L’italianità del lavoro nero

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Man at work

Parliamo di lavoro, di italianità e della relativa legislazione. Il problema non è Poletti e le sue affermazioni sui giovani che vanno all’estero – forse inopportune ma volutamente fraintese. Il problema non sono i voucher o il job act in se. Il problema non sono, ovviamente, i giovani che, dopo essersi guardati intorno, vanno, con più o meno entusiasmo, all’estero per provare a realizzarsi. Il problema non è, per dirlo subito, se una data azienda è di proprietà italiana o straniera, ammesso che quest’affermazione abbia ancora un senso.

Il problema è che qui in Italia (e ancora di più al Meridione) il lavoro nero o semi-nero trionfa sempre e comunque sopra qualsiasi riforma e liberalizzazione. Se lo scopo del governo con i nuovi contratti a termine – anche con durata di poche ore – e con la riduzione dei diritti dei lavoratori – di cui l’abolizione dell’articolo 18 non è stata la più rilevante per la massa dei lavoratori giovani e precari ed è stata enfatizzata solo dalle trombe interessate dei sindacati – avevano lo scopo di attaccare il lavoro nero, renderlo non conveniente, in modo da trasformarlo in contratti regolari, che risultano nelle statistiche e pagano le tasse tutti i mesi; se lo scopo era questo, dicevo, allora hanno decisamente fallito.

webimg_0987_ikeaPensare in grande…

La legislazione sul lavoro va cambiata, insisto, non tanto (e non primariamente) perché tolga diritti a chi li ha ma perché non funziona a dare diritti a chi, nel suo lavoro, non ne ha mai sentito parlare.

In Italia si continua a preferire il lavoro nero, sempre e comunque. E la cosa paradossale è che, molte volte, conviene (o sembra convenire) anche al lavoratore, perché significa mettersi più soldi in tasca a fine mese rinunciando a una protezione aleatoria e a contributi che forse non consentiranno mai di raggiungere un’ipotetica pensione.

Quindi si accettano contratti fittizi, retribuzioni fittizie, condizioni para-contrattuali, accordi verbali, qualifiche inferiori al lavoro che davvero si svolge, gratifiche sottobanco esentasse quando il “padrone” ne ha voglia.

Una parte del problema sono i controlli di legalità, pochi e spesso fittizi. Superficiali nel migliore dei casi. Le verifiche raramente sono spinte in fondo e spesso ciò avviene volutamente, perché l’economia italiana è malata di nero e meno nero, si teme, non significherebbe più legalità, ma meno economia e basta. Bisogna chiudere un occhio (e spesso un occhio e mezzo), per evitare di dover chiudere tutto, insomma.

L’assenza di legalità di casi come l’ILVA di Taranto, in cui la miopia cronica delle istituzioni locali e nazionali è durata per anni, sono solo la cima sporca dell’iceberg.

webimg_5291Il commercio, uno dei settori dove è più difficile “andare avanti”

Il problema di base, in parte legato al precedente, resta la sproporzione della domanda di lavoro rispetto all’offerta, sproporzione che finisce per mettere il manico del coltello sempre dalla parte dei datori. E’ lo stesso motivo che spinge tanti giovani qualificati a spostarsi all’estero. Lì il potere contrattuale che viene dalle loro capacità e qualifiche, con tanta fatica raggiunte, è molto maggiore che qui in Italia. Ma anche tanti non più giovani fanno la scelta, a un certo punto della vita, di saltare il confine di stato, per abbandonare carriere stagnanti, stipendi impiegatizi e scarsa considerazione, che non cambiano anche dopo anni e anni d’esperienza e di progetti portati a termine, in favore di qualcosa di meglio.

Ciò si lega a un altro aspetto di cui si preferisce parlare poco, ovvero che le sbandierate eccellenze italiane sono una minoranza – non mosche bianche, ma comunque una piccola parte – nel panorama della nostra mediocre imprenditoria italica. Abbiamo una struttura economica che difende le posizioni di forza acquisite, anche piccole. Ogni proprietario di scuola privata o di piccola impresa, ogni titolare di affermato studio d’avvocato o commercialista, ogni socio di piccola o media impresa edile, qui in Italia – solo per citare qualche categoria a caso – sa perfettamente che la fila dei potenziali lavoratori a nero o semi-nero è lunga. E al Meridione la situazione è ancora peggiore.

