Brutto fuori, bello dentro

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Secondo me il distacco fra il pubblico e il privato si può evidenziare dal contrasto fra l’aspetto di molte città e quartieri e quello delle case.

Nelle visite a conoscenti, la prima attività obbligata è il giro turistico della casa. Bisogna osservare tutto: dalla disposizione delle stanze a quella dei mobili, dalla qualità degli stessi alla selezione di soprammobili e accessori. Bagno e cucina fanno da centri focali, assieme al salone per accogliere gli ospiti, se c’è. Al termine viene il rito dei complimenti. La vista esterna, da finestre e balconi, è opzionale e proposta solo se particolarmente attraente, come un complemento d’arredo non necessario. Lo stesso vale per la facciata esterna dell’edificio.

Magari prima di arrivare hai dovuto attraversare incroci e viali di periferia anonima o insinuarti in vicoli dalla pavimentazione sconnessa e dalla scarsa pulizia, magari con evidente carenza di servizi urbani. Tutto questo viene secondario nel giudizio dell’alloggio.

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Il tutto vale ovunque ma ancor più in Italia e a maggior ragione dove il degrado esterno è più visibile. C’è chi abita in periferia o al centro da una vita, chi ha scelto di spostarsi per sfuggire al caos, evitare il traffico o essere vicino ai suoi interessi, chi vorrebbe andarsene ma non può, c’è chi ci si trasferisce per risparmiare o per altre convenienze ma c’è una regola comune e diffusa (non totalitaria, beninteso): fare finta di non vedere il “fuori” per concentrarsi sul “dentro”. Regola di quieto vivere o di sopravvivenza secondo i punti di vista, forse necessità dettata dall’impossibilità a cambiare tutto, ma in ogni caso, secondo me, anche sintomo evidente di scarso interesse per la cosa pubblica, aggravato dal sentimento che quella cosa pubblica sia lontana e gestita con logiche d’interesse e potere.

La casa è motivo d’orgoglio per l’italiano medio, perché costata soldi e fatica, perché è un po’ l’immagine di se stessi e, soprattutto per noi italiani, resta una cosa stabile, fatta per durare possibilmente tutta la vita. E’ il luogo privato per eccellenza e per questo le rapine in casa scuotono particolarmente. Ma soprattutto la casa è la nostra piccola patria, con le sue regole e il suo senso civico, costruito e sedimentato negli anni, formato da regole non scritte ma perfettamente note a chi la abita. La porta è il confine che la separa dalla “terra di nessuno” del pianerottolo, del cortile o della strada e dalle patrie degli altri, che si sviluppano a partire dalla loro soglia. La città, quello che sta in mezzo fra le case, è di tutti, quindi di nessuno, e vive su regole solo parzialmente razionali e condivise, da rispettare o aggirare secondo l’esigenza. Qualche volta è luogo di conquista, più spesso di convivenza grosso modo pacifica, più raramente di condivisione. La Patria grande, quella nazionale, con le sue leggi scritte e i sui riti di appartenenza, è in buona misura esterna, raccoglie le patrie familiari e personali in una sorta di confederazione in parte forzata e non di rado conflittuale, senza fonderle in unità: una sorta di male necessario a cui pure ci si affeziona, perché fa parte della vita quotidiana.

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Quel che è mio è “dentro”, posso toccarlo, misurarlo, conformarlo al mio volere. Tutto il resto, quello che sta “fuori” a “attorno”, mi riguarda poco e faccio in modo da attraversarlo, quando devo, con meno danno possibile.

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La ganascia violata

Esempio pratico di parcheggio in tripla fila

Esempio pratico di parcheggio in tripla fila

Inverno, serata non troppo fredda, gli automobilisti hanno una brutta sorpresa: il peggiore degli incubi possibili, le ganasce che bloccano l’automobile come un cassonetto, marche d’infamia e di spese pesanti, sono arrivate fin nel cuore del Rione.

Doveva accadere prima o poi. Gli agenti della polizia municipale sono aumentati di numero, dopo l’ultimo concorso pre-elettorale, stanno in strada e qualcosa devono pur metterli a fare. Le multe fioccano a settimana alterne e le prime ganasce sono comparse dalle parti degli ospedali. Era solo questione di tempo perché il peggio accadesse.

