Il mito del pistolero

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Risolvere i problemi con un paio di colpi precisi.

Risiede in questo buona parte del fascino dei film di Far-West e dei thriller standard americani: fare fuori il cattivo, da soli, senza remore e perdite di tempo, con la coscienza limpida per aver fatto “pulizia”. Magari dopo una lunga lotta, ma in modo semplice e sbrigativo, alla fine. Quanti film d’azione si concludono con il cattivo alla sbarra invece che spiaccicato in terra?

Lo chiamo “il mito del pistolero”. Un altro mito, vicino parente di questo, è quello del difendersi da soli, della legittima difesa libera, dell’arma in casa che se entra qualcuno gli faccio vedere io.

Li accomuna il mito della giustizia immediata, giusta di per se stessa, senza attendere le lungaggini e le incertezze di indagini, inchieste e processi. Apparentemente senza controindicazioni.

Si traduce, in politica, nel mito populista della soluzione semplice, radicale e istantanea a problemi complessi. Della politica al di sopra dell’economia e delle stesse leggi della fisica. Qui “politica” ha un significato sminuito, perché è intesa come volontà del vincitore delle elezioni, che si auto-assume il ruolo di “rappresentante del popolo”, fregandosene di finanza, accordi internazionali o dei semplici conti.

L’abbiamo già vissuto nel ventennio berlusconiano, lo stiamo vivendo oggi in modo, temo, amplificato, ad esempio quando si proclama di abolire la povertà “per legge”.

Finisce, di solito, come finisce una corsa in auto ad occhi bendati. Nel West morivano molti più innocenti che colpevoli. Le armi diffuse, negli USA, fanno più stragi che auto-difesa. In politica l’equilibrio è tutto. Tra coraggio e avventatezza c’è differenza, come ce n’è tra libertà di espressione e negazione del valore della competenza o tra dire la verità e cavalcare i sondaggi.

Oppure mi sto sbagliando e stiamo allegramente instradandoci verso il nuovo Eden.

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L’era degli psico-mediocrati

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Considerando molti dei capi politici storici e attuali, la combinazione tra psicopatologia, o più spesso personalità al limite del patologico, e ambizione politica sembra discretamente diffusa. Lo strano è che spesso è associata anche a capacità mediatica ed a una certa visione di ciò che desidera o teme molta gente: un mix di successo!

Cosa intendo per psico-patologico? È un concetto molto esteso e, in realtà, poco medico: eccesso di presunzione fino allo snobismo; smania di successo per mascherare l’insicurezza personale; desiderio di rivalsa; mania di persecuzione che porta a vedere rischi e nemici ovunque; anaffettività.

Personaggi così non si trovano solo in politica, è chiaro, ma sembrano essere attratti ai vertici di questa, e neanche tanto raramente.

D’altra parte pretendere di essere in grado di guidare le “masse”, con la certezza di sapere cosa è bene per loro, pretende un alto grado di presunzione o una forte disistima del prossimo, che confina con la psicopatologia. Inoltre il fascino di certe personalità “al limite” è indubbio: lo si vede già nella vita privata.

La storia delle dittature, recenti e antiche, lo rende ancora più evidente: al momento giusto un personaggio dal dubbio equilibrio mentale ma dalle innegabili capacità mediatiche riesce a incantare la maggioranza, che addirittura lo ama e venera; e ciò può durare molti anni, anche dopo la sua morte. Basti vedere quante persone continuino a considerare Mussolini un genio assoluto e addirittura il miglior uomo politico mai esistito!

A proposito di Mussolini, diciamo chiaramente che non era un ladro, ma in compenso ha commesso molti altri delitti, dall’essere mandante di omicidi e complice di genocidio in giù, e sotto il suo regime si rubava eccome, con il suo favoreggiamento!

Ma il fenomeno è tutt’altro che limitato ai regimi totalitari e si estende alle democrazie. Chi si vanta di essere capace di governare tutti e sfodera una buona presenza da palcoscenico può trovare le condizioni adatte per essere creduto. Sensazioni diffuse di insicurezza e crisi aiutano, ma il fenomeno va oltre i cosiddetti partiti populisti.

