Le famiglie italiane nelle ‘fiction’

Negli sceneggiati* TV italiani non esistono famiglie, solo famiglie allargate.

I figli hanno tutti problemi di cui i genitori non hanno la minima idea, presi come sono dalle loro questioni di carriera o di corna. In media la figlia maggiore ha una relazione con un uomo sposato, il figlio di mezzo è gay non dichiarato e il/la minore è un genio incompreso.

I ragazzi, peraltro, sono sempre modelli da copertina. Che siano i figli di un imprenditore agricolo, i praticanti in un ospedale, gli allievi di un conservatorio o dei delinquenti in riabilitazione sono sempre in forma, truccati e abbigliati per la passerella.

Separazioni e divorzi sono quasi sempre consenzienti e civili, restano così amici che si aiutano nei momenti critici e si fanno di continuo confidenze al punto che ci si chiede perché diamine non stiano più assieme. Ovviamente il perché è che è finito ‘l’amore’, termine astratto che indica una sorta di fluido sottile che può sfuggire da qualsiasi spiraglio o scucitura. In pratica matrimoni e relazioni sono contratti a termine legati a un serbatoio di ‘amore’, appena si accende la spia della riserva si devono buttare via e passare al successivo.

È posto ben chiaro che c’è un’abissale differenza tra ‘amore’, ‘tempesta ormonale’ e ‘attrazione sessuale’, tuttavia alla fine tutti vanno con chi trombano bene.

C’è sempre un genitore anziano, tradizionalista e insopportabilmente burbero che alla fine deve convertirsi anche lui alla sorridente religione del serbatoio di ‘amore’ e alla sua danza di relazioni. Oppure risulta essere il bieco responsabile di orribili nefandezze.

Gli sceneggiatori non hanno capito che, nell’ultima puntata, non possono essere tutti felici e contenti, perché questo obbliga a capriole inverosimili per costruire il seguito**.

Altre prassi che astraggono dalle famiglie. Le automobili sono tutte della stessa marca, oppure modelli non più in produzione da almeno vent’anni. Si beve il caffè nella tazzina con lo stesso ‘logo’ del pacchetto, sempre rivolto verso la camera da presa. Tra le ambientazioni** ci sono sempre i luoghi turistici e si ficcano a forza nella trama le EXceLLenZe locali – alimentari, industriali, artigianali e così via – se no l’amministrazione locale si deprime e magari non ‘sgancia’ autorizzazioni.

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*) Chiedo scusa ma la parola ‘fiction’, come tutti gli abusi dell’inglese, mi crea un enorme fastidio.

**) Anche qui, ‘sequel’, ‘prequel’, ‘location’ e altri anglismi anonimi mi sembrano brutti e inutili.

Pandemia, politica e totalitarismo economico

I governi, in giro per il mondo, con alcune differenze e poche nobili eccezioni, hanno fatto tutti errori simili riguardo alla pandemia di covid-19. Tutti o quasi hanno sottovalutato il rischio, sperato in palliativi e aspettato troppo prima di adottare provvedimenti forti, quando ormai l’epidemia si era estesa ed era pressoché fuori controllo.

In questo senso il governo italiano non è stato tra i peggiori: a sua scusante aveva pochi esempi precedenti, ad eccezione di Cina e Corea, e quando si è finalmente mosso ha preso provvedimenti efficaci, seppure ritardati e imperfetti. Lo stesso non si può dire per Spagna, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, solo per citare qualche caso: nessuno di questi paesi ha sfruttato le settimane di vantaggio e di pre-allarme per prepararsi ad affrontare il virus, neppure per fare scorte di presidi sanitari, anzi hanno provato a minimizzare fino all’ultimo o a inseguire il mito della “immunità di gregge”.

Ci sono più cause per questo comportamento, sicuramente la paura di ogni politico di imporre scelte sgradite alla popolazione, la difficoltà di individuare il momento giusto, ma la più importante è stata, da quel che mi sembra, l’influenza pesante dei poteri economici.

