Ingegneria del linguaggio

Ci ho riflettuto: esaminando il comportamento mio e delle persone che conosco, ho dedotto che, salvo rare eccezioni, sono dati due casi in cui si usano poche parole:

  • Quando per te è una cosa assolutamente fondamentale;
  • Quando non te ne frega proprio niente.

Nel mezzo si pone tutto il resto.

Lo chiamerei “assioma della curva a campana delle parole”. Una conseguenza, che definirei “corollario del mediocre verboso”, è che ciò di cui parli di più non sono per te gli argomenti più importanti.

I motivi sono numerosi: psicologici, norme sociali, prudenza o opportunismo. Quello che per te è essenziale è difficile da esprimere e a volte pericoloso, ci vorrebbe lo spirito di un filosofo o di un poeta, che sapesse scegliere i termini e costruire le frasi: modalità, per definizione, sintetiche e inaccessibili alla maggioranza. L’essenziale resta, di norma, inespresso.

Le innumerevoli parole che si usano, parlate o scritte, sono, per la maggior parte, passatempo, attività sociale o strumento per raggiungere uno scopo.

All’atto pratico, per capire come la pensa una persona è certamente necessario starla a sentire, cosa di per se impegnativa, ma questo non è sufficiente: bisogna interpretare e collegare, per focalizzare il non detto, o meglio il solo accennato. Un po’ come per i politici: una cosa sono i proclami elettorali, un’altra i programmi di governo e un’altra ancora le vere priorità, rigorosamente in ordine decrescente di parole spese.

Questo ragionamento dimostra anche che quando ti abitui a pensare in termini matematici, ti accorgi che puoi utilmente applicarlo ovunque.

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Fastidio ovvero parole a caso

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“Ma che hai da guardare?” Piazza Dante – Napoli

Non solo l’uso dell’inglese a casaccio, già altrove menzionato, ma anche certo italiano mi da fastidio. Qualche esempio.

“Odio” / “Amore”: gli astratti più astratti possibile per non dire qualcosa di concreto. In cosa si materializzano, cosa gli da sostanza? Non che vadano banditi del tutto ma sono abusati e, il più delle volte, messi a sproposito. “Basta l’amore” è come dire “cominciamo così perché ci piace e ne abbiamo voglia e speriamo che vada a finire bene”.

“Militare”. In una squadra di calcio? Ma stiamo scherzando? Poi venitemi a parlare di tifo violento.

“Umiliato in diretta…”, “Umilia il giornalista…”. Sul web si usa solo “umilia”, vocabolo volgare e cattivo che degrada chi lo usa. Quando lo leggo mi giro dall’altra parte. “Prende in giro”, “sfotte” o anche “insulta” non acchiappano abbastanza click? Non sono abbastanza faziosi? Datevi una calmata.

“Mai” e “sempre”. Con le varianti indefinita: “sempre più” e menzognera: “mai più”.

In generale non mi piace l’uso dell’astratto al posto del concreto, l’infinito del verbo al posto del sostantivo, finta profondità che non esprime nulla di originale. Non esiste “l’andare a lavorare”, esisto io che vado al lavoro. Non dire “il partire mi da sensazioni…” ma “quando parto mi sento…”. Il politichese ha corrotto anche il linguaggio parlato.

Fastidio ovvero l’inglese a caso

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Capitali del mondo

Quando vi dicono “È un’espressione anglosassone intraducibile in italiano” quasi sempre chi parla è uno con scarsa dimestichezza con l’italiano o molta voglia di darsi un tono e spesso è in malafede Qualche esempio.

 

Secondo me la maggior parte delle “Session di team building con workgroup, experience sharing e coaching” sono meno efficaci di una birretta tutti assieme.

 

Lavoro in “body rental”… Solo a me fa pensare a un certo tipo di lavoro, diciamo molto antico?

 

Giocatori: perché “quest” al posto di sfida, compito o impresa?

 

“Questioni che richiedono un follow-up continuo. Da qui un altro dei target della struttura”. Usate l’italiano! Attenzione / proattività; obiettivo / scopo.

 

“Quest’assett è un pillar per il progetto”. Attività/compito; pilastro/colonna. Facile no?

 

Descrivendo un lavoro teatrale: “La voce ironica di una crew di donne”. Dire squadra faceva schifo?

 

“Powerbank” a quanto pare suona meglio di “accumulatore” o “batteria tampone” e sembra una cosa più avanzata.

 

“Il futuro del Web è il mobile wireless device”: il futuro della rete è nei dispositivi mobili senza cavi.

 

Sul lavoro: “Modifica della shape della valvola”. Forma. Semplicemente forma. Porca miseria.

 

Cercano fotografie per un “Contest open call”: ovvero gara/competizione/concorso sempre aperto.

