Fastidio ovvero parole a caso

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“Ma che hai da guardare?” Piazza Dante – Napoli

Non solo l’uso dell’inglese a casaccio, già altrove menzionato, ma anche certo italiano mi da fastidio. Qualche esempio.

“Odio” / “Amore”: gli astratti più astratti possibile per non dire qualcosa di concreto. In cosa si materializzano, cosa gli da sostanza? Non che vadano banditi del tutto ma sono abusati e, il più delle volte, messi a sproposito. “Basta l’amore” è come dire “cominciamo così perché ci piace e ne abbiamo voglia e speriamo che vada a finire bene”.

“Militare”. In una squadra di calcio? Ma stiamo scherzando? Poi venitemi a parlare di tifo violento.

“Umiliato in diretta…”, “Umilia il giornalista…”. Sul web si usa solo “umilia”, vocabolo volgare e cattivo che degrada chi lo usa. Quando lo leggo mi giro dall’altra parte. “Prende in giro”, “sfotte” o anche “insulta” non acchiappano abbastanza click? Non sono abbastanza faziosi? Datevi una calmata.

“Mai” e “sempre”. Con le varianti indefinita: “sempre più” e menzognera: “mai più”.

In generale non mi piace l’uso dell’astratto al posto del concreto, l’infinito del verbo al posto del sostantivo, finta profondità che non esprime nulla di originale. Non esiste “l’andare a lavorare”, esisto io che vado al lavoro. Non dire “il partire mi da sensazioni…” ma “quando parto mi sento…”. Il politichese ha corrotto anche il linguaggio parlato.

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I grandi dubbi… Parte terza!

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Dopo il grandioso esordio e la parte seconda, eccoci alla terza fantastica serie dei nostri ineffabili dubbi esistenziali!

***

Collimare significa?

  1. Tagliare con lima
  2. Andare dalla collina al mare.

Un sottufficiale può occuparsi di affari generali?

Per inventare le fette biscottate hanno provato anche quelle scottate e quelle triscottate?

Volta chiudeva a chiave le pile? (Da cui la famosa chiave di Volta).

Un virus informatico ti mette di fronte al fatto computer? O rende fatto il computer?

Un vero pigro può volare solo in deltapiano?

Posso considerare la tua patata uno youtuber?

Una festa civile è quella in cui non si distrugge la casa?

I vandali in TV guardavano Italia Unno?

Un igloo che si scioglie diventa un i-glu-glu?

Un esperto di agrumi è un esponente di spicchio del suo settore?

Si può dire che l’inventore della Bic è uno che ci ha lasciato le penne?

Uno molto regolare nell’andare a bagno si può definire un orologio a pupù? (Questa è la mia preferita).

Un ghiro che disegna fa un ghiro goro?

Se sono dipendente di un’azienda sono indipendente da tutte le altre?

Uno studente di geologia potrebbe arenarsi sull’arenaria?

Un contadino può commettere abuso di podere?

I grandi dubbi… Parte seconda

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Siracusa

La storia di un’autostrada comincia con: “c’era una svolta”?

 

La miss dei servizi segreti si chiama… Omissis?

 

I tossicodipendenti li mandavano in esilio sull’isola d’Erba? O a Canne? O magari alle Cannarie?

 

Le veterane sono anfibie anziane?

 

Un delinquente male accompagnato può essere definito un reo con fesso?

 

Perché si chiama doping se si deve prendere priming della gara?

 

Autoreferenziale è un’automobile con il curriculum?

 

Il circolo virtuoso è quello in cui non si servono alcolici?

 

Un’attrice porno in sciopero non mette bocca?

 

Per sbaglio i genitori di Rocco Siffredi lo iscrissero allo Zecchino Duro?

 

Una strega che manda maledizioni tramite lo smalto per unghie fa manifattura?

 

Se un fruttivendolo parla male di un altro è tutta una questione d’indivia?

 

Gli indiani al ristorante pagano il conto alla Nirvana?

 

Se alle mie sette piante ne aggiungo una faccio un otto botanico?

 

I Crociati viaggiavano con le barre porta-turco?

 

Se prendi un pezzo dal lotto… Ne restano sette?

 

Chi commercia insetti è un pest-seller?

Niente… E così non sia

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

“Signora è in linea, ci dica…”

“Niente io…”

“Arrivederci”.

