Siamo così

Noi italiani siamo così, dolcemente complicati, facilmente emozionati, egoisticamente riservati. Ci piace mangiare il prosciutto ma non saper scannato il maiale. Vantarci di essere eredi di tradizioni culturali millenarie ma non saper dire in che secolo è vissuto Dante Alighieri o Leonardo da Vinci.

Parliamo liberamente di politica, di popoli e di economia, critichiamo gli esperti ma non ci ricordiamo quando è finita la Seconda Guerra Mondiale o perché la Corea è divisa in due. Siamo certi che sia sbagliato mettere il formaggio sugli spaghetti a vongole ma dubbiosi se si giusto o meno lasciare in mare per settimane dei migranti.

Proponiamo a caldo pene colossali per qualsiasi reato: evirare i pedofili, giustiziare gli stupratori, dare l’ergastolo ai corrotti; ma il fuoco si spegne in fretta, ci facciamo prendere dal sentimentalismo e perdoniamo l’assassino dopo pochi anni se non mesi.

Revisionisti nel sangue, acclamiamo la sentenza di condanna e il giorno dopo ci viene il dubbio che sia sbagliata.

Abbiamo sempre ragione negli incidenti stradali.

Odiamo la mafia ma il camorrista di mezza tacca sotto casa tiene tranquilla la strada, che da quando c’è non succede niente.

Critichiamo aspramente chi non ha difeso la donna molestata in metropolitana, nel brutto caso di cui ci ha parlato il TG, ma chiudiamo la finestra quando sentiamo un rumore in strada.

Siamo così… uomini e donne, superficialmente complicati. Salvo eccezioni, ovviamente. A ciascuno l’ardua e, mi auguro, non banale “sentenza” su se stesso.

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Inglese a caso

L’azienda è la fonte principe di parole inglesi usate senza scopo preciso, perché fanno figo. La riunione è sempre “meeting” e la telefonata “call”. Quante volte ho sentito dire che un’attività “è un pillar”, mentre “pilastro” o “colonna” vogliono dire esattamente la stessa cosa.

Ma anche al di fuori del lavoro l’orrore linguistico è diventato onnipresente. È partito dalla pubblicità ed è arrivato ovunque.

Una cosa per i giovani è “young”, per i ragazzini “teen”, per gli anziani “senior”.

Una cosa detta in inglese sembra meno banale, più importante, innovativa: una maschera insomma.Diciamo “voucher” perché chiamarli “buoni lavoro” faceva schifo? Quando dicono “è un’espressione inglese intraducibile” mi sa tanto d’ignoranza presuntuosa.

Perché “The Good Doctor”, la serie televisiva, non si può tradurre: “Il Buon Dottore”?

Da quando una lettura pubblica è diventata “reading”?

Perché il TG dice “european championship” e non “campionato europeo”? Da quando si deve dire “champions league” e non “coppa dei campioni”?

Lo sport amatoriale è diventato il mondo del “fitness”, del “running” (corsa!), “spinning” (pedalare), addirittura del “walking” (camminare per la miseria), eccetera.

Sempre al telegiornale: i “fattorini” che consegnano gli acquisti su internet sono diventati “drivers”.

Perché “gioco a premi” e “telequiz” sono diventati “game show”? Perché un dibattito è sempre un“talk show”? E una gara di nuove proposte, “talent”?

Una pizzeria con pretese d’eleganza, in cui sono stato, si definisce “un concept di food store”. Quello che si mangia con le mani è “finger food”. Ma come si fa?

E al governo? Perché “premier” e non primo ministro? “Welfare” invece di salute o benessere?

Parliamo di?

