Sull’attenti!

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Esattamente (o quasi) quindici anni fa partivo soldato. Sembra parlare di un’altra epoca ed in effetti ho vissuto il servizio militare obbligatorio al termine della sua fase calante. Un’istituzione sempre mal vista, ma che ha contribuito a “fare gli italiani”, per quel poco che esistono, era ormai svutata della sua ragion d’essere dall’evoluzione della tecnologia militare e del quadro internazionale.

Neolaureato e declassato per vista, senza santi a cui votarmi, speravo in un pietoso esubero, ma i generali avevano bisogno di presenze nelle caserme quasi spopolate per cui fui chiamato. Trovai diversi altri pressoché inetti ai servizi armati ed una situazione complessiva al limite della commedia all’italiana. Marescialli in sovrappeso costretti alle prove di tiro. Equipaggiamenti dell’epoca della prima guerra fredda. Corsi di formazione da farsa (fatta eccezione per le patenti di guida: camion e veicoli da esplorazione devono andare in giro, per dar prova di efficienza operativa). Il formalismo del generale che grida “A me la bandiera!” durante la cerimonia di giuramento in cui le reclute stentano a marciare al passo. Basta una mimetica ed un paio di stivali anfibi per chiamare qualcuno soldato? In camerata si cantava: “non ho ucciso, non ho rubato, ma 10 mesi mi hanno dato”.

Gli “stingeristi” si divertivano un po’ di più, con il tubo lancia-missile in spalla al poligono virtuale, come in un grande videogame. Negli uffici si lavorava di penna biro su registri ingialliti che ancora conservavano le pagine dedicate ai “quadrupedi di truppa”. Il casco in kevlar era riservato solo a chi andava a manifestazioni pubbliche, mentre per le “nostre” esercitazioni c’erano gli elmetti in acciaio che facevano tanto D-Day, assieme ai logori Beretta BM59 con i calci in legno (eh si, be onltre il 1990 di teorico ritiro dai reparti). Il colonnello inventava il termine “anemizzazione” per spiegare che, per carenza di personale, una batteria del reggimento deve rimpicciolirsi fino a scomparire nell’arco di qualche mese.

Al di la della facile ridicolizzazione, c’è un aspetto da evidenziare, che è uno specchio dei tempi: il concetto del popolo in armi che difende se stesso dagli attacchi esterni non ha più significato, neppure a livello retorico. L’esercito contemporaneo ha senso se composto non più di reggimenti da far marciare a suon di fanfara e schierare alle frontiere, ma da volontari professionalizzati da spedire in giro per il mondo ovunque sia necessario intervenire, per difendere cosa? La pace? E quale pace? Di solito quella stabilita da un consesso sovranazionale. Credo che, pur con la contentezza di fondo della fine dell’obbligo di leva, in se una costrizione alquanto antipatica, con l’esercito di popolo se ne sia andato un po’ del concetto di stato nazionale. L’economia, poi, sta facendo il resto.