Addio, Professore (addio, Totò)

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Ci sono personalità che, pur non essendo parenti stretti, ti accompagnano per un tratto importante della vita e che rappresentano, per te, un punto di riferimento. Per questo quando, alla fine, ti lasciano senti un vuoto e avverti una mancanza. Qualcosa viene a mancare e ti accorgi, in quel momento, della precarietà della vita su questo pianeta. I motivi sono diversi, ma ritengo che il più importante sia che essi, in qualche misura, sono l’immagine di quello che vorresti essere.

È il caso delle personalità famose, che attirano folle ai funerali e per loro la gente lascia tappeti di candele e fiori per le strade. Ce ne sono altri meno universali ma ugualmente importanti, per il singolo.

È stato il caso di Totò, che ora tutti celebrano e non mi sembra vero che sia morto prima della mia nascita: l’ho considerato un compagno costante della mia infanzia e adolescenza e, a tutt’oggi, se trovo un suo film in TV non posso fare a meno di fermarmi a riguardarlo, almeno per qualche minuto. E torno a ridere, incredibilmente, a quelle battute che dovrei conoscere a memoria, come se ogni volta ne scoprissi una sfumatura diversa.

Totò è particolare e universale, napoletano fino nel midollo e cosmopolita per vocazione. Comico al limite del pagliaccesco e malinconico a un tempo. Popolare e filosofico. La maschera che insegna senza pretendere di essere d’esempio.

Un altro personaggio di questo genere è stato per me il prof. Luigi Pascale, che ci ha lasciato recentemente. Pur non potendo dire di averlo mai frequentato, era importante sapere che fosse li e seguirne, indirettamente, le imprese.

Fondatore della Partenavia e della Tecnam, riferimento mondiale riconosciuto nella progettazione di aerei leggeri, docente alla facoltà d’ingegneria di Napoli, realizzò, da ragazzo, il suo primo aereo nel garage di casa, a via Tasso a Napoli. Sempre impegnato con entusiasmo in nuove idee e progetti, attivo nelle sue imprese fin quasi alla fine. Sapeva insegnare a progettare aeroplani come se si trattasse del mestiere più semplice del mondo. Per lui la vacanza estiva era il momento per avviare progetti nuovi. Difficile ripercorrerne tutte le vicende. Un uomo libero che ha vissuto intensamente e a modo suo, fino all’ultimo. La dimostrazione vissuta che si può fare imprenditoria ad alto livello al Sud. I suoi aerei volano, a migliaia, in ogni angolo del mondo.

È stato – almeno per come l’ho conosciuto – prima di tutto un progettista e un sognatore. Per i suoi allievi di una lezione o di anni, noi che razzoliamo quotidianamente tra imprese e università, vicino o lontano dalla sede d’origine napoletana o dall’ambito aeronautico, è l’esempio che si può portare la professione tecnica a un livello più alto della “semplice” risoluzione di problemi, in ogni luogo e ambito

Mi onoro di avere la sua firma sul libretto degli esami e l’autografo su un suo libro. Addio Professore.

Riporto, per chi volesse iniziare ad approfondire, due articoli sul prof. Pascale nel mio blog di storia aeronautica.

http://www.fremmauno.com/2014/09/tre-articoli-sul-prof-pascale.html

http://www.fremmauno.com/2014/01/pascale-e-gli-alianti.html

La rotonda questa sconosciuta

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Circolazione automobilistica alle falde del Vesuvio

Si prendono spesso in giro i meridionali in genere – e i napoletani in particolare – perché non rispettano i semafori. Nel luogo comune c’è del vero, lo ammetto, come in quasi tutti d’altra parte, ma non nelle dimensioni e modi che in genere si ritengono. Per il napoletano in particolare e il meridionale in generale ci sono semafori e semafori: quelli tassativi e quelli indicativi. I primi sono di due categorie, quelli a multa certa, per telecamere o dispositivi similari, e quelli a morte probabile, per la pericolosità dell’incrocio. Ovviamente quest’ultima catalogazione è soggettiva: il sottoscritto, ad esempio, fa parte della categoria di quelli che preferiscono rispettare sempre, perché non si sa mai, perché non ho mai ritenuto di avere capacità sensoriali e di guida al di sopra della media e soprattutto perché rispettare le regole, quando sono razionali, è un valore in se.