Caso Italia: l’epidemia era palesemente diffusa nel nord e in particolare in Lombardia, era chiaro che statistiche simili a quelle delle “zone rosse” di Codogno e Vò stavano comparendo altrove, ma si è temporeggiato. Invece di chiudere subito la Lombardia, il Veneto o almeno ampie zone di queste regioni si è ricorso a provvedimenti tampone, si è perso tempo prezioso finché è stato troppo tardi ed è stato necessario bloccare tutto il Paese. Solo dopo si è saputo delle insistenti pressioni dei potentati economici. Lombardia e regioni confinanti sono il centro industriale d’Italia, per cui le si è bloccate solo quando è diventato indispensabile farlo per tutto il territorio nazionale.

Sbagli peggiori sono stati fatti altrove: la Gran Bretagna ha inseguito il mito della “immunità di gregge” finché i numeri dell’epidemia sono diventati ingestibili. Solo con gli ospedali sommersi si è passati a scelte più rigide. Il motivo? Dò la mia interpretazione. Dopo la Brexit la Gran Bretagna ha bisogno di mano libera in economia, per mantenere o magari incrementare il suo ruolo di potenza mondiale basata sui liberi scambi finanziari e industriali. Un blocco l’avrebbe gravemente messo a rischio, per di più senza il potenziale scudo dell’Unione Europea. Al contrario, operare business as usual mentre gli altri erano fermi sarebbe stato un indubbio vantaggio. Si sono scientemente rischiate e giocate vite sullo scacchiere economico.

Le scelte altalenanti della politica USA non mi sembrano poi radicalmente diverse: bloccare il minimo considerando “accettabili” fino a 100’000 morti. Se non è cinismo non so come altro definirlo, forse in modi peggiori. In più la mentalità comune d’oltreoceano, la libertà di licenziamento e i limitati sussidi portano la gente a scendere in piazza chiedendo di tornare a lavorare: meglio rischiare di infettarsi piuttosto che di finire in mezzo a una strada.

Anche i ragionamenti di ripresa immediata, in Italia e altrove, mi sembrano sullo stesso tono e con analoghi moventi: significativamente vengono con forza dalle zone a più alta concentrazione industriale.

È la logica del capitalismo: guadagno ed economia al primo posto, interesse privato come logica morale. Ma come definire un assetto politico che mette un fine ultimo al di sopra della vita dei singoli se non totalitarismo? In questo caso un totalitarismo dell’economia o, per essere più cattivi, del capitale e dei consumi.

Certo è un totalitarismo imperfetto, per così dire, un’aspirazione totalitaria, moderato rispetto a quelli fascisti, nazisti e comunisti, non equiparabile alle teocrazie, attenuto com’è dalla democrazia (nei paesi in cui è presente) e dall’opinione pubblica (nella misura in cui questa è libera di formarsi e agire) e tuttavia utilizza leve potenti per spostare le scelte politiche e le coscienze dalla sicurezza dei cittadini verso la tutela dell’investimento e del capitale.

Quello che è successo nelle case di riposo – ospizi come si diceva una volta – o meglio ancora nella scelta di relegarvi gli anziani è emblematico. I “vecchi” non possono stare a casa perché i “giovani” non hanno tempo: devono lavorare, e non hanno soldi: devono consumare. I malati si mettono vicino ai sani, tanto sono tutti soggetti a rischio.

Ha ragione Papa Francesco a indicare l’egoismo come un virus peggiore della pandemia. La mentalità economicista si impossessa delle coscienze e usa tutta la forza possibile per pilotare le scelte politiche. Perché privatizzare la sanità se non per fare soldi? Perché dimensionare un presidio così fondamentale come la sanità pubblica su misura delle esigenze ordinarie, senza margini per i casi straordinari?