 

Alcuni esempi dalla rivista di bordo degli aerei Alitalia

  • “La factory si trova…” nella tua testa: fabbrica, stabilimento, officina!
  • “Un modo cool”. Puro italiondo: non l’ho trovato nella versione in inglese del testo.
  • Prodotti con prestigiosa “Finitura rubber”, ovvero banale superficie gommata.
  • Profumo con “Refill da 25 cl”. Ricarica, porca miseria, ricarica!

Niente… E così non sia

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

“Signora è in linea, ci dica…”

“Niente io…”

“Arrivederci”.

M’immagino una telefonata in diretta alla radio che si svolga così, troncata sul nascere da un insano “niente” d’esordio. Perché se parti con un “niente” perché hai chiamato, in primo luogo? Se sospetti che quel che hai in mente abbia poca importanza – o peggio che non sarai in grado di esprimerlo passabilmente – perché abusi del tempo di una persona che sta lavorando e mio che me ne sto in ascolto?

Tra le tante abitudini deprecabili della bella lingua italiana, particolarmente fastidiosa è l’uso del “niente” come intercalare o affermazione d’esordio. E non solo alla sensibilità del sottoscritto: questo post mi è stato suggerito da un amico che è anche uno dei miei (pochi) lettori.

Il “niente” calato a casaccio è tipico italiano: non mi sembra di aver mai sentito un anglofono inserire dei “nothing” o un francofono dei “rien” così, a casaccio, nel discorso, e vi assicuro ce ci ho avuto spesso a che fare, professionalmente e non.

E’ sgradevole perché marca un approccio sbagliato: parlo ma non so se quel che dico ha senso per qualcuno, se è importante o interessante, o più banalmente non so se sarò capace di dirlo in maniera adeguata.

Manifesta un’incapacità presupposta prima ancora che espressa, un’auto-svalutazione del pensiero, un partire col piede sbagliato, cominciare il viaggio con un passo all’indietro, muoversi al passo dopo essersi chinati sui blocchi di partenza, iniziare un periodo con la minuscola; sottolinea una mancanza di sicurezza nei propri argomenti prima ancora che nella capacita di esprimerli.

E’ un intercalare finto discorsivo, la versione pseudo-intellettuale della parolaccia buttata a caso, utilizzato per dare un salto di ritmo a battute banali dandogli un facile senso popolar-nazionale.

Insomma è il peggior modo per introdurre o intercalare discorso, perché marca un cedimento alla mediocrità, accontentarsi del pensiero così come viene sperando che il prossimo lo accetti e ci aggiunga da sé il significato mancante. Non provare nemmeno a migliorarsi. E lo marca da subito, da quando si comincia, senza nemmeno il tentativo di dare un tono più alto al discorso. Insomma – mi ripeto – una velata mancanza di rispetto per se e per il prossimo.

Raramente il “niente” nasce da eccessiva modestia, difetto grave come lo è sempre non sfruttare le proprie qualità. Talvolta è un “niente” di pigrizia, il rifiuto colpevole di far muovere il pensiero oltre il livello basso della prima sensazione, con l’onestà, parziale attenuante, di dichiararlo da subito. Qualche volta è di pura abitudine e convenzionale, appreso passivamente dall’averlo sentito a oltranza e bilanciato dalle frasi che seguono, che magari qualche senso compiuto lo rivelano. E’ però assai spesso un niente che permea il discorso: davvero quel che viene dopo non valeva la pena d’essere detto.

Frammenti di settembre per un post incoerente

I profeti del fallimento, del “default” più o meno pilotato, strombazzano oggi quanto gli alfieri della libera finanza qualche anno fa. Me le ricordo le lezioni che i soldi li faceva “chi ci sapeva fare”. Bisogna sempre fare attenzione ai profeti: ce ne sono sempre almeno mille falsi per ognuno vero.

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Il linguaggio è pericoloso: assolvere un colpevoleè grave, ma denigrare un innocente è peggio. Gli indizi non sono prove ed ancora meno lo sono le intuizioni brillanti. Le parole non sono indifferenti, possono anche uccidere.

(Il paragrafo precedente è ispirato da recenti vicende giornalistico-giudiziarie).

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Libertà è poter fare qualsiasi fesseria ci salti in mente, ma anche non essere obbligati a farla.

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Chi non vede le proprie idee in testa ai giornali dice che c’è la censura. Internet è piena di gente che dice che non si può parlare.

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Credo che la realtà sia mediamente più semplice ma al tempo stesso più sorprendente di quanto ci immaginiamo. La teoria del caos dimostra che da leggi semplici può emergere la complessità. I sistemi complessi non presuppongono necessariamente un’intelligenza complottista.

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Ho sempre messo in conto di morire, un giorno o l’altro e non sono di quelli che credono che sia meglio che avvenga nel sonno: è un momento importante della vita e quando sarà il momento voglio essere cosciente. Spero di non cambiare idea con l’età…