L’epidemia “Spagnola” e ricordi di famiglia

Cent’anni fa o poco più imperversava, in Europa e nel mondo, l’epidemia d’influenza denominata “spagnola”, che ha mietuto nel mondo milioni di vittime. Era il 1918 e non il 1920, come da bufala complottista e millenarista da social.

Un parallelismo con l’attuale epidemia è difficile, si trattava di una malattia diversa anche se le principali conseguenze erano, allora come per il Covid19, polmonari, la scienza e la sanità erano più arretrate, i medici avevano meno strumenti a disposizione ma soprattutto era un mondo molto più povero, uscito stremato dalla Grande Guerra. I soldati, possiamo dire i sopravvissuti da tutti i fronti, erano tornati, affamati, patiti e sconvolti, alle loro case e l’economia stentava a ripartire. Negli ex imperi centrali sconfitti di Germania e Austria-Ungheria, già alla fame nelle ultime fasi del conflitto e ulteriormente gravati da infami trattati di pace, non c’era nemmeno abbastanza da mangiare per tutti.

Mia nonna abitava a Napoli, a San Giovanni a Teduccio, e aveva appena quattro anni per cui ricordava poco di quei giorni, solo la paura, che non si poteva uscire di casa (come oggi) e che la famiglia sopravvisse perché un po’ più benestante delle altre: aveva un forno per il pane, qualche soldo da parte e qualche gallina da sacrificare per mettere qualcosa a tavola. Per altri è stata ancora più dura.

Il suo futuro marito, giovanissimo aspirante ufficiale del Regio Esercito, era appena rientrato in Sicilia dopo un anno di dura prigionia sotto gli austro-ungarici, durante la quale, come si può leggere nelle sue memorie, aveva patito la fame ed era scampato alla morte per malattia. Si sarebbero conosciuti solo molti anni dopo e ci sarebbe stata un’altra guerra mondiale, ma questa è un’altra storia.

“Cerco una badante”

A mia madre anziana è successo un episodio sgradevole. Un’amica con gravi problemi di salute le ha chiesto di aiutarla a trovare una badante, per la notte.

La povera donna ha bisogno d’aiuto per tutto, un parente ci si dedica ma da solo, chiaramente, non ce la fa.

Mamma inizialmente non voleva: abbiamo avuto tante esperienze di badanti, positive e negative, uomini e donne, italiani e stranieri quando Papà stava poco bene, e non aveva voglia di risvegliare vecchi ricordi penosi; e poi, dopo anni, i contatti che aveva non servono più. Poi però ha deciso di chiedere alla signora che le fa le pulizie a casa, che è cingalese e con cui Mamma ha praticamente fatto amicizia.

Lei le dice che ha un’amica che cerca lavoro: è giovane, studia e di giorno va a scuola, per cui guadagnare qualcosa nelle notti le farebbe comodo.

Sembra la soluzione ideale o quantomeno da valutare. Mamma la comunica all’amica ma… la reazione è fredda.

Poco dopo la ragione si spiega: il parente della signora telefona a mia madre e le chiede informazioni: “Ma la ragazza è nera?” e poi anche: “dovrebbe andare nello stesso bagno della mia parente?”

Mamma è scioccata, presa alla sprovvista. Ma come se non bastasse poco dopo arriva anche la telefonata della signora sua amica: “ma quanto è nera questa ragazza?”

Mamma è indignata e tentata di controbattere in malo modo ma rinuncia, non c’è nulla da fare. Che se la sbrighino loro. E trova una scusa per la signora delle pulizie.

Posso essere, per una volta, politicamente scorretto? Spero che trovino una badante italiana di loro gradimento e che costei provveda a svuotargli casa un pezzo alla volta!