Quello che invece difetta completamente al meridionale in generale e al napoletano in particolare, oltre all’uso degli indicatori di direzione su cui mi sono già soffermato, è la concezione della rotonda e di come ci si debba comportare, assieme all’abitudine di trascurare bellamente la segnaletica orizzontale e verticale. Solo una minoranza la conosce ma, essendo circondata dall’ignoranza, deve fare di necessità virtù. Le rotonde si stanno rapidamente diffondendo e il loro utilizzo richiede attenzione, quando ne incontri una puoi imbatterti in diverse categorie di automobilisti:

  • Quelli che sanno che, nella maggior parte dei casi e come segnalato, la precedenza spetta a chi ha già imboccato la rotonda. Come detto, siamo una minoranza;
  • Quelli che sono convinti che la precedenza spetti, sempre e comunque, a chi entri nella rotonda perché viene da destra. Costoro non si pongono il dubbio quale sia, allora, l’utilità della rotonda nello sveltire il traffico;
  • Quelli che si buttano a prescindere, in entrata, nel percorso e in uscita, come scelta di vita e filosofia di auto-affermazione;
  • Quelli che danno la precedenza a prescindere. In questo gruppo ricade per necessità, per lo più, anche chi appartiene alla prima categoria.

Non di rado mi sono visto fare gesti di stizza o peggio da qualcuno che non avevo lasciato entrare mentre ero già nella rotonda e, al contrario, gente che mi ha fatto ampi segni di ringraziamento perché mi sono fermato all’ingresso della rotonda lasciando loro, che giravano, la precedenza.

Capri espiatori di cemento

Ogni città ha il suo quartiere degradato e anonimo a cui dare la colpa di tutti i mali.

A Caivano si chiama Parco Verde, a Napoli Scampia, entrambi tristemente noti per atti di violenza efferati e criminalità. Non conosco i nomi di quelli presenti in altre città ma credo che ne esistano molti altri casi.

Spesso si tratta di luoghi creati ad arte, in altri casi sono finti recuperi di aree spopolate. A parole lo scopo è nobile: dare una casa a persone che non ne avevano, riqualificare una zona e realizzare “quartieri modello” in base ai più recenti prodotti della scienza sociologica. In pratica sono un ghetto dove mettere “gente difficile da collocare” che altrimenti potrebbe occupare case e dare fastidio ai quartieri-bene. In ogni caso si sceglie una zona dove ci sia poca gente in grado di protestare o di pretendere una gestione chiara di appalti e progetti, in pratica zone che già soffrono di problemi economici e sociali, ovvero proprio i meno adatti a operazioni in grande stile di quel tipo.

Questi nuovi quartieri non si integrano col preesistente. Sono diversi già come costruzione perché lascati alla fantasia degli architetti o al guadagno dei palazzinari. Già la sola estetica li stacca fisicamente dall’agglomerato a cui dovrebbero aggiungersi: sono enormi e diversi e anonimi. Spesso si aggiungono distanza fisica e barriere visibili a marcare il distacco e rendere palese la bugia della “integrazione”. L’assenza di servizi è la conseguenza delle premesse: trasferite più o meno volontariamente le persone, finito l’affare per i costruttori, spenti i riflettori pubblicitari per architetti e politici, i giornalisti vanno via e il nuovo “quartiere modello” cessa di avere interesse. Il degrado comincia il giorno dopo l’inaugurazione.

Questi luoghi degradano come bubboni, ammalando chi ci abita e diffondendo l’infezione al tessuto circostante. Cresce in essi l’abusivismo e la criminalità. Le persone dello stesso pianerottolo non si conoscono, hanno origini divere e spesso hanno paura di scambiare anche solo il saluto.

