe. Pochi soldi invece per la “ricerca e sviluppo”, termini adatti solo ad accaparrarsi qualche soldo pubblico sparso a pioggia.

Il mito del manager si poggiava su una crescita economica di cui nessuno voleva vedere la fine, sul mito della borsa globale, capace di creare denaro facendo girare denaro, e su un altro mito, quello del successo incrollabile della piccola e media impresa italiana (più piccola che media, per la verità, e sempre sotto-capitalizzata), che esportava grazie ai bassi costi consentiti dall’inflazione della Lira. I due miti citati sono crollati rapidamente, nell’arco di un decennio o giù di lì, e la colpa è stata molto più della Cina che dell’Euro. Le “bolle” in borsa scoppiavano una dopo l’altra e più grandi erano più in fretta collassavano. Gli artifici finanziari finivano per incartarsi su se stessi, a danno di molti e vantaggio dei soliti pochi. Battere la concorrenza tedesca sul prezzo era possibile, quella francese sulla qualità anche, ma attaccare l’industria cinese su prezzo e quantità era (ed è) inconcepibile. La maggioranza di quei giovani che sognavano la carriera rampante sono diventati impiegati, docenti, negozianti o, al più, piccoli professionisti.

Ma, come tutti i miti, anche quello del manager d’assalto è duro a morire. Ancora oggi incontro tanti ragazzi neo-laureati che non vedono l’ora di abbandonare le materie tecniche dei banchi d’università per diventare “manager” e scalare gli organigrammi delle imprese. E molte di queste ultime, in effetti, continuano a privilegiare i ruoli gestionali a quelli tecnici nella carriera e nelle retribuzioni.

Nel mio caso, per fortuna, devo riconoscere che non è stato così: ho scelto da subito di fare il tecnico, per vocazione, accettando il rischio di una carriera lenta, e invece sono stato ricompensato con sufficienti soddisfazioni, riscontri e sfide che mi danno il piacere di andare al lavoro ogni giorno.

La gestione è un compito importante, direi anche fondamentale, ma non autonomo ne tantomeno esclusivo. Il gestore ha senso se c’è qualcosa da gestire, ovvero persone che compiono un lavoro diretto e lo sanno fare bene. Diversamente il “manager” si riduce a un produttore di chiacchiere e venditore, magari ben retribuito.

L’italianità del lavoro nero

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Man at work

Parliamo di lavoro, di italianità e della relativa legislazione. Il problema non è Poletti e le sue affermazioni sui giovani che vanno all’estero – forse inopportune ma volutamente fraintese. Il problema non sono i voucher o il job act in se. Il problema non sono, ovviamente, i giovani che, dopo essersi guardati intorno, vanno, con più o meno entusiasmo, all’estero per provare a realizzarsi. Il problema non è, per dirlo subito, se una data azienda è di proprietà italiana o straniera, ammesso che quest’affermazione abbia ancora un senso.

Il problema è che qui in Italia (e ancora di più al Meridione) il lavoro nero o semi-nero trionfa sempre e comunque sopra qualsiasi riforma e liberalizzazione. Se lo scopo del governo con i nuovi contratti a termine – anche con durata di poche ore – e con la riduzione dei diritti dei lavoratori – di cui l’abolizione dell’articolo 18 non è stata la più rilevante per la massa dei lavoratori giovani e precari ed è stata enfatizzata solo dalle trombe interessate dei sindacati – avevano lo scopo di attaccare il lavoro nero, renderlo non conveniente, in modo da trasformarlo in contratti regolari, che risultano nelle statistiche e pagano le tasse tutti i mesi; se lo scopo era questo, dicevo, allora hanno decisamente fallito.

webimg_0987_ikeaPensare in grande…

La legislazione sul lavoro va cambiata, insisto, non tanto (e non primariamente) perché tolga diritti a chi li ha ma perché non funziona a dare diritti a chi, nel suo lavoro, non ne ha mai sentito parlare.

In Italia si continua a preferire il lavoro nero, sempre e comunque. E la cosa paradossale è che, molte volte, conviene (o sembra convenire) anche al lavoratore, perché significa mettersi più soldi in tasca a fine mese rinunciando a una protezione aleatoria e a contributi che forse non consentiranno mai di raggiungere un’ipotetica pensione.

Quindi si accettano contratti fittizi, retribuzioni fittizie, condizioni para-contrattuali, accordi verbali, qualifiche inferiori al lavoro che davvero si svolge, gratifiche sottobanco esentasse quando il “padrone” ne ha voglia.