M’immagino una telefonata in diretta alla radio che si svolga così, troncata sul nascere da un insano “niente” d’esordio. Perché se parti con un “niente” perché hai chiamato, in primo luogo? Se sospetti che quel che hai in mente abbia poca importanza – o peggio che non sarai in grado di esprimerlo passabilmente – perché abusi del tempo di una persona che sta lavorando e mio che me ne sto in ascolto?

Tra le tante abitudini deprecabili della bella lingua italiana, particolarmente fastidiosa è l’uso del “niente” come intercalare o affermazione d’esordio. E non solo alla sensibilità del sottoscritto: questo post mi è stato suggerito da un amico che è anche uno dei miei (pochi) lettori.

Il “niente” calato a casaccio è tipico italiano: non mi sembra di aver mai sentito un anglofono inserire dei “nothing” o un francofono dei “rien” così, a casaccio, nel discorso, e vi assicuro ce ci ho avuto spesso a che fare, professionalmente e non.

E’ sgradevole perché marca un approccio sbagliato: parlo ma non so se quel che dico ha senso per qualcuno, se è importante o interessante, o più banalmente non so se sarò capace di dirlo in maniera adeguata.

Manifesta un’incapacità presupposta prima ancora che espressa, un’auto-svalutazione del pensiero, un partire col piede sbagliato, cominciare il viaggio con un passo all’indietro, muoversi al passo dopo essersi chinati sui blocchi di partenza, iniziare un periodo con la minuscola; sottolinea una mancanza di sicurezza nei propri argomenti prima ancora che nella capacita di esprimerli.

E’ un intercalare finto discorsivo, la versione pseudo-intellettuale della parolaccia buttata a caso, utilizzato per dare un salto di ritmo a battute banali dandogli un facile senso popolar-nazionale.

Insomma è il peggior modo per introdurre o intercalare discorso, perché marca un cedimento alla mediocrità, accontentarsi del pensiero così come viene sperando che il prossimo lo accetti e ci aggiunga da sé il significato mancante. Non provare nemmeno a migliorarsi. E lo marca da subito, da quando si comincia, senza nemmeno il tentativo di dare un tono più alto al discorso. Insomma – mi ripeto – una velata mancanza di rispetto per se e per il prossimo.

Raramente il “niente” nasce da eccessiva modestia, difetto grave come lo è sempre non sfruttare le proprie qualità. Talvolta è un “niente” di pigrizia, il rifiuto colpevole di far muovere il pensiero oltre il livello basso della prima sensazione, con l’onestà, parziale attenuante, di dichiararlo da subito. Qualche volta è di pura abitudine e convenzionale, appreso passivamente dall’averlo sentito a oltranza e bilanciato dalle frasi che seguono, che magari qualche senso compiuto lo rivelano. E’ però assai spesso un niente che permea il discorso: davvero quel che viene dopo non valeva la pena d’essere detto.

Mi conoscono dunque sono, e parlo

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Non tutti i palchi sono uguali, ma quasi a tutti si da, più o meno, udienza.

La fama, in qualunque settore raggiunta, è un viatico per la pubblica amplificazione del pensiero. E’ anche una tessera di credibilità: quello che dice uno famoso è tenuto in conto. Essere conosciuti è un megafono, da accesso a radio e televisioni, a interviste sui giornali e comparsate nelle manifestazioni; concede un microfono nelle assemblee e conferenze e un seguito di ascoltatori attenti su tutti i social network.

Indipendentemente, si badi bene, dal settore in cui si è raggiunta la notorietà, anzi più è frivolo e meglio è, perché incrementa il numero degli ascoltatori. E più è lontano dagli argomenti in questione e più è tenuto in conto, perché si sa che non bisogna mai stimare le valutazioni degli esperti, molto meglio le opinioni degli sprovveduti.

A pensarci non c’è un motivo valido: se quello che serve è un punto di vista spontaneo e neutrale, perché non spingere il processo fino in fondo? Per quale motivo il parere di una “pop star” sulla crisi arabo-istraeliana dovrebbe avere più valore, per dire, di quello del salumiere sotto casa mia? Peraltro il salumiere in questione ha prodotti di ottima qualità e tratta benissimo i clienti, insomma sa stare al mondo, cosa che non si può dire di tutte le stelle della musica leggera, che spesso dileggiano i loro appassionati – ovvero i loro clienti, quelli che gli danno da vivere – alla stregua di una razza inferiore.