Ma i quartieri ghetto funzionano anche come capro espiatorio, come sopra accennato. La gente del posto li sente come una forzatura, un’imposizione, e gli attribuisce tutto il male che vede attorno, anche quello che non c’entra nulla, esisteva da prima o si sviluppa per ben altre cause. In conclusione anche il tessuto sociale preesistente ne viene lesionato, perché ognuno è stimolato a difendere il proprio particolare, ovvero la casa e la famiglia. Prevalgono gli istinti di chiusura e protezione.

Il peggiore razzismo che ho visto nella mia vita non è quello contro i neri o gli ebrei o gli omosessuali o altre divisioni più o meno arbitrarie della specie umana ma quello contro gli abitanti dei “quartieri ghetto”. Con loro non c’è scambio che non sia di furto, non c’è occhiata che non sia di diffidenza, non c’è battuta che non sia di scherno, non c’è porta che non si chiuda con sbarre in aggiunta, per evitare che vengano a rubare. Una raccolta fondi per una mensa dei poveri può funzionare, ma una richiesta di aiuto per quei “ladri” del quartiere raccoglie molto più astio che simpatia.

Il lavoro di integrazione diventa durissimo, quando si parte da questi presupposti e chi ci si dedica è doppiamente da elogiare. Spero che le lezioni apprese a Scampia e altri luoghi simili servano per il futuro, anche se le spinte delle lobby dei palazzinari sono sempre li, per costruire a prescindere. L’unica vera barriera è la compattezza sociale, ovvero la capacità delle popolazioni locali di opporsi a queste imposizioni prima che vengano realizzate, non per razzismo (come comunque si cercherà di bollarle) ma per difesa propria e di chi deve venire. L’integrazione può funzionare se i gruppi sono piccoli, s’innestano nella società esistente e c’è un supporto sociale adeguato e prolungato, non se un gruppo eterogeneo è attaccato a margine di una realtà già difficile e poi abbandonato a se stesso.

Il problema in realtà è globale. Ogni uomo o donna che non lavora o delinque, ogni bambino che non va a scuola rappresentano in se un delitto e uno spreco di risorse preziose, per la società e il mondo.

Adesso si completerà la demolizione delle vele di Scampia. Non dimentichiamo che anche demolire è un affare. A Napoli si dice: “chi fraveca e sfraveca nun perde maje tiempo”, ovvero chi costruisce e subito dopo demolisce all’apparenza è sempre indaffarato. Ma soprattutto guadagna sempre soldi.

Due minuti d’ordinaria camorra

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Un vagone della metropolitana, insolitamente vuoto

Metropolitana di Napoli, sabato sera, in direzione della spettacolare stazione di Toledo. Convoglio pieno di ragazzi che sfruttano l’apertura prolungata, per lo più provenienti dalla periferia. Entra un venditore ambulante, uno dei tanti che vivacchiano proponendo cose qualsiasi in cambio di qualche spicciolo. Uno dei ragazzi lo prende in giro, lo ammetto in modo inopportuno, trascinato dall’entusiasmo dell’uscita. Poca cosa, per la verità, ma se ne faceva a  meno era meglio. Si alza uno molto più grosso di lui e gli si avvicina decisamente. Ha tanta panza, è evidente, ma anche abbastanza fisico da intimidire il primo. E così fa, lo redarguisce in dialetto, gli dice di rispettare quello che sta lavorando per campare.

Il primo ragazzo si ritira in buon ordine. Il secondo, quello grosso, si intrattiene a colloquiare con il venditore ambulante. Ne ascolta le lamentele e giustificazioni. Lo rassicura. Lo mette sotto la sua ala protettrice.

Intanto il treno arriva in stazione. Il grosso salta avanti a quelli che aspettano davanti alla porta, mentre il treno è ancora in movimento, e tira l’apertura d’emergenza delle porte. “Così scendete prima” dice. Mentre chi è arrivato scende in stazione, lui si accosta di nuovo, protettivo al venditore ambulante, che si giustifica: “lo faccio per campare”.

Ecco un piccolo episodio che rivela diversi aspetti delle mentalità camorristica, o mafiosa in generale se volete.