Mi permetto di elencare alcuni suggerimenti di traduzione

  • “Stage”: scena o livello;
  • “Skill”: capacità. (Pregherei di evitare come la peste iltragico “schillato”!)
  • “Know-how”: competenza;
  • “Coaching” / “mentoring” / “tutoring”: tutor e tutoraggio potrebbero bastare per tutto. NB: tutor è latino, non inglese!
  • “Committment”: coinvolgimento / impegno;
  • “Graphic Novel”: storia a fumetti;
  • “Top player”: campione;
  • “Bird watching”: se “osservare gli uccelli” vi fa pensarea male, cerchiamo assieme un’alternativa.

Frasi lette in giro

  • “Una pellicola che detecta i danni”. Rileva, porcamiseria, rileva! In realtà anche il “detective” dei polizieschi è null’altro che un investigatore.
  • “Il network è uno degli asset intangible del business”: (un vero capolavoro di inglese a caso) per lavorare bene serve una rete di relazioni.
  • Bancarella al centro commerciale. Prezzario affisso: “Scegli la tua bibita… Scegli il tuo food”. Food? FOOD?? Perché???

Parole-chiave di convegni:

  • Big data / deep learning: analizzare grandi moli di dati;
  • Digital twin: gemello digitale (modello di calcoloaffidabile).

L’elenco potrebbe continuare.

Fastidio ovvero parole a caso

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“Ma che hai da guardare?” Piazza Dante – Napoli

Non solo l’uso dell’inglese a casaccio, già altrove menzionato, ma anche certo italiano mi da fastidio. Qualche esempio.

“Odio” / “Amore”: gli astratti più astratti possibile per non dire qualcosa di concreto. In cosa si materializzano, cosa gli da sostanza? Non che vadano banditi del tutto ma sono abusati e, il più delle volte, messi a sproposito. “Basta l’amore” è come dire “cominciamo così perché ci piace e ne abbiamo voglia e speriamo che vada a finire bene”.

“Militare”. In una squadra di calcio? Ma stiamo scherzando? Poi venitemi a parlare di tifo violento.

“Umiliato in diretta…”, “Umilia il giornalista…”. Sul web si usa solo “umilia”, vocabolo volgare e cattivo che degrada chi lo usa. Quando lo leggo mi giro dall’altra parte. “Prende in giro”, “sfotte” o anche “insulta” non acchiappano abbastanza click? Non sono abbastanza faziosi? Datevi una calmata.

“Mai” e “sempre”. Con le varianti indefinita: “sempre più” e menzognera: “mai più”.

In generale non mi piace l’uso dell’astratto al posto del concreto, l’infinito del verbo al posto del sostantivo, finta profondità che non esprime nulla di originale. Non esiste “l’andare a lavorare”, esisto io che vado al lavoro. Non dire “il partire mi da sensazioni…” ma “quando parto mi sento…”. Il politichese ha corrotto anche il linguaggio parlato.

Fastidio ovvero l’inglese a caso

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Capitali del mondo

Quando vi dicono “È un’espressione anglosassone intraducibile in italiano” quasi sempre chi parla è uno con scarsa dimestichezza con l’italiano o molta voglia di darsi un tono e spesso è in malafede Qualche esempio.

 

Secondo me la maggior parte delle “Session di team building con workgroup, experience sharing e coaching” sono meno efficaci di una birretta tutti assieme.

 

Lavoro in “body rental”… Solo a me fa pensare a un certo tipo di lavoro, diciamo molto antico?

 

Giocatori: perché “quest” al posto di sfida, compito o impresa?

 

“Questioni che richiedono un follow-up continuo. Da qui un altro dei target della struttura”. Usate l’italiano! Attenzione / proattività; obiettivo / scopo.

 

“Quest’assett è un pillar per il progetto”. Attività/compito; pilastro/colonna. Facile no?

 

Descrivendo un lavoro teatrale: “La voce ironica di una crew di donne”. Dire squadra faceva schifo?

 

“Powerbank” a quanto pare suona meglio di “accumulatore” o “batteria tampone” e sembra una cosa più avanzata.

 

“Il futuro del Web è il mobile wireless device”: il futuro della rete è nei dispositivi mobili senza cavi.