La quarantena non è uguale per tutti

I francesi rientrati dalla Cina per l’emergenza coronavirus sono ospitati, per il periodo di quindici giorni di quarantena, in un villaggio vacanze sul Mediterraneo:

https://it.euronews.com/2020/02/02/la-quarantena-dei-francesi-sulla-costa-mediterranea

Gli italiani sono, come sappiamo, nel centro sportivo della Cecchignola:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/03/coronavirus-rientrati-i-56-italiani-bloccati-a-wuhan-primi-controlli-negativi-adesso-14-giorni-di-quarantena-alla-cecchignola/5693311/

I cittadini russi invece “scontano” la loro quarantena in Siberia:

https://www.agenzianova.com/a/0/2796044/2020-02-05/coronavirus-russia-rimpatrio-connazionali-da-provincia-cinese-di-hubei-completato-con-successo

Bisogna dirlo, i francesi dimostrano un certo stile ma anche i russi si distinguono sempre: quando non sanno dove mettere qualcuno, la scelta cade sempre sulla Siberia!

C’è un deputato che…

Parlamento

Chi suggerisce di mandare un cinese a starnutire in Parlamento, alludendo ovviamente a infettare i presenti di coronavirus o almeno indurli alla fuga. Chi invita l’Iran o la Corea del Nord a puntare lì i loro missili. Chi fa battute sessiste sulle madri dei parlamentari. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

So di essere in minoranza ma battute e barzellette su deputati, senatori ed uomini politici in generale raramente mi fanno ridere. Innanzitutto non mi piace augurare il male a qualcuno, a prescindere da chi sia. Più nello specifico perché mi sembrano grossolane, frutto di generalizzazioni e poi perché i politici sono il bersaglio troppo facile individuato dalla comune tendenza a auto-assolversi.

Non ce la faccio a ritenere la cattiva politica la causa dei mali d’Italia, semmai un sintomo.

Se deputati e senatori sono lì, assisi nel loro seggio, intervistati dai giornalisti e commentati sui social, vuol dire che qualcuno, ovvero noi elettori, ce li ha mandati, li abbiamo votati. Se non fanno il loro dovere perché li rieleggiamo? Se fanno leggi sbagliate perché non critichiamo il loro operato? Se votiamo per impulso, per partito preso o, peggio ancora, per scambio di favori, di cosa ci lamentiamo?

La politica che non funziona è da un lato una costante umana: tutti i popoli hanno sempre criticato i loro governanti, in qualsiasi epoca e in ogni posto. Dall’altro è un sintomo di un male più profondo. Se l’Italia non è capace di esprimere una politica forte all’interno e tantomeno all’esterno, questo è il sintomo di un difetto sociale radicato, che, a mio modesto avviso si può chiamare scarso senso civico. L’italiano medio – questa creatura mitologica – è tendenzialmente per il “si salvi chi può” e solo raramente, nelle estreme emergenze, per il “facciamo fronte assieme”. Se una legge non ci piace non proviamo a cambiarla ma a cercare una scappatoia. Abbelliamo le nostre case fregandocene delle aree comuni. Paghiamo in nero in cambio dello sconto, se non possiamo avere un rimborso fiscale. Non tutti, ovviamente, ma una notevole parte.

Quando sento parlare qualcuno, il più delle volte non fa che elencare i propri pregi e quante belle cose ha fatto nella vita. Se ha fatto qualcosa di non proprio commendevole è stato ovviamente perché costretto dalle circostanze. Se cominciassimo a essere un po’ meno auto-assolutori e un po’ più auto-critici – se insomma riuscissimo a dirci un po’ la verità – forse, e dico forse, riusciremmo ad andare da qualche parte.

Evoluzionismi (e non) politici italici

Eccovi un altro post politico, come già annunciato nel titolo. Siete avvisati.

In Italia la Sinistra è riuscita a staccarsi dal modello comunista, che rimane ormai di riferimento solo per frange marginali. Non è successo in un giorno anzi stato il risultato di un percorso lungo e tormentato, non privo di fermate, passi indietro e ripensamenti, come anche di nostalgie, salti in avanti e tante divisioni, che è iniziato con la caduta del muro di Berlino, è passato per la “cosa” di Occhetto e molti altri passaggi non sempre positivi, compresi l’Ulivo, il “Veltronismo” e il “Renzismo”.

