Nozze organizzate

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La deprecabile abitudine dei lucchetti… anche in Russia (dopo sposati, però)

 

       Numero di portate,

In piedi e sedute,

Cucine combinate,

Decorazioni abbinate,

       Cerimonia pensata,

Famiglia invitata,

Addobbi per la data,

Ristrutturazione infinita!

       Viaggio dopo le mangiate.

Liste nozze prenotate,

Partecipazioni visitate,

Confetti a palate.

       Certificati aggregati,

Elenchi pubblicati,

Comuni avvisati,

Bolli pagati.

       Prezzi aumentati

Per capelli acconciati,

Trucchi bilanciati,

Fiori addobbati:

       Fotografo impegnato,

Assegno pronto firmato,

La bocca che ho baciato,

Se non in altro impegnato.

       Abiti e calzature,

Per te e il famigliare,

Usi da rispettare,

Non si esce senza pagare!

Ottimi gli affari per far sposare.

       Così il matrimonio si snatura

Nei dettagli forzati della sua tessitura.

Niente… E così non sia

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

“Signora è in linea, ci dica…”

“Niente io…”

“Arrivederci”.

M’immagino una telefonata in diretta alla radio che si svolga così, troncata sul nascere da un insano “niente” d’esordio. Perché se parti con un “niente” perché hai chiamato, in primo luogo? Se sospetti che quel che hai in mente abbia poca importanza – o peggio che non sarai in grado di esprimerlo passabilmente – perché abusi del tempo di una persona che sta lavorando e mio che me ne sto in ascolto?

Tra le tante abitudini deprecabili della bella lingua italiana, particolarmente fastidiosa è l’uso del “niente” come intercalare o affermazione d’esordio. E non solo alla sensibilità del sottoscritto: questo post mi è stato suggerito da un amico che è anche uno dei miei (pochi) lettori.

Il “niente” calato a casaccio è tipico italiano: non mi sembra di aver mai sentito un anglofono inserire dei “nothing” o un francofono dei “rien” così, a casaccio, nel discorso, e vi assicuro ce ci ho avuto spesso a che fare, professionalmente e non.

E’ sgradevole perché marca un approccio sbagliato: parlo ma non so se quel che dico ha senso per qualcuno, se è importante o interessante, o più banalmente non so se sarò capace di dirlo in maniera adeguata.

Manifesta un’incapacità presupposta prima ancora che espressa, un’auto-svalutazione del pensiero, un partire col piede sbagliato, cominciare il viaggio con un passo all’indietro, muoversi al passo dopo essersi chinati sui blocchi di partenza, iniziare un periodo con la minuscola; sottolinea una mancanza di sicurezza nei propri argomenti prima ancora che nella capacita di esprimerli.

E’ un intercalare finto discorsivo, la versione pseudo-intellettuale della parolaccia buttata a caso, utilizzato per dare un salto di ritmo a battute banali dandogli un facile senso popolar-nazionale.

Insomma è il peggior modo per introdurre o intercalare discorso, perché marca un cedimento alla mediocrità, accontentarsi del pensiero così come viene sperando che il prossimo lo accetti e ci aggiunga da sé il significato mancante. Non provare nemmeno a migliorarsi. E lo marca da subito, da quando si comincia, senza nemmeno il tentativo di dare un tono più alto al discorso. Insomma – mi ripeto – una velata mancanza di rispetto per se e per il prossimo.

Raramente il “niente” nasce da eccessiva modestia, difetto grave come lo è sempre non sfruttare le proprie qualità. Talvolta è un “niente” di pigrizia, il rifiuto colpevole di far muovere il pensiero oltre il livello basso della prima sensazione, con l’onestà, parziale attenuante, di dichiararlo da subito. Qualche volta è di pura abitudine e convenzionale, appreso passivamente dall’averlo sentito a oltranza e bilanciato dalle frasi che seguono, che magari qualche senso compiuto lo rivelano. E’ però assai spesso un niente che permea il discorso: davvero quel che viene dopo non valeva la pena d’essere detto.

Palestra e palestranti

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Ho raggiunto un traguardo difficile: tre mesi completi di palestra e la decisione di rinnovare l’abbonamento per altri tre. Ci avrei scommesso poco, l’anno comincia con le migliori intenzioni, almeno su questo fronte, nonostante una serie di cattivi auspici. Le ragioni che mi hanno spinto ad iscrivermi sono le solite, e quelle che ci distinguono dalle generazioni passate: vita troppo sedentaria, poco tempo libero in cui concentrare “tutto” ed ovviamente qualche Euro da poter spendere, per fortuna. E’ una fuga da certi “guai” di casa di cui non mi va – almeno per ora – di parlare sul blog. Nel complesso devo dire che mi piace: ti aiuta a stare meglio, ti mette a posto la coscienza e ti da qualche ora di distrazione alla settimana. Riguardo al blog, la palestra è un tema che merita almeno alcune riflessioni, spero non troppo banali. Proverò a sintetizzarle per temi.