 

Sul lavoro: “Modifica della shape della valvola”. Forma. Semplicemente forma. Porca miseria.

 

Cercano fotografie per un “Contest open call”: ovvero gara/competizione/concorso sempre aperto.

 

Alcuni esempi dalla rivista di bordo degli aerei Alitalia

  • “La factory si trova…” nella tua testa: fabbrica, stabilimento, officina!
  • “Un modo cool”. Puro italiondo: non l’ho trovato nella versione in inglese del testo.
  • Prodotti con prestigiosa “Finitura rubber”, ovvero banale superficie gommata.
  • Profumo con “Refill da 25 cl”. Ricarica, porca miseria, ricarica!

Metodi aziendali

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Meccanismi complessi – Dal Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa (Napoli)

Qualcosa non funziona e la gente si lamenta? La voce arriva al Management, che non rimane passivo.

  • Si procede all’opportuna Budget Allocation;
  • Nominando una Task Force allo scopo;
  • Che ritiene necessario coinvolgere un Consultant esterno;
  • Con Spending suddiviso tra Ousourcing e personale in Body Rental;
  • Dopo mesi di Team Working con Developement Sessions nelle idonee Location, il Team rilascia un Procedural Draft con Flow-Chart ottimizzato;
  • (Che è poi quello che il Consultant ha riciclato da un altro Customer cambiando i titoli e qualche dettaglio);
  • La Task Force stabilisce gli opportuni Implementation Steps, Application Pillar e Control Check;
  • Che ricevono l’Approval del Management e l’OK-To-Go;
  • Il tutto richiede una innovativa ICT Smart Support Infrastructure per l’Information Flow che funzioni On Demand;
  • (In pratica una pagina Intranet);
  • L’Implementation In Production richiede un approccio Bottom-Up;
  • In pratica si obbligano le persone a formarsi sulla nuova procedura, con una Intensive Motivational Training Campaign corredata di Coaching e Tutorship;
  • (Cioè giornate d’aula a vedere Slides e sentir parlare, più la benedizione del Role-Playing);
  • Si supera di slancio la Spending Curve, motivando la richiesta di un Extra-Budget;
  • (Il Timing e lo Schedule si sono sforati da un pezzo, invece);
  • Si arriva comunque allo Start-up della Production Phase e dell’avanzato sistema di Implementation Survey.

Alla fine la cosa funziona peggio, ma la gente ha imparato a non lamentarsi più!

L’italianità del lavoro nero

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Man at work

Parliamo di lavoro, di italianità e della relativa legislazione. Il problema non è Poletti e le sue affermazioni sui giovani che vanno all’estero – forse inopportune ma volutamente fraintese. Il problema non sono i voucher o il job act in se. Il problema non sono, ovviamente, i giovani che, dopo essersi guardati intorno, vanno, con più o meno entusiasmo, all’estero per provare a realizzarsi. Il problema non è, per dirlo subito, se una data azienda è di proprietà italiana o straniera, ammesso che quest’affermazione abbia ancora un senso.

Il problema è che qui in Italia (e ancora di più al Meridione) il lavoro nero o semi-nero trionfa sempre e comunque sopra qualsiasi riforma e liberalizzazione. Se lo scopo del governo con i nuovi contratti a termine – anche con durata di poche ore – e con la riduzione dei diritti dei lavoratori – di cui l’abolizione dell’articolo 18 non è stata la più rilevante per la massa dei lavoratori giovani e precari ed è stata enfatizzata solo dalle trombe interessate dei sindacati – avevano lo scopo di attaccare il lavoro nero, renderlo non conveniente, in modo da trasformarlo in contratti regolari, che risultano nelle statistiche e pagano le tasse tutti i mesi; se lo scopo era questo, dicevo, allora hanno decisamente fallito.

webimg_0987_ikeaPensare in grande…

La legislazione sul lavoro va cambiata, insisto, non tanto (e non primariamente) perché tolga diritti a chi li ha ma perché non funziona a dare diritti a chi, nel suo lavoro, non ne ha mai sentito parlare.

