Verità scomode per un ingegnere

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“Se aspetti di sapere tutto, non costruirai mai nulla” (Auto cit.)

Dopo aver raccolto qualche nota generale sul lavoro (chiaramente incompleta e magari un giorno ci tornerò sopra), ragionato di nero e aver scritto anche una poesia, passo ora a alcune considerazioni specifiche per ingegneri, come il sottoscritto, e tecnici specializzati in generale, pensando soprattutto a quelli che lavorano in area di progettazione. Eccole qua in un simpatico elenco puntato.

  • Il mondo è non lineare, fattene una ragione;
  • No, non è lineare nemmeno quel fenomeno che stai pensando tu, mi dispiace;
  • La linearizzazione dei problemi è, nella migliore delle ipotesi, una pietosa bugia;
  • Tutti i modelli di calcolo, anche quelli da super-computer, sono delle fantasiose linearizzazioni della realtà. Nulla più.
  • Non mi pare che Einstein abbia impiegato colorate animazioni tridimensionali per illustrare la teoria della relatività;
  • I metodi rigorosi sono inapplicabili e quelli approssimati inaffidabili. La via di mezzo è molto, molto sottile;
  • Ogni aumento della capacità di calcolo dei tuoi computer sarà saturato in un tempo brevissimo;
  • Seguire un corso non ti rende esperto, impazzire sui problemi si;
  • Qualche volta l’esperienza consente di andare più avanti delle equazioni, ma raramente, non di molto e c’è poco da esserne orgogliosi;
  • Il valore pratico di un risultato è raramente legato alla complessità della procedura: un foglio Excel ben impostato è spesso più utile di una lunga simulazione al computer;
  • Risolvere un problema è solo un piccolo passo verso la comprensione del fenomeno;
  • Chi risolve i problemi riceve gli applausi; chi evita che si verifichino non se lo fila nessuno, eppure fa guadagnare molto, molto di più;
  • La patente di rompiscatole somiglia a quella di lavoratore altamente efficiente: alle volte capi e colleghi fanno confusione, in entrambi i sensi;
  • Gli americani saranno sempre favoriti perché imparano l’inglese da piccoli;
  • Pensare in ottica cliente è importante, ma non se immagini che siano tutti degli stupidi incompetenti;
  • Se aspetti di sapere tutto, non costruirai mai nulla;
  • Questa è una delle infinite varianti della legge di Murphy, l’ho letta da qualche parte, molto tempo fa, e mi sembra adattissima al caso: “L’inferno è quel posto dove tutto supera i collaudi ma nulla funziona”.
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In ogni epoca c’è stato chi ha lavorato di precisione (e ha lasciato qualcosa).

Riflessioni sciolte sul lavoro

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Un’immagine dal Museo di Pietrarsa

Ogni lavoro è un po’ un gioco di ruolo e, a seconda dell’indole, ognuno lo vive più o meno come tale. A me sembra che viva meglio chi s’immerge un po’ di più nel personaggio, ovviamente senza esagerare.

Lo compresi durante il servizio militare: le giornate passavano meglio se “facevo finta” di essere davvero un soldato.

Una delle responsabilità di chi organizza o gestisce questo “gioco” è di fare in modo che esso contenga quanta meno cattiveria possibile. Una piccola dose è necessaria, ma non troppa, un po’ come il sale in cucina. Bisogna evitare che lo scopo del gioco sia prevaricare il prossimo, interno o esterno all’organizzazione, o che il successo, quale che esso sia, passi necessariamente per tale atto.

E’ importante perché le persone sono mediamente portate a rispettare le regole, soprattutto se questo porta un premio, e se queste regole comportano del male molti sono indotti a commetterlo con poco o nessuno scrupolo di coscienza. Esperimenti hanno dimostrato che è relativamente semplice trasformare uomini comuni in kapò quasi nazisti, con i giusti condizionamenti ambientali e personali.

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C’è un momento della giornata in cui decidi se renderla speciale o farla trascorrere come tutte le altre.

