L’energia atomica nella vita cosmica e umana

Ho trovato questo libro per terra, passeggiando per Torre del Greco. L’ho raccolto come se recuperassi un tesoretto trovato per caso. A me sembra strano buttare via i libri, un gesto alla soglia del reato, eppure tanti lo fanno. I libri diventano troppo ingombranti in casa. Quando ad esempio muore un parente finiscono nella massa della roba vecchia di cui disfarsi semplicemente perché non c’è posto, la parte noiosa dell’eredità. Sarebbe meglio donarli, certamente, ma non sempre è realizzabile neanche questo. E poi tanto, chissà perché, non li amano.

Ma non divaghiamo. L’età di questo volume si evinceva subito, dall’ingiallimento della carta, dallo stile di impaginazione e da quello dei caratteri. L’anno 1950 sulla prima pagina era una conferma. Purtroppo mancava la copertina anteriore e quella posteriore c’era ma quasi completamente staccata, per il resto il libro era completo.

Il tema dell’energia nucleare era particolarmente caldo a quell’epoca. Le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki erano ancora fresche nella memoria, la Guerra Fredda era nella sua fase più calda, ma allettanti erano anche le promesse di un efficace uso civile del nucleare, capace di aprire, ad esempio, le porte per esplorare il cosmo. Gli effetti nocivi delle radiazioni non erano ancora del tutto noti.

Qualche tempo dopo ho cominciato a leggerlo e mi ha avvinto, me lo sono goduto, un po’ per volta, fino all’ultima pagina. Complice l’argomento, sicuramente appassionate almeno per me. Ma anche lo stile e la forma sono notevoli: scorrevole, ironico senza arrivare al guascone, abbastanza preciso da accontentare anche palati fini, non manca di riportare numeri, grafici e confronti evitando di scendere nei dettagli delle formule. Secondo me molti divulgatori potrebbero prendere esempio da questo vecchio testo. D’altra parte l’autore, George Gamow, non era certo uno sprovveduto o un improvvisatore, ma anzi uno dei fisici più in vista, in quella prima metà del secolo scorso che è stata così ricca per questa materia, rendendola, come è ancora, la regina delle scienze. Una conferma che la vera competenza non ha nulla a che fare con arroganza e ostentazione.

Il linguaggio è semplice senza banalizzare i contenuti. I meccanismi delle reazioni nucleari sono efficacemente spiegati con l’analogia di un fluido estremamente denso e coeso, dotato di carica elettrica. Il ragionamento spazia dai laboratori all’esperienza quotidiana fino alla struttura delle stelle, ovviamente nei limiti delle concezioni consolidate una settantina d’anni fa.

Il tempo trascorso si nota, ovviamente. La fusione nucleare, verso cui puntano oggi gli scienziati per dare energia al futuro del genere umano, è indicato come qualcosa di impensabile al di fuori dei nuclei delle stelle, dove si raggiungono le temperature e pressioni necessarie. Il testo si concentra quasi per intero sui fenomeni di fissione, quelli coinvolti nelle prime esplosioni atomiche e nelle generazioni di reattori nucleari realizzati da quegli anni fino ad oggi. Roba vecchia? Non proprio, dal momento che le conoscenze di base sono le stesse. In più ripercorrere i primi esperimenti, decisamente semplici e “poveri” rispetto agli attuali, è altamente istruttivo, riconducendo il lettore a come i fenomeni nucleari siano stati scoperti, in maniera non poi così lontana dall’esperienza quotidiana, e a come le conoscenze si siano concatenate.

Altro aspetto insolito, almeno per me, è la quasi totale assenza di concetti di meccanica quantistica. È probabile che quella teoria non fosse ancora pienamente consolidata, alla fine degli anni ‘40, o che fosse considerata ancora troppo avanzata per la divulgazione “di base”. Essa compare soltanto in termini di “probabilità” che un evento nucleare abbia luogo o meno, sorta di casualità che consente, ad esempio, anche a particelle relativamente lente di provocare reazioni nucleari. Può sembrare una grave mancanza o approssimazione, ma a me sembra che semplifichi di molto l’approccio a lettori del tutto a digiuno all’argomento, come erano sicuramente quelli che aveva in mente Gamow in quei giorni e li prepari a eventuali letture più specifiche.

Il tutto completato da deliziose piccole illustrazioni fatte a mano dallo stesso scienziato, spesso corredate da elementi decorativi, come pterodattili che volteggiano sui “picchi di energia” delle reazioni nucleari.