In Italia si continua a preferire il lavoro nero, sempre e comunque. E la cosa paradossale è che, molte volte, conviene (o sembra convenire) anche al lavoratore, perché significa mettersi più soldi in tasca a fine mese rinunciando a una protezione aleatoria e a contributi che forse non consentiranno mai di raggiungere un’ipotetica pensione.

Quindi si accettano contratti fittizi, retribuzioni fittizie, condizioni para-contrattuali, accordi verbali, qualifiche inferiori al lavoro che davvero si svolge, gratifiche sottobanco esentasse quando il “padrone” ne ha voglia.

Una parte del problema sono i controlli di legalità, pochi e spesso fittizi. Superficiali nel migliore dei casi. Le verifiche raramente sono spinte in fondo e spesso ciò avviene volutamente, perché l’economia italiana è malata di nero e meno nero, si teme, non significherebbe più legalità, ma meno economia e basta. Bisogna chiudere un occhio (e spesso un occhio e mezzo), per evitare di dover chiudere tutto, insomma.

L’assenza di legalità di casi come l’ILVA di Taranto, in cui la miopia cronica delle istituzioni locali e nazionali è durata per anni, sono solo la cima sporca dell’iceberg.

webimg_5291Il commercio, uno dei settori dove è più difficile “andare avanti”

Il problema di base, in parte legato al precedente, resta la sproporzione della domanda di lavoro rispetto all’offerta, sproporzione che finisce per mettere il manico del coltello sempre dalla parte dei datori. E’ lo stesso motivo che spinge tanti giovani qualificati a spostarsi all’estero. Lì il potere contrattuale che viene dalle loro capacità e qualifiche, con tanta fatica raggiunte, è molto maggiore che qui in Italia. Ma anche tanti non più giovani fanno la scelta, a un certo punto della vita, di saltare il confine di stato, per abbandonare carriere stagnanti, stipendi impiegatizi e scarsa considerazione, che non cambiano anche dopo anni e anni d’esperienza e di progetti portati a termine, in favore di qualcosa di meglio.

Ciò si lega a un altro aspetto di cui si preferisce parlare poco, ovvero che le sbandierate eccellenze italiane sono una minoranza – non mosche bianche, ma comunque una piccola parte – nel panorama della nostra mediocre imprenditoria italica. Abbiamo una struttura economica che difende le posizioni di forza acquisite, anche piccole. Ogni proprietario di scuola privata o di piccola impresa, ogni titolare di affermato studio d’avvocato o commercialista, ogni socio di piccola o media impresa edile, qui in Italia – solo per citare qualche categoria a caso – sa perfettamente che la fila dei potenziali lavoratori a nero o semi-nero è lunga. E al Meridione la situazione è ancora peggiore.

C’è crisi, carenza d’affari, carenza di risorse certamente, ma anche un certo gusto del piccolo, un voler sempre puntare sul sicuro, una scarsissima propensione alla crescita e una difesa reciproca di categoria. Una difesa a oltranza, appunto, delle posizioni acquisite che fa il paio con l’abitudine, se solo si può, di non pestarsi i piedi a vicenda e di non spingere a fondo sul pedale della concorrenza. Di contro si creano ostacoli d’ogni tipo a qualunque nome nuovo che tenti di emergere.

Negli stati esteri più avanzati i datori di lavoro tentano di accaparrarsi i lavoratori migliori, a suon di benefit e di aumenti di paga, e poi di metterli nelle condizioni migliori per farli fruttare – pretendendo, comprensibilmente, un impegno commisurato. Sanno che o sei tra i migliori o muori. Qui l’ottimo non serve, ci si accontenta dell’accettabile. Si sfrutta finché si può e se la “eccellenza” si stufa e se ne va… beh ci sarà qualcun altro almeno bravino pronto a sostituirlo senza accampare pretese. L’importante non è crescere, migliorare, ambire, rischiare: basta tirare a campare e, per chi ha in mano le leve di imprese simili alle succitate, continuare a accumulare.