Il camorrista finge interesse e protezione verso le esigenze di un “debole” mentre lo scopo primario è dimostrare forza e acquistare controllo. Crearsi un suo territorio e rispetto, in pratica.

Per lo stesso scopo, il “debole” da “difendere” è scelto in modo che sia successivamente soggetto e debitore.

Anche il contesto è scelto in modo oculato. L’intervento è volutamente plateale e la vittoria deve essere facile e ampia. Il pubblico serve allo scopo. Il “rumore” creato non è inefficienza, ma funzionale.

Il tutto presuppone che non vi sia opposizione diffusa, ovvero che tutti gli altri, quelli non direttamente coinvolti, tendano a “farsi i fatti loro”. E’ la che sbagliamo tutti, lo ammetto. L’unica scusante che invoco è la velocità dell’azione: tutto si è concluso prima che riuscissi a elaborare cosa stava accadendo.

La singola vittoria sul campo, ovviamente, inorgoglisce e incoraggia il camorrista in erba. Si è fatto notare sul suo territorio, ha mostrato forza e decisione, ha acquistato un protetto e costretto un altro a sottomettersi, per cui si sente pronto al passo successivo, ovvero imporre la propria forza su una scala più ampia. Un altro gradino nella scalata della montagna di merda.

Un futuro insolito

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Lo scorso fine settimana si è chiuso, a Napoli, il Maggio dei Monumenti, con una sfilata storica rievocativa dell’ingresso a Napoli, nel 1734, del primo re Borbone: quel Carlo che, diversi anni dopo, sarebbe diventato Carlo III di Spagna. Manifestazione coinvolgente, ai trecento anni dalla nascita del sovrano, anche se dalla coerenza storica molto discutibile, a cominciare da un re molto più avvenente di quanto ci raccontano le cronache e seguendo con abbigliamento dei figuranti… non del tutto settecentesco. Seguendo il tutto e lo spettacolo conclusivo, in Piazza del Plebiscito, mi è venuto in mente un abbozzo di racconto di “storia alternativa”. Sconclusionato com’è, ve ne faccio dono. Non rubatelo eh!

***

La “Re Carlo” si avvicinava lentamente. Quando si approccia un asteroide non si può mai essere certi di cosa si troverà e, anche se i rilievi dei droni di prospezione erano positivi, una sorpresa era sempre possibile. Una frattura al momento del primo contatto da cui si rilascia un getto di gas, ad esempio. Bisognava essere prudenti.

Il braccio meccanico toccò la superficie sollevando una nuvoletta di polvere e detriti che subitosi disperse nel vuoto cosmico, poi il trapano entrò in funzione. Per fortuna trovò roccia compatta, come atteso, e l’arpione potè fare presa e far approdare saldamente l’astronave all’asteroide. Il primo passo era fatto. Ora bisognava procedere alla presa di possesso formale.

Un braccio meccanico pianto la bandiera bianca con lo stemma borbonico sulla superficie del corpo celeste, mentre il comandante della missione inviava via radio, su tutte le frequenze di comunicazione internazionale, il comunicato di rito: “In nome di Sua Altezza il re Ferdinando VII e del popolo del Regno di Napoli e di Spagna, prendo possesso di questo astro, dandogli il nome di Asteroide Maria Isabella”.

Ferdinando Cuomo, il comandante, spense la radio e tirò un sospiro di sollievo. Slacciò la cintura di sicurezze e allungò le braccia lasciandosi sollevare senza peso dal sedile di comando missione. Si massaggiò la faccia e sentì la stanchezza della giornata cascargli addosso come una coperta di sonno. Il più era fatto, per oggi. Si era guadagnato una decorazione, i complimenti sarebbero arrivati tra qualche ora, dopo che il messaggio, viaggiando alla velocità della luce, avesse attraversato il Sistema Solare e raggiunto Napoli, e dopo che la risposta fosse tornata all’astronave facendo il percorso inverso. Poteva concedersi qualche ora di riposo, ma presto cominciava il lavoro vero. C’era da iniziare le prospezioni mineralogiche, sperando che quel gran masso nel cosmo fosse davvero ricco come si sperava. La politica si combatteva anche laggiù, dove il Regno di Napoli tentava di conquistare il suo spazio mercantile interplanetario tra contendenti possenti come gli Stati Uniti d’America e Messico e la Repubblica Popolare di Cina e India.