C’è crisi, carenza d’affari, carenza di risorse certamente, ma anche un certo gusto del piccolo, un voler sempre puntare sul sicuro, una scarsissima propensione alla crescita e una difesa reciproca di categoria. Una difesa a oltranza, appunto, delle posizioni acquisite che fa il paio con l’abitudine, se solo si può, di non pestarsi i piedi a vicenda e di non spingere a fondo sul pedale della concorrenza. Di contro si creano ostacoli d’ogni tipo a qualunque nome nuovo che tenti di emergere.

Negli stati esteri più avanzati i datori di lavoro tentano di accaparrarsi i lavoratori migliori, a suon di benefit e di aumenti di paga, e poi di metterli nelle condizioni migliori per farli fruttare – pretendendo, comprensibilmente, un impegno commisurato. Sanno che o sei tra i migliori o muori. Qui l’ottimo non serve, ci si accontenta dell’accettabile. Si sfrutta finché si può e se la “eccellenza” si stufa e se ne va… beh ci sarà qualcun altro almeno bravino pronto a sostituirlo senza accampare pretese. L’importante non è crescere, migliorare, ambire, rischiare: basta tirare a campare e, per chi ha in mano le leve di imprese simili alle succitate, continuare a accumulare.

Il concetto di “italianità”, ogni tanto strombazzato per difendere qualche gigante zoppicante e in procinto di cadere, serve, mi sembra, a puntellare quest’andazzo dall’arrivo di stranieri attivi e combattivi. In tal caso, scusatemi, ma no, non fa per me.

SpaceX: giovani, entusiasti e vittoriosi: un po’ diverso da tanta parte del lavoro in Italia

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La rotonda questa sconosciuta

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Circolazione automobilistica alle falde del Vesuvio

Si prendono spesso in giro i meridionali in genere – e i napoletani in particolare – perché non rispettano i semafori. Nel luogo comune c’è del vero, lo ammetto, come in quasi tutti d’altra parte, ma non nelle dimensioni e modi che in genere si ritengono. Per il napoletano in particolare e il meridionale in generale ci sono semafori e semafori: quelli tassativi e quelli indicativi. I primi sono di due categorie, quelli a multa certa, per telecamere o dispositivi similari, e quelli a morte probabile, per la pericolosità dell’incrocio. Ovviamente quest’ultima catalogazione è soggettiva: il sottoscritto, ad esempio, fa parte della categoria di quelli che preferiscono rispettare sempre, perché non si sa mai, perché non ho mai ritenuto di avere capacità sensoriali e di guida al di sopra della media e soprattutto perché rispettare le regole, quando sono razionali, è un valore in se.

Quello che invece difetta completamente al meridionale in generale e al napoletano in particolare, oltre all’uso degli indicatori di direzione su cui mi sono già soffermato, è la concezione della rotonda e di come ci si debba comportare, assieme all’abitudine di trascurare bellamente la segnaletica orizzontale e verticale. Solo una minoranza la conosce ma, essendo circondata dall’ignoranza, deve fare di necessità virtù. Le rotonde si stanno rapidamente diffondendo e il loro utilizzo richiede attenzione, quando ne incontri una puoi imbatterti in diverse categorie di automobilisti:

  • Quelli che sanno che, nella maggior parte dei casi e come segnalato, la precedenza spetta a chi ha già imboccato la rotonda. Come detto, siamo una minoranza;
  • Quelli che sono convinti che la precedenza spetti, sempre e comunque, a chi entri nella rotonda perché viene da destra. Costoro non si pongono il dubbio quale sia, allora, l’utilità della rotonda nello sveltire il traffico;
  • Quelli che si buttano a prescindere, in entrata, nel percorso e in uscita, come scelta di vita e filosofia di auto-affermazione;
  • Quelli che danno la precedenza a prescindere. In questo gruppo ricade per necessità, per lo più, anche chi appartiene alla prima categoria.