Non generalizziamo. Non tutta la politica è così e sono numerosi i casi di attività pubblica intesa come “servizio”. La storia della Repubblica Italiana è piena di questi esempi. Quest’atteggiamento richiede umiltà e anche notevoli doti culturali e umane. Tuttavia i leader, i capi carismatici, gli accentratori di potere non rientrano in questa nobile categoria, se non in rarissimi casi. Questi sono capi in larga misura convinti di avere il diritto, prima ancora che il dovere, di essere tali, sia esso di origine genetica, genealogica, divina, economica o quant’altro.

E una larga fetta dell’opinione pubblica abbraccia le posizioni del leader: non c’è scienza o logica che tengano, quello che conta è la parola del capo, che elenca rischi terribili e soluzioni veloci. Riscaldamento globale? Oscillazioni finanziarie? Migranti in fuga da guerra o miseria? Tutte invenzioni delle lobby anti-popolo, in una sorta di diffuso complottismo di stato.

L’analisi sociale ci dice che la maggioranza cerca una personalità carismatica, come capo, e non l’intelligenza eccelsa, perché non riesce a comprenderla. Il capo deve essere solo un poco più intelligente della media. Il genio è temuto o emarginato, oppure addirittura deriso per renderlo inoffensivo. Non a caso è stato coniato il termine “mediocrazia” per certificare la fine che sta facendo la nostra presunta meritocrazia democratica.

Fa parte dei rischi della democrazia, ma come lo si può combattere? Non certo con il totalitarismo, ma, secondo me, con la cultura e l’informazione. Tornando a celebrare le capacità e le conoscenze al di sopra delle frasi ad effetto. Per farlo serve una scuola pubblica efficiente, ricca e rispettata, in primo luogo, che sia premiante e selettiva nei confronti dei docenti prima ancora che degli allievi.

È sempre campagna elettorale

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Gli appassionati della campagna elettorale

sono una specie assai particolare:

tifano per il loro partito

anche quando ha palesemente fallito.

Esultano a ogni suo successo

più che se fosse loro stesso.

S’esaltano alle sparate del leader

anche quando fanno pianger o rider

e le ricopiano, compulsivi, ai loro follower.

La salvezza d’Italia hanno additato

nella vincita del loro candidato

e null’altro bene è dato

alla casa, al paese e all’esodato.

Capiscono costoro che si sbattono per un’illusione?

Urlano, postano, agitano uno striscione,

senza vedere prova, ascoltar ragione,

ma c’è differenza: il tifo non è passione!

Ma cos’è questa crisi

 

Raccolta di tweet del sottoscritto sulle recenti vicende politiche di governo / non governo e sulle turbolenze conseguenti, soprattutto in rete.

***

Ancelotti convocato al Quirinale e Conte a cena da De Laurentiis. O il contrario… Sono un po’ confuso.

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Finisce La Corrida e comincia il Governo Conte. Un caso? Non credo.

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“Ti direi una sciocchezza” è la cosa più vera che la maggior parte di noi può dire.

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Mattarella non dà l’incarico a Salvini o Di Maio alla cieca.

“Criminale!”

Da l’incarico a Conte:

“Grande presidente!”

Rifiuta Savona ministro:

“Criminale!”

Un po’ confusi? (O ci fate?)

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  1. Sedicenti rivoluzionari che si sbattono per un “no” del Presidente della Repubblica.
  2. Bambino che piange perché gli è caduto il gelato.
  3. Automobilista multato che insulta il vigile

Trovare le differenze.

(PS: l’unico che mi fa un po’ di simpatia è il secondo)

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Eppure un po’ di #GovernoM5SLega l’avrei fatto fare, tanto per vedere quante scuse riuscivano a trovare. #hastatomattarella #hastatoilpiddi

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Tra Lega e M5S preferisco i Borbone di Napoli!