Gran parte della retorica che circola nei social ti indurrebbe a ritenere corretta la prima scelta, e a sentirti moderatamente in colpa ogni volta che propendi per la seconda opzione. La questione raramente affrontata però è che il mondo non va avanti con sole giornate gloriose, ma ha bisogno di un gran numero di quotidianità ordinariamente produttive. Non solo di scelte eroiche e vistose ma anche di coerenza spicciola e coraggio quotidiano.

Una volta nel mio lavoro mi sono definito un “Man in Black”, perché la quasi totalità di esso avviene dietro le quinte. Dovrebbe essere quasi un’ambizione dei tecnici, una scelta etica, quella di essere invisibili al “grande pubblico”: l’ideale è che emergano solo le soluzioni, perché tutto il resto sono problemi.

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Suggerimenti – tra il faceto e il serio

  • Un quarto d’ora d’impegno dopo un’ora di cazzeggio basta a mettere a posto la coscienza;
  • Rompere le scatole al prossimo per fargli fare qualcosa che ti torna utile è quasi sempre una buona idea;
  • Far lavorare il prossimo è più utile per la carriera che lavorare in prima persona;
  • Gestisci le scadenze come se avessi sempre una fila di impegni arretrati.

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Meccanismi complessi – Dal Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa (Napoli)

Qualcosa non funziona e la gente si lamenta? La voce arriva al Management, che non rimane passivo.

  • Si procede all’opportuna Budget Allocation;
  • Nominando una Task Force allo scopo;
  • Che ritiene necessario coinvolgere un Consultant esterno;
  • Con Spending suddiviso tra Ousourcing e personale in Body Rental;
  • Dopo mesi di Team Working con Developement Sessions nelle idonee Location, il Team rilascia un Procedural Draft con Flow-Chart ottimizzato;
  • (Che è poi quello che il Consultant ha riciclato da un altro Customer cambiando i titoli e qualche dettaglio);
  • La Task Force stabilisce gli opportuni Implementation Steps, Application Pillar e Control Check;
  • Che ricevono l’Approval del Management e l’OK-To-Go;
  • Il tutto richiede una innovativa ICT Smart Support Infrastructure per l’Information Flow che funzioni On Demand;
  • (In pratica una pagina Intranet);
  • L’Implementation In Production richiede un approccio Bottom-Up;
  • In pratica si obbligano le persone a formarsi sulla nuova procedura, con una Intensive Motivational Training Campaign corredata di Coaching e Tutorship;
  • (Cioè giornate d’aula a vedere Slides e sentir parlare, più la benedizione del Role-Playing);
  • Si supera di slancio la Spending Curve, motivando la richiesta di un Extra-Budget;
  • (Il Timing e lo Schedule si sono sforati da un pezzo, invece);
  • Si arriva comunque allo Start-up della Production Phase e dell’avanzato sistema di Implementation Survey.

Alla fine la cosa funziona peggio, ma la gente ha imparato a non lamentarsi più!

Il compagno scomodo del computer

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Errori di programmazione grafica con strani effetti

Molto si scrive e ragiona sull’importanza dei computer nella vita quotidiana (anche i telefonini sono dei computer ormai). Dalle chiacchiere da bar ai saggi accademici è tutto un fiorire delle valutazioni sociologiche delle tecnologie di calcolo e comunicazione. Ma, secondo me, c’è un tema correlato strettamente ma non abbastanza valutato, quello dei bachi del software e del loro effetto sulla vita delle persone. Provo a buttare giù qualche idea a riguardo.

Il baco software è nato con il computer: appena uno scienziato si è provato a scrivere un codice per la macchina di calcolo che aveva creato si è scontrato con gli effetti inattesi degli errori che commetteva. L’idea iniziale era che il nocciolo del problema fosse legato alla carenza di memoria e potenza di calcolo dei primi computer e che macchine più evolute avrebbero potuto essere programmate in modo più facile e sicuro. Abbiamo scoperto con l’esperienza che questo non è vero.

