Due minuti d’ordinaria camorra

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Un vagone della metropolitana, insolitamente vuoto

Metropolitana di Napoli, sabato sera, in direzione della spettacolare stazione di Toledo. Convoglio pieno di ragazzi che sfruttano l’apertura prolungata, per lo più provenienti dalla periferia. Entra un venditore ambulante, uno dei tanti che vivacchiano proponendo cose qualsiasi in cambio di qualche spicciolo. Uno dei ragazzi lo prende in giro, lo ammetto in modo inopportuno, trascinato dall’entusiasmo dell’uscita. Poca cosa, per la verità, ma se ne faceva a  meno era meglio. Si alza uno molto più grosso di lui e gli si avvicina decisamente. Ha tanta panza, è evidente, ma anche abbastanza fisico da intimidire il primo. E così fa, lo redarguisce in dialetto, gli dice di rispettare quello che sta lavorando per campare.

Il primo ragazzo si ritira in buon ordine. Il secondo, quello grosso, si intrattiene a colloquiare con il venditore ambulante. Ne ascolta le lamentele e giustificazioni. Lo rassicura. Lo mette sotto la sua ala protettrice.

Intanto il treno arriva in stazione. Il grosso salta avanti a quelli che aspettano davanti alla porta, mentre il treno è ancora in movimento, e tira l’apertura d’emergenza delle porte. “Così scendete prima” dice. Mentre chi è arrivato scende in stazione, lui si accosta di nuovo, protettivo al venditore ambulante, che si giustifica: “lo faccio per campare”.

Ecco un piccolo episodio che rivela diversi aspetti delle mentalità camorristica, o mafiosa in generale se volete.

Il camorrista finge interesse e protezione verso le esigenze di un “debole” mentre lo scopo primario è dimostrare forza e acquistare controllo. Crearsi un suo territorio e rispetto, in pratica.

Per lo stesso scopo, il “debole” da “difendere” è scelto in modo che sia successivamente soggetto e debitore.

Anche il contesto è scelto in modo oculato. L’intervento è volutamente plateale e la vittoria deve essere facile e ampia. Il pubblico serve allo scopo. Il “rumore” creato non è inefficienza, ma funzionale.

Il tutto presuppone che non vi sia opposizione diffusa, ovvero che tutti gli altri, quelli non direttamente coinvolti, tendano a “farsi i fatti loro”. E’ la che sbagliamo tutti, lo ammetto. L’unica scusante che invoco è la velocità dell’azione: tutto si è concluso prima che riuscissi a elaborare cosa stava accadendo.

La singola vittoria sul campo, ovviamente, inorgoglisce e incoraggia il camorrista in erba. Si è fatto notare sul suo territorio, ha mostrato forza e decisione, ha acquistato un protetto e costretto un altro a sottomettersi, per cui si sente pronto al passo successivo, ovvero imporre la propria forza su una scala più ampia. Un altro gradino nella scalata della montagna di merda.

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Fatti quotidiani di poca importanza

Oggi ho avuto un’esperienza di comportamento mafioso. O almeno credo.

La cosa è durata pochissimo, eccola qua. Ero in un negozio di ottica, a ritirare degli occhiali. Di colpo entra un tizio, lo scooter parcheggiato davanti. La commessa si preoccupa. “Che desidera?” Dopo si giustificherà: ha avuto dei furti.

“Posso provare degli occhiali?” fa lui.

“Ma certo.”

Ne prende un paio quasi a caso da uno scaffale e se li infila. Si guarda velocemente ad uno specchio.

“E’ da uomo, questo”

“Unisex”.

“Va bene lo prendo”.

“Non vuole sapere quanto costa?”

“L’importante è che fa presto, vado di fretta”.

La commessa trema quasi. Gli dice il prezzo: oltre 100 Euro. Quello tira fuori un pacchetto di banconote dalla tasca e paga.

“Vuole la custodia?” Chiede la commessa

“Si certo. Scusate se sono passato avanti”. L’ultima frase è rivolta a noi altri clienti, ma quasi distrattamente.

Esce dal negozio, accende lo scooter e schizza via.

Insomma, nessuna violenza esplicita, e neppure la tracotanza che si vede nei film, a ripensarci quasi mi sembra di essermi sbagliato nell’interpretare il tutto. Il tizio era vestito come un operaio o un giovane qualsiasi. Solo, tanta leggerezza nel maneggiare il denaro, sicurezza e soprattutto sufficienza nei confronti del prossimo, sia me sia la commessa: cortesia fredda e nulla più, il senso di avere ben altre urgenze.

Dalle mie parti i negozianti pagano il pizzo? Nessuno ne parla, chiaramente, ma credo di si. Voci che girano, ma soprattutto qualche evento spiacevole: qualche vetrina sfondata, anni fa. Quasi sempre un camion che sbatte sulla saracinesca chiusa, di notte, come se fosse un incidente. E poi un incendio di un altro negozio nel periodi di Natale, a pochi giorni dall’inaugurazione. Ad un negoziante che vuole andar via ho chiesto perché, mi ha detto che la colpa era dei clienti scostumati. Credo che valga la solita regola “alla Bellavista”: è un’altra tassa da pagare, se ce la fai vai avanti. Ma in un’epoca di crisi andare avanti è ancora più difficile, per tutti o quasi.

 

Tanti auguri di Buona Pasqua a tutti.