Una parte del problema sono i controlli di legalità, pochi e spesso fittizi. Superficiali nel migliore dei casi. Le verifiche raramente sono spinte in fondo e spesso ciò avviene volutamente, perché l’economia italiana è malata di nero e meno nero, si teme, non significherebbe più legalità, ma meno economia e basta. Bisogna chiudere un occhio (e spesso un occhio e mezzo), per evitare di dover chiudere tutto, insomma.

L’assenza di legalità di casi come l’ILVA di Taranto, in cui la miopia cronica delle istituzioni locali e nazionali è durata per anni, sono solo la cima sporca dell’iceberg.

webimg_5291Il commercio, uno dei settori dove è più difficile “andare avanti”

Il problema di base, in parte legato al precedente, resta la sproporzione della domanda di lavoro rispetto all’offerta, sproporzione che finisce per mettere il manico del coltello sempre dalla parte dei datori. E’ lo stesso motivo che spinge tanti giovani qualificati a spostarsi all’estero. Lì il potere contrattuale che viene dalle loro capacità e qualifiche, con tanta fatica raggiunte, è molto maggiore che qui in Italia. Ma anche tanti non più giovani fanno la scelta, a un certo punto della vita, di saltare il confine di stato, per abbandonare carriere stagnanti, stipendi impiegatizi e scarsa considerazione, che non cambiano anche dopo anni e anni d’esperienza e di progetti portati a termine, in favore di qualcosa di meglio.

Ciò si lega a un altro aspetto di cui si preferisce parlare poco, ovvero che le sbandierate eccellenze italiane sono una minoranza – non mosche bianche, ma comunque una piccola parte – nel panorama della nostra mediocre imprenditoria italica. Abbiamo una struttura economica che difende le posizioni di forza acquisite, anche piccole. Ogni proprietario di scuola privata o di piccola impresa, ogni titolare di affermato studio d’avvocato o commercialista, ogni socio di piccola o media impresa edile, qui in Italia – solo per citare qualche categoria a caso – sa perfettamente che la fila dei potenziali lavoratori a nero o semi-nero è lunga. E al Meridione la situazione è ancora peggiore.

C’è crisi, carenza d’affari, carenza di risorse certamente, ma anche un certo gusto del piccolo, un voler sempre puntare sul sicuro, una scarsissima propensione alla crescita e una difesa reciproca di categoria. Una difesa a oltranza, appunto, delle posizioni acquisite che fa il paio con l’abitudine, se solo si può, di non pestarsi i piedi a vicenda e di non spingere a fondo sul pedale della concorrenza. Di contro si creano ostacoli d’ogni tipo a qualunque nome nuovo che tenti di emergere.

Negli stati esteri più avanzati i datori di lavoro tentano di accaparrarsi i lavoratori migliori, a suon di benefit e di aumenti di paga, e poi di metterli nelle condizioni migliori per farli fruttare – pretendendo, comprensibilmente, un impegno commisurato. Sanno che o sei tra i migliori o muori. Qui l’ottimo non serve, ci si accontenta dell’accettabile. Si sfrutta finché si può e se la “eccellenza” si stufa e se ne va… beh ci sarà qualcun altro almeno bravino pronto a sostituirlo senza accampare pretese. L’importante non è crescere, migliorare, ambire, rischiare: basta tirare a campare e, per chi ha in mano le leve di imprese simili alle succitate, continuare a accumulare.

Il concetto di “italianità”, ogni tanto strombazzato per difendere qualche gigante zoppicante e in procinto di cadere, serve, mi sembra, a puntellare quest’andazzo dall’arrivo di stranieri attivi e combattivi. In tal caso, scusatemi, ma no, non fa per me.

SpaceX: giovani, entusiasti e vittoriosi: un po’ diverso da tanta parte del lavoro in Italia

La rotonda questa sconosciuta

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Circolazione automobilistica alle falde del Vesuvio

Si prendono spesso in giro i meridionali in genere – e i napoletani in particolare – perché non rispettano i semafori. Nel luogo comune c’è del vero, lo ammetto, come in quasi tutti d’altra parte, ma non nelle dimensioni e modi che in genere si ritengono. Per il napoletano in particolare e il meridionale in generale ci sono semafori e semafori: quelli tassativi e quelli indicativi. I primi sono di due categorie, quelli a multa certa, per telecamere o dispositivi similari, e quelli a morte probabile, per la pericolosità dell’incrocio. Ovviamente quest’ultima catalogazione è soggettiva: il sottoscritto, ad esempio, fa parte della categoria di quelli che preferiscono rispettare sempre, perché non si sa mai, perché non ho mai ritenuto di avere capacità sensoriali e di guida al di sopra della media e soprattutto perché rispettare le regole, quando sono razionali, è un valore in se.

