Neo-musica per vecchie frontiere cittadine

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Commercio, turismo e passeggio a Napoli

Mi sono trasferito dalla città al paese quando mi sono sposato.

Per molti è stata una follia: il centro è la civiltà, la periferia un caos indefinibile. Da un lato i servizi, dall’altro il degrado urbano. Dalla cultura al basso popolare.

A Napoli questo taglio è forse ancora più sentito che altrove: anche se paradossalmente chi abita in periferia spesso si definisce napoletano, per i “centrali” non è così. Napoli-megalopoli vive dell’eterna lotta e simbiosi fra il centro e la periferia.

Potrei approfondire il concetto e forse un giorno lo farò, ma ora preferisco soffermarmi su un altro taglio netto, tutto interno alla città: Napoli è composta da una città “alta” e una “bassa” che si intersecano fra loro come un nodo ma con confini nettissimi. Attraversando due strade si passa dal nobile al plebeo. I mondi si toccano e si vedono ma non si mescolano mai, non solo ma non si capiscono. Non ci provano nemmeno. La Napoli “bene” ha luoghi, passatempi, musica, linguaggio diversi da quella “bassa” e mutuamente incomprensibili.

Succede anche altrove, probabilmente, ma ho la sensazione che il taglio, a Napoli, sia più netto e allo stesso tempo più inestricabile. Erri De Luca dice che Napoli è una città leggendaria e forse, anche su quest’aspetto, tutto è estremizzato. Partendo da Palazzo Reale e dalle dimore nobiliari di Toledo si passa ai “bassi” umidi e oscuri dei Quartieri e del Pallonetto veramente con dieci passi.

I contatti, obbligati e frequenti, fra le due città, per strada, in metropolitana o negli uffici pubblici, sono fastidiosi per entrambe le parti. Fanno finta di tollerarsi, o meglio si ignorano reciprocamente e, alle spalle, si disprezzano per gli stessi motivi: per come parlano, per come si vestono, per come si muovono.

Canzonature rigorosamente fatte di nascosto a meno che non si voglia provocare lo scontro.

Per il napoletano del “centro bene” la periferia, come dicevo all’inizio, è un’enorme distesa informe e quasi inabitabile, popolata da alcune persone civili e folle di esseri indescrivibili. Ma i quartieri “bassi” sono considerati ancora peggio: sono impenetrabili, oscuri, ignoranti, con la propria legge primitiva.

Di contro la Napoli “alta” è considerata viziata e privilegiata dalla controparte, e pure molle, sprecona, schizzinosa, cattiva e con la puzza sotto al naso. Neanche cultura le riconoscono, spesso a ragione.

Un chiaro esempio del “taglio” che esiste è la musica. Riporto, in forma anonima, una testimonianza sui “neomelodici”, che esprimono il sentimento di queste strade molto più dei “rapper” finto-arrabbiati, e che la Napoli alta disprezza, non vuole e non può capire.

 

“Ci ho lavorato per circa 6 anni, era una vita surreale, almeno per me, mi sentivo un marziano, arrivavano soldi di continuo, ormai toccavo lo strumento solo per lavoro, e stavo in mezzo a questa gente che aveva il suo linguaggio e il suo abbigliamento, la usa musica, mi sentivo un marziano, però mi sono molto divertito.

Una volta chiesi al mio cantante dell’epoca come si ispirava e lui mi disse che lui utilizzava tre argomenti base: la malavita, l’amore e le corna, e quindi le vrenzole mentre facevano i servizi [di casa] dovevano imparare le sue canzoni e poi chiamarlo alle cerimonie.

Oltre ai guadagni avevamo come “benefit” un telefonino e un’Audi. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere di chi fossero”.

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Il flusso delle parole

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Marx aveva torto: il vero oppio dei popoli non è la religione ma le parole. Le parole in quanto tali, siano esse di politica, di religione, di protesta o di sport. Se una singola può essere facilmente trascurata, un fiume, a meno di sforzi estremi, sommerge l’intelletto. Basta concedere per un attimo l’attenzione per ritrovarsi immerso nel flusso; da qui a farsi trascinare, il passo forse non è breve ma neppure lungo.

Il problema è che ci sono molte sorgenti di parole: non solo i governi e le “lobby” economiche e politiche, il vituperato potere costituito, insomma, con le sue armi di distrazione: il dibattito politico quotidiano, lo sport, il pettegolezzo. Ma anche gruppi di tendenza e d’opinione, orientamenti culturali, populisti di vario orientamento e natura. Tanti complottisti, ad esempio, mi sembrano ubriachi delle loro stesse parole, hanno semplicemente scelto di farsi ubriacare da un altro flusso di parole. Così come tanti protestatari, che si sfogano urlando ed applaudendo ai comizi e si accontentano di un corteo, di un incontro con le autorità o di un minimo provvedimento.

Ed è un male, nel complesso: energie che si perdono e dissipano per attrito reciproco, in una sorta di entropia intellettuale. Idee che si sciolgono in parole e degradano in calore, energia termica a bassa densità che si disperde nell’universo, ormai esausta ed inutilizzabile per qualsiasi fine. Frasi che occupano il tempo e frenano i pensieri.

Un po’ di smorzamento serve in tutti i sistemi fisici, per evitare reazioni troppo violente, instabilità e derive incontrollabili, a nessuno servirebbe una rivoluzione continua. Ma quando diventa eccessivo di fatto frena i movimenti e rende impossibili i progressi, sclerotizza la situazione finché qualche parte si guasta ed il meccanismo non funziona più. Pensate all’olio lubrificante: se è troppo denso frena il motore, invece di tenerlo efficiente.

Perché siamo convinti che le parole cambino il mondo e le persone. Ci piace credere che dicendo si ottengono risultati e che esprimendo le nostre verità le si renda palesi e vere anche per gli altri, mentre non è così. Certo, alcune parole, dette o scritte al momento e nel modo opportuno, possono, è vero, anche cambiare qualcosa, ma la maggior parte delle frasi scritte e parlate, la massa del flusso di lettere ed accenti in cui viviamo immersi, non è altro che un potente sonnifero, un mezzo di stordimento di massa.

Ho ormai messo da parte l’idea di “convincere” qualcuno, e vedo con sospetto anche quelle di “creare dubbi” o “indurre a riflettere”. Sono entrambe espressioni che mi sanno di stantio, la prima quasi di disonesto. Le persone cambiano idea solo quando sono pronte a farlo, quando hanno già fatto tutta la strada ed hanno bisogno solo di una spintarella. Quando si affrontano le convinzioni personali, è come se tentassi di convertire le persone dalla loro religione, scateni divini terrori, la paura di venire a contatto con l’eresia. Se parlo o scrivo, lo faccio sostanzialmente per me stesso. Si spargono le idee al vento e poi il ritorno è incerto, di solito minimo e comunque diverso da quello che ci si aspetta.