Di fatto ormai più nessuno o quasi parla seriamente di concetti come lotta di classe, collettivizzazione dei mezzi di produzione o dittatura del proletariato.

Dei passi, va detto, di allontanamento dalla rivoluzione sovietica e in direzione di un riformismo social-democratico, erano stati fatti anche prima, ma il partito continuava a chiamarsi comunista, per cui la radice non era stata tagliata.

Di contro una parte importante della Destra continua a rifarsi, più o meno apertamente, al fascismo, e non vede l’ora di rifare il saluto a mano alzata, i salti nei cerchi di fuoco, le adunate oceaniche, il culto dello “uomo della provvidenza” eccetera. Di più, le correnti che più apertamente inneggiano al regime non sono marginalizzate ma considerate parti integranti e propulsive del movimento di destra italiano.

La Destra sembra condannata a un eterno, ciclico ritorno verso il modello del famigerato ventennio e non sono bastati un Berlusconi, un Fini e un paio di leader leghisti a cambiarle i lineamenti.

Non conosco le cause di questa inquietante stasi e posso solo provare a fare ipotesi: un blocco psicologico conseguente alla sconfitta dell’8 settembre 1943, che non è mai stata elaborata; un desiderio di rivalsa; la paura del futuro che porta a rifugiarsi nel sogno della restaurazione del passato; il desiderio di affidarsi completamente a uno che “ha sempre ragione”. Penso da tempo che il desiderio di dittatura nasca da paura della libertà, al punto da delegare le decisioni sulla propria vita a un altro. Non ho competenze sociologiche e altri potranno essere sicuramente più precisi di me a riguardo o magari smentirmi del tutto. Sta di fatto che, dopo ottant’anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e oltre settantacinque circa dalla caduta del regime mussoliniano, sarebbe ora che la Destra italiana si desse una scrollata.

Esistono maniere moderne e democratiche di essere di Destra, come i Repubblicani americani o i Conservatori britannici: prendete esempio. Sarebbe davvero utile per il Paese.

Post politico “sbagliato”

Mi trovo a fare ragionamenti che non mi sarei aspettato fino a poco tempo fa. Mi è successo ultimamente, anzi proprio stamattina, mentre ascoltavo la rassegna stampa alla radio che, come sempre, era focalizzata sulla politica nazionale.

Recentemente il Movimento 5 Stelle ha:

  • Abbandonato i No-vax;
  • Trasformato l’utopico “reddito di cittadinanza” in un normale sussidio alla disoccupazione;
  • Abbandonato i No-TAV;

Inoltre, nel recente confronto politico interno al governo, i grillini (o forse dovrei dire ex-grillini):

  • Fanno da argine alle “autonomie regionali” leghiste, che poi non sono che il vecchio federalismo, a sua volta nome nuovo per la “padania libera” vetero-leghista-ignorante;
  • Stanno faticosamente superando (si dice così) il ridicolo limite del “doppio mandato” riabilitando il concetto di “carriera politica”, non più assimilata a fedina penale. Forse, continuando su questa strada, alla lunga, anche la parola “partito” smetterà, per loro, di essere sinonimo di “associazione a delinquere”;
  • Si stanno allontanando da Beppe Grillo, finalmente destinato al ruolo di padre anziano speriamo (per lui) non troppo astioso.

Se continua così il Movimento rischia di diventare l’unico partito serio in Italia (lascio a voi i relativi commenti su Lega, Forza Italia e PD tralasciando pietosamente i “minori”). Per raggiungere tale obiettivo, però, deve ancora affrontare pochi semplici passi:

  1. Sdoganare definitivamente competenze e titoli di studio (questa è la parte più difficile) tagliando i ponti con complottismi, “professionisti presso se stessi” e “laureati all’università della vita”;
  2. Abbandonare il ricorso sistematico all’insulto contro l’avversario come espediente per nascondere le proprie carenze;
  3. Capire che c’è ancora una differenza fra destra e sinistra e fare qualche scelta a riguardo (che non significa necessariamente alleanze).