Non di rado mi sono visto fare gesti di stizza o peggio da qualcuno che non avevo lasciato entrare mentre ero già nella rotonda e, al contrario, gente che mi ha fatto ampi segni di ringraziamento perché mi sono fermato all’ingresso della rotonda lasciando loro, che giravano, la precedenza.

Collezione di finestre

Finisco sempre per fotografare finestre.

La finestra stimola la curiosità e ti invita a sbirciare dentro, per cogliere un attimo di una vita diversa dalla tua.

La finestra è un collegamento fisico e visivo tra il dentro e il fuori e mescola le caratteristiche di queste due realtà contigue. La finestra è un compromesso fra i condizionamenti imposti dall’ambiente esterno e i desideri di chi vive l’interno. E’ personalizzata e ha i segni del luogo. Si adatta a gusti e climi. Può essere ricca o povera, florida o cadente, spoglia decorata, con o senza grate, ante, imposte, tende, vasi di piante.

Insomma, se ti sforzi di leggerla, la finestra ti rivela tanto del posto, delle persone e delle loro interazioni.

Nei centri storici delle nostre città (in questo caso quell’unico nazionale che è Caserta Vecchia) o nelle isole (Ischia) è facile individuare delle peculiarità e si rischia di cadere nel pittoresco, ma anche le funzionali e geometriche finestre moderne, da zona residenziale, possono non essere anonime e più sono vissute e meno lo sono.

Come sono le vostre finestre? Classiche o moderne? Eleganti o funzionali? Personalizzate o anonime?

Due minuti d’ordinaria camorra

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Un vagone della metropolitana, insolitamente vuoto

Metropolitana di Napoli, sabato sera, in direzione della spettacolare stazione di Toledo. Convoglio pieno di ragazzi che sfruttano l’apertura prolungata, per lo più provenienti dalla periferia. Entra un venditore ambulante, uno dei tanti che vivacchiano proponendo cose qualsiasi in cambio di qualche spicciolo. Uno dei ragazzi lo prende in giro, lo ammetto in modo inopportuno, trascinato dall’entusiasmo dell’uscita. Poca cosa, per la verità, ma se ne faceva a  meno era meglio. Si alza uno molto più grosso di lui e gli si avvicina decisamente. Ha tanta panza, è evidente, ma anche abbastanza fisico da intimidire il primo. E così fa, lo redarguisce in dialetto, gli dice di rispettare quello che sta lavorando per campare.

Il primo ragazzo si ritira in buon ordine. Il secondo, quello grosso, si intrattiene a colloquiare con il venditore ambulante. Ne ascolta le lamentele e giustificazioni. Lo rassicura. Lo mette sotto la sua ala protettrice.

Intanto il treno arriva in stazione. Il grosso salta avanti a quelli che aspettano davanti alla porta, mentre il treno è ancora in movimento, e tira l’apertura d’emergenza delle porte. “Così scendete prima” dice. Mentre chi è arrivato scende in stazione, lui si accosta di nuovo, protettivo al venditore ambulante, che si giustifica: “lo faccio per campare”.

Ecco un piccolo episodio che rivela diversi aspetti delle mentalità camorristica, o mafiosa in generale se volete.

Il camorrista finge interesse e protezione verso le esigenze di un “debole” mentre lo scopo primario è dimostrare forza e acquistare controllo. Crearsi un suo territorio e rispetto, in pratica.

Per lo stesso scopo, il “debole” da “difendere” è scelto in modo che sia successivamente soggetto e debitore.

Anche il contesto è scelto in modo oculato. L’intervento è volutamente plateale e la vittoria deve essere facile e ampia. Il pubblico serve allo scopo. Il “rumore” creato non è inefficienza, ma funzionale.

Il tutto presuppone che non vi sia opposizione diffusa, ovvero che tutti gli altri, quelli non direttamente coinvolti, tendano a “farsi i fatti loro”. E’ la che sbagliamo tutti, lo ammetto. L’unica scusante che invoco è la velocità dell’azione: tutto si è concluso prima che riuscissi a elaborare cosa stava accadendo.

La singola vittoria sul campo, ovviamente, inorgoglisce e incoraggia il camorrista in erba. Si è fatto notare sul suo territorio, ha mostrato forza e decisione, ha acquistato un protetto e costretto un altro a sottomettersi, per cui si sente pronto al passo successivo, ovvero imporre la propria forza su una scala più ampia. Un altro gradino nella scalata della montagna di merda.