Quello che invece difetta completamente al meridionale in generale e al napoletano in particolare, oltre all’uso degli indicatori di direzione su cui mi sono già soffermato, è la concezione della rotonda e di come ci si debba comportare, assieme all’abitudine di trascurare bellamente la segnaletica orizzontale e verticale. Solo una minoranza la conosce ma, essendo circondata dall’ignoranza, deve fare di necessità virtù. Le rotonde si stanno rapidamente diffondendo e il loro utilizzo richiede attenzione, quando ne incontri una puoi imbatterti in diverse categorie di automobilisti:

  • Quelli che sanno che, nella maggior parte dei casi e come segnalato, la precedenza spetta a chi ha già imboccato la rotonda. Come detto, siamo una minoranza;
  • Quelli che sono convinti che la precedenza spetti, sempre e comunque, a chi entri nella rotonda perché viene da destra. Costoro non si pongono il dubbio quale sia, allora, l’utilità della rotonda nello sveltire il traffico;
  • Quelli che si buttano a prescindere, in entrata, nel percorso e in uscita, come scelta di vita e filosofia di auto-affermazione;
  • Quelli che danno la precedenza a prescindere. In questo gruppo ricade per necessità, per lo più, anche chi appartiene alla prima categoria.

Non di rado mi sono visto fare gesti di stizza o peggio da qualcuno che non avevo lasciato entrare mentre ero già nella rotonda e, al contrario, gente che mi ha fatto ampi segni di ringraziamento perché mi sono fermato all’ingresso della rotonda lasciando loro, che giravano, la precedenza.

Collezione di finestre

Finisco sempre per fotografare finestre.

La finestra stimola la curiosità e ti invita a sbirciare dentro, per cogliere un attimo di una vita diversa dalla tua.

La finestra è un collegamento fisico e visivo tra il dentro e il fuori e mescola le caratteristiche di queste due realtà contigue. La finestra è un compromesso fra i condizionamenti imposti dall’ambiente esterno e i desideri di chi vive l’interno. E’ personalizzata e ha i segni del luogo. Si adatta a gusti e climi. Può essere ricca o povera, florida o cadente, spoglia decorata, con o senza grate, ante, imposte, tende, vasi di piante.

Insomma, se ti sforzi di leggerla, la finestra ti rivela tanto del posto, delle persone e delle loro interazioni.

Nei centri storici delle nostre città (in questo caso quell’unico nazionale che è Caserta Vecchia) o nelle isole (Ischia) è facile individuare delle peculiarità e si rischia di cadere nel pittoresco, ma anche le funzionali e geometriche finestre moderne, da zona residenziale, possono non essere anonime e più sono vissute e meno lo sono.

Come sono le vostre finestre? Classiche o moderne? Eleganti o funzionali? Personalizzate o anonime?

Due minuti d’ordinaria camorra

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Un vagone della metropolitana, insolitamente vuoto

Metropolitana di Napoli, sabato sera, in direzione della spettacolare stazione di Toledo. Convoglio pieno di ragazzi che sfruttano l’apertura prolungata, per lo più provenienti dalla periferia. Entra un venditore ambulante, uno dei tanti che vivacchiano proponendo cose qualsiasi in cambio di qualche spicciolo. Uno dei ragazzi lo prende in giro, lo ammetto in modo inopportuno, trascinato dall’entusiasmo dell’uscita. Poca cosa, per la verità, ma se ne faceva a  meno era meglio. Si alza uno molto più grosso di lui e gli si avvicina decisamente. Ha tanta panza, è evidente, ma anche abbastanza fisico da intimidire il primo. E così fa, lo redarguisce in dialetto, gli dice di rispettare quello che sta lavorando per campare.

Il primo ragazzo si ritira in buon ordine. Il secondo, quello grosso, si intrattiene a colloquiare con il venditore ambulante. Ne ascolta le lamentele e giustificazioni. Lo rassicura. Lo mette sotto la sua ala protettrice.

Intanto il treno arriva in stazione. Il grosso salta avanti a quelli che aspettano davanti alla porta, mentre il treno è ancora in movimento, e tira l’apertura d’emergenza delle porte. “Così scendete prima” dice. Mentre chi è arrivato scende in stazione, lui si accosta di nuovo, protettivo al venditore ambulante, che si giustifica: “lo faccio per campare”.

