Il trucco del racconto

Storie per tutti i gusti, tasche e occasioni

Storie per tutti i gusti, tasche e occasioni

Sono appena rientrato dalle vacanze e mi sono messo in cerca d’idee nuove per un post. Mentre sei al mare sembra che te ne frullino in testa a decine, in attesa soltanto di una tastiera o almeno di un bel foglio di carta, ma poi, all’atto pratico, ci vuole un po’ di sforzo per concretizzarne qualcuna. Oggi parleremo di storie.

La cultura dell’uomo è costruita sui racconti: tutto è cominciato dai racconti attorno al fuoco, nei villaggi, alla fine della giornata, soprattutto quelle volte in cui il pasto era stato soddisfacente. Da questi sono nate le tradizioni orali e poi i miti, forma cristallizzata di un’interpretazione culturale del mondo e della vita, non priva di contraddizioni. Con la scrittura il racconto è diventato testo e poi letteratura, quindi arte e tecnica. I racconti sanno di vita e di realtà, sono gradevoli, avvincono fino al finale, lieto o tragico che sia, possibilmente ma non necessariamente a sorpresa, perché a volte anche la conferma dell’ovvio è piacevole. Perché quello che davvero piace è l’intreccio e i personaggi. Non è un caso che i libri che vendono più copie siano i romanzi e non i saggi, e che la gente vada al cinema, di solito, per vedere storie e non documentari. Tutti parlano di racconti, ci piace sentire storie e aspettarne lo sviluppo, farne esempi in positivo o in negativo, prenderne le distanze o riconoscerci dentro, distinguere fra storie reali e inventate e magari mescolarle fra loro: anche i partiti politici si qualificano per il loro modo di “raccontare il paese”.

In effetti porre un concetto in forma di racconto è un modo per renderlo più facile da capire, più gradevole da apprendere, più immediato da ricordare e anche più automatico da accettare. E’ una scorciatoia per scavalcare le barriere intellettuali e culturali. Perfino nel redigere i documenti tecnici si fa uso, a volte, di uno stile che richiama un racconto: “avevamo un problema, abbiamo provato a risolverlo in un modo ma ci siamo accorti che non andava bene, per cui ci siamo guardati attorno…”

Ma sta proprio in quest’aspetto il problema: la facilità di accettazione. Il racconto è, in se, un esempio, anzi un caso esemplare, per cui quello che ne consegue sembra di per se evidente, non ammette refutazione. Insomma ci sono tutti i presupposti per un imbroglio. D’altra parte le ordinarie truffe cosa sono, se non racconti ben orchestrati e circostanziati? Meccanismi narrativi oliati che, con pochi abili aggiustamenti da apportare volta per volta, conducono il “pollo” quasi a spennarsi da solo.

Si pone un problema sull’onestà di chi racconta, o, per meglio dire, sulla sua buona fede. Se vuoi convincere qualcuno di qualcosa, non scrivere un saggio, che quasi certamente sarà letto da pochi, è indirizzato all’intelletto e può essere refutato da un altro ragionamento. Scrivi piuttosto un romanzo, o meglio ancora la sceneggiatura di un film o di uno sceneggiato televisivo, che parlano alla fantasia e agli istinti e possono al massimo essere stroncati dalla critica, ma difficilmente cancellati dalla mente del fruitore.

Di contro se ti raccontano una storia fai attenzione che non ci siano secondi fini. Accettala ma con un margine di riserva, se vuoi di discussione a posteriori. Il racconto è più difficile da smontare rispetto a una costruzione logica, perché non sempre ha pezzi facili da identificare, non obbliga a rigore matematico nei passaggi, ma con un po’ di sforzo ci si può riuscire, e da una crepa si può demolire l’edificio. A volte basta non entrare dalla porta principale ma sbirciare da una finestra, ovvero guardare i fatti narrati sotto un’altra angolatura, per cambiarne completamente il significato.

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Ecco a voi “Il Mediatore”

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Eccoci finalmente. E’ uscito “Il Mediatore”, il mio primo romanzo. Che poi è inutile stare lì a menarsela che si scrive per se stessi, per sfogare quello che si ha dentro, per un’intima necessità. Alla fine si scrive sempre nella speranza di essere letti, di essere pubblicati, di essere apprezzati. E, perché no, per vendere tante copie e farci i soldi, sogno assurdo. Anche il più intimista dei poeti ermetici cerca, prima o poi, un editore, o almeno un nucleo di lettori affini che possano apprezzare i suoi versi.

Qualche informazione già l’ho data a suo tempo, in un altro post. Il genere lo definirei “Fantascienza napoletana”, più rigorosamente, “Cyberpunk pseudo-partenopeo”, perché la presenza degli alieni è quasi di contorno, un movente, per quanto potente, per stimolare l’azione, che poi è quasi tutta umana. E perché la mia città è presente, ma mai nominata direttamente, come un simbolo, la città meridionale per eccellenza.

Non perdo tempo sulla trama, la sinossi la trovate nella pagina che ho