Una passeggiata a Capua

E’ da un po’ che mi è presa la mania della fotografia. Nel fine settimana “giro” sempre con una fotocamera compatta in tasca o nella tracolla, perché scattare con il cellulare non mi soddisfa. Usare la reflex, invece, è una vera e propria soddisfazione Se trovo uno scorcio, un angolo o un dettaglio che mi incuriosiscono mi piace essere pronto a fermarli. Trovo che sia un modo per imparare a guardare con più attenzione.

Ormai da mesi impiego solo fotografie mie per i post e penso che sia arrivato il momento per un articolo solo fotografico: istantanee da una passeggiata a Capua, con gli intrecci fra resti di epoche diverse come tema conduttore.

A proposito di Brexit (a posteriori)

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Il Latino ha unito l’Europa assai prima dell’UE (foto da Capua)

Brexit secondo me: ne parlo “a posteriori” perché non avevo nessuna intenzione o velleità di influenzare nessuno e neppure mi sentivo in grado di fare pronostici. Ho voglia di parlarne ora riguardo a effetti e sensazioni.

Fondamentalmente sono europeista. Da quando è stato inventato l’aeroplano i confini hanno perso gran parte del loro senso e Internet ha proseguito la strada in questo senso: libertà di movimento per uomini e merci e regole comuni e condivise sono nello stato delle cose. Tuttavia penso che la UE, così com’è, vada riformata, e il referendum britannico si somma ai tanti segnali di insoddisfazione dei cittadini e alle dimostrazioni di vera e propria inefficienza: è il caso della crisi greca e della gestione dell’immigrazione, solo per fare due esempi recenti.

Troppa enfasi su finanza e banche trascurando l’integrazione sociale, culturale e – lasciatemelo dire – militare, ovvero, in sintesi, politica. Acceleratore troppo premuto sull’ingresso di nuovi stati chiudendo un occhio (e anche un altro mezzo) sulle condizioni economiche e sociali. Operazione moneta unica condotta in modo troppo veloce. Il tutto guidato dall’asse franco-tedesco in base alle proprie esigenze. E penso di essermi dimenticato qualcosa.

Devo però dire che, in un certo senso, speravo che il referendum vincesse, semplicemente perché era il risultato che avrebbe dato gli esiti più interessanti. Si tratta della condizione che impone e forza il cambiamento con meno margini per la diplomazia al ribasso. Per un appassionato di storia come il sottoscritto è una situazione che oserei definire entusiasmante, perché il Brexit è uno degli eventi che fanno la storia.

Non ritengo tuttavia che, alla fine, gli esiti saranno così tragici come dalle previsioni fatte circolare nei giorni scorsi e che, diciamocelo, erano in buona parte un tentativo di terrorizzare l’elettorato britannico. Ma si sa, francesi, tedeschi e britannici sono molto meno impressionabili degli italiani, in primo luogo perché nutrono fiducia nella propria unità nazionale, concetto che “noi” stentiamo anche solo a capire.

Alla fine l’economia, come tutti i sistemi umani, è dotata di tanti pesi e contrappesi e, soprattutto, di meccanismi di smorzamento che rendono improbabili gli esiti estremi. A nessuno conviene un completo tracollo britannico e neppure è pensabile troncare di colpo e definitivamente rapporti commerciali e finanziati consolidati. Nemmeno è auspicabile, da parte di nessuno, che le centinaia di migliaia di lavoratori comunitari che operano in Gran Bretagna, spesso in posizioni di alto profilo, siano costretti da un giorno all’altro a “tornarsene a casa loro”.

Si passerà senza dubbio attraverso un periodo di instabilità e incertezze, mentre accordi specifici verranno discussi e firmati sui vari aspetti delle relazioni economiche, politiche e di frontiera con la gran nazione ex-UE fino ad arrivare a un nuovo equilibrio anch’esso, ovviamente , provvisorio.

Di contro, l’UE dovrà interrogarsi su come riformarsi in fretta, per evitare di crollare come un castello di carte – e magari, come questo, facendo ben poco rumore.

