Lutto

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Cadde il silenzio. Tutto avvenne quasi di colpo, il lutto si trasmise più rapidamente della sua stessa notizia: chi non ne sapeva ancora nulla si stupiva che il caos fosse sparito dalla strada. Era chiaro che qualcosa di definitivo era avvenuto.

Un elicottero volteggiava a bassa quota, insistentemente, sorvegliando che non ci fossero assembramenti o manifestazioni evidenti. Era lo Stato che conteneva alla meglio quello che non era capace di reprimere.

Il giorno dopo i giornali locali diedero la notizia con garbo, come se si fosse allontanata una personalità “discussa” ma che non fosse il caso di dare troppa corda ai pettegolezzi. Che fosse morta d’età e malattia era già, di per se, una notizia.

Il lutto, non ufficiale ma effettivo, per la dipartita dell’anziana boss, continuò, in senso stretto, almeno una settimana e comprese tutti i paesi del circondario.

Non si sparavano botti di notte, tra le altre cose.

Pochi schiamazzi per le strade.

In pratica si dormiva tranquilli.

Dico io: possa morire un boss al giorno!

(Ogni riferimento a fatti, luoghi o persone realmente esistenti è puramente casuale)

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Sintesi di un anno

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E’ stato un anno particolare, per me, questo 2015, e per vari motivi. Non sono solito entrare nei dettagli personali, sul blog e su internet in generale, ma qualcosa mi va di dire.

E’ stato un anno concitato, con alternanza di notizie positive e negative, che per lo più ha girato attorno alle cure per mio padre malato.

Papà ha deciso di andarsene poco prima di Natale. Poteva accadere da un momento all’altro, ma quando succede è sempre improvviso, e poi eravamo pronti ad assisterlo ancora a lungo se necessario. E’ stato doloroso e, al contempo, come uscire fuori da un tunnel che durava da anni. Letteralmente anni: almeno cinque.

Sono una malattia terribile, l’Alzheimer e la demenza senile, che si portano via le persone un poco alla volta, fino a lasciarne poco più di un guscio vuoto e rinsecchito, più bisognoso di cure di un bambino piccolo, con in aggiunta le esigenze di una persona anziana e delicata.

Malattie che mettono a dura prova la resistenza fisica e psicologica delle persone che assistono i malati, soprattutto i parenti stretti. Per me è stato faticoso, ma per mia madre è stato molto peggio. Senza scendere nei dettagli, ho temuto molte volte che non ne venisse fuori. L’assistenza per i malati è in gran parte delegata alle famiglie. L’ASL si limita a fornire “materiali” e l’INPS l’assegno di accompagnamento, ma le trafile per ottenere i primi e il secondo sono un calvario costellato di complicazioni burocratiche, scostumatezze d’alto e basso livello, vere e proprie prese per i fondelli da parte di medici, CAF, call center e impiegati pubblici d’ogni sorta.

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Per fortuna c’è anche chi fa il proprio dovere, nelle istituzioni, comprende i drammi umani che si trova davanti e prova a mettere una pezza ovunque sia possibile. Per molti – ho constatato – fare il medico o l’infermiere continua a essere una missione prima ancora che un lavoro.

L’assistenza per i familiari è, d’altra parte, pressoché inesistente, a parte l’impegno dei volontari dell’AIMA. Per noi, che abbiamo deciso di curare Papà in casa, invece di condannarlo a una fine più rapida e triste in un centro per anziani, è stato un disperarsi e inventare soluzioni tampone di minuto in minuto, man mano che la malattia degenerava in forme nuove, con la solita giostra di badanti che, in molti casi, fanno danni in misura molto simile all’aiuto che forniscono. Assenza di ogni tempo libero e preoccupazione continua per ogni minimo segnale, con la coscienza che non esiste una via d’uscita. Unica compensazione, i sorrisi di mio padre, sempre più vuoti di coscienza e di comprensione di quello che gli avveniva attorno.

Malattie inguaribili, con cure che, al più, rallentano il decorso, e, inoltre, quasi ignote, nonostante siano diffuse: in tanti ci hanno chiesto: “ma come è morto, così all’improvviso?” Si, anche i parenti che chiamavano una volta ogni paio d’anni con la smania di sentirsi dire a tutti i costi che “va tutto bene”. Plauso per me e Mamma, che non siamo andati a piangere in giro – a cosa sarebbe servito poi?

E’ che non la si vuole conoscere, la demenza senile. Fa ribrezzo solo a pronunciarla. Cancella quello che consideriamo umano nell’uomo. Fa piazza pulita di conoscenze e ricordi e poi rende del tutto inermi, smarriti. Anche per noi è stato un doloroso cammino accettarla: a lungo abbiamo sperato che Papà fosse solo “scordarello” come tutti gli anziani e egocentrico per carattere.

Ora faccio passare queste feste e provo a riprendere contatti con tante cose, tanti interessi che avevo dovuto tralasciare, deposti sull’altare della necessità quotidiana di casa e lavoro, come il mio blog di storia aeronautica, a cui non mi dedico da un po’.

A rendere carico questo 2015 ci sono stati, nel corso dei mesi, anche eventi positivi: una promozione sul lavoro – sudata e, al tempo stesso, inattesa – e soprattutto la decisione di sposarmi il prossimo anno. Fatemi gli auguri!