Partendo da questa pandemia dovremmo ripensare tutta la nostra società, a partire dalla scelta dei valori di riferimento e dalla rapporto con i più deboli ovvero gli anziani, la categoria su cui non si investe perché non dà prospettive di guadagno futuro. Nei piani attuali di ripresa e di “convivenza” con il virus gli over-settanta dovrebbero restare isolati dal mondo a tempo indeterminato, chiusi in casa nella migliore delle ipotesi o relegati in centri assistiti, ovvero ospizi, dove non diano fastidio a chi deve lavorare.

Ragionamenti simili si potrebbero fare per la scuola.

Dobbiamo cominciare subito a ripensare valori e obiettivi di vita, senza aspettare di “venirne fuori”, perché procrastinare vuol già dire mettere in secondo piano.

Europeista perché

Uno scorcio degli scavi di Pompei. Forse l’Europa è nata con e grazie a Roma antica

Sono europeista perché non mi va un’Italia con l’inflazione a due cifre, il debito pubblico triplicato, la benzina a 15’000 lire al litro e le normative scritte da comitati paritetici a guida politica.

Sono europeista perché l’Europa ci ha dato la normativa più rigorosa al mondo sulla Privacy, l’Antitrust e norme stringenti sulla sicurezza dei prodotti e degli alimenti e ci ha costretto ad aggiornare le normative nazionali.

Sono europeista perché non possiamo incolpare l’Unione Europea dei difetti tradizionali d’Italia: corruzione, illegalità diffusa, scarso senso civico.

Sono europeista perché l’Europa finanzia progetti di ricerca, innovazione, opere pubbliche.

Sono europeista perché sono convinto che solo un’Europa unita possa fronteggiare Cina, USA, Russia e le altre potenze.

Sono europeista perché voglio un’Europa più solidale, più democratica e meno burocratica senza però denigrare e smantellare tutto quello che è stato fatto finora.

Sono europeista perché mi sembra che pretendere di chiudere le frontiere di uno Stato sia come costruire una voliera senza tetto, perché secondo me le frontiere hanno perso significato da quando è stato inventato l’aeroplano e sono state praticamente cancellate dal Web. Lo spiego un po’ meglio: da tecnico mi rendo conto che scienza e tecnologia cambiano il mondo e lo collegano, fisicamente e virtualmente; indietro non si torna, una politica di stati autonomi e sovrani è una illusione e una nostalgia per un passato che a qualcuno sembra, ma non era, migliore.

Sono europeista perché, da quello che vedo, gli stati più nazionalisti, vicini e lontani, sono anche i meno solidali e i meno democratici. Alcuni, per inciso, sono molto “amici” dei nazionalisti nostrani, almeno finché non scoppia l’emergenza.

Sono europeista perché non voglio svendere l’Italia a nessuno, nemmeno alla Cina o alla Russia e nemmeno agli USA se per questo.

Sono europeista perché l’Europa è un fatto, non un’opinione; una evidenza geografica, storica, politica, sociale ed economica. Negarlo significa ignorare la storia, l’economia, la politica, la cultura e un po’ di altre cose.

Sono europeista perché mi sembra l’unica via percorribile per un futuro di sviluppo organico, democratico e solidale. Percorso difficile, accidentato ma affascinante e privo di alternative concrete.

Sono europeista perché in momenti di crisi ed emergenza è necessaria una direzione univoca e scelte comuni e coraggiose, che in questo caso sono mancate.

Sono europeista ma sul serio: non mi basta l’Unione Europea così com’è, mi fanno paura i nazionalismi e anche gli egoismi interni ed esterni.

Di fronte a tante chiacchiere, urla e insulti che girano sui social e alle chiacchiere da bar che si sentono dappertutto, mi sembra il caso di dirlo chiaro. Sono europeista!

L’epidemia “Spagnola” e ricordi di famiglia

Cent’anni fa o poco più imperversava, in Europa e nel mondo, l’epidemia d’influenza denominata “spagnola”, che ha mietuto nel mondo milioni di vittime. Era il 1918 e non il 1920, come da bufala complottista e millenarista da social.