Se posso notare un difetto è forse un certo “campanilismo” che rende centrali i risultati ottenuti in area anglosassone, lasciando in secondo piano quanto ottenuto, ad esempio, in Italia, Germania e soprattutto alla scuola di Copenaghen di Niels Bohr, fucina di scoperte e premi Nobel: forse anche da questo nasce la ridotta attenzione alla meccanica dei quanti. Se voleste approfondire quest’area, anche dal punto di vista umano, potreste ad esempio cominciare da qui: “Hotel Copenaghen”.

Insomma, secondo me un piccolo gioiello. Non so se meriti una ristampa, ma se siete appassionati di divulgazione scientifica o solo curiosi di capire di cosa si sono occupati i fisici della generazione passata – gente che ha cambiato il mondo e non solo la scienza – o se semplicemente ve lo troviate tra le mani, concedetegli un po’ d’attenzione. Potrebbe catturare anche voi!

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Ecco a voi “Il Mediatore”

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Eccoci finalmente. E’ uscito “Il Mediatore”, il mio primo romanzo. Che poi è inutile stare lì a menarsela che si scrive per se stessi, per sfogare quello che si ha dentro, per un’intima necessità. Alla fine si scrive sempre nella speranza di essere letti, di essere pubblicati, di essere apprezzati. E, perché no, per vendere tante copie e farci i soldi, sogno assurdo. Anche il più intimista dei poeti ermetici cerca, prima o poi, un editore, o almeno un nucleo di lettori affini che possano apprezzare i suoi versi.

Qualche informazione già l’ho data a suo tempo, in un altro post. Il genere lo definirei “Fantascienza napoletana”, più rigorosamente, “Cyberpunk pseudo-partenopeo”, perché la presenza degli alieni è quasi di contorno, un movente, per quanto potente, per stimolare l’azione, che poi è quasi tutta umana. E perché la mia città è presente, ma mai nominata direttamente, come un simbolo, la città meridionale per eccellenza.

Non perdo tempo sulla trama, la sinossi la trovate nella pagina che ho aperto su questo blog. Eroi ce ne sono pochi, involontari per lo più. Un “mediatore” rimandato indietro dagli alieni che non sa bene come rimettere insieme la propria vita. Un investigatore costretto a fare l’eroe senza volerlo. Gente di vario genere a caccia di un “segreto” che può dare riscatto, o ricchezza, o potere.

Temi? Dovrebbero dirmeli eventuali recensori, ma io ipotizzerei: senso di appartenenza e spaesamento. Differenza fra i moventi espressi e quelli reali. La natura dell’uomo che emerge quando le certezze vengono meno. Sarò presuntuoso? Forse, a me ha divertito scriverlo.

Ma forse è più importante raccontare la genesi del libro. Ho cominciato a scrivere tanto tempo fa, come passatempo, senza una trama in mente, seguendo uno spunto interessante: il ritorno, verso qualcosa che non si considera più “casa”. Poi sono venuti fuori altri personaggi, e ne alternavo le vicende. Non era il mio primo tentativo di una storia “lunga” ed era solo leggermente più ispirato dei precedenti. Ed infatti mi sono fermato spesso, anche per mesi, semplicemente per non sapere più come andare avanti, come tirare fuori i miei personaggi dalle situazioni in cui ero andato a piazzarli, e soprattutto come dare un senso a quella costruzione che andava realizzandosi e che, complicandosi man mano, un po’ quel senso lo pretendeva. Mi dispiaceva lasciarlo incompiuto, perché era cresciuto meglio dei miei altri esperimenti letterari, col suo alternarsi di capitoli a seguire fili diversi della storia. Ogni tanto provavo ad aggiungerne un pezzetto, ma erano solo piccoli progressi.

Finché, all’improvviso, rimettendomi alla tastiera per l’ennesima volta dopo settimane o mesi di fermo, finalmente l’idea, la via per dipanare la matassa e scrivere una conclusione degna, interessante, non banale. E’ stata come un’illuminazione. Gioia e di soddisfazione ma il lavoro non era finito: dovevo rimaneggiare tutta la parte già scritta per renderla coerente con quel finale che avevo architettato.

Poi è venuta l’epopea di cercare un editore a cui interessasse il testo. Sono passati oltre due anni, tra silenzi (la maggioranza) rifiuti espliciti e cortesi (pochissimi) e richieste di soldi (abbastanza numerose, qualcuna anche quasi ragionevole). Finché ABEditore di Milano mi ha inviato una bozza di contratto che non mi imponeva neppure copie da comprare. Dopo tanti avanti-e-indietro, lunghe attese, silenzi, rinvii e ora-si-ora-no, finalmente il mio romanzo è uscito, ha fatto il suo esordio al Salone del Libro di Torino ed è ora disponibile sui principali siti. Hanno fatto un buon lavoro, di correzione bozze, impaginazione e grafica. La copertina mi sembra accattivante. La storia, a dirla tutta, mi sembra anche adatta per il cinema!