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Dell’ultimo minuto

 

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Della morte non si parla, di solito. E’ un argomento sgradito perché porta male, o perché fa paura anche solo pensarci. Ma adesso vorrei toccarlo, per cui, se non vi va, fuggite subito lontano. Mi va di parlarne un po’ perché ho appena finito di seguire un breve corso di primo soccorso, che ti spiega insomma a contrastare l’arrivo dello “ultimo nemico”, o almeno a provare a procrastinarlo fino all’arrivo di combattenti migliori e più qualificati. Ma proprio quando ti scontri con una cosa, è lì che te la trovi davanti: devi conoscere il tuo nemico. Un po’ perché la vedo sempre come un modo di mettere in prospettiva le cose. Insomma, è una bella consolazione sapere di non essere eterni, no? Rende relative tutte le responsabilità e a termine tutti gli impegni. E non mi trovo in depressione, si badi bene, anzi è un periodo in cui sono particolarmente attivo e ben disposto verso il prossimo.

Normalmente la morte è un argomento che si tocca di sfuggita, con l’ansia di passare oltre, e chiudendolo in fretta con una battuta. L’idea della morte la esorcizziamo con una risata e in più la circondiamo di una serie di distrazioni, che servono a ingannare la mente: attività connesse al decesso di qualcuno ma, di fatto, legate a altri: le esequie da organizzare e da giudicare, il lutto esteriore e quello interiore, l’eredità e tutte le questioni annesse e connesse. La morte, in tutte le civiltà, è sempre circondata da riti e forme che ne attenuino l’impatto emotivo. Fateci caso, non si dice quasi mai che qualcuno “è morto”, sembra di cattivo gusto, usiamo parafrasi o metafore “è scomparso” (roba da Chi l’ha Visto), “ci ha lasciato” (gli stavamo antipatici?), “se n’è andato” (in vacanza?).

La maggior parte delle persone con cui ho affrontato il tema con un minimo in più di concretezza – non molte in effetti – si augurano di morire nel sonno, addormentarsi una sera e non svegliarsi più. Lo dico subito, non sono d’accordo. Anzi, è proprio questo il tema principale del post. Secondo me la propria morte è un momento troppo importante della vita per perderselo.

Mi spiego. Quello che temo, come tutti, è la sofferenza e spero che, fino all’ultimo momento, me ne sia risparmiata una dose eccessiva. Mi auguro che la morte, quando sarà il momento, mi raggiunga rapidamente, senza dolori non gestibili. Ma spero anche di accorgermene, di rendermene conto, per avere il tempo necessario all’ultimo resoconto e poi a qualche secondo di silenziosa attesa.

Non è un pensiero nuovo, è una riflessione che mi porto dietro ormai da anni. E lo spiego meglio. Non si tratta di rivedere tutta la propria vita come in un film, topos comune e ormai logoro di aneddoti e film, e forse neppure di pentirsi del male fatto, o piuttosto del bene non fatto che, direi, è il fardello più ingombrante. Neanche la curiosità di sapere cosa c’è dopo. No, non questo, o meglio non fondamentalmente. Si tratta soltanto di non saltare un appuntamento importante con se stessi. Sarebbe come non presentarsi a un appuntamento di lavoro importante per paura di fallire, ma moltiplicato per almeno centomila volte. Più ancora, sarebbe come privarsi, per vigliaccheria, di una delle esperienze fondamentali della vita: non posso ricordarmi di quando sono nato, del momento in cui sono uscito da mia madre, e nemmeno dei primi periodi della mia vita, eccezionale tempo della raccolta delle esperienze fondamentali, in cui il cervello si forma tramite esperienze che sono tutte, nessuna esclusa, nuove e sorprendenti. Voglio almeno accorgermi e sperimentare l’ultimo momento e capire com’è.

Fondamentale curiosità, infine, e speranza di sperimentare la vita fino all’ultimo istante. Ma quale potrebbe essere, insomma, la morte ideale? Ho almeno due idee.

Una è in un aeroplano, in improvvisa e irrefrenabile picchiata verticale verso il suolo. Assetto in cui, chiaramente, non l’avrei messo io e magari neppure qualche terrorista. Tralasciamo la presenza a bordo di altre persone, che chiaramente non mi auguro ma che sarebbero razionalmente inevitabili, a meno di diventare pilota o immaginare improbabili telecomandi: teniamo a mente che non mi voglio suicidare. Si tratta di un’immagine ideale, insomma, non della prefigurazione di un evento reale. Torniamo a quegli ultimi istanti: pochi secondi con se stesso, prima dell’impatto col suolo che vedo rapidamente avvicinarsi dal parabrezza. Poco tempo per terrorizzarsi ma abbastanza per rendersi conto di quello che sta accadendo.

L’altra ipotesi è molto più confortevole e forse preferibile. Sono a casa, una mia confortevole dimora futura. La sento arrivare con pochi minuti di anticipo, e allora ho il tempo di prepararmi a riceverla come si deve: rapido rassetto degli abiti, due dita di whisky in un bicchiere, non da buttare giù ma da sorseggiare con calma, lentamente, seduto sulla poltrona più comoda del mio salotto, a far scorrere gli ultimi secondi e ragionare con se stessi e la nuova venuta.

Insomma, a meno di cambiare idea nel corso degli anni, man mano che la probabilità dell’evento andrà crescendo, cosa in se possibile ma non strettamente probabile, dico che quando morirò, quando mi troverò a vivere il mio ultimo minuto, vorrei tanto esserci. Lucido, presente e tranquillo.