Eppure chi è famoso si sente – non sempre ma spesso – preso dal divino furore di educare le masse e di fare da fulcro per prese di coscienza collettive, ovviamente scambiando le proprie opinioni personali per verità assolute e il rumore dei “fan” e degli altoparlanti come conferma della propria infallibilità.

I giornali sono pieni di dichiarazioni umanitarie di chitarristi, rilievi politici di atleti, commenti di strategia militare da parte di autori di best-seller, interventi sociali di attori di soap opera. E, di contro, critiche musicali e cinematografiche espresse da esponenti politici e sentenze di strategia calcistica elaborate da chef affermati.

Penso sempre più spesso che i musicisti dovrebbero limitarsi a suonare, gli autori a scrivere e i pittori a dipingere, se proprio vogliono contribuire al progresso del genere umano. Evitare le interviste non focalizzate alla loro professione e aggirare le domande fuori luogo, al limite con il “secco no-comment”, molto di moda durante la Guerra Fredda ma sempre valido. Ancora di più, gli sportivi dovrebbero onestamente dedicarsi alla loro specialità e minimizzare le comparsate sui mezzi d’informazione, con qualche rara deroga solo dopo diversi anni che si sono allontanati dalla pratica agonistica. Cantanti e musicisti concedersi il palco solo dietro a un microfono e allo strumento musicale di competenza, gli attori solo quando c’è un copione ben scritto.

Sono analogamente ridicole le pretese di chi pretenderebbe azioni dimostrative da parte di chi non si occupa di politica, come quando si propone a degli atleti saltare, di loro iniziativa, la partecipazione a olimpiadi o altri eventi sportivi, come strumento di “dimostrazione politica”. Pretesa assurda e sommamente ipocrita, fatta da chi non rischia in prima persona ma pretende sacrifici da altri. Peggio ancora quando si tratta della maschera posticcia della politica incapace di prendere decisioni.

In effetti la vera soluzione del problema sarebbe che ogni singolo allenasse il proprio filtro mentale, in modo da scartare tutti questi interventi come “disturbi”. Imparare a apprezzare lo sportivo, l’autore, il cantante per quello che sa fare meglio e non per il resto con cui condisce e affastella il suo ego. Ma per una soluzione più ampia del problema bisognerebbe educare lo spirito critico di massa, e allora addio facile condizionamento da parte dei media, si metterebbe a rischio il fondamento del consumismo!

Il problema maggiore è con le personalità politiche, poiché si sentono investite del diritto e dell’autorità – anzi del sacro fuoco innescato dal mandato popolare – di esprimere giudizi su tutto e tutti, e per le quali è più difficile, dato il ruolo specifico, concepire un bando o una limitazione. Non si può certo togliergli il diritto di parola! Qua sembra indispensabile appellarsi alla coscienza personale, ovvero non avere speranza.

 

Pieno di parole (straniere), vuoto di contenuti

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Forse l’unica campagna mediatica fascista che mi abbia mai suscitato una qualche simpatia e quella contro le parole straniere. Non certo per il modo in cui era condotta, e le ridicole forzature per evitare, a tutti i costi, i termini non contemplati dalla Crusca, ma per l’abuso che se ne fa oggi, molto spesso a sproposito.

Mi infastidisce l’accettazione acritica dei termini stranieri, come se alcune cose avessero senso solo se dette in un’altra lingua. Secondo me nasconde un complesso d’inferiorità, la sensazione che noi italiani non siamo capaci di fare le cose bene come le fanno all’estero. O banalmente maschera l’ignoranza dietro i termini.

La commistione delle lingue è un fatto naturale. La pretesa della lingua pura è assurda e pericolosa quasi quanto quella della razza pura. I termini stranieri arrivano per osmosi culturale e, progressivamente, si assorbono nel linguaggio d’arrivo. La mia lingua napoletana, per dire, è piena di francesismi o spagnolismi, trasformati per integrarsi al suono generale del dialetto: “buatta” per lattina o “butteglia” per bottiglia sono chiaramente derivazioni francesi, non italiane.

Ma in Italia i termini stranieri si adottano in modo acritico, spesso senza chiedersene davvero il senso, e ostentati come un valore in se, come se quello che si dice assuma rilevanza solo perché detto in quel modo. E spesso è proprio così: l’inglesismo maschera il vuoto d’idee.