Ecco un piccolo episodio che rivela diversi aspetti delle mentalità camorristica, o mafiosa in generale se volete.

Il camorrista finge interesse e protezione verso le esigenze di un “debole” mentre lo scopo primario è dimostrare forza e acquistare controllo. Crearsi un suo territorio e rispetto, in pratica.

Per lo stesso scopo, il “debole” da “difendere” è scelto in modo che sia successivamente soggetto e debitore.

Anche il contesto è scelto in modo oculato. L’intervento è volutamente plateale e la vittoria deve essere facile e ampia. Il pubblico serve allo scopo. Il “rumore” creato non è inefficienza, ma funzionale.

Il tutto presuppone che non vi sia opposizione diffusa, ovvero che tutti gli altri, quelli non direttamente coinvolti, tendano a “farsi i fatti loro”. E’ la che sbagliamo tutti, lo ammetto. L’unica scusante che invoco è la velocità dell’azione: tutto si è concluso prima che riuscissi a elaborare cosa stava accadendo.

La singola vittoria sul campo, ovviamente, inorgoglisce e incoraggia il camorrista in erba. Si è fatto notare sul suo territorio, ha mostrato forza e decisione, ha acquistato un protetto e costretto un altro a sottomettersi, per cui si sente pronto al passo successivo, ovvero imporre la propria forza su una scala più ampia. Un altro gradino nella scalata della montagna di merda.

Una passeggiata a Capua

E’ da un po’ che mi è presa la mania della fotografia. Nel fine settimana “giro” sempre con una fotocamera compatta in tasca o nella tracolla, perché scattare con il cellulare non mi soddisfa. Usare la reflex, invece, è una vera e propria soddisfazione Se trovo uno scorcio, un angolo o un dettaglio che mi incuriosiscono mi piace essere pronto a fermarli. Trovo che sia un modo per imparare a guardare con più attenzione.

Ormai da mesi impiego solo fotografie mie per i post e penso che sia arrivato il momento per un articolo solo fotografico: istantanee da una passeggiata a Capua, con gli intrecci fra resti di epoche diverse come tema conduttore.

A proposito di Brexit (a posteriori)

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Il Latino ha unito l’Europa assai prima dell’UE (foto da Capua)

Brexit secondo me: ne parlo “a posteriori” perché non avevo nessuna intenzione o velleità di influenzare nessuno e neppure mi sentivo in grado di fare pronostici. Ho voglia di parlarne ora riguardo a effetti e sensazioni.

Fondamentalmente sono europeista. Da quando è stato inventato l’aeroplano i confini hanno perso gran parte del loro senso e Internet ha proseguito la strada in questo senso: libertà di movimento per uomini e merci e regole comuni e condivise sono nello stato delle cose. Tuttavia penso che la UE, così com’è, vada riformata, e il referendum britannico si somma ai tanti segnali di insoddisfazione dei cittadini e alle dimostrazioni di vera e propria inefficienza: è il caso della crisi greca e della gestione dell’immigrazione, solo per fare due esempi recenti.

Troppa enfasi su finanza e banche trascurando l’integrazione sociale, culturale e – lasciatemelo dire – militare, ovvero, in sintesi, politica. Acceleratore troppo premuto sull’ingresso di nuovi stati chiudendo un occhio (e anche un altro mezzo) sulle condizioni economiche e sociali. Operazione moneta unica condotta in modo troppo veloce. Il tutto guidato dall’asse franco-tedesco in base alle proprie esigenze. E penso di essermi dimenticato qualcosa.

Devo però dire che, in un certo senso, speravo che il referendum vincesse, semplicemente perché era il risultato che avrebbe dato gli esiti più interessanti. Si tratta della condizione che impone e forza il cambiamento con meno margini per la diplomazia al ribasso. Per un appassionato di storia come il sottoscritto è una situazione che oserei definire entusiasmante, perché il Brexit è uno degli eventi che fanno la storia.

Non ritengo tuttavia che, alla fine, gli esiti saranno così tragici come dalle previsioni fatte circolare nei giorni scorsi e che, diciamocelo, erano in buona parte un tentativo di terrorizzare l’elettorato britannico. Ma si sa, francesi, tedeschi e britannici sono molto meno impressionabili degli italiani, in primo luogo perché nutrono fiducia nella propria unità nazionale, concetto che “noi” stentiamo anche solo a capire.