Il baco software si auto-riproduce: ogni correzione può avere effetti collaterali e ogni evoluzione, oltre a contenere errori, può far scoprire magagne di quelle pre-esistenti. Una battuta dei programmatori si basa su una vecchia canzoncina per bambini: “Ci sono 100 piccoli bachi nel codice. Correggi un baco, ricompili il codice. Restano 100 bachi nel codice!”

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La complessità può essere intelligente oppure no

Riporto un po’ di storia personale. Il baco software è stata una cosa che ho avuto difficoltà a capire. Il mio primo computer è stato il Commodore 64, macchina “leggendaria” in ogni senso, per i sui pregi come per i suoi difetti, che all’epoca non apparivano: non c’era gran che di meglio in circolazione. Oltre a giocare, su quella macchina dall’alimentatore che scaldava come un fornetto ho imparato a programmare, e mi pareva strano che i programmi, anche quelli professionali, facessero, ogni tanto, cose strane. Insistevo a riprovare e immaginavo ogni volta cause accidentali: joystick tirato troppo a lungo, comandi dati troppo in fretta, gioco caricato male dalla cassetta… Che era poi una cosa, quest’ultima, che accadeva spesso.

Esitavo a pensare che l’errore fosse insito nell’insieme macchina-programma, e non era tutta colpa mia: pubblicità, fantascienza, cartoni animati insegnavano a ragazzini e adulti inesperti che il computer era infallibile, era il  “cervello elettronico” che tutto conserva e tutto considera. Ragionando su quali fossero le specifiche di quelle macchine, con gli occhi di oggi, sembra ridicolo, ma era così, lo stupore prevaleva sul ragionamento oggettivo.

Quell’esperienza però mi è servita molto: ho capito cos’era davvero un computer, cosa ci si potesse aspettare e cosa no, che i limiti erano fissati dalla creatività e dalla quantità di fatica che ci si metteva dentro e che se era quasi infallibile nei calcoli, la correttezza della procedura era responsabilità tutta dell’uomo, non della macchina. Ho anche consolidato che con la tecnologia bisogna conservare un atteggiamento che definisco “sportivo”: tutto funziona fino a che funziona e la sorpresa è sempre dietro l’angolo.

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Il vecchio e poco rimpianto Windows 3.1

Con gli anni e la professione ho imparato che il baco del programma è qualcosa con cui devi imparare a convivere. Per fare quello che devi a volte devi girargli attorno. Qualcuno lo sfrutta, invece, qualche baco, ma mi è sempre sembrato moralmente disonesto. Abbiamo sopportato i bachi e le instabilità di Windows e le idiosincrasie di Office, versione dopo versione, forse perché non c’era nulla di meglio. Ricevevamo notizie di una piccola élite ricca che si godeva Apple: in quel mondo non esistevano “bachi” ma solo “caratteristiche”, perché la macchina era così avanzata da sapere cosa dovesse fare l’utilizzatore e non viceversa. Si narrava di geni e topi d’informatica che combattevano con un gioiello grezzo chiamato Linux, ma non era cosa da comuni mortali.

Poi hanno cominciato a correggerli, quei benedetti bachi, finalmente trattandoli per gli errori che erano. Per una parte degli “haker da due soldi” che sfruttavano gli errori per far fare al computer cose apparentemente giuste è stato un disastro. Perfino Linux è diventato utilizzabile da comuni mortali. Ci ho provato anch’io e ho potuto verificare come diventasse meno ostico, versione dopo versione, conservando però a lungo quel sapore di poco rifinito, quasi di “fatto in casa” che a me piaceva molto.