Qualche volta i termini stranieri sono davvero difficili da tradurre o soppiantano un italiano davvero mal suonante (sentivo, una volta, che la traduzione di “trolley”, nel senso di bagaglio con le ruote, sarebbe “rullovaligia”!) ma altre non si fa nemmeno lo sforzo di cercare! Sono dei puri e semplici doppioni, e l’abbandono dell’italiano è del tutto ingiustificato e arbitrario. Perché mai dire “start-up” sarebbe meglio che “nuova impresa”? “Spread” è per me semplicemente “differenza” o “divario” dei tassi d’interesse, tra un Paese e l’altro. Perché i cronisti della Formula 1 parlano ora di “power unit” invece che di “motore” delle monoposto? Troppo banale? Perché riempirsi la bocca di “target” e “goal” invece di “bersaglio” e “obiettivo”? Perché fa pìù “trendy”? Ovvero alla moda?

Peggio ancora sono solo certe italianizzazioni forzate, tipo “brandizzato” o “ceccato” con cui si vorrebbe dimostrare di aver davvero assimilato quello che si sta dicendo.

Una fonte inesauribile di termini inglesi è l’informatica e i suoi derivati. Purtroppo i tecnicismi che una volta connotavano soltanto gli “addetti ai lavori” si sono diffusi e diventati di uso comune, molto spesso a proposito, anche e in primo luogo perché chi li usa non ha una vera idea di cosa vogliano dire. Per cui bisogna stare sul “cloud” per un valido “spin-off” che sia “cost effective” e agire “on demand” del “customer”, per intendere che bisogna tenere i dati in rete per risparmiare e fare quello che vuole il cliente.

Non ci credete quando vi sussurrano, con saccenza, che la parola inglese “non ha equivalente in italiano” o “ha significati intraducibili” o “sfumature che in italiano si perdono”, il più delle volte è pura pigrizia mentale o, peggio, tentativo di contrabbandare paccottiglia per crema di sapere. Alla fine, si usano parole strane quando si vuole confondere le idee o nascondere l’ignoranza di fondo. Accade con i paroloni italiani e si ripete, più diffusamente, con i termini stranieri.

Nel mio piccolo, nel mio romanzo parlo di “tavoletta”, non “tablet” per indicare un computer sottile e senza tastiera, “sito di chiacchiere” invece di “chat”, “comunicatore” per l’evoluzione degli odierni “smart-phone” e uso “computer” soltanto perché “calcolatore” e “elaboratore” sono ormai, purtroppo, in grave disuso.

Ecco, per concludere, un inizio di tabella di sostituzione inglese-italiano, per alcune espressioni superflue ma alla moda, da espandere a piacere e usare alla bisogna.

Award -> Premio / riconoscimento
Call conference -> Riunione telefonica
Check -> Controllo
Fair play -> Lealtà sportiva
Goal -> Obiettivo
Gadget -> Accessorio
Meeting -> Incontro / riunione
(Data) streaming -> flusso (dati)
Target -> Bersaglio
Template -> Formato-tipo
Topic -> Argomento
Test -> Prova
Window -> Finestra

Sprazzi della settimana

Gocce

Non sono riuscito a tirare fuori un articolo coerente (non che mi sia sforzato all’eccesso, d’altra parte) ma, in compenso, mi sono ritrovato con un po’ di idee e abbozzi. Non sempre si riesce a mettere a fuoco un discorso compiuto, ancora più quando ti passano tante cose per la testa. Le idee sono come gocce che vagano spinte dal vento, qualche volta si fondono in un flusso coerente, altre rimangono scisse, altre ancora si suddividono ancor di più o addirittura evaporano via. Riporto qui un po’ di frammenti della settimana, magari qualcuno è capace di ricavarci qualcosa.

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Quello che la pubblicità non ti dirà mai: prima di comprare qualcosa di nuovo, chiediti se puoi sfruttare meglio quello che già hai.

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Mai si sprecano così tante parole quanto su cose su cui c’è assai poco da dire. Mi riferisco, in primo luogo, a sport e pettegolezzi; poi viene la politica.

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Quarantenni rampanti. Siamo nell’epoca dei giovani dai capelli bianchi.

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Altro che briciole, il passato, se non ne hai una buona manutenzione, genera dei veri e propri macigni.