Brutto fuori, bello dentro

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Secondo me il distacco fra il pubblico e il privato si può evidenziare dal contrasto fra l’aspetto di molte città e quartieri e quello delle case.

Nelle visite a conoscenti, la prima attività obbligata è il giro turistico della casa. Bisogna osservare tutto: dalla disposizione delle stanze a quella dei mobili, dalla qualità degli stessi alla selezione di soprammobili e accessori. Bagno e cucina fanno da centri focali, assieme al salone per accogliere gli ospiti, se c’è. Al termine viene il rito dei complimenti. La vista esterna, da finestre e balconi, è opzionale e proposta solo se particolarmente attraente, come un complemento d’arredo non necessario. Lo stesso vale per la facciata esterna dell’edificio.

Magari prima di arrivare hai dovuto attraversare incroci e viali di periferia anonima o insinuarti in vicoli dalla pavimentazione sconnessa e dalla scarsa pulizia, magari con evidente carenza di servizi urbani. Tutto questo viene secondario nel giudizio dell’alloggio.

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Il tutto vale ovunque ma ancor più in Italia e a maggior ragione dove il degrado esterno è più visibile. C’è chi abita in periferia o al centro da una vita, chi ha scelto di spostarsi per sfuggire al caos, evitare il traffico o essere vicino ai suoi interessi, chi vorrebbe andarsene ma non può, c’è chi ci si trasferisce per risparmiare o per altre convenienze ma c’è una regola comune e diffusa (non totalitaria, beninteso): fare finta di non vedere il “fuori” per concentrarsi sul “dentro”. Regola di quieto vivere o di sopravvivenza secondo i punti di vista, forse necessità dettata dall’impossibilità a cambiare tutto, ma in ogni caso, secondo me, anche sintomo evidente di scarso interesse per la cosa pubblica, aggravato dal sentimento che quella cosa pubblica sia lontana e gestita con logiche d’interesse e potere.

La casa è motivo d’orgoglio per l’italiano medio, perché costata soldi e fatica, perché è un po’ l’immagine di se stessi e, soprattutto per noi italiani, resta una cosa stabile, fatta per durare possibilmente tutta la vita. E’ il luogo privato per eccellenza e per questo le rapine in casa scuotono particolarmente. Ma soprattutto la casa è la nostra piccola patria, con le sue regole e il suo senso civico, costruito e sedimentato negli anni, formato da regole non scritte ma perfettamente note a chi la abita. La porta è il confine che la separa dalla “terra di nessuno” del pianerottolo, del cortile o della strada e dalle patrie degli altri, che si sviluppano a partire dalla loro soglia. La città, quello che sta in mezzo fra le case, è di tutti, quindi di nessuno, e vive su regole solo parzialmente razionali e condivise, da rispettare o aggirare secondo l’esigenza. Qualche volta è luogo di conquista, più spesso di convivenza grosso modo pacifica, più raramente di condivisione. La Patria grande, quella nazionale, con le sue leggi scritte e i sui riti di appartenenza, è in buona misura esterna, raccoglie le patrie familiari e personali in una sorta di confederazione in parte forzata e non di rado conflittuale, senza fonderle in unità: una sorta di male necessario a cui pure ci si affeziona, perché fa parte della vita quotidiana.

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Quel che è mio è “dentro”, posso toccarlo, misurarlo, conformarlo al mio volere. Tutto il resto, quello che sta “fuori” a “attorno”, mi riguarda poco e faccio in modo da attraversarlo, quando devo, con meno danno possibile.

Chi tocca il Grillo sparlante… è brutto e cattivo

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L’altro giorno mi sono divertito a battibeccare su Twitter con dei simpatizzanti del Cinque Stelle, Sarebbe stato educativo, se non fosse che già mi aspettavo la reazione.

Per la verità ho cominciato io: ho risposto a un Tweet costituito dal testo “fatemi capire” e da un’immagine contenente un testo (vecchio trucco per dare più enfasi e lunghezza al tweet), che recitava: “Solo quest’anno scandalo Mose, Scandalo Expo, Mafia capitale, ed è Grillo a far paura?”