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Desktop di Puppy Linux “Slako” con poche personalizzasioni

Eppure il computer è matematico e, come la matematica, dovrebbe essere non infallibile ma prevedibile. Secondo Edsger Dijkstra il programma informatico è come un teorema: se ne può dimostrare la verità (ovvero la correttezza) in modo assoluto e un programma ben progettato dovrebbe essere matematicamente esente da errori. Sono convinto che sia così e che se non lo si fa è in gran parte per motivi di economia: di tempo, di lavoro e di denaro. Dimostrare tramite logica matematica tutti i passaggi di un software complesso è possibile, ma enormemente dispendioso. Bisognerebbe lavorare in modo rigoroso e fare programmi piccoli che fanno cose semplici in modo preciso: la filosofia Unix originaria, in un certo senso. Il mercato vuole invece software onnicomprensivi, con innumerevoli funzioni, che copra un gran numero di esigenze e che sia anche bello e piacevole da utilizzare, dei mostri informatici, in pratica, fatti da tantissime parti su cui lavorano contemporaneamente squadre di programmatori.

Per cui il baco ci accompagnerà ancora a lungo: versione dopo versione, pezza su pezza, immettendone di nuovi a ogni iterazione, magari più subdoli e sottili. Utilizzare un computer, un tablet, un telefonino è diventato una sfida meno improba che in passato, tutto è più immediato e prevedibile, almeno al livello base, ma richiede sempre un margine di sportività.

Altro argomento di psicologia informatica che sarebbe il caso di approfondire: la gestione delle attese informatiche. Non solo possono essere lunghe, ma la loro durata è spesso indefinita e non correlata ai contenuti. Magari in un altro post…

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Anche gli orologi digitali hanno i loro momenti di impazzimento.

Aggiunta (5 aprile 2017): “Everything Is Broken”. Tutto è corrotto in informatica (e non solo). Articolo sull’insicurezza informatica, di qualche anno ma per nulla datato, anzi: oggi che si parla sempre più insistentemente di “internet delle cose” mi sembra particolarmente attuale e forse (ma speriamo di no) profetico.

View story at Medium.com

 

L’italianità del lavoro nero

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Man at work

Parliamo di lavoro, di italianità e della relativa legislazione. Il problema non è Poletti e le sue affermazioni sui giovani che vanno all’estero – forse inopportune ma volutamente fraintese. Il problema non sono i voucher o il job act in se. Il problema non sono, ovviamente, i giovani che, dopo essersi guardati intorno, vanno, con più o meno entusiasmo, all’estero per provare a realizzarsi. Il problema non è, per dirlo subito, se una data azienda è di proprietà italiana o straniera, ammesso che quest’affermazione abbia ancora un senso.

Il problema è che qui in Italia (e ancora di più al Meridione) il lavoro nero o semi-nero trionfa sempre e comunque sopra qualsiasi riforma e liberalizzazione. Se lo scopo del governo con i nuovi contratti a termine – anche con durata di poche ore – e con la riduzione dei diritti dei lavoratori – di cui l’abolizione dell’articolo 18 non è stata la più rilevante per la massa dei lavoratori giovani e precari ed è stata enfatizzata solo dalle trombe interessate dei sindacati – avevano lo scopo di attaccare il lavoro nero, renderlo non conveniente, in modo da trasformarlo in contratti regolari, che risultano nelle statistiche e pagano le tasse tutti i mesi; se lo scopo era questo, dicevo, allora hanno decisamente fallito.

webimg_0987_ikeaPensare in grande…

La legislazione sul lavoro va cambiata, insisto, non tanto (e non primariamente) perché tolga diritti a chi li ha ma perché non funziona a dare diritti a chi, nel suo lavoro, non ne ha mai sentito parlare.

In Italia si continua a preferire il lavoro nero, sempre e comunque. E la cosa paradossale è che, molte volte, conviene (o sembra convenire) anche al lavoratore, perché significa mettersi più soldi in tasca a fine mese rinunciando a una protezione aleatoria e a contributi che forse non consentiranno mai di raggiungere un’ipotetica pensione.

Quindi si accettano contratti fittizi, retribuzioni fittizie, condizioni para-contrattuali, accordi verbali, qualifiche inferiori al lavoro che davvero si svolge, gratifiche sottobanco esentasse quando il “padrone” ne ha voglia.

