Nozze organizzate

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La deprecabile abitudine dei lucchetti… anche in Russia (dopo sposati, però)

 

       Numero di portate,

In piedi e sedute,

Cucine combinate,

Decorazioni abbinate,

       Cerimonia pensata,

Famiglia invitata,

Addobbi per la data,

Ristrutturazione infinita!

       Viaggio dopo le mangiate.

Liste nozze prenotate,

Partecipazioni visitate,

Confetti a palate.

       Certificati aggregati,

Elenchi pubblicati,

Comuni avvisati,

Bolli pagati.

       Prezzi aumentati

Per capelli acconciati,

Trucchi bilanciati,

Fiori addobbati:

       Fotografo impegnato,

Assegno pronto firmato,

La bocca che ho baciato,

Se non in altro impegnato.

       Abiti e calzature,

Per te e il famigliare,

Usi da rispettare,

Non si esce senza pagare!

Ottimi gli affari per far sposare.

       Così il matrimonio si snatura

Nei dettagli forzati della sua tessitura.

Poesia d’amore da scrivania

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Disegni di luce sul muro di casa, al  mattino

Il giorno procede lento,

Quanto dura?

Solca minuti di silenzio

E ore di parole scarse di senso.

Come goccia sfreccia ogni secondo.

M’invento impegni che non prendo,

Creo movimenti per ingannare l’intelletto,

Annegare i malesseri

E mantenere l’equilibrio su un piede.

Mi manca la tua ansia, il tuo scontento,

La pazienza con cui navighi fra tutto.

Accettami ancora, come già hai fatto!

Come hai promesso in silenzio

E ripetuto a piena voce

E ancora ripeti con lo sguardo

Ogni mattina e ogni tramonto.

Mandami un saluto di speranza, per l’altra sponda.

Perché questo è un transito, cara, tu lo sai,

Per quel che capiremo assieme,

Giorno dopo giorno, di minuto in minuto,

Vita dopo vita, in avanti.

Se di te non c’è traccia, qui fuori,

Dentro ti porto come un solco, una presenza.

Sintesi di un anno

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E’ stato un anno particolare, per me, questo 2015, e per vari motivi. Non sono solito entrare nei dettagli personali, sul blog e su internet in generale, ma qualcosa mi va di dire.

E’ stato un anno concitato, con alternanza di notizie positive e negative, che per lo più ha girato attorno alle cure per mio padre malato.

Papà ha deciso di andarsene poco prima di Natale. Poteva accadere da un momento all’altro, ma quando succede è sempre improvviso, e poi eravamo pronti ad assisterlo ancora a lungo se necessario. E’ stato doloroso e, al contempo, come uscire fuori da un tunnel che durava da anni. Letteralmente anni: almeno cinque.

Sono una malattia terribile, l’Alzheimer e la demenza senile, che si portano via le persone un poco alla volta, fino a lasciarne poco più di un guscio vuoto e rinsecchito, più bisognoso di cure di un bambino piccolo, con in aggiunta le esigenze di una persona anziana e delicata.

Malattie che mettono a dura prova la resistenza fisica e psicologica delle persone che assistono i malati, soprattutto i parenti stretti. Per me è stato faticoso, ma per mia madre è stato molto peggio. Senza scendere nei dettagli, ho temuto molte volte che non ne venisse fuori. L’assistenza per i malati è in gran parte delegata alle famiglie. L’ASL si limita a fornire “materiali” e l’INPS l’assegno di accompagnamento, ma le trafile per ottenere i primi e il secondo sono un calvario costellato di complicazioni burocratiche, scostumatezze d’alto e basso livello, vere e proprie prese per i fondelli da parte di medici, CAF, call center e impiegati pubblici d’ogni sorta.

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Per fortuna c’è anche chi fa il proprio dovere, nelle istituzioni, comprende i drammi umani che si trova davanti e prova a mettere una pezza ovunque sia possibile. Per molti – ho constatato – fare il medico o l’infermiere continua a essere una missione prima ancora che un lavoro.

L’assistenza per i familiari è, d’altra parte, pressoché inesistente, a parte l’impegno dei volontari dell’AIMA. Per noi, che abbiamo deciso di curare Papà in casa, invece di condannarlo a una fine più rapida e triste in un centro per anziani, è stato un disperarsi e inventare soluzioni tampone di minuto in minuto, man mano che la malattia degenerava in forme nuove, con la solita giostra di badanti che, in molti casi, fanno danni in misura molto simile all’aiuto che forniscono. Assenza di ogni tempo libero e preoccupazione continua per ogni minimo segnale, con la coscienza che non esiste una via d’uscita. Unica compensazione, i sorrisi di mio padre, sempre più vuoti di coscienza e di comprensione di quello che gli avveniva attorno.

Malattie inguaribili, con cure che, al più, rallentano il decorso, e, inoltre, quasi ignote, nonostante siano diffuse: in tanti ci hanno chiesto: “ma come è morto, così all’improvviso?” Si, anche i parenti che chiamavano una volta ogni paio d’anni con la smania di sentirsi dire a tutti i costi che “va tutto bene”. Plauso per me e Mamma, che non siamo andati a piangere in giro – a cosa sarebbe servito poi?

E’ che non la si vuole conoscere, la demenza senile. Fa ribrezzo solo a pronunciarla. Cancella quello che consideriamo umano nell’uomo. Fa piazza pulita di conoscenze e ricordi e poi rende del tutto inermi, smarriti. Anche per noi è stato un doloroso cammino accettarla: a lungo abbiamo sperato che Papà fosse solo “scordarello” come tutti gli anziani e egocentrico per carattere.