Adesso mi tocca farmi pubblicità. Non credo di essere molto bravo ma mi sto divertendo un mondo, grazie al fatto che non ho velleità di vivere scrivendo. Di certo ho prodotto un’opera con più di una imperfezione, ma ritengo che del valore lo possegga. Chi ha il coraggio di fare la prima recensione? Ecco i link.

 

http://www.abeditore.com/prodotto/libri/il-mediatore-francesco-fortunato/

 

http://www.ibs.it/code/9788865511640/fortunato-francesco/mediatore.html

 

http://www.libreriauniversitaria.it/mediatore-fortunato-francesco-abeditore/libro/9788865511640

 

Pagina Facebook:

https://www.facebook.com/romanzoilmediatore

 

Poeti paganti e non

Libri

Racconto ora una storia tutt’altro che insolita.

Incappo, un po’ di tempo fa, nella pagina di un concorso di poesia. Non è esattamente per caso: cerco riferimenti per pubblicare un mio romanzo, un “fronte” sul quale spero vivamente di darvi qualche notizia tra non molto.

Alla poesia non ho mai pensato seriamente, ho qualcosa da parte, come tutti, ma poca roba. Decido su due piedi di inviare un componimento, non si sa mai. Ma dovevo saperlo che queste cose sul web sono specchietti per allodole, ami lanciati, diciamo.

Alcune settimane dopo mi chiama sul cellulare (faceva parte dei dati del form di invio) una simpatica voce femminile, che parte diretta con i complimenti per la mia poesia, ovviamente senza citarne neppure il titolo. Mi chiede se ho mai pubblicato o pensato di farlo, si stupisce alla mia risposta di no. Sto privando il mondo di qualcosa! Poi parte col descrivere una mirabolante (a suo dire) proposta: pubblicazione (parola magica) di una raccolta di poeti emergenti (altra collezione di parole fatate); 14 autori in tutto, con 7 componimenti a testa. E poi web, video, e-book, fiere nazionali ed altri ammennicoli ed allettamenti a corredo.

Ascolto paziente, anche se le ho detto che posso concedere pochi minuti: ho un lavoro, io, per mia fortuna. Arriva la parte economica: “appena” 180 Euro di contributo per le spese editoriali.

Controbatto che una casa editrice dovrebbe prendersi la sua parte di rischio: io come autore l’ho fatto nel tempo speso a scrivere e (si spera) a rivedere. Mi risponde che i tempi sono difficili e la richiesta è il minimo tecnico assoluto, e che pubblicare è anche una soddisfazione personale. Dialogo dei più banali insomma. Rifiuto cortesemente. Le spiego che altre gratificazioni le sto ottenendo, sul lavoro e fuori.

Fine della telefonata.

A valle faccio due conti della serva: a parte che 7 poesie rappresentano quasi la mia produzione complessiva in 10 anni, 180 Euro per 14 autori fanno 2520 Euro. Direi che ricoprono abbondantemente le spese di stampa, con ampio margine.

In più ogni autore comprerà qualche copia per amici e parenti, no? Diciamo 10 copie a testa per 10 Euro a copia come stima prudenziale? Sono altri 1400 Euro. E, ripeto, penso di essermi tenuto basso.

Di fatto la casa editrice lavora a guadagno garantito: la vendita eventuale di copie extra sarebbe un di più assolutamente non necessario. Ha bisogno solo di convincere un piccolo nucleo di aspiranti versificatori a fare un bonifico. Rischio d’impresa sottozero.

Di proposte di pubblicazione disoneste (pardon, diciamo poco limpide) ne ho ricevute parecchie, ma tutte dell’ordine di qualche centinaio di Euro di “danno” compensato da uno scatolone di copie da sbolognare a parenti ed amici che, comprensibilmente, ne farebbero volentieri a meno. Ma quest’ultima, nel complesso, mi sembra la peggiore fino ad ora.

Se avessi voglia di rimetterci, tempo e denaro, lo farei almeno in modo più divertente: ci sono siti che ti consentono di stampare il numero di copie che vuoi, a prezzi minimi, per togliersi il gusto di avere in mano l’ “opera” stampata e rilegata. Ci sono poi i canali di auto-pubblicazione, spesso collegati ai precedenti, tramite cui mettere alla prova la tua capacità di auto-promuoverti e di vendere copie. Insomma, se devo fare con i soldi miei, faccio da me ed a modo mio, per bene o male che venga. Mi sento di darlo come consiglio, prima di mettere mano al portafogli sulla scia di un rivolo di complimenti e di chiacchiere.