Una parte del problema sono i controlli di legalità, pochi e spesso fittizi. Superficiali nel migliore dei casi. Le verifiche raramente sono spinte in fondo e spesso ciò avviene volutamente, perché l’economia italiana è malata di nero e meno nero, si teme, non significherebbe più legalità, ma meno economia e basta. Bisogna chiudere un occhio (e spesso un occhio e mezzo), per evitare di dover chiudere tutto, insomma.

L’assenza di legalità di casi come l’ILVA di Taranto, in cui la miopia cronica delle istituzioni locali e nazionali è durata per anni, sono solo la cima sporca dell’iceberg.

webimg_5291Il commercio, uno dei settori dove è più difficile “andare avanti”

Il problema di base, in parte legato al precedente, resta la sproporzione della domanda di lavoro rispetto all’offerta, sproporzione che finisce per mettere il manico del coltello sempre dalla parte dei datori. E’ lo stesso motivo che spinge tanti giovani qualificati a spostarsi all’estero. Lì il potere contrattuale che viene dalle loro capacità e qualifiche, con tanta fatica raggiunte, è molto maggiore che qui in Italia. Ma anche tanti non più giovani fanno la scelta, a un certo punto della vita, di saltare il confine di stato, per abbandonare carriere stagnanti, stipendi impiegatizi e scarsa considerazione, che non cambiano anche dopo anni e anni d’esperienza e di progetti portati a termine, in favore di qualcosa di meglio.

Ciò si lega a un altro aspetto di cui si preferisce parlare poco, ovvero che le sbandierate eccellenze italiane sono una minoranza – non mosche bianche, ma comunque una piccola parte – nel panorama della nostra mediocre imprenditoria italica. Abbiamo una struttura economica che difende le posizioni di forza acquisite, anche piccole. Ogni proprietario di scuola privata o di piccola impresa, ogni titolare di affermato studio d’avvocato o commercialista, ogni socio di piccola o media impresa edile, qui in Italia – solo per citare qualche categoria a caso – sa perfettamente che la fila dei potenziali lavoratori a nero o semi-nero è lunga. E al Meridione la situazione è ancora peggiore.

C’è crisi, carenza d’affari, carenza di risorse certamente, ma anche un certo gusto del piccolo, un voler sempre puntare sul sicuro, una scarsissima propensione alla crescita e una difesa reciproca di categoria. Una difesa a oltranza, appunto, delle posizioni acquisite che fa il paio con l’abitudine, se solo si può, di non pestarsi i piedi a vicenda e di non spingere a fondo sul pedale della concorrenza. Di contro si creano ostacoli d’ogni tipo a qualunque nome nuovo che tenti di emergere.

Negli stati esteri più avanzati i datori di lavoro tentano di accaparrarsi i lavoratori migliori, a suon di benefit e di aumenti di paga, e poi di metterli nelle condizioni migliori per farli fruttare – pretendendo, comprensibilmente, un impegno commisurato. Sanno che o sei tra i migliori o muori. Qui l’ottimo non serve, ci si accontenta dell’accettabile. Si sfrutta finché si può e se la “eccellenza” si stufa e se ne va… beh ci sarà qualcun altro almeno bravino pronto a sostituirlo senza accampare pretese. L’importante non è crescere, migliorare, ambire, rischiare: basta tirare a campare e, per chi ha in mano le leve di imprese simili alle succitate, continuare a accumulare.

Il concetto di “italianità”, ogni tanto strombazzato per difendere qualche gigante zoppicante e in procinto di cadere, serve, mi sembra, a puntellare quest’andazzo dall’arrivo di stranieri attivi e combattivi. In tal caso, scusatemi, ma no, non fa per me.

SpaceX: giovani, entusiasti e vittoriosi: un po’ diverso da tanta parte del lavoro in Italia

Poesia d’amore da scrivania

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Disegni di luce sul muro di casa, al  mattino

Il giorno procede lento,

Quanto dura?