Allenatori. Ragazzi sottopagati da un punto di vista sociale, autorità di primo piano nel panorama ristretto della sala attrezzi e delle sale corsi. Svolgono un ruolo ibrido: quello ufficiale, dispensano consigli ed indicazioni sui programmi di allenamento, compilano le “schede”, sorvegliano e controllano la sala. Ma anche quello sociale, importante almeno quanto il primo: amici di tutti, stringono mani, battono spalle, incoraggiano, conversano, addirittura fungono da confidenti. Essere simpatici è un requisito fondamentale, con quel che de “io ho capito il segreto del corpore sano, qualsiasi cosa voglia dire, e tu no”.

Corsi. Sono quasi tutti femminili. Lo vedete un uomo a saltare sullo step? A meno che non sia l’istruttore, of course. Ma anche in quelli più muscolari come il “pump” e nel “fit boxe” la prevalenza femminile è straripante. Discriminazione sessuale al contrario, senza dubbio!

Chiacchiere. Tanta gente passa più tempo con quelle che ad esercitarsi, la “serie” ai pesi è una pausa fra due fasi della conversazione. La “sala attrezzi” è una specie di pubblica piazzetta, dove l’abito pubblico si dismette a favore della tenuta sportiva, che non è per nulla più egualitaria.

Ingresso. Il luogo sociale per eccellenza. C’è gente che passa ore appoggiata al banco delle iscrizioni o al tavolino di fianco al baretto triste dei succhi, delle acque minerali, delle barrette e degli altri prodotti edibili e solubili da fitness.

Lingua. Sembra d’obbligo che tutto abbia nomi inglesi: dalle macchine per gli esercizi (lateral/calf/pectoral… machine) ai corsi (pump, fit boxe, step, ecc…); fanno eccezione “Krav Maga” e “Salsa”: come a dire, USA uguale velocità, efficienza e moda, tutto quello che è violento deve venire dall’est, quello che è sensuale dal sud-ovest.

Macchine. Quelle per esercizi spopolano. Hanno il vantaggio che non si possono fare errori, il movimento è vincolato e non si fanno trucchi. Ma le regine sono e restano i tapis-rulant (francese!), per quanti ce ne siano, sono sempre tutti occupati.

Musica. Sembra obbligatoria e sempre ad alto volume. Spesso quella dei corsi si somma a quella “base” dell’area attrezzi. In più tanti portano cuffie ed auricolari con la loro colonna sonora personale. Insomma niente riconciliazione spirito-corpo nel silenzio.

Sala attrezzi. Qui invece resiste un’evidente prevalenza maschile. Il muscolo la fa da padrone, come anche la gara a chi ce l’ha più grosso, il bicipite. I chili qui valgono al contrario di quelli di troppo nel “mondo esterno”: più sono (sollevati) e meglio è, ti fanno emergere nella scala sociale. Andrebbe fatta un’indagine psicologica dell’invidia da manubrio: ce ne sono alcuni che non sono neppure capace di spostare dalla rastrelliera.

Scheda. Termine magico che indica la lista degli esercizi che devi svolgere. E’ compilata apposta per te dal tuo allenatore in base alle sue arcane ed inappellabili conoscenze. Emblematicamente, le note sono piene di abbreviazioni e scritte con una grafia illeggibile quasi quanto quella dei medici. Termini che si imparano subito: serie, ripetizioni e i principali gruppi muscolari di cui il Creatore ci ha dotato.

Tapis roulant. Il surrogato consumista della passeggiata o della corsetta attorno all’isolato. In effetti oltre a consumare energie tu consuma anche corrente elettrica per funzionare. Piace a tutti e non ce ne sono mai abbastanza: per quanto lunga sia la fila dei tappeti sono sempre tutti occupati. Al confronto, la cyclette è da plebei.

Mode all’orecchio e non solo

cablesLa tecnologia genera mode che, viste da lontano, sembrano un po’ ridicole. Da lontano intendo dopo un po’ di tempo, ed alle volte basta qualche mese. E’ passata da un pezzo l’epoca in cui bisognava essere “wired”, connessi via cavo al resto del mondo. Oggi tutto dev’essere “wireless”, compresi i caricatori. Una volta faceva figo far ammiccare l’antenna del cellulare dal taschino della giacca, per dimostrare di averlo. Era si un po’ tamarro, ma in quanti resistevano alla tentazione, dopo aver speso svariate centinaia di migliaia di lire per un telefonone a forma di mattone? Poi i telefonini hanno perso l’antenna ed hanno iniziato a dimagrire. Si diffusero, i prezzi scesero e allora non bastava averne uno: bisognava che fosse l’ultimo modello, minuscolo. Si diceva che il cellulare fosse l’unica cosa su cui gli uomini facessero a gara a chi l’aveva più piccolo… Anche quella, in fondo, era un’affermazione di supremazia, di potersi permettere qualcosa che gli altri no. Qualche tempo fa andava di moda parlare da solo, perché il cellulare si doveva usare con l’auricolare, rigorosamente wireless se si voleva veramente essere trendy. Il telefono doveva essere invisibile, sommerso in una tasca o una borsa. Bisognava parlare a mani libere, con disinvoltura, come se si avesse l’interlocutore davanti, ma ad alta voce, in modo che si capisse quello che si stava facendo. Le onde elettromagnetiche fanno male – forse, magari, si dice ma non è mai stato dimostrato in modo significante – ma non quelle dell’auricolare, o, almeno, molto meno. Poi sono arrivati gli smartphone e i touchscreen ed una nuova inversione di tendenza. Oggi andiamo in giro con dei battiscopa all’orecchio ed ingrassiamo lo schermo mentre parlaiamo. Qualsiasi cosa deve essere fotografata con il furbofono. Mi raccomando: non con una macchina fotografica, che sa di vecchio, ed il risultato di corsa sui social. Il rumore finto dello scatto si usa sempre meno e mi pare giusto. C’è chi considera figo fotografare con i tablet, come se lo schermo più grande rendesse migliori le foto scattate con una lente piccolissima davanti ad un sensore di qualche millimetro quadrato, e, come ha detto qualcuno, sembra che vadano in giro appendendo quadri. Di questo passo, i telefoni diventeranno così grandi che sarà necessario aggiungerci un manico per impugnarli. Allora si che parleremo tutti nelle padelle. A meno che non abbia ragione Google.