La leggenda dello strumento

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Una chiesa abbandonata a Napoli

“I ferri fanno il mastro” dice, maldestramente italianizzato, un motto partenopeo, a indicare che senza gli strumenti giusti il risultato è nullo o scadente. Ma gli strumenti bisogna saperli scegliere e soprattutto usare nel modo giusto, ed è qui li viene il difficile.

In qualsiasi attività, ludica o lavorativa, arriva il momento in cui il neofita è tentato di incolpare gli strumenti che ha in mano, e non se stesso, dei suoi insuccessi. Li si attua il bivio: continuare a impegnarsi o cercare scuse o scorciatoie.

E’ un atteggiamento umano, ammettere gli errori è difficile. Ancora di più lo è assegnarsi un lungo e faticoso percorso di apprendimento.

E’ proprio in questo momento che s’innesta la trappola consumista: comprare un prodotto migliore per ottenere risultati superiori. Quello che hai non è quello che ti serve. Difficile resistere alla tentazione, che poi si rinnoverà periodicamente: ci sarà sempre qualcosa di meglio, di più adatto, di più nuovo o avanzato rispetto a quello che hai già.

Un esempio sono gli hobby. Il sottoscritto fotografa per passione, con risultati alterni che a volte mi piacciono e più spesso no. Seguo alcuni siti e mi piace leggere i commenti, anche se questi sono tutto un florilegio di consigli per aumentare il proprio corredo, acquistando macchine fotografiche sempre più costose, obiettivi specializzati per scopi specifici e altri accessori d’ogni sorta. Di fatto le discussioni sulla tecnica e sull’estetica, che pure avrebbero un ruolo, sono relegate a contorno e minoritarie rispetto a quelle sulla qualità degli strumenti, in cui regolarmente i più costosi sono i più caldamente consigliati.

Un tempo seguivo l’audio e l’alta fedeltà, e i contenuti delle discussioni tra appassionati erano analoghi, se non peggiori: se vuoi sentire meglio devi spendere sempre di più, anche in accessori o dettagli di cui non sapevi neppure l’esistenza e, non di rado, di razionalità scientifica quantomeno dubbia.

Il discorso vale per ogni settore e ci sono innumerevoli casi di rapporto costi/risultati perdente: officine casalinghe di falegnameria piene d’ogni ben di Dio d’utensili ma non di lavori in corso. Giardini con più attrezzi che piante. Cucine con scolapasta tecnologici, servizi di coltelli per sgusciare i molluschi, mestoli di tutte le taglie e forni a microonde impiegati solo per scongelare. Pseudo-atleti con la pancia che passeggiano con addosso tutte e cardiofrequenzimetri da centinaia di Euro. Anche il sottoscritto ha realizzato la sua collezioncina di obiettivi e deve fare uno sforzo ogni volta che gli viene la tentazione di un ammennicolo nuovo di pacca.

Pur nella mia limitata esperienza personale, mi sento di direi che l’errore si estende anche agli ambiti professionali: chi non si è lasciato convincere, almeno una volta, dagli allettamenti di facili risultati e ha speso somme sostanziose – o suggerito caldamente all’azienda per cui lavora di farlo – in strumenti che, una volta presi, sono serviti a molto meno di quello che promettevano?

Ovvio l’interesse di venditori e produttori a incrementare le vendite. Meno diretto ma anche chiaro quello della maggior parte dei siti, a cui interessano pubblicità e numero di cliccate. Minimo l’interesse effettivo degli utenti, spinti compulsivamente a comprare sempre “meglio” invece che dedicarsi allo scopo prioritario, che, nella fotografia come in ogni hobby, dovrebbe essere quello di migliorare se stessi e la propria capacità: di “vedere” immagini interessanti, nello specifici, a prescindere dallo strumento di cattura che si stringe in mano; di apprezzare la musica nel caso degli appassionati di audio: di far crescere qualcosa nel proprio giardino che non siano erbacce spontanee; di mangiare e far mangiare meglio; di migliorare il proprio stato fisico, eccetera. Di aumentare la soddisfazione personale, in generale.