Solca minuti di silenzio

E ore di parole scarse di senso.

Come goccia sfreccia ogni secondo.

M’invento impegni che non prendo,

Creo movimenti per ingannare l’intelletto,

Annegare i malesseri

E mantenere l’equilibrio su un piede.

Mi manca la tua ansia, il tuo scontento,

La pazienza con cui navighi fra tutto.

Accettami ancora, come già hai fatto!

Come hai promesso in silenzio

E ripetuto a piena voce

E ancora ripeti con lo sguardo

Ogni mattina e ogni tramonto.

Mandami un saluto di speranza, per l’altra sponda.

Perché questo è un transito, cara, tu lo sai,

Per quel che capiremo assieme,

Giorno dopo giorno, di minuto in minuto,

Vita dopo vita, in avanti.

Se di te non c’è traccia, qui fuori,

Dentro ti porto come un solco, una presenza.

Affrettati lentamente

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Sono un tipo ansioso. Credo che la causa sia un mix di genetica e di educazione, ma non è questo l’aspetto che vorrei approfondire. In realtà non lo do molto a vedere: la maggior parte delle persone che mi conoscono in modo non particolarmente approfondito mi giudica un tipo tranquillo. Ciò è dovuto a una serie di ragioni: in parte interiorizzo, e lo sconto alla sera sul tempo necessario a prendere sonno, ma soprattutto ho messo assieme una serie di trucchi per convivere con la mia ansia e limitarla per quanto possibile. Uno di questi è la puntualità: non c’è nulla che mi mette in ansia come essere in ritardo. Il suo corollario è prendere le cose con calma. Sembra paradossale ma non lo è: ho scoperto per esperienza che la peggiore causa di ritardi (e dell’aggravamento dei ritardi) è la fretta. Se ti accorgi che il tempo sta passando e l’ora di scadenza si avvicina, mettersi a correre è il modo migliore per peggiorare la situazione: ti agiti, cerchi di fare più cose assieme, ti distrai, cominci a sbagliare e a dimenticare aspetti importanti, devi più volte tornare indietro a correggere qualcosa.

Al contrario, nel momento in cui avverti che qualcosa non va, rallenta leggermente i movimenti, lascia che qualche attimo passi. L’importante è che non ti fermi: il modo migliore per essere in orario è cominciare presto e procedere regolari. Avanza un passo alla volta: “parallelizzare” le azioni è una scelta più spesso sbagliata che corretta. Ragiona un attimo su ogni cosa da fare, in modo da farla quando serve e nel modo giusto. In questo modo, il ritardo, se ci sarà, sarà il minimo tecnicamente possibile.

Certamente quella descritta è una tecnica che non si può applicare in tutte le situazioni. Ci sono casi di vera emergenza, dove bisogna guadagnare ogni attimo e agire senza pensare. Tuttavia anche in quelle circostanze operare in modo metodico è la scelta vincente, come sanno gli operatori di pronto soccorso. Il loro lavoro consiste nel conoscere alla perfezione i protocolli e applicarli nel modo giusto. Dall’analisi dei sintomi viene la scelta degli interventi per stabilizzare il paziente e trasportarlo alla struttura ospedaliera, il tutto codificato in modo da annullare i tempi morti ed evitare scelte avventate. Scienza e allenamento. Il professionista cammina più che correre ma arriva prima e meglio dell’eroe dell’improvvisazione e, nel caso in esame, salva più vite.

Un discorso analogo si applica, secondo me, lavoro. Il momento in cui ho smesso di essere un novellino alle prime armi è coinciso con quello in cui mi sono accorto che la maggior parte delle emergenze e delle urgenze non erano davvero tali e che era possibile rispettare gran parte delle scadenze semplicemente lavorando nei tempi e nei modi giusti.