In questo modo perderanno una parte del loro elettorato “storico” ma magari potrebbero guadagnarne altro un po’ meno fanatico ma più solido. Potrebbero anche trovare il modo di dire qualche “si”, ogni tanto, che non sia solo per spesa pubblica e riuscire a prendere decisioni interne senza ricorrere al voto del web. In questo modo diventerebbero una forza valida per la politica italiana. Il condizionale è d’obbligo.

L’ostacolo vero, a questa evoluzione del Movimento verso un vero Partito politico di massa, è la Casaleggio e associati, che di fatto lo finanzia e controlla. Difficile trovare un modo per sciogliere o almeno allentare il vincolo, ma nella vita quasi nulla è davvero impossibile.

Chiudo ribadendo che fino a poco tempo fa non avrei mai pensato di fare un ragionamento del genere e spero di non pentirmene.

In difesa della “comfort zone”

“Il problema è accettare le sfide, uscire dalla comfort zone”,

Così dicono gli esperti d’innovazione.

Così insistono i guru dell’organizzazione aziendale

Lo ripetono così a oltranza che il concetto stesso mi è venuto a noia.

E come sempre, in questi casi, annego la noia facendomi domande.

Perché dovremmo sempre essere sotto pressione? Sempre stressati? Sempre con un traguardo nuovo sempre più lontano? Sempre a inseguire nuove posizioni?

Sempiternamente pronti ad affrontare sfide? Automaticamente disponibili metterci alla prova con quello che non ci piace? Moralmente obbligati a confrontarci con scadenze impossibili e obiettivi fantastici, a sobbarcarci nuovi impegni e responsabilità ”a gratis” solo perché qualcuno (dotato del necessario potere) ce li ha posti davanti?

Così si conquista (forse) il mercato ma non la saggezza. Si allunga il curriculum ma non si amplia la conoscenza. Si allarga il portafogli (magari) ma si restringe la vita. Si saltano le tappe e si tagliano i traguardi (ammesso che…) ma lasciandosi dietro fette cospicue di vita, famiglia e salute.

Vanno bene le sfide, intendiamoci, anzi sono indispensabili per la “crescita personale” (altra espressione che mi è diventata fastidiosa), sono il sale stesso della vita, ma con il tempo e i passi necessari e, soprattutto, un margine di discrezione individuale.

Non sempre chi sta seduto s’è arreso, magari prepara il prossimo passo. Non sempre chi corre sta avanzando, magari si sbatte soltanto o fa scena, a vantaggio di colleghi e (soprattutto) capi. Non sempre chi sta da solo rifiuta il confronto, magari medita e comprende. Non sempre chi si avventura per nuove strade fa esperienza: magari non sa neppure dove sta andando.

Non sempre chi dice di no mette i bastoni fra le ruote all’organizzazione, magari si rende conto di non essere adatto al ruolo che gli è proposto (e quasi imposto) e di poter fare molto di più in altre direzioni. Chi chiede di fare un passo indietro può aver individuato errori che gli altri non vedono, o fanno finta. A volte chi chiede di rimandare una scadenza o allentare una specifica è più apprezzabile di chi consegna un risultato nei termini, ma “quale che sia” e magari opportunamente edulcorato.

Un po’ di comodità, anche sul lavoro e nei processi di sviluppo e progettazione, non è “il male”, anzi, se ben gestito, è la condizione necessaria per capire e indirizzare i passi da fare. Il successo non si può misurare solo in denaro, così come il lavoro, intellettuale o meno, non si misura in ore e come il benessere di una nazione non è tutto nel PIL.

Recuperiamo un po’ di Otium produttivo, come ragionavano i latini. Decidiamo le sfide da affrontare e programmiamone l’approccio in modo razionale. Le persone potrebbero paradossalmente guadagnarne in produttività e magari la “macchina Italia” avanzerà meglio, assieme alla nostra vita privata.

Un Paese a metà

L’Italia non cresce. Ormai è un male endemico del nostro Paese, ricorrente e indifferente al colore dei governi. Subiamo l’onda delle recessioni peggio degli altri e cavalchiamo male quella delle riprese.