Un parallelismo con l’attuale epidemia è difficile, si trattava di una malattia diversa anche se le principali conseguenze erano, allora come per il Covid19, polmonari, la scienza e la sanità erano più arretrate, i medici avevano meno strumenti a disposizione ma soprattutto era un mondo molto più povero, uscito stremato dalla Grande Guerra. I soldati, possiamo dire i sopravvissuti da tutti i fronti, erano tornati, affamati, patiti e sconvolti, alle loro case e l’economia stentava a ripartire. Negli ex imperi centrali sconfitti di Germania e Austria-Ungheria, già alla fame nelle ultime fasi del conflitto e ulteriormente gravati da infami trattati di pace, non c’era nemmeno abbastanza da mangiare per tutti.

Mia nonna abitava a Napoli, a San Giovanni a Teduccio, e aveva appena quattro anni per cui ricordava poco di quei giorni, solo la paura, che non si poteva uscire di casa (come oggi) e che la famiglia sopravvisse perché un po’ più benestante delle altre: aveva un forno per il pane, qualche soldo da parte e qualche gallina da sacrificare per mettere qualcosa a tavola. Per altri è stata ancora più dura.

Il suo futuro marito, giovanissimo aspirante ufficiale del Regio Esercito, era appena rientrato in Sicilia dopo un anno di dura prigionia sotto gli austro-ungarici, durante la quale, come si può leggere nelle sue memorie, aveva patito la fame ed era scampato alla morte per malattia. Si sarebbero conosciuti solo molti anni dopo e ci sarebbe stata un’altra guerra mondiale, ma questa è un’altra storia.

“Cerco una badante”

A mia madre anziana è successo un episodio sgradevole. Un’amica con gravi problemi di salute le ha chiesto di aiutarla a trovare una badante, per la notte.

La povera donna ha bisogno d’aiuto per tutto, un parente ci si dedica ma da solo, chiaramente, non ce la fa.

Mamma inizialmente non voleva: abbiamo avuto tante esperienze di badanti, positive e negative, uomini e donne, italiani e stranieri quando Papà stava poco bene, e non aveva voglia di risvegliare vecchi ricordi penosi; e poi, dopo anni, i contatti che aveva non servono più. Poi però ha deciso di chiedere alla signora che le fa le pulizie a casa, che è cingalese e con cui Mamma ha praticamente fatto amicizia.

Lei le dice che ha un’amica che cerca lavoro: è giovane, studia e di giorno va a scuola, per cui guadagnare qualcosa nelle notti le farebbe comodo.

Sembra la soluzione ideale o quantomeno da valutare. Mamma la comunica all’amica ma… la reazione è fredda.

Poco dopo la ragione si spiega: il parente della signora telefona a mia madre e le chiede informazioni: “Ma la ragazza è nera?” e poi anche: “dovrebbe andare nello stesso bagno della mia parente?”

Mamma è scioccata, presa alla sprovvista. Ma come se non bastasse poco dopo arriva anche la telefonata della signora sua amica: “ma quanto è nera questa ragazza?”

Mamma è indignata e tentata di controbattere in malo modo ma rinuncia, non c’è nulla da fare. Che se la sbrighino loro. E trova una scusa per la signora delle pulizie.

Posso essere, per una volta, politicamente scorretto? Spero che trovino una badante italiana di loro gradimento e che costei provveda a svuotargli casa un pezzo alla volta!