Giovani fuori

Sotto il cappellino niente

La vita media si è allungata e non di poco. La gente si aspetta molto dai propri anni, ma più che altro si aspetta di poterne spendere molti.

Una delle frasi che sopporto di meno è “io mi sento giovane dentro”. Non ho mai capito cosa vuol dire. Se pensi ancora da giovane, non sei mai cresciuto, non sei mai cambiato, sei rimbambito?

L’esperienza dovrebbe servire, da una certa età in poi, a compensare le carenze del fisico. Si è un po’ meno elastici e resistenti, ma si conoscono i propri limiti e si sa fare meglio le cose. Fino ad un certo punto questo sistema funziona a meraviglia, si va perfino meglio dei giovanotti, nel pieno delle forze ma di scarse conoscenze.

Il professionista anziano da sempre si circonda di collaboratori, che fanno quello a cui da solo non riesce più a fare fronte ed intanto apprendono, si fanno conoscere, si preparano a fare da soli, a subentrare.

Ed il passaggio generazionale non è necessariamente conflittuale: anche se non è la natura a spazzarlo via in malo modo, ad un certo punto è l’anziano che si fa da parte, si gode il rispetto, si occupa di questioni formali, interviene per gli aspetti di principio, diventa il riferimento riverito ma non più attivo a tempo pieno. Si ritira, insomma, in bell’ordine. Non sempre, chiaramente, ma molte volte è felice di non dover essere più al centro della scena in pianta stabile. Si riserva il diritto di criticare i giovani quando gli viene voglia, senza pretendere di essere sempre ascoltato.

Poi però è intervenuta la cultura, o meglio la moda. Bisogna sembrare giovani, comportarsi come giovani. La vecchiaia è un cedimento della volontà al quale non bisogna indulgere. E’ l’anticamera della morte, ovvero un argomento sconveniente, come la cacca o gli scrupoli di coscienza. Non solo l’anziano ma anche il distinto signore di mezza età è out. Tutti siamo giovani, efficienti e pronti all’azione. Tirarsi indietro una volta è una sconfitta, chi si ferma è perduto! Ci chiamiamo “ragazzi” e “ragazze” tra di noi indipendentemente dal numero di primavere che abbiamo visto sorgere e calare.

Per cui crolla tutto: il poveraccio/a negli anta non può competere più. Non può usare le armi sue proprie ma deve continuare ad usare quelle della gioventù; deve continuare a correre e saltare anche se avrebbe voglia di camminare; deve ridere forte anche quando tutto quello che gli viene spontaneo è un accenno di sorriso. Si sforza ma non ce la fa: più cerca di emergere e più diventa ridicolo. Non riesce a star dietro ai desideri ed agli stimoli. Cresce la frustrazione e la ricerca di una scorciatoia.

Allora parte con i sotterfugi. Abbellisce e ritocca l’aspetto. Si arrocca nel consociativismo, si difende con la pecunia accumulata, si fa scudo con le amicizie e con le mutue assistenze. Rende sleale la lotta, perché non può ricorrere alle armi leali. Cerca di consolidare con il privilegio quello che non può ottenere con la competizione diretta. Filtra l’innovazione e la depotenzia, in modo che non metta mai a rischio lo status quo.

Il giovane vero non deve essere mai in condizione di diventare un potenziale concorrente: deve restare giovane di belle speranze a vita, sbandierato quando serve ma subito dopo relegato dietro le quinte.

Il giovanilismo della moda, non avendo accesso alle leggi ed alle sedi del potere, si ritorce contro i giovani, come semplice connotazione estetica: l’aspetto giovane si sostituisce alla sostanza. Una vecchiaia infinitamente attiva e dimentica di se stessa si eterna sclerotizzata, ma incapace di cedere il passo o anche solo di chiedere assistenza.