Pensieri di notte

Eccoci a un nuovo momento di poesia. Ogni tanto mi scappa e non posso farci niente. Ma sono onesto: continuate a vostro rischio e pericolo.


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A letto, quando corrono i pensieri,

Nel buio: ostruiti, lontani i rumori

Delle beghe e distrazioni correnti,

Gli occhi chiusi per non scrutare il nulla.

Ma il sonno ritarda, colpevole,

Perché la coscienza gira intorno,

Libera ballerina ammaliante,

Danzando, ora prossima, or più distante,

Attorno agli stessi punti, serva di se stessa,

E si allarga fluida, invadente,

Regina del buio, spettacolo non richiesto,

Spandendo i suoi grumi dolenti, piano,

Che si accrescono, paure amplificate,

Addensandosi, alla fine,

Sul nodo pesante, che non fa dormire;

Cattivo, che non ammette attenuante;

Nitido di malevola essenza,

Irresolubile, come ogni cosa nel buio.

Il sonno incombe ma non assale,

Pigro assediante vanamente implorato,

Respinto da spasmi e malesseri,

Contrazioni di muscoli e mente,

Allontanato dallo stesso atto del chiederlo.

Vince tardi, il sonno, torpore pesante,

Ristoro anestetico, breve,

Irto di sogni contorti,

Fermenti di ricordi, paure e speranze.

Il mattino giunge presto,

Madido di stanchezza,

Portatore di luce nuova, talvolta,

Rinnovando il peso, più spesso,

Nella cupa chiarezza,

Quando la notte non porta consiglio.

Digressione semiseria sulle penne biro, sulla memoria e sul valore percepito delle cose

E’ così raro portare una biro alla sua fine naturale che quando ci riesci è quasi un momento memorabile. Le biro si perdono, si rubano, si bloccano o si rompono, ma quasi mai muoiono di morte naturale, ovvero per dissanguamento. Ciò è tanto più vero quanto più sono di tipo economico: non ricordo l’ultima volta che ho finito una BIC, dev’essere stato ai tempi della scuola, e credo di averla difesa con le unghie dai furti dei compagni. In ufficio non ci sono mai riuscito. Qualcuna me la ritrovo ogni tanto, tra le mani, senza sapere bene dove l’ho presa.

Il valore percepito di tutto ciò che è usa-e-getta è inevitabilmente basso. La penna biro vale qualcosa nel momento in cui ci serve, un attimo dopo può sparire dallo sguardo, anzi diventa fastidiosa. Si perde dalla memoria e, di conseguenza, si perde e basta. Quando ne troviamo una abbandonata – o apparentemente in questo stato – la prendiamo normalmente, senza problemi, non è rubare. Non servono fori nel continuo spazio-temporale, come ipotizzava Douglas Adams in “La Guida Galattica per Autostoppisti”, e nemmeno furfanti nel senso normale della parola, basta un foro nella memoria. Pura applicazione del Rasoio di Occam: “a parità di fattori la soluzione più semplice è da preferire”. La più semplice, nello specifico, è non tenere conto della penna.

Nei fori della memoria, in realtà, può passare di tutto: coniugi, figli, amanti, impegni, obblighi; è un setaccio che separa le cose importanti dalle meno, necessario per vivere ma che spesso agisce sulla base delle urgenze contingenti. La dimensione delle maglie, direi, è diversa da persona a persona ed anche da momento a momento. Deridere o condannare è facile, fare autocritica, o meglio auto-analisi, lo è meno: ne va dell’immagine di se stesso.

Ma torniamo alle penne. A casa scrivo con una stilografica. Ho provato ad usarne una economica in ufficio ma è troppo poco pratica, non riesco ad adattarmi. Fa parte dei miei “vezzi”, come l’orologio meccanico da polso o da taschino, non buttare mai cartacce nelle aiuole anche se nessuno mi vede o tenere un blog. Mi dimentico di quasi tutto, spesso anche del punto da cui sono partito, in un discorso.