Il concetto di “italianità”, ogni tanto strombazzato per difendere qualche gigante zoppicante e in procinto di cadere, serve, mi sembra, a puntellare quest’andazzo dall’arrivo di stranieri attivi e combattivi. In tal caso, scusatemi, ma no, non fa per me.

SpaceX: giovani, entusiasti e vittoriosi: un po’ diverso da tanta parte del lavoro in Italia

La rotonda questa sconosciuta

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Circolazione automobilistica alle falde del Vesuvio

Si prendono spesso in giro i meridionali in genere – e i napoletani in particolare – perché non rispettano i semafori. Nel luogo comune c’è del vero, lo ammetto, come in quasi tutti d’altra parte, ma non nelle dimensioni e modi che in genere si ritengono. Per il napoletano in particolare e il meridionale in generale ci sono semafori e semafori: quelli tassativi e quelli indicativi. I primi sono di due categorie, quelli a multa certa, per telecamere o dispositivi similari, e quelli a morte probabile, per la pericolosità dell’incrocio. Ovviamente quest’ultima catalogazione è soggettiva: il sottoscritto, ad esempio, fa parte della categoria di quelli che preferiscono rispettare sempre, perché non si sa mai, perché non ho mai ritenuto di avere capacità sensoriali e di guida al di sopra della media e soprattutto perché rispettare le regole, quando sono razionali, è un valore in se.

Quello che invece difetta completamente al meridionale in generale e al napoletano in particolare, oltre all’uso degli indicatori di direzione su cui mi sono già soffermato, è la concezione della rotonda e di come ci si debba comportare, assieme all’abitudine di trascurare bellamente la segnaletica orizzontale e verticale. Solo una minoranza la conosce ma, essendo circondata dall’ignoranza, deve fare di necessità virtù. Le rotonde si stanno rapidamente diffondendo e il loro utilizzo richiede attenzione, quando ne incontri una puoi imbatterti in diverse categorie di automobilisti:

  • Quelli che sanno che, nella maggior parte dei casi e come segnalato, la precedenza spetta a chi ha già imboccato la rotonda. Come detto, siamo una minoranza;
  • Quelli che sono convinti che la precedenza spetti, sempre e comunque, a chi entri nella rotonda perché viene da destra. Costoro non si pongono il dubbio quale sia, allora, l’utilità della rotonda nello sveltire il traffico;
  • Quelli che si buttano a prescindere, in entrata, nel percorso e in uscita, come scelta di vita e filosofia di auto-affermazione;
  • Quelli che danno la precedenza a prescindere. In questo gruppo ricade per necessità, per lo più, anche chi appartiene alla prima categoria.

Non di rado mi sono visto fare gesti di stizza o peggio da qualcuno che non avevo lasciato entrare mentre ero già nella rotonda e, al contrario, gente che mi ha fatto ampi segni di ringraziamento perché mi sono fermato all’ingresso della rotonda lasciando loro, che giravano, la precedenza.

Degli inglesi in vacanza, ovvero della tamarriade internazionale

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“Non sembri proprio napoletano”. Più di una volta me lo sono sentito dire e condivido l’esperienza con diversi amici e conoscenti. Succede, di solito, in vacanza, in Italia o all’estero, con nuove conoscenze da altre parti della nostra penisola.

Perché non denuncerei a prima vista la mia origine? E perché mai dovrei farlo, d’altra parte? Perché è fama, luogo comune, che il napoletano, soprattutto in vacanza, fa confusione, produce rumore indiscriminato, si allarga al di fuori dei suoi spazi, straborda per vocazione, prende possesso del territorio; in poche parole disturba.