Prevale ancora, nelle organizzazioni, il falso mito per cui chi corre produce di più, con il corollario che il compito del capo è far correre costantemente le persone, per renderle produttive. Dietro alla fretta e alle corse dell’attività quotidiana c’è una buona dose di realtà, ma anche una porzione di teatro e di cattiva organizzazione. La maggior parte degli allarmi scattano per mano di persone poco competenti per la posizione che occupano, o ansiose di farsi notare, o di scaricare sul primo che passa una grana che hanno tra le mani. Per di più il problema, quando è reale, raramente è nuovo o imprevedibile e spesso emerge di prepotenza dopo che si era tentato ostinatamente di nasconderlo.

Il guaio strutturale di molte organizzazioni è che quando s’innesca la “giostra” dell’emergenza l’attenzione si sposta presto dal problema reale su quello apparente, come un gioco di prestigio al contrario che rimescola le carte invece di riordinarle. Non si fa sintesi o diagnosi ma si attaccano i sintomi, secondo l’idea che “bisogna fare qualcosa subito”. La soluzione tecnica sarebbe magari sotto gli occhi, ma tutti corrono dove indica il capo, dove gli conviene o dove sono abituati a guardare. L’agitazione cresce e la messa a fuoco si smarrisce.

Per arrivare al traguardo la prima necessità è pensare e poi agire metodicamente, senza fermarsi. Ma non sto dicendo niente di nuovo: l’ha insegnato l’imperatore Augusto: “festina lente”.

La leggenda dello strumento

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Una chiesa abbandonata a Napoli

“I ferri fanno il mastro” dice, maldestramente italianizzato, un motto partenopeo, a indicare che senza gli strumenti giusti il risultato è nullo o scadente. Ma gli strumenti bisogna saperli scegliere e soprattutto usare nel modo giusto, ed è qui li viene il difficile.

In qualsiasi attività, ludica o lavorativa, arriva il momento in cui il neofita è tentato di incolpare gli strumenti che ha in mano, e non se stesso, dei suoi insuccessi. Li si attua il bivio: continuare a impegnarsi o cercare scuse o scorciatoie.

E’ un atteggiamento umano, ammettere gli errori è difficile. Ancora di più lo è assegnarsi un lungo e faticoso percorso di apprendimento.

E’ proprio in questo momento che s’innesta la trappola consumista: comprare un prodotto migliore per ottenere risultati superiori. Quello che hai non è quello che ti serve. Difficile resistere alla tentazione, che poi si rinnoverà periodicamente: ci sarà sempre qualcosa di meglio, di più adatto, di più nuovo o avanzato rispetto a quello che hai già.

Un esempio sono gli hobby. Il sottoscritto fotografa per passione, con risultati alterni che a volte mi piacciono e più spesso no. Seguo alcuni siti e mi piace leggere i commenti, anche se questi sono tutto un florilegio di consigli per aumentare il proprio corredo, acquistando macchine fotografiche sempre più costose, obiettivi specializzati per scopi specifici e altri accessori d’ogni sorta. Di fatto le discussioni sulla tecnica e sull’estetica, che pure avrebbero un ruolo, sono relegate a contorno e minoritarie rispetto a quelle sulla qualità degli strumenti, in cui regolarmente i più costosi sono i più caldamente consigliati.

Un tempo seguivo l’audio e l’alta fedeltà, e i contenuti delle discussioni tra appassionati erano analoghi, se non peggiori: se vuoi sentire meglio devi spendere sempre di più, anche in accessori o dettagli di cui non sapevi neppure l’esistenza e, non di rado, di razionalità scientifica quantomeno dubbia.

Il discorso vale per ogni settore e ci sono innumerevoli casi di rapporto costi/risultati perdente: officine casalinghe di falegnameria piene d’ogni ben di Dio d’utensili ma non di lavori in corso. Giardini con più attrezzi che piante. Cucine con scolapasta tecnologici, servizi di coltelli per sgusciare i molluschi, mestoli di tutte le taglie e forni a microonde impiegati solo per scongelare. Pseudo-atleti con la pancia che passeggiano con addosso tutte e cardiofrequenzimetri da centinaia di Euro. Anche il sottoscritto ha realizzato la sua collezioncina di obiettivi e deve fare uno sforzo ogni volta che gli viene la tentazione di un ammennicolo nuovo di pacca.