Ed alla fine è accaduto, sulla via davanti alla stazione della metropolitana, dove tutti sanno che è proibito parcheggiare e dove pure da sempre si parcheggia, in sosta breve e lunga, con l’auto vecchia e la nuova, per fare la spesa o per pernottare. Non una, ma due ganasce: due vecchie utilitarie una davanti all’altra, una chiara ed una scura, entrambe impietosamente bloccate all’asfalto dall’orrido granchio arancione che attanaglia una delle ruote posteriori, come un mostro preistorico di ferraccio e serrature. Sul finestrino lato guida, come avviso o scherno, un adesivo che mette in guardia dal non avviare il motore, e da le prime istruzioni del percorso ad ostacoli, della caccia al tesoro (da versare) necessario per svincolare il prezioso automezzo dall’infingarda trappola.

Fin qui tutto nella norma: l’incubo dell’automobilista si è concretizzato, come già infinite volte è avvenuto e come chissà quante altre ancora si vedrà nel Bel Paese. Appiedato e con la prospettiva di umilianti visite ad uffici amministrativi e di dolorosi versamenti, senza neppure una spalla su cui poter piangere o un avversario da poter insultare apertamente. Solo mugugni ed improperi nell’intimo, ed al più sogni di vittoriosi ricorsi su cui far lucrare qualche amico avvocato.

Passeggiando di fianco alle due auto, prendo atto dell’evento ed ho un sentimento misto. Da un lato dovrei essere contento dell’imposizione della legge: in questa città l’ordine è visto come un fenomeno alieno ed un’arrogante imposizione dall’alto. Da un altro ho sempre avuto qualche dubbio su questo tipo di sanzione. In primo luogo se l’auto è in divieto di sosta, e quindi in luogo in cui si presume che rechi intralcio ad altri, la si blocca lì a tempo indeterminato, finché il proprietario non provveda a farla liberare. In secondo luogo ha i connotati estetici del pubblico ludibrio e della punizione fisica che me la fanno sembrare qualcosa di medievale, con tutto il rispetto del Medioevo storico che è stato qualcosa di molto più complesso e ricco di quanto la “vulgata” popolare ce lo rappresenta da sempre. Diciamo tutti che vogliamo giustizia e non vendetta, no? Almeno finché il danno non ci tocca personalmente.

Ma torniamo ai fatti, perché la storia non finisce qui ed in pochi minuti accade l’imprevedibile. Qualcosa che difficilmente avrei ritenuto possibile e che, mi sa, solo da queste parti ed in pochi altri luoghi può succedere. Tornando verso il luogo del delitto, vedo che alcuni passanti sono fermi a guardare, a rispettosa distanza. Mi giro anch’io e vedo uno dei due automobilisti multati e sanzionati – un tipo magro e dall’aspetto non troppo raccomandabile, con una disordinata barba ed un maglione scuro della stessa tinta della sua vecchia utilitaria – sta chino ad armeggiare attorno alla ganascia. Ne ha già violato, in qualche modo, la massiccia serratura, per cui la sfila a strattoni irosi liberando l’usurato pneumatico, la solleva con con forza, la trascina e la abbandona ai piedi di un lampione.

Il tizio si mette al volante, avvia il motore e, ovviamente senza nemmeno sognarsi di mettere la freccia (pardon, il segnalatore di direzione), parte tagliando la strada ad un’altra auto in arrivo.

Un breve rimbalzo di strombazzate di clacson e di insulti attraverso i finestrini chiude la singolare vicenda.

Il mostro sconfitto, la ganascia violata, giace sul marciappiede, ormai inoffensiva, simile all’ingombrante carcassa di un mostro preistorico che non ha retto ai cambiamenti ambientali o all’assalto di una nuova razza di predatori più piccoli ed agili, testimonianza che tutte le difese passive sono violabili in qualche modo, che nessun arrocco resiste ad un attacco abbastanza deciso. Ed anche che la legge non si fa rispettare con le macchine e con le punizioni esemplari, almeno non con quelle sole. La foto lo testimonia. Il sentimento misto di cui sopra, volge un po’ più al pessimista.

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La ganascia violata, sconfitta ed abbandonata.