La mia risposta è stata: “Grillo fa paura? Magari. Purtroppo fa ridere”.

Ho un po’ esagerato: mi piaceva molto Grillo quando faceva ridere. Ancora mi sbellico sui vecchi filmati di “Te la do io l’America”, un capolavoro comico-umoristico!

E si, lo so, un po’ me la sono cercata, ma coincide abbastanza bene con quello che penso: fino a che i M5S continueranno a scannarsi tra di loro faranno davvero poca paura alla politica consolidata, e in futuro andrà peggio.

Prima risposta: “Spiegati”. Pensavo di essere stato chiaro. Mi sono spiegato: “Grillo poteva cambiare l’Italia, si è ridotto all’eterno Aventino del “noi non c’eravamo””.

Risposta iper-difensivista: “Come avrebbe fatto a cambiare? E’ stato più dignitoso non allearsi con questi parassiti! Lui l’ha capito prima di noi!”

Il che, secondo me, conferma esattamente quello che dicevo io: ovvero tenersi fuori dai giochi per potersi atteggiare a quello che urla. E riconoscersi nel para-guru senza se e senza ma. Ma un altro, non pensandola come me, commenta “brava”. E poi ancora: “Grillo è solo il garante di un Movimento. Se ci sono stati errori, la colpa è di tutti noi”.

E daglie, come dicono alla Sorbona. Avevo quasi pensato di lasciar perdere, ma poi ho pensato che no: “Ma quale garante, Grillo è l’immagine e il dittatore a metà del movimento”. A metà, chiaramente, o forse qualcosa in meno, perché la titolarità vera ce l’ha il para-guru Casaleggio. Ma la brevità dello strumento non consente approfondimenti dialettici: il gioco è proprio suggerire, lavorare sui riferimenti.

Ovviamente in questo modo mi sono esposto:

“Libero di pensarla come vuoi! La dittatura c’e’ già un governo con 13 voti di fiducia non credo sia DEMOCRATICO!”

“Grazie al voto di tutti i partiti eccetto SEL e M5stelle”.

“Mi sembra che i voti di fiducia siano ben di più di 13!”

“Hai ragione! Sono talmente tanti in meno di un anno che ho perso il conto!!”

Rispose mie, che oramai avevo deciso di dirla tutta. “E col tipo di opposizione che fa il #m5s cosa ha ottenuto? Aumentare gruppo misto?”, “Se aspettate di cambiare il paese con la maggioranza assoluta state freschi”.

La mia prima oppositrice, effettivamente la più moderata, ha chiuso con un: “Non ho intenzione di farti cambiare idea! Quindi rimani pure della tua opinione! Un saluto!” Mi ha colpito positivamente. Ma gli altri, che erano subentrati a supporto, non hanno mollato la presa:

“Il nostro amico non capisce che senza m5s molta merda sarebbe rimasta sepolta”. E poi ovviamente l’accusa infamante: “Probabilmente per lui va bene, la merda. Integrato al sistema”. Per lui è evidente che il sottoscritto, come chiunque non aderisca alla sua ortodossia, sia per forza un pagano mangia-bambini e un accolito prezzolato del regime.

Ma oramai c’ero dentro e ho preferito togliermi l’ultimo sfizio: “infatti a Roma avevate denunciato tutto alla magistratura vero? Che volpi!”

Il che ha messo a nudo il mio interlocutore di turno: “Il sistema va scardinato o altrimenti il #MARCIO contamina #m5s! Vedi #ROMA”. Duri e puri fino all’ultimo, fino alla denuncia di genitori e figli sull’altare del sacro blog.

Ovviamente, per tutto il tempo si sono ritwittati fra loro, in modo da diffondere il verbo.

Insomma perché prendermela con i 5 Stelle quando a rubare sono altri? Per almeno due motivi: a) Perché mi va e non voglio essere benaltrista e b) Perché non servono! La conferenza stampa con le arance sulla tavola, dopo che lo scandalo di Roma è emerso, è una pagliacciata! A Roma dove sono le loro denunce? Che utilità hanno le loro pagliacciate in Parlamento, il loro perenne tirarsi fuori, se non mettere armi nelle mani di Renzi e i suoi? Che mi interessa che restituiscano il vitalizio se poi l’unico loro impegno è ripetere le affermazioni che fa Grillo sul blog?