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Io farei pure il colpo di stato ma è che se torno con la camicia sporca mia moglie non sai come s’arrabbia!

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Siate conseguenziali.

Se vi sentite trattati da servi, ribellatevi!

Se pensate di essere in dittatura, scendete in piazza!

Se avete subito un torto, denunciate!

Ma basta chiacchiere, per piacere…

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Il presidente Mattarella, per alzare il rosso così su Savona e fischiare un rigore dopo l’80-mo giorno contro Conte, non facendo nascere il governo, non ha sensibilità, vuol dire che ha una pattumiera al posto del cuore!

Chi tocca il Grillo sparlante… è brutto e cattivo

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L’altro giorno mi sono divertito a battibeccare su Twitter con dei simpatizzanti del Cinque Stelle, Sarebbe stato educativo, se non fosse che già mi aspettavo la reazione.

Per la verità ho cominciato io: ho risposto a un Tweet costituito dal testo “fatemi capire” e da un’immagine contenente un testo (vecchio trucco per dare più enfasi e lunghezza al tweet), che recitava: “Solo quest’anno scandalo Mose, Scandalo Expo, Mafia capitale, ed è Grillo a far paura?”

La mia risposta è stata: “Grillo fa paura? Magari. Purtroppo fa ridere”.

Ho un po’ esagerato: mi piaceva molto Grillo quando faceva ridere. Ancora mi sbellico sui vecchi filmati di “Te la do io l’America”, un capolavoro comico-umoristico!

E si, lo so, un po’ me la sono cercata, ma coincide abbastanza bene con quello che penso: fino a che i M5S continueranno a scannarsi tra di loro faranno davvero poca paura alla politica consolidata, e in futuro andrà peggio.

Prima risposta: “Spiegati”. Pensavo di essere stato chiaro. Mi sono spiegato: “Grillo poteva cambiare l’Italia, si è ridotto all’eterno Aventino del “noi non c’eravamo””.

Risposta iper-difensivista: “Come avrebbe fatto a cambiare? E’ stato più dignitoso non allearsi con questi parassiti! Lui l’ha capito prima di noi!”

Il che, secondo me, conferma esattamente quello che dicevo io: ovvero tenersi fuori dai giochi per potersi atteggiare a quello che urla. E riconoscersi nel para-guru senza se e senza ma. Ma un altro, non pensandola come me, commenta “brava”. E poi ancora: “Grillo è solo il garante di un Movimento. Se ci sono stati errori, la colpa è di tutti noi”.

E daglie, come dicono alla Sorbona. Avevo quasi pensato di lasciar perdere, ma poi ho pensato che no: “Ma quale garante, Grillo è l’immagine e il dittatore a metà del movimento”. A metà, chiaramente, o forse qualcosa in meno, perché la titolarità vera ce l’ha il para-guru Casaleggio. Ma la brevità dello strumento non consente approfondimenti dialettici: il gioco è proprio suggerire, lavorare sui riferimenti.

Ovviamente in questo modo mi sono esposto:

“Libero di pensarla come vuoi! La dittatura c’e’ già un governo con 13 voti di fiducia non credo sia DEMOCRATICO!”

“Grazie al voto di tutti i partiti eccetto SEL e M5stelle”.

“Mi sembra che i voti di fiducia siano ben di più di 13!”

“Hai ragione! Sono talmente tanti in meno di un anno che ho perso il conto!!”

Rispose mie, che oramai avevo deciso di dirla tutta. “E col tipo di opposizione che fa il #m5s cosa ha ottenuto? Aumentare gruppo misto?”, “Se aspettate di cambiare il paese con la maggioranza assoluta state freschi”.

La mia prima oppositrice, effettivamente la più moderata, ha chiuso con un: “Non ho intenzione di farti cambiare idea! Quindi rimani pure della tua opinione! Un saluto!” Mi ha colpito positivamente. Ma gli altri, che erano subentrati a supporto, non hanno mollato la presa:

“Il nostro amico non capisce che senza m5s molta merda sarebbe rimasta sepolta”. E poi ovviamente l’accusa infamante: “Probabilmente per lui va bene, la merda. Integrato al sistema”. Per lui è evidente che il sottoscritto, come chiunque non aderisca alla sua ortodossia, sia per forza un pagano mangia-bambini e un accolito prezzolato del regime.