La quarantena non è uguale per tutti

I francesi rientrati dalla Cina per l’emergenza coronavirus sono ospitati, per il periodo di quindici giorni di quarantena, in un villaggio vacanze sul Mediterraneo:

https://it.euronews.com/2020/02/02/la-quarantena-dei-francesi-sulla-costa-mediterranea

Gli italiani sono, come sappiamo, nel centro sportivo della Cecchignola:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/03/coronavirus-rientrati-i-56-italiani-bloccati-a-wuhan-primi-controlli-negativi-adesso-14-giorni-di-quarantena-alla-cecchignola/5693311/

I cittadini russi invece “scontano” la loro quarantena in Siberia:

https://www.agenzianova.com/a/0/2796044/2020-02-05/coronavirus-russia-rimpatrio-connazionali-da-provincia-cinese-di-hubei-completato-con-successo

Bisogna dirlo, i francesi dimostrano un certo stile ma anche i russi si distinguono sempre: quando non sanno dove mettere qualcuno, la scelta cade sempre sulla Siberia!

C’è un deputato che…

Parlamento

Chi suggerisce di mandare un cinese a starnutire in Parlamento, alludendo ovviamente a infettare i presenti di coronavirus o almeno indurli alla fuga. Chi invita l’Iran o la Corea del Nord a puntare lì i loro missili. Chi fa battute sessiste sulle madri dei parlamentari. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

So di essere in minoranza ma battute e barzellette su deputati, senatori ed uomini politici in generale raramente mi fanno ridere. Innanzitutto non mi piace augurare il male a qualcuno, a prescindere da chi sia. Più nello specifico perché mi sembrano grossolane, frutto di generalizzazioni e poi perché i politici sono il bersaglio troppo facile individuato dalla comune tendenza a auto-assolversi.

Non ce la faccio a ritenere la cattiva politica la causa dei mali d’Italia, semmai un sintomo.

Se deputati e senatori sono lì, assisi nel loro seggio, intervistati dai giornalisti e commentati sui social, vuol dire che qualcuno, ovvero noi elettori, ce li ha mandati, li abbiamo votati. Se non fanno il loro dovere perché li rieleggiamo? Se fanno leggi sbagliate perché non critichiamo il loro operato? Se votiamo per impulso, per partito preso o, peggio ancora, per scambio di favori, di cosa ci lamentiamo?

La politica che non funziona è da un lato una costante umana: tutti i popoli hanno sempre criticato i loro governanti, in qualsiasi epoca e in ogni posto. Dall’altro è un sintomo di un male più profondo. Se l’Italia non è capace di esprimere una politica forte all’interno e tantomeno all’esterno, questo è il sintomo di un difetto sociale radicato, che, a mio modesto avviso si può chiamare scarso senso civico. L’italiano medio – questa creatura mitologica – è tendenzialmente per il “si salvi chi può” e solo raramente, nelle estreme emergenze, per il “facciamo fronte assieme”. Se una legge non ci piace non proviamo a cambiarla ma a cercare una scappatoia. Abbelliamo le nostre case fregandocene delle aree comuni. Paghiamo in nero in cambio dello sconto, se non possiamo avere un rimborso fiscale. Non tutti, ovviamente, ma una notevole parte.

Quando sento parlare qualcuno, il più delle volte non fa che elencare i propri pregi e quante belle cose ha fatto nella vita. Se ha fatto qualcosa di non proprio commendevole è stato ovviamente perché costretto dalle circostanze. Se cominciassimo a essere un po’ meno auto-assolutori e un po’ più auto-critici – se insomma riuscissimo a dirci un po’ la verità – forse, e dico forse, riusciremmo ad andare da qualche parte.

Evoluzionismi (e non) politici italici

Eccovi un altro post politico, come già annunciato nel titolo. Siete avvisati.

In Italia la Sinistra è riuscita a staccarsi dal modello comunista, che rimane ormai di riferimento solo per frange marginali. Non è successo in un giorno anzi stato il risultato di un percorso lungo e tormentato, non privo di fermate, passi indietro e ripensamenti, come anche di nostalgie, salti in avanti e tante divisioni, che è iniziato con la caduta del muro di Berlino, è passato per la “cosa” di Occhetto e molti altri passaggi non sempre positivi, compresi l’Ulivo, il “Veltronismo” e il “Renzismo”.