Ma anche, come posso fidarmi di qualcuno che è convinto di possedere la purezza e la verità e la virtù civile mentre tutto il resto è automaticamente merda? Che considera l’insulto – ovvero la violenza verbale – uno strumento di uso comune? Che non guarda in faccia un amico il giorno dopo che una votazione su un blog gli ha ordinato di fare così? A me puzza di fascismo in erba. Ha anche qualcosa del bispensiero orwelliano.

E poi quale sarebbe l’obiettivo di un partito (NDR: per me un movimento che si presenta con propri candidati alle elezioni è, per definizione, un partito) che accorpa al suo interno no-Tav, fautori del movimento del piccone, sciachimisti e giustizialisti, incazzati per le tasse e incazzati per gli evasori, anti-sistema e pro-ripresa economica, anti-Euro radicali e Euro-si-però, tutto tenuto insieme da una sorta di sentimento politico-settario? La sintesi è nel profilo di uno dei tanti personaggi con cui ci si può imbattere nei social: “sto’ con Beppe Grillo. chi non sta con lui.. compresi parlamentari. si facciano da parte. il M5S e’ onesta’.chi cambia idea… fuori”. Mi auguro che in un futuro, possibilmente prossimo, rileggendo queste parole, si vergogni un pochino di se stesso.

Insomma battibeccare con i 5 stellati, che rischiano di diventare 4 gatti, non serve a niente, ma può anche essere divertente.

Un giorno d’ordinaria follia del 1904

Articolo-carabiniere-pazzo-1904Forse non tutti sanno che il mio vero hobby è la storia aeronautica, in particolare quella del Sud Italia, argomento negletto e trascurato al punto da indurre i giovani ingegneri di queste parti a dire che “qua non si è fatto mai niente”, come un branco di leghisti ignoranti.

Internet è strumento principe per le mie ricerche, con tutte le attenzioni del caso. Una fonte che amo molto è l’archivio storico del quotidiano La Stampa di Torino, l’unico italiano, che io sappia, a mettere a disposizione in rete tutti i numeri storici. Opera meritoria che mi augurerei fosse imitata da altri.

Leggere i giornali di tanti anni fa significa fare un tuffo nella mentalità dell’epoca. Tra le frasi scritte per narrare la cronaca si afferrano il modo di pensare, la morale corrente e la maniera comune di intendere il rapporto con se stessi, il prossimo, la società.

Una cosa che mi colpisce dei quotidiani d’epoca è la quantità di fatti di sangue e di violenza, ed anche la leggerezza con cui vengono raccontati. Direi che non fanno invidia alla cronaca odierna, anzi. Cercando dati su Giuseppe Arciprete, un militare, aerostatiere e promotore del volo napoletano, mi sono imbattuto nella storia di un carabiniere “improvvisamente” impazzito.

L’articolo compare nel numero del 23 giugno 1904. Lo riporto qua di lato, nel caso che qualcuno sia interessato a leggere i dettagli, che secondo me sono interessanti. Cosa mi sorprende della storia? Che è il più classico esempio di giorno di ordinaria follia, covato chissà quanto a lungo, incredibilmente simile a storie che ci arrivano oggi dagli USA e da altri posti, ma calato nell’atmosfera, che ci illudiamo di pensare tranquilla, della Bordighera di inizio ‘900. Ma mi colpisce anche se la sensibilità dell’epoca, che non prova nemmeno a chiedersi quali possano essere le cause. Il folle, nel più classico dei clichet, senza alcun preavviso si arma fino ai denti, si asserraglia e, dalle finestre del piano alto della caserma, spara su tutto e tutti, tra l’altro con precisione di mira sorprendente. Le morti si susseguono e sono elencate dal giornalista quasi con freddezza, come un qualsiasi dettaglio di cronaca: si nota di più che il giovane nobile conduceva una “vita elegantissima”, dettaglio d’interesse per i lettori. Anche l’intervento è condotto con criteri diversi da quelli che considereremmo oggi normali, qui da noi: raffiche di fuoco dall’esterno, ripetute. Poi un’irruzione allo sbaraglio, che infatti fallisce lasciando un altro morto al suolo. Infine l’idea “risolutiva” di dare fuoco a tutto, con l’attenzione di chiamare i pompieri per cercare di tenere sotto controllo l’incendio. Il folle muore, ustionato e crivellato di proiettili, e la vicenda si chiude con una specie di tutto è bene quel che finisce bene.