Pur nella mia limitata esperienza personale, mi sento di direi che l’errore si estende anche agli ambiti professionali: chi non si è lasciato convincere, almeno una volta, dagli allettamenti di facili risultati e ha speso somme sostanziose – o suggerito caldamente all’azienda per cui lavora di farlo – in strumenti che, una volta presi, sono serviti a molto meno di quello che promettevano?

Ovvio l’interesse di venditori e produttori a incrementare le vendite. Meno diretto ma anche chiaro quello della maggior parte dei siti, a cui interessano pubblicità e numero di cliccate. Minimo l’interesse effettivo degli utenti, spinti compulsivamente a comprare sempre “meglio” invece che dedicarsi allo scopo prioritario, che, nella fotografia come in ogni hobby, dovrebbe essere quello di migliorare se stessi e la propria capacità: di “vedere” immagini interessanti, nello specifici, a prescindere dallo strumento di cattura che si stringe in mano; di apprezzare la musica nel caso degli appassionati di audio: di far crescere qualcosa nel proprio giardino che non siano erbacce spontanee; di mangiare e far mangiare meglio; di migliorare il proprio stato fisico, eccetera. Di aumentare la soddisfazione personale, in generale.

In pratica sarebbe ben più utile spendere in conoscenza (libri, corsi) che in oggetti, finché davvero non sono questi a limitare le possibilità. E soprattutto investire tempo, la risorsa più rara. La delusione è inevitabile e il circolo vizioso si chiude: un nuovo acquisto “giusto” per riparare a quello “sbagliato” precedente, e intanto si rifanno, mediocremente, le stesse cose.

La tecnica commerciale è di solleticare la pigrizia dell’individuo, qualità umana tra le più diffuse, in modo da spostare l’attenzione da lui stesso a quello che possiede, come se fosse l’oggetto a creare il risultato e non chi lo utilizza. Osservate le pubblicità dei telefonini: è tutto un sottolineare quello che il nuovo modello mette in grado di fare e che sarebbe impossibile con gli altri, anche fotograficamente parlando. E il tutto poi finisce nel solito, ma sempre più costoso, selfie.

Inizio d’autunno

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Un po’ in ritardo, ma eccoci qua, all’appuntamento con la poesia stagionale. D’altra parte questo blog è per il piacere di scrivere e condividere, magari esibire, e non per stare sul pezzo dell’attualità. In questo momento, ogni tanto mi escono versi, che però devono decantare prima di essere diffusi.

~

Calano giorni di pioggia,

monotoni e perversi.

Tornate di lavoro inconcludente,

preparatorie.

Tempo di prima della Creazione,

quando tutto era,

in potenza, già pensato,

ma nulla

in atto, né la luce,

e la coscienza dormiva,

innocente,

un sonno inconsapevole d’infante.

Nuovo giorno in ufficio

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Ormai è una malattia, ma dopo che hai superato la paura della “prima volta” tutto diventa più facile e ogni tanto pubblico una poesia. Anche questa è, a modo suo, autobiografica.

***

Un tema, un compito, una scrivania,

strumenti vecchi e semi-nuovi

per riempire questo spazio-tempo.

La polvere sotto il monitor

e in tutti i recessi, psichici e non:

i sedimenti della vita passata,

scorie attive di tentativi e risultati,

come monotonia solida, umida,

materiale di risulta dell’esperito,

che diventa sostanza da costruzione,

base confortevole e tiepida,

concime di pensieri.

Lunghe ore di varianti infinite,

sintesi meccanica di simile e diverso,

noia creativa, genio ordinario.

La nuova vita, così come il lavoro nuovo,

si edificano sempre sopra i residui,

stratificati e compattati,

dei precedenti.