Di fatto ormai più nessuno o quasi parla seriamente di concetti come lotta di classe, collettivizzazione dei mezzi di produzione o dittatura del proletariato.

Dei passi, va detto, di allontanamento dalla rivoluzione sovietica e in direzione di un riformismo social-democratico, erano stati fatti anche prima, ma il partito continuava a chiamarsi comunista, per cui la radice non era stata tagliata.

Di contro una parte importante della Destra continua a rifarsi, più o meno apertamente, al fascismo, e non vede l’ora di rifare il saluto a mano alzata, i salti nei cerchi di fuoco, le adunate oceaniche, il culto dello “uomo della provvidenza” eccetera. Di più, le correnti che più apertamente inneggiano al regime non sono marginalizzate ma considerate parti integranti e propulsive del movimento di destra italiano.

La Destra sembra condannata a un eterno, ciclico ritorno verso il modello del famigerato ventennio e non sono bastati un Berlusconi, un Fini e un paio di leader leghisti a cambiarle i lineamenti.

Non conosco le cause di questa inquietante stasi e posso solo provare a fare ipotesi: un blocco psicologico conseguente alla sconfitta dell’8 settembre 1943, che non è mai stata elaborata; un desiderio di rivalsa; la paura del futuro che porta a rifugiarsi nel sogno della restaurazione del passato; il desiderio di affidarsi completamente a uno che “ha sempre ragione”. Penso da tempo che il desiderio di dittatura nasca da paura della libertà, al punto da delegare le decisioni sulla propria vita a un altro. Non ho competenze sociologiche e altri potranno essere sicuramente più precisi di me a riguardo o magari smentirmi del tutto. Sta di fatto che, dopo ottant’anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e oltre settantacinque circa dalla caduta del regime mussoliniano, sarebbe ora che la Destra italiana si desse una scrollata.

Esistono maniere moderne e democratiche di essere di Destra, come i Repubblicani americani o i Conservatori britannici: prendete esempio. Sarebbe davvero utile per il Paese.

Post politico “sbagliato”

Mi trovo a fare ragionamenti che non mi sarei aspettato fino a poco tempo fa. Mi è successo ultimamente, anzi proprio stamattina, mentre ascoltavo la rassegna stampa alla radio che, come sempre, era focalizzata sulla politica nazionale.

Recentemente il Movimento 5 Stelle ha:

  • Abbandonato i No-vax;
  • Trasformato l’utopico “reddito di cittadinanza” in un normale sussidio alla disoccupazione;
  • Abbandonato i No-TAV;

Inoltre, nel recente confronto politico interno al governo, i grillini (o forse dovrei dire ex-grillini):

  • Fanno da argine alle “autonomie regionali” leghiste, che poi non sono che il vecchio federalismo, a sua volta nome nuovo per la “padania libera” vetero-leghista-ignorante;
  • Stanno faticosamente superando (si dice così) il ridicolo limite del “doppio mandato” riabilitando il concetto di “carriera politica”, non più assimilata a fedina penale. Forse, continuando su questa strada, alla lunga, anche la parola “partito” smetterà, per loro, di essere sinonimo di “associazione a delinquere”;
  • Si stanno allontanando da Beppe Grillo, finalmente destinato al ruolo di padre anziano speriamo (per lui) non troppo astioso.

Se continua così il Movimento rischia di diventare l’unico partito serio in Italia (lascio a voi i relativi commenti su Lega, Forza Italia e PD tralasciando pietosamente i “minori”). Per raggiungere tale obiettivo, però, deve ancora affrontare pochi semplici passi:

  1. Sdoganare definitivamente competenze e titoli di studio (questa è la parte più difficile) tagliando i ponti con complottismi, “professionisti presso se stessi” e “laureati all’università della vita”;
  2. Abbandonare il ricorso sistematico all’insulto contro l’avversario come espediente per nascondere le proprie carenze;
  3. Capire che c’è ancora una differenza fra destra e sinistra e fare qualche scelta a riguardo (che non significa necessariamente alleanze).