In pratica sarebbe ben più utile spendere in conoscenza (libri, corsi) che in oggetti, finché davvero non sono questi a limitare le possibilità. E soprattutto investire tempo, la risorsa più rara. La delusione è inevitabile e il circolo vizioso si chiude: un nuovo acquisto “giusto” per riparare a quello “sbagliato” precedente, e intanto si rifanno, mediocremente, le stesse cose.

La tecnica commerciale è di solleticare la pigrizia dell’individuo, qualità umana tra le più diffuse, in modo da spostare l’attenzione da lui stesso a quello che possiede, come se fosse l’oggetto a creare il risultato e non chi lo utilizza. Osservate le pubblicità dei telefonini: è tutto un sottolineare quello che il nuovo modello mette in grado di fare e che sarebbe impossibile con gli altri, anche fotograficamente parlando. E il tutto poi finisce nel solito, ma sempre più costoso, selfie.

Venticinque aprile, non dimenticare

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In anticipo sulla festività nazionale, con profondo senso di responsabilità civile, prendendo il coraggio a due mani, pubblico una poesia che scrissi quasi dieci anni fa, sulla teoria e la realtà di questa ricorrenza. La foto è originale di quel giorno: si vede quanto sono cambiati i telefonini in questi anni.

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25 Aprile 2006

Tesa, solinga, al sol di primavera

assiste, tricolore, una bandiera.

Alla folla rada, di bimbi un coro

canta “o bella ciao”, scherzando tra di loro.

Foto in posa, con sindaco e assessori,

poi van via, ridendo, coi genitori.

 

Fiera è la voce dell’anzian che narra

di guerre, eroi, martiri, ideali e fedi.

Odon pochi, alcuni anziani, caparra

d’onor, che un dì all’anno, Aprile, concedi.

 

Maggiore l’enfasi, minori i consensi.

Nessuno dei bimbi è stato, col parente.

Ode chi vuole, e sol ciò che udir vuolsi,

ognun col suo pensier, con sua patente.

 

Seguono canti partigiani ignoti.

Vado. Stan, beati e plaudenti, i convinti.

Porte aperte al Tribunale, anzi sfondate

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E’ stato forse l’evento del giorno ieri. Ingressi controllati al tribunale di Napoli, dopo il delitto efferato di Milano, ma i varchi sono pochi e mal gestiti. Dopo ore e ore di fila, alcuni avvocati hanno perso la pazienza e forzato per entrare nel tribunale. Forzato fisicamente: nei tumulti una porta a vetri è stata sfondata e qualche ferito. Passo indietro delle autorità: si torna al “vecchio regime” di ingresso col solo tesserino per gli avvocati. Vorrei fare qualche considerazione a margine, non so se banale o già detta, ma d’altra parte questo è un blog di opinioni personali, quindi eccola.

a) Napoli è una città perennemente al limite. Nello specifico il tribunale è di norma congestionato. Ho tanti amici avvocati che mi parlano di file per gli ascensori (insufficienti, e quindi mal progettati), piani e piani fatti a piedi per risparmiare tempo, corse fra le varie sedi centrali e distaccate.

b) In questo quadro, introdurre un collo di bottiglia, per di più senza predisporre tutto nel modo adeguato – numero di varchi, di metal detector fissi e mobili, di personale addetto – avrebbe sicuramente portato il sistema al collasso. Se l’autorità, quando ha dato le disposizioni, non l’ha capito, è incompetente. Se lo temeva ma ha preso la decisione ugualmente, per non fare “brutta figura” con il governo centrale, allora è ancora di più incompetente. Nella stessa mattinata quelle code interminabili erano il segnale palese che il sistema non funzionava: deve per forza avvenire il “fattaccio” perché si faccia un passo indietro?