La storia non finisce qui: alcuni giorni dopo un trafiletto avvisa che un’altra delle persone ferite dal carabiniere è morta.

Nella stessa pagina, altri fatti di sangue e violenza frammisti a storie di diverso tenore. Ecco i titoli: “Una corriera assalita da briganti in Sicilia” non siamo più in piena epoca di brigantaggio, ma a quanto pare non erano del tutto estinti, “Un soldato che parte da Torino per uccidere l’amante a Pavia”, Femminicidio! Il soldato, che poi si è suicidato, aveva appena 21 anni, la ragazza 21904-NotiziaAgrarie4. “La disgraziata fine di un ingegnere torinese”, precipitato nel vuoto mentre si teneva in bilico su un asse, per fare i rilievi di una nuova installazione elettrica. “Una infanticida, la sua assolutoria”, una ragazza, in tribunale, cerca di discolparsi della terribile accusa. E poi ancora: “Una barca-torpediniera colata a picco presso Taranto”, con un marinaio scomparso, e “Un fratello che accoltella il fratello”, ma dove andremo a finire! Forse anche ai nostri antenati piaceva leggere storie di lacrime e sangue, in fin dei conti.

Altro aspetto di costume, stavolta più simpatico: la “sintesi delle notizie agrarie” (il ritaglio è, per la precisione, di un diverso numero dello stesso quotidiano). A quanto pare, in un’Italia ancora in gran parte contadina, anche gli abitanti delle grandi città ritenevano fondamentale, per il loro benessere e sussistenza, lo stato dei campi coltivati.

Ricorrenze nuove e vecchie

Sfollati nel milanese

Oggi, come tutti sanno, è l’anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle di New York. Commemoratori e complottisti si scatenano di nuovo, su fronti opposti e su organi d’informazione nuovi e vecchi. A me però interessa di più l’anniversario, da poco passato, dell’8 settembre, ovvero l’armistizio (o resa) del 1943.

Quando ne accenno in giro mi accorgo che non sono poi tantissimi quelli che ne sanno qualcosa ed è un male, perché è un nodo cruciale, secondo me, della nostra storia recente e, a quasi settant’anni di distanza, ancora ne scontiamo le conseguenze. Da quel momento è stato difficile parlare di patria e di bandiera, qui da noi, senza scadere nel ridicolo o essere bollati di nostalgie fasciste.

Scugnizzi in armi

Non voglio assolutamente dire che l’Italia, ridotta allo stremo, dovesse continuare l’assurda guerra voluta dal regime. Non ho neanche intenzione di fare un’approfondita disamina storica degli eventi: non è questa la sede ne io sono la persona adatta. Voglio solo ricordare che, a seguito della resa incondizionata (perché questo chiesero e necessariamente ottennero gli “alleati”) ed alle successive scelte della famiglia Savoia e del governo Basoglio, il Paese si ritrovò non solo diviso in due dal fronte, ma sottoposto ai tedeschi al nord ed agli anglo-americani al sud, con l’esercito che, privo di ordini, si era quasi interamente disgregato, privo di istituzioni di riferimento che facessero sentire la propria voce, campo di battaglia per eserciti e fazioni opposte. Senza che la guerra, i combattimenti, le rappresaglie, i bombardamenti e le privazioni avessero termine.

Credo che in quei giorni, nonostante l’impegno meritorio ma minoritario dei partigiani e di una piccola parte delle forze armate, che rimasero al loro posto (mi si lasci dire soprattutto al Sud), molti italiani abbiano cominciato a sentirsi un po’ meno un popolo ed un po’ più un’espressione geografica. La colpa? La retorica nazionalista dei fascisti, una guerra di molte volte troppo grande per noi e le scelte superficiali (e vili) di chi aveva nelle mani la responsabilità del Paese.