In questo modo perderanno una parte del loro elettorato “storico” ma magari potrebbero guadagnarne altro un po’ meno fanatico ma più solido. Potrebbero anche trovare il modo di dire qualche “si”, ogni tanto, che non sia solo per spesa pubblica e riuscire a prendere decisioni interne senza ricorrere al voto del web. In questo modo diventerebbero una forza valida per la politica italiana. Il condizionale è d’obbligo.

L’ostacolo vero, a questa evoluzione del Movimento verso un vero Partito politico di massa, è la Casaleggio e associati, che di fatto lo finanzia e controlla. Difficile trovare un modo per sciogliere o almeno allentare il vincolo, ma nella vita quasi nulla è davvero impossibile.

Chiudo ribadendo che fino a poco tempo fa non avrei mai pensato di fare un ragionamento del genere e spero di non pentirmene.

In difesa della “comfort zone”

“Il problema è accettare le sfide, uscire dalla comfort zone”,

Così dicono gli esperti d’innovazione.

Così insistono i guru dell’organizzazione aziendale

Lo ripetono così a oltranza che il concetto stesso mi è venuto a noia.

E come sempre, in questi casi, annego la noia facendomi domande.

Perché dovremmo sempre essere sotto pressione? Sempre stressati? Sempre con un traguardo nuovo sempre più lontano? Sempre a inseguire nuove posizioni?

Sempiternamente pronti ad affrontare sfide? Automaticamente disponibili metterci alla prova con quello che non ci piace? Moralmente obbligati a confrontarci con scadenze impossibili e obiettivi fantastici, a sobbarcarci nuovi impegni e responsabilità ”a gratis” solo perché qualcuno (dotato del necessario potere) ce li ha posti davanti?

Così si conquista (forse) il mercato ma non la saggezza. Si allunga il curriculum ma non si amplia la conoscenza. Si allarga il portafogli (magari) ma si restringe la vita. Si saltano le tappe e si tagliano i traguardi (ammesso che…) ma lasciandosi dietro fette cospicue di vita, famiglia e salute.

Vanno bene le sfide, intendiamoci, anzi sono indispensabili per la “crescita personale” (altra espressione che mi è diventata fastidiosa), sono il sale stesso della vita, ma con il tempo e i passi necessari e, soprattutto, un margine di discrezione individuale.

Non sempre chi sta seduto s’è arreso, magari prepara il prossimo passo. Non sempre chi corre sta avanzando, magari si sbatte soltanto o fa scena, a vantaggio di colleghi e (soprattutto) capi. Non sempre chi sta da solo rifiuta il confronto, magari medita e comprende. Non sempre chi si avventura per nuove strade fa esperienza: magari non sa neppure dove sta andando.

Non sempre chi dice di no mette i bastoni fra le ruote all’organizzazione, magari si rende conto di non essere adatto al ruolo che gli è proposto (e quasi imposto) e di poter fare molto di più in altre direzioni. Chi chiede di fare un passo indietro può aver individuato errori che gli altri non vedono, o fanno finta. A volte chi chiede di rimandare una scadenza o allentare una specifica è più apprezzabile di chi consegna un risultato nei termini, ma “quale che sia” e magari opportunamente edulcorato.

Un po’ di comodità, anche sul lavoro e nei processi di sviluppo e progettazione, non è “il male”, anzi, se ben gestito, è la condizione necessaria per capire e indirizzare i passi da fare. Il successo non si può misurare solo in denaro, così come il lavoro, intellettuale o meno, non si misura in ore e come il benessere di una nazione non è tutto nel PIL.

Recuperiamo un po’ di Otium produttivo, come ragionavano i latini. Decidiamo le sfide da affrontare e programmiamone l’approccio in modo razionale. Le persone potrebbero paradossalmente guadagnarne in produttività e magari la “macchina Italia” avanzerà meglio, assieme alla nostra vita privata.