c) Gli avvocati non sono tutti uguali. Non tutti sono ugualmente persone “civili e ben educate” come ci si aspetterebbe dallo stereotipo del professionista. Più in generale la figura professionale dell’avvocato si è svalutata, inflazionata. I grandi avvocati di grido con la fila fuori dalla porta dello studio sono pochi, spesso hanno ereditato lo studio da generazioni precedenti di avvocati, e hanno alle dipendenze platee di collaboratori più o meno stipendiati e di praticanti istituzionalmente non pagati, che non possono permettersi di mettersi in cattiva luce. Peggio ancora i piccoli professionisti che combattono per catturare qualche cliente. Ben pochi di loro possono permettersi di perdere udienze e giornate di lavoro a causa di code insensate: cosa vai a raccontare al cliente? “La sua udienza è saltata perché è ero in coda”. Nel panorama sovraffollato, impoverito e caotico della giustizia partenopea, è difficile procurarsi clienti, difficilissimo farsi pagare e automatico perdere clienti e soldi se qualcosa va storto.

d) Infine, gli avvocati, nella loro saggezza legale, hanno implicitamente dichiarato che, in qualche caso, è lecito infrangere le leggi, se illogiche e imposte in modo insensato. D’altra parte, se la strage è avvenuta a Milano, perché mai dovrebbe aumentare immediatamente i rischi a Napoli? Per di più in una sede di tribunale abitualmente frequentata da personaggi poco raccomandabili (e magari non tutti nei panni di imputato). C’è da sperare che lo stesso tipo di comprensione si applichi agli altri cittadini, magari nei casi in cui non fanno danno al prossimo o alla collettività.

e) Ma, la cosa che, da tecnico, mi piace di più della faccenda, è che gli avvocati sono dovuti uscire dalla loro logica leguleia e ammettere, per una volta, che non tutti i problemi sono risolvibili ricorrendo all’articolo o al precedente. La superiorità della realtà fisica sulla virtualità delle carte bollate rivelata da un metal detector e una porta a vetri. In un certo senso, evviva!

La Madonnina di Pietro Castellino

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Via Pietro Castellino a Napoli è il principale, ripido collegamento fra il Vomero e il quartiere collinare, dove la città di Napoli si è espansa nel corso del boom economico e demografico degli anni ’50 e ’60, inglobando la rada edilizia agricola e nobiliare dell’epoca precedente. E’ oggi particolarmente nota per il ponte che la sovrasta, nella parte alta, è che è stato, anno dopo anno, il luogo scelto da numerosi suicidi, per porre fine ai loro giorni terreni. In effetti offre un discreto panorama, un’altezza adeguata ed è abbastanza tranquillo da dare il tempo di fare gli ultimi gesti senza troppa fretta.

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Al guaio ha posto rimedio l’amministrazione solo di recente, con una rete che, se impedisce di buttarsi di sotto, ha degradato di molto l’aspetto del ponte. In effetti è uno di quei casi in si è badato alla funzione pratica e all’economia trascurando completamente l’estetica, aspetto che pure dovrebbe servire al decoro urbano e a tenere alto il morale dei passanti.

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Ma non è questo il tema che volevo approfondire. Proprio sotto al ponte c’è una piccola nicchia, di fatto nulla più di un blocco di tufo mancante nel grande muro laterale di sostegno, che è diventata un’edicola sacra spontanea. Si trova in un punto poco visibile, protetto a valle dai pilastri del ponte e a monte da una curva della strada. E’ un po’ fuori dalle aree in cui passo quotidianamente ma qualche volta mi ci allungo quando ho voglia (e tempo) di passeggiare un po’. Trattandosi di una realizzazione estemporanea, è interessante vedere come cambi nel tempo.