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Ci vuole un motivo valido, per imparare qualcosa di nuovo. Il vero maestro è in grado di suggerirne.

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Ci sono mondi dentro a mondi, ogni indagine può procedere all’infinito.

§

Le facce dei profili Linkedin non sono solo più formali, ma anche molto più sorridenti di quelle Facebook. Perché la gente sente il bisogno di dare un’impressione positiva, su una rete professionale. Money over love.

§

Una regola semplice ma spesso disattesa è quella di non insultare mai gente che non conosci personalmente, perché nella migliore delle ipotesi fai la figura dell’idiota ed in molti casi crei molti più danni, anche a te stesso, di quelli che puoi prevedere. Insultando uno sconosciuto rischi di farti un nemico senza motivo e, forse peggio ancora, di fare del male a qualcuno che non se lo merita. E’ un salto nel vuoto, in pratica, ed all’indietro. Insultare un’intera categoria o – peggio ancora – un popolo, è peggio ancora.

(PS: mi sembra di aver letto qualcosa del genere di Guicciardini).

Il flusso delle parole

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Marx aveva torto: il vero oppio dei popoli non è la religione ma le parole. Le parole in quanto tali, siano esse di politica, di religione, di protesta o di sport. Se una singola può essere facilmente trascurata, un fiume, a meno di sforzi estremi, sommerge l’intelletto. Basta concedere per un attimo l’attenzione per ritrovarsi immerso nel flusso; da qui a farsi trascinare, il passo forse non è breve ma neppure lungo.

Il problema è che ci sono molte sorgenti di parole: non solo i governi e le “lobby” economiche e politiche, il vituperato potere costituito, insomma, con le sue armi di distrazione: il dibattito politico quotidiano, lo sport, il pettegolezzo. Ma anche gruppi di tendenza e d’opinione, orientamenti culturali, populisti di vario orientamento e natura. Tanti complottisti, ad esempio, mi sembrano ubriachi delle loro stesse parole, hanno semplicemente scelto di farsi ubriacare da un altro flusso di parole. Così come tanti protestatari, che si sfogano urlando ed applaudendo ai comizi e si accontentano di un corteo, di un incontro con le autorità o di un minimo provvedimento.

Ed è un male, nel complesso: energie che si perdono e dissipano per attrito reciproco, in una sorta di entropia intellettuale. Idee che si sciolgono in parole e degradano in calore, energia termica a bassa densità che si disperde nell’universo, ormai esausta ed inutilizzabile per qualsiasi fine. Frasi che occupano il tempo e frenano i pensieri.

Un po’ di smorzamento serve in tutti i sistemi fisici, per evitare reazioni troppo violente, instabilità e derive incontrollabili, a nessuno servirebbe una rivoluzione continua. Ma quando diventa eccessivo di fatto frena i movimenti e rende impossibili i progressi, sclerotizza la situazione finché qualche parte si guasta ed il meccanismo non funziona più. Pensate all’olio lubrificante: se è troppo denso frena il motore, invece di tenerlo efficiente.

Perché siamo convinti che le parole cambino il mondo e le persone. Ci piace credere che dicendo si ottengono risultati e che esprimendo le nostre verità le si renda palesi e vere anche per gli altri, mentre non è così. Certo, alcune parole, dette o scritte al momento e nel modo opportuno, possono, è vero, anche cambiare qualcosa, ma la maggior parte delle frasi scritte e parlate, la massa del flusso di lettere ed accenti in cui viviamo immersi, non è altro che un potente sonnifero, un mezzo di stordimento di massa.

Ho ormai messo da parte l’idea di “convincere” qualcuno, e vedo con sospetto anche quelle di “creare dubbi” o “indurre a riflettere”. Sono entrambe espressioni che mi sanno di stantio, la prima quasi di disonesto. Le persone cambiano idea solo quando sono pronte a farlo, quando hanno già fatto tutta la strada ed hanno bisogno solo di una spintarella. Quando si affrontano le convinzioni personali, è come se tentassi di convertire le persone dalla loro religione, scateni divini terrori, la paura di venire a contatto con l’eresia. Se parlo o scrivo, lo faccio sostanzialmente per me stesso. Si spargono le idee al vento e poi il ritorno è incerto, di solito minimo e comunque diverso da quello che ci si aspetta.