Quali sono le cause? Ognuno ha la sua ricetta, la maggioranza dà la colpa ai politici incapaci che ad ogni elezione vengono sostituiti da altri politici che si dimostrano altrettanto incapaci, per cui alla fine viene da chiedersi, ma come li votiamo? Non corrotti, badiamo bene, ma incapaci, che se fossero corrotti ma capaci alla maggioranza andrebbero bene (e un po’ anche a me).

Altri danno la colpa agli imprenditori “prenditori” nostrani, opportunisti, pitocchi e senza prospettive. L’imprenditoria italiana è, per una buona fetta, sotto-dimensionata, sotto-finanziata, malata di nero e disperatamente miope: non vede la tecnologia e la globalizzazione, semmai la avverte soltanto come disturbo e pericolo.

Altri ancora incolpano una presunta “indole italiana”, orientata alla pigrizia, all’opportunismo e allo scaricabarile. Ma non ci vantiamo sempre di essere figli di una millenaria cultura geniale?

Il sottoscritto vuole invece evidenziare un altro aspetto, partendo da un fatto recente. Negli accordi con la Cina per la cosiddetta “Via della seta” il Sud Italia è quasi completamente assente. Nessun porto coinvolto, quasi nessuna impresa firmataria d’accordi. Il passaggio del presidente cinese Xi Jinping in Sicilia si è ridotto a mera visita turistica o poco più: un limitato sbarco di arance, nel più automatico dei luoghi comuni sulla Trinacria.

L’Italia non cresce, dico io, perché non valorizza le sue risorse e nello specifico lascia nell’abbandono quasi completo una buona metà del suo territorio e della popolazione che lo abita.

Questione meridionale? Si, certo, esattamente, ma che si ripropone, per quanto mi riguarda, in chiave sempre più arrabbiata. Perché non è concepibile che sia ancora tale dopo oltre un secolo e mezzo d’unità nazionale. Disparità territoriale che è stata semmai amplificata, e non ridotta, dal processo unitario, che ha portato alla chiusura e al fallimento di tante imprese che esistevano nel territorio meridionale e al trasferimento di risorse al Nord.

Questione meridionale che è sempre stata affrontata con elemosine e contributi di sussistenza ma mai in modo strutturale. Gli interventi della Cassa del Mezzogiorno hanno fatto tanto, ma sempre nel segno di lasciare l’imprenditorialità meridionale a livelli minimo, complementare e comunque subordinata ai potentati del Nord.

Perché Alenia, per dirne una, attualmente Leonardo, ha spostato la sua sede legale dal Sud al Nord?

Perché non si può dire che parte della progettazione – oltre alla produzione – delle vetture FCA avviene a Pomigliano?

Perché ogni eccellenza industriale, di ricerca, d’impresa che al Meridione tenti di alzare il capo dev’essere schiacciata a livello di valore puramente locale oppure trasferita al Settentrione?

Perché i meridionali di valore devono emigrare per emergere?

Perché la mappa delle grandi opere, TAV in testa, ha sempre il baricentro ben più a nord di Roma?

Questa costante si è attenuata, storicamente, quando politici meridionali hanno occupato posizioni elevate di governo, ma non si è mai invertita. Più recenti esecutivi a trazione leghista o forzista hanno invece spostato decisamente l’ago della bilancia verso il Settentrione, inventando perfino una incredibile “questione settentrionale” per giustificare i trasferimenti di risorse!

L’Italia che conta accetta al massimo un Meridione folcloristico e turistico, minimamente industriale, nella misura in cui non intacchi il predominio settentrionale in qualsiasi campo.

E torniamo al tema iniziale della miopia. L’Italia non cresce, ma come potrebbe farlo lasciando al traino tanta parte delle sue risorse umane e territoriali? Come fare concorrenza alle potenze straniere quando qualsiasi questione è affrontata sempre in chiave di accaparramento localistico? Perché mai un salto di qualità, un ampliamento della prosettiva? “Perdere” qualcosa oggi per guadagnarla moltiplicata, come Paese, domani? Davvero le singole regioni ricche d’Italia o, peggio ancora, le singole province o singole imprese possono pensare di interfacciarsi efficacemente con Cina, USA, Germania?