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A Napoli le edicole sacre non sono rare, come nota subito qualsiasi turista. Quello che è interessante notare è come siano ancora oggi vicine alla sensibilità popolare, nonostante il sentimento religioso si sia per tanti versi affievolito, qui come altrove. Non mancano quasi mai di fiori e di qualcuno che, apertamente o nascostamente, si prenda la briga di pulirle e tenerle in ordine. Ci sono poi le rutilanti esibizioni di simboli religiosi in forme vistose e dimensioni esagerate, più esibizioni pacchiane di forza economica che di impulsi spirituali. Ma questa nicchia spontanea mi ha fatto sempre una sensazione particolare, proprio perché non è istituzionale, non ha “sponsor” come si dice oggi. Chi se ne prende cura non se ne fa una pubblicità. E’ rivelatrice di bisogni più intimi, della necessità di avere qualcuno a cui affidarsi e a cui raccomandare i propri cari.

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E’ tutt’altro che unica: poco più in basso una semplice scatola di polistirolo è diventata una mini-edicola che persiste ormai da parecchio. Questa ha una localizzazione particolare, tuttavia, discosta dai negozi e dai portoni delle case, ha un senso più intimo.

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La prima presentazione de “Il Mediatore”

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Il mio romanzo “Il Mediatore” stava correndo il serio rischio di ottenere un primato molto raro in Italia: era passato quasi una anno dalla pubblicazione senza che se ne fosse tenuta una presentazione pubblica.

La prassi della presentazione, nata come evento pubblicitario, è diventata una pratica obbligatorioria, un rito di passaggio necessario in cui l’autore si sente pubblicamente riconosciuto come scrittore. E’ una domanda che mi sono sentito fare: “Ah, hai pubblicato un libro? E dove l’hai presentato?” Certo non tutte le presentazioni sono uguali, ci sono quelle sontuose con giornalisti e sale gremite e lunghe file per le dediche con migliaia e migliaia di copie in attesa di inondare gli scaffali di continenti di librerie, e le piccole soddisfazioni da scrivano ignoto che si pagano con l’affitto di un locale, possibilmente in una libreria e con l’allestimento di un piccolo buffet.

Tuttavia non mi andava di pagare per far sapere del mio libro a amici che ne erano informati in ogni caso (quanto sono taccagno!) e, dopo le reiterate ma finora vane promesse di un paio di associazioni culturali con cui sono in contatto, mi ero ormai messo quasi l’animo in pace. D’altra parte scrivo di fantascienza: devo essere rivolto al futuro, al Web, e chi se ne frega degli autografi!

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Finché il caro amico Vincenzo Pianese, presidente della compagnia teatrale “Erga Omnes”, è venuto a salvarmi dalle ambasce, proponendomi di presentare Il Mediatore in uno degli incontri della rassegna teatrale Voci Vivaci, organizzata assieme all’associazione ALI, e in particolare quello di domenica scorsa, 1 marzo 2015.

E, in effetti, mi sono divertito e non poco. Il libro ha suscitato diverse curiosità. D’altra parte gli alieni che bazzicano nelle antichità partenopee, abituate a ben altre presenze materiali e immateriali, sanno un po’ di strano, difficile lasciarli passare senza degnarli nemmeno di uno sguardo.

E mi sono divertito pure come semplice spettatore. Riporto per copia-e-incolla la scheda della commedia in due atti che è seguita, e che è stata recitata ottimamente. Apprezzo sempre di più queste compagnie amatoriali.

Titolo: “La reliquia di Santa Giacinta”

Compagnia: “Ma chi m’’o ’ffa fa”

Autore: Luciano Medusa

Genere: Brillante

E’ la storia di una prostituta extracomunitaria che si ritrova a Napoli, attirata da un uomo senza scrupoli che la costringe al mestiere più antico del mondo.

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In qualche modo riesce a racimolare i soldi per comprare un biglietto aereo per tornare al suo paese. Fugge dal suo aguzzino, rifugiandosi nella Parrocchia di Santa Giacinta, dove trova Peppino, il sacrestano, che tenterà in tutti i modi di aiutarla a fuggire. Nella parrocchia però c’è un intenso viavai e Peppino deve faticare non poco a nascondere la ragazza provocando tutta una serie di situazioni comico-surreali con un esilarante colpo di scena finale.