Ora faccio passare queste feste e provo a riprendere contatti con tante cose, tanti interessi che avevo dovuto tralasciare, deposti sull’altare della necessità quotidiana di casa e lavoro, come il mio blog di storia aeronautica, a cui non mi dedico da un po’.

A rendere carico questo 2015 ci sono stati, nel corso dei mesi, anche eventi positivi: una promozione sul lavoro – sudata e, al tempo stesso, inattesa – e soprattutto la decisione di sposarmi il prossimo anno. Fatemi gli auguri!

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Verità scomoda

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Superata una certa età sarebbe il caso che ognuno si facesse un limpido esame di coscienza e si dicesse la verità. Ho superato la quarantina e, non essendomi ancora sposato, sarei tentato di riaffermare per l’ennesima volta la vecchia storiella che non ho mai trovato la persona adatta. Tutta sfortuna insomma, mica colpa mia che sono così bravo e intelligente e pure ragionevolmente in salute.

E la sento ripetere spesso. A me basterebbe uno così. Io sono di bocca buona, vorrei una colà. Che mi capisca / dolce / di carattere / l’aspetto conta ma poi no. E’ argomento di conversazione estenuante.

Ma poi mi guardo in giro, mi guardo allo specchio e mi specchio negli coetanei ambosessi con cui mi accompagno, e devo cambiare idea. Tutti mediamente sani, in forma, relativamente di buon senso e variamente intelligenti. Fatta salva la pace di qualcuno, non ci sposiamo perché non siamo adatti, perché non ne abbiamo voglia o perché abbiamo qualcosa che non va.

Facciamocene una ragione, d’altra parte se la cosa non ci piace, il primo passo per correggerla e esserne cosciente no?

Ecco qualche esempio. Abitudini inveterate di parlarsi addosso. Incapacità endemica di ascoltare il prossimo. Capacità di vedere solo il difetto altrui, o meglio sforzo per trovare la ragione per NON tentare una storia di media lunghezza e NON essere costretti a uscire dal bozzolo delle abitudini. Impressione di avere sempre un mare di tempo davanti e di doversi sempre qualcosa.

Si esce assieme perché si, magari si fa qualche bell’incontro, non si sa mai, e poi mica puoi stare a casa il sabato sera. Si condividono allegre chat uozzap e feisbuc.

E poi quel vizio di chiamarsi sempre ragazzi e ragazze, come se il tempo non avesse un senso. Uomini e donne? Non sia mai, sa di vecchio. Che poi è l’insulto peggiore.

Insomma abbiamo coltivato i difetti da ragazzini chiamandoli carattere o indole. Ci siamo identificati con loro fino a dire questo sono io.

Non è obbligatorio sposarsi, beninteso, e nemmeno fondare relazioni durature. Non mi sia messo in bocca quello che non ho detto. Ma diciamoci la verità. Tanti di noi rimaniamo “single”. O meglio soli, perché non diamo appiglia a un eventuale compagno/a. Restiamo come siamo perché ne abbiamo voglia. O perché non siamo capaci di fare altrimenti. O perché abbiamo una paura fottuta della condizione opposta.

In quale delle due categorie ricade il sottoscritto? Non lo so, appena lo capirò potreste essere i primi con cui lo condivido. O forse no.

Se non mi lasci non vale

Un matrimonio che non finisca in divorzio è palesemente fuori moda. Si guardano i due componenti della coppia come due disadattati incapaci di godersi la vita. Ma come, dopo la festa, il viaggio di nozze, le prime gioie e litigi, non hanno nessuna voglia di riprendersi la loro libertà? Di provare nuove esperienze erotico-sentimentali? Ma che gente di ristrette vedute.

Se sono anziani li si considera con compatimento: hanno perso tutte le occasioni utili per separarsi felicemente,hanno vissuto in un’epoca troppo chiusa ed ora che possono aspettarsi più dalla vita?

Eppure le stesse accuse di banalità che colpiscono i lungo-matrimonianti sono riferibili, uguali uguali, anche ai presto-o-tardi-separanti.

L’immagine mediatica, traslata al quotidiano, scivola inesorabilmente nel ridicolo. I divorzi sontuosi delle leggende del gossip scadono alla rissa piccina per la casa, gli alimenti ed i turni per vedere i figli. Non vedo in giro gnocche mature da far girar la testa che si riprendono la libertà da opprimenti manager in carriera, ma attempate signore cadenti che si stancano di mariti normalmente noiosi. Non vedo aitanti cinquantenni a caccia di ragazzine ma impiegati monotoni alle prese con la canizie avanzante e la panza prominente.

E poi gli aspetti banali del vivere quotidiano. Ritorni dai genitori per ridurre i costi. Vacanze da single per single di ritorno. Mi conviene più il lavoro o gli alimenti?

Qualcuno certamente mi potrà disquisire sulla psicologia di s-coppia e mi rampognerà sulle anticaglie cerebrali che magari inconsciamente (per darmi occasione di redenzione) mi porto dietro, mi spiegherà che tutto questo è progresso ed emancipazione, auto-affermazione e distacco dallo stantio, libertà dell’individuo e apertura e nuovi e divertenti stili di vita. Tutte cose luccicanti e ragionevoli, non dico di no, ma tante volte mi sembra più che altro carenza del senso del ridicolo.