Il perdurare della questione meridionale è pura miopia socio-politica, di chi spera di “cavarsela” a danno del vicino senza accorgersi di segare il ramo su cui è seduto.

Siamo così

Noi italiani siamo così, dolcemente complicati, facilmente emozionati, egoisticamente riservati. Ci piace mangiare il prosciutto ma non saper scannato il maiale. Vantarci di essere eredi di tradizioni culturali millenarie ma non saper dire in che secolo è vissuto Dante Alighieri o Leonardo da Vinci.

Parliamo liberamente di politica, di popoli e di economia, critichiamo gli esperti ma non ci ricordiamo quando è finita la Seconda Guerra Mondiale o perché la Corea è divisa in due. Siamo certi che sia sbagliato mettere il formaggio sugli spaghetti a vongole ma dubbiosi se si giusto o meno lasciare in mare per settimane dei migranti.

Proponiamo a caldo pene colossali per qualsiasi reato: evirare i pedofili, giustiziare gli stupratori, dare l’ergastolo ai corrotti; ma il fuoco si spegne in fretta, ci facciamo prendere dal sentimentalismo e perdoniamo l’assassino dopo pochi anni se non mesi.

Revisionisti nel sangue, acclamiamo la sentenza di condanna e il giorno dopo ci viene il dubbio che sia sbagliata.

Abbiamo sempre ragione negli incidenti stradali.

Odiamo la mafia ma il camorrista di mezza tacca sotto casa tiene tranquilla la strada, che da quando c’è non succede niente.

Critichiamo aspramente chi non ha difeso la donna molestata in metropolitana, nel brutto caso di cui ci ha parlato il TG, ma chiudiamo la finestra quando sentiamo un rumore in strada.

Siamo così… uomini e donne, superficialmente complicati. Salvo eccezioni, ovviamente. A ciascuno l’ardua e, mi auguro, non banale “sentenza” su se stesso.

Il mito del pistolero

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Risolvere i problemi con un paio di colpi precisi.

Risiede in questo buona parte del fascino dei film di Far-West e dei thriller standard americani: fare fuori il cattivo, da soli, senza remore e perdite di tempo, con la coscienza limpida per aver fatto “pulizia”. Magari dopo una lunga lotta, ma in modo semplice e sbrigativo, alla fine. Quanti film d’azione si concludono con il cattivo alla sbarra invece che spiaccicato in terra?

Lo chiamo “il mito del pistolero”. Un altro mito, vicino parente di questo, è quello del difendersi da soli, della legittima difesa libera, dell’arma in casa che se entra qualcuno gli faccio vedere io.

Li accomuna il mito della giustizia immediata, giusta di per se stessa, senza attendere le lungaggini e le incertezze di indagini, inchieste e processi. Apparentemente senza controindicazioni.

Si traduce, in politica, nel mito populista della soluzione semplice, radicale e istantanea a problemi complessi. Della politica al di sopra dell’economia e delle stesse leggi della fisica. Qui “politica” ha un significato sminuito, perché è intesa come volontà del vincitore delle elezioni, che si auto-assume il ruolo di “rappresentante del popolo”, fregandosene di finanza, accordi internazionali o dei semplici conti.

L’abbiamo già vissuto nel ventennio berlusconiano, lo stiamo vivendo oggi in modo, temo, amplificato, ad esempio quando si proclama di abolire la povertà “per legge”.

Finisce, di solito, come finisce una corsa in auto ad occhi bendati. Nel West morivano molti più innocenti che colpevoli. Le armi diffuse, negli USA, fanno più stragi che auto-difesa. In politica l’equilibrio è tutto. Tra coraggio e avventatezza c’è differenza, come ce n’è tra libertà di espressione e negazione del valore della competenza o tra dire la verità e cavalcare i sondaggi.

Oppure mi sto sbagliando e stiamo allegramente instradandoci verso il nuovo Eden.