Alla fine l’economia, come tutti i sistemi umani, è dotata di tanti pesi e contrappesi e, soprattutto, di meccanismi di smorzamento che rendono improbabili gli esiti estremi. A nessuno conviene un completo tracollo britannico e neppure è pensabile troncare di colpo e definitivamente rapporti commerciali e finanziati consolidati. Nemmeno è auspicabile, da parte di nessuno, che le centinaia di migliaia di lavoratori comunitari che operano in Gran Bretagna, spesso in posizioni di alto profilo, siano costretti da un giorno all’altro a “tornarsene a casa loro”.

Si passerà senza dubbio attraverso un periodo di instabilità e incertezze, mentre accordi specifici verranno discussi e firmati sui vari aspetti delle relazioni economiche, politiche e di frontiera con la gran nazione ex-UE fino ad arrivare a un nuovo equilibrio anch’esso, ovviamente, provvisorio.

Di contro, l’UE dovrà interrogarsi su come riformarsi in fretta, per evitare di crollare come un castello di carte – e magari, come questo, facendo ben poco rumore.

Brutto fuori, bello dentro

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Secondo me il distacco fra il pubblico e il privato si può evidenziare dal contrasto fra l’aspetto di molte città e quartieri e quello delle case.

Nelle visite a conoscenti, la prima attività obbligata è il giro turistico della casa. Bisogna osservare tutto: dalla disposizione delle stanze a quella dei mobili, dalla qualità degli stessi alla selezione di soprammobili e accessori. Bagno e cucina fanno da centri focali, assieme al salone per accogliere gli ospiti, se c’è. Al termine viene il rito dei complimenti. La vista esterna, da finestre e balconi, è opzionale e proposta solo se particolarmente attraente, come un complemento d’arredo non necessario. Lo stesso vale per la facciata esterna dell’edificio.

Magari prima di arrivare hai dovuto attraversare incroci e viali di periferia anonima o insinuarti in vicoli dalla pavimentazione sconnessa e dalla scarsa pulizia, magari con evidente carenza di servizi urbani. Tutto questo viene secondario nel giudizio dell’alloggio.

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Il tutto vale ovunque ma ancor più in Italia e a maggior ragione dove il degrado esterno è più visibile. C’è chi abita in periferia o al centro da una vita, chi ha scelto di spostarsi per sfuggire al caos, evitare il traffico o essere vicino ai suoi interessi, chi vorrebbe andarsene ma non può, c’è chi ci si trasferisce per risparmiare o per altre convenienze ma c’è una regola comune e diffusa (non totalitaria, beninteso): fare finta di non vedere il “fuori” per concentrarsi sul “dentro”. Regola di quieto vivere o di sopravvivenza secondo i punti di vista, forse necessità dettata dall’impossibilità a cambiare tutto, ma in ogni caso, secondo me, anche sintomo evidente di scarso interesse per la cosa pubblica, aggravato dal sentimento che quella cosa pubblica sia lontana e gestita con logiche d’interesse e potere.

La casa è motivo d’orgoglio per l’italiano medio, perché costata soldi e fatica, perché è un po’ l’immagine di se stessi e, soprattutto per noi italiani, resta una cosa stabile, fatta per durare possibilmente tutta la vita. E’ il luogo privato per eccellenza e per questo le rapine in casa scuotono particolarmente. Ma soprattutto la casa è la nostra piccola patria, con le sue regole e il suo senso civico, costruito e sedimentato negli anni, formato da regole non scritte ma perfettamente note a chi la abita. La porta è il confine che la separa dalla “terra di nessuno” del pianerottolo, del cortile o della strada e dalle patrie degli altri, che si sviluppano a partire dalla loro soglia. La città, quello che sta in mezzo fra le case, è di tutti, quindi di nessuno, e vive su regole solo parzialmente razionali e condivise, da rispettare o aggirare secondo l’esigenza. Qualche volta è luogo di conquista, più spesso di convivenza grosso modo pacifica, più raramente di condivisione. La Patria grande, quella nazionale, con le sue leggi scritte e i sui riti di appartenenza, è in buona misura esterna, raccoglie le patrie familiari e personali in una sorta di confederazione in parte forzata e non di rado conflittuale, senza fonderle in unità: una sorta di male necessario a cui pure ci si affeziona, perché fa parte della vita quotidiana.

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Quel che è mio è “dentro”, posso toccarlo, misurarlo, conformarlo al mio volere. Tutto il resto, quello che sta “fuori” a “attorno”, mi riguarda poco e faccio in modo da attraversarlo, quando devo, con meno danno possibile.