Ma oramai c’ero dentro e ho preferito togliermi l’ultimo sfizio: “infatti a Roma avevate denunciato tutto alla magistratura vero? Che volpi!”

Il che ha messo a nudo il mio interlocutore di turno: “Il sistema va scardinato o altrimenti il #MARCIO contamina #m5s! Vedi #ROMA”. Duri e puri fino all’ultimo, fino alla denuncia di genitori e figli sull’altare del sacro blog.

Ovviamente, per tutto il tempo si sono ritwittati fra loro, in modo da diffondere il verbo.

Insomma perché prendermela con i 5 Stelle quando a rubare sono altri? Per almeno due motivi: a) Perché mi va e non voglio essere benaltrista e b) Perché non servono! La conferenza stampa con le arance sulla tavola, dopo che lo scandalo di Roma è emerso, è una pagliacciata! A Roma dove sono le loro denunce? Che utilità hanno le loro pagliacciate in Parlamento, il loro perenne tirarsi fuori, se non mettere armi nelle mani di Renzi e i suoi? Che mi interessa che restituiscano il vitalizio se poi l’unico loro impegno è ripetere le affermazioni che fa Grillo sul blog?

Ma anche, come posso fidarmi di qualcuno che è convinto di possedere la purezza e la verità e la virtù civile mentre tutto il resto è automaticamente merda? Che considera l’insulto – ovvero la violenza verbale – uno strumento di uso comune? Che non guarda in faccia un amico il giorno dopo che una votazione su un blog gli ha ordinato di fare così? A me puzza di fascismo in erba. Ha anche qualcosa del bispensiero orwelliano.

E poi quale sarebbe l’obiettivo di un partito (NDR: per me un movimento che si presenta con propri candidati alle elezioni è, per definizione, un partito) che accorpa al suo interno no-Tav, fautori del movimento del piccone, sciachimisti e giustizialisti, incazzati per le tasse e incazzati per gli evasori, anti-sistema e pro-ripresa economica, anti-Euro radicali e Euro-si-però, tutto tenuto insieme da una sorta di sentimento politico-settario? La sintesi è nel profilo di uno dei tanti personaggi con cui ci si può imbattere nei social: “sto’ con Beppe Grillo. chi non sta con lui.. compresi parlamentari. si facciano da parte. il M5S e’ onesta’.chi cambia idea… fuori”. Mi auguro che in un futuro, possibilmente prossimo, rileggendo queste parole, si vergogni un pochino di se stesso.

Insomma battibeccare con i 5 stellati, che rischiano di diventare 4 gatti, non serve a niente, ma può anche essere divertente.

Unisciti… escludendo

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, dettaglio (da Wikipedia)

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, dettaglio (da Wikipedia)

Alcuni gruppi si basano sull’esclusione progressiva dei loro membri. No, non sto pensando al Movimento 5 Stelle, non soltanto, non nello specifico. Diciamo che noto parallelismi con esperienze più vicine, quotidiane, in gruppi di amici apparentemente scanzonati, associazioni di volontariato, ambienti lavorativi, perfino ménage familiare.

Ho letto, da qualche parte, che il “capro espiatorio” è un ruolo necessario, per quanto indesiderato, nelle relazioni sociali. C’è sempre qualcosa che va male e la cosa più comoda è darne la responsabilità ad uno: via lui e le cose, finalmente, andranno bene.

Inoltre espellere il “cattivo” crea un momento di coesione. Fa ritrovare al gruppo il buonumore e la voglia di fare quello che è (o si suppone che sia) destinato a fare.