Non voglio stare qui a provare a confutare quest’opinione. D’altra parte tutti i luoghi comuni diventano tali perché contengono qualcosa di vero. Ma vanno poi oltre e generalizzano, assegnando a una maggioranza i comportamenti di una ristretta minoranza. D’altra parte, la cattiva fama dei napoletani fra gli italiani è un’enfatizzazione di quella degli italiani, globalmente intesi, fra gli altri popoli dell’Occidente.

I luoghi comuni si moltiplicano: nel mondo anglosassone, è noto, i “tamarri” per eccellenza sono gli australiani, ma anche fra inglesi e americani c’è qualche sguardo di sottecchi. Gli austriaci sarebbero dei tedeschi di seconda scelta e i francesi sono latini, ma fanno finta di no per non mischiarsi a spagnoli e italiani.

Quello che mi preme ora è però soffermarmi su un altro aspetto: quello che accomuna fra loro i villani di tutte le latitudini e longitudini, ovvero di come gli inglesi in vacanza possano essere peggio, date le giuste circostanze, dei napoletani casinisti.

Anche qui è facile generalizzare, ma in ogni posto a notevole frequentazione britannica è noto che esistono gruppi di sudditi di Sua Maestà che intendono la vacanza nello stesso modo ovvero:

  • Bere alcolici in quantità incontrollata, cominciando dal mattino;
  • Sotto l’effetto, vero o presunto dell’alcol, fare rumore, spintonarsi, urlare battute gergali;
  • Facoltativamente, importunare personaggio dell’altro sesso di altre nazionalità;
  • Tornare al punto iniziale e ripetere.

Condizioni necessarie e sufficienti è che a) siano in numero sufficientemente grande; b) ci sia alcol disponibile gratis o a buon mercato e c) ci siano pochi controlli a inibirli.

Ma le tamarriadi sono innumerevoli e diversificate e diventano, talvolta, la normalità. Nelle austere sale del Metropolitan Museum di New York ho visto gruppi di turisti statunitensi che ridevano a squarciagola alle battute delle loro guide: per loro intrattenimento e cultura non hanno soluzione di continuità, secondo la filosofia, di cui non sono gran che convinto, per cui si impara solo divertendosi.

La tamarriade mostra caratteri universali. Provo a delinearne alcuni.

Contrariamente al mitico Borat, il tamarro classico si muove sempre in gruppo e da quello non si separa mai: il resto del mondo conta, al più, come distrazione temporanea;

Il tamarro fa rumore: non per farsi riconoscere ma per ragione di vita. Se non dorme deve continuamente fare o dire qualcosa. Il movimento non ammette pause. Va da se che non sopporta il silenzio;

Ama la propria confusione, non quella altrui, se non riesce a assimilarla;

Litiga. Fa parte della generazione di rumore. Se non con estranei, che potrebbe essere pericoloso, con altri membri del suo gruppo. Il litigio fa parte della vacanza del tamarro

Ha i suoi segni distintivi. Modi di vestire, accessori, tagli di capelli. Il gruppo è una tribù, o meglio un distaccamento della tribù più grande che aspetta a casa.

Cerca sempre le stesse cose, gli stessi divertimenti e cibi. Se non le trova, il posto non gli piace;

Si considera piuttosto furbo, anzi proprio in gamba. Ama il proprio stile di vita. Si sorprende sempre di ciò che non somiglia alle sue abitudini, e sempre in negativo. Ride forte e si stupisce se l’altro non lo capisce. La coesione di gruppo lo rafforza.

Non si capisce bene perché viaggi, il tamarro, dal momento che è poco curioso di quello che non afferra al primo colpo.

Insomma la tamarriade è, secondo me, un carattere universale, che nasce per generazione spontanea e si auto-replica in giro per il globo, non è ostacolata dal reddito, anzi spesso da quello facilitata, alimenta l’industria del turismo, non mette in crisi la realtà, solamente ci scava dentro la propria nicchia chiassosa.