Ovviamente il processo non è così immediato. Comincia con le maldicenze velate, i malesseri, la noia di incontrarsi che cresce fino al fastidio. Bisogna mettere il “cattivo” nella cattiva luce che gli spetta. Nessuno ha colpa, ognuno è aperto e sincero, amante del Bene e del Bello, fautore di un atteggiamento inclusivo e non esclusivo, impegnato per il progresso comune, rispettoso della libertà e della sensibilità altrui almeno quanto della propria ma… “Quello” veramente esagera, alle volte. Se solo si rendesse conto!

Episodi progressivi aumentano la tensione, fino ad arrivare al casus belli e allo scontro aperto. Tutti contro uno, o un’ampia maggioranza contro un’esigua minoranza, o ancora un nucleo egemone in cui tutti si riconoscono, per interesse, sensibilità o pura ignavia, contro il turpe di turno.

E lo scontro non è un accessorio indesiderato, non è per nulla un momento negativo, non è sgradevole e ripugnante per le parole che si useranno ed i toni che si raggiungeranno. Anzi, è l’imprevisto che dà sale alla giornata, la botta di vita lungamente attesa, la scossa adrenalinica che fa convergere l’attenzione e le energie di tutto il gruppo. Chi c’è dentro si sente protagonista, chi sta ai margini guarda con passione lo spettacolo. A valle, il gruppo riemerge corroborato e rinsaldato, alleggerito della “mela marcia” e quindi pronto ad un nuovo slancio. Fino al nuovo momento di “stanca” e alla ricerca di un’altra spinta, chiaramente.

E non è detto che ci voglia molto per essere bollati. I “valori” del gruppo sono ad esso specifici e valutabili solo dall’interno. Nelle relazioni interpersonali c’è sempre bisogno di una certa tolleranza e la soglia tra cosa sopportare e cosa no è molto elastica, spesso arbitraria e mutevole nel tempo.

Ci sono sistemi che hanno fatto del nemico interno lo strumento per mantenersi forti. Il caso che mi viene in mente è l’Unione Sovietica dell’epoca di Stalin, in cui le continue “purghe” partivano dai vertici alti del Partito e arrivavano alle delazioni fra vicini di casa o consanguinei. Era una continua caccia alla spia e all’attivista anti-rivoluzionario, che doveva sparire all’istante senza lasciare traccia, cancellato dai documenti ed anche dalle fotografie. Si soffriva, si faceva la fame perché la rivoluzione non poteva fare il suo corso, bloccata dall’interno da individui spregevoli, prezzolati o malvagi, come tanti granelli di sabbia tra gli ingranaggi sociali che dovevano girare verso la perfezione e la fine della storia umana così come la conosciamo. Gli accusati erano colpevoli in partenza e i processi si concludevano immancabilmente con la completa confessione ed auto-accusa. Il Partito uccideva subito dopo – igiene immediata – oppure prometteva perdoni alla fine di lunghe pene, che però non arrivavano quasi mai – igiene dilazionata ed ulteriore esempio per gli altri. Bisognava vivere all’erta, sospettare di tutti e sforzarsi di non suscitare sospetto in nessuno. Un solo lamento poteva bastare.

Penso che quest’atteggiamento di identificazione del “cattivo vicino” sia una delle radici del “mobbing”, quando non c’entrano direttamente interessi economici o pura e semplice crudeltà.

Ci sono gruppi di amici che sembrano funzionare allo stesso modo. Una cattiva azione marca il membro non adatto, già magari “tarato” da altri fattori: un diverso livello culturale, poca socievolezza, gusti troppo “eccentrici” rispetto agli altri. Una sequela di piccoli episodi spiacevoli esacerbano l’animo, mettono da parte il “turpe malcreato”, lo isolano progressivamente, fino ad arrivare alla resa dei conti finale, dove, il più delle volte, l’imputato si auto-esclude, depresso o sdegnato. La comitiva torna alla vecchia vita ritemprata e con la sensazione di essersi depurata. Nuovi ingressi lo reintegrano e nuove relazioni interpersonali si intrecciano. Una nuova vitalità si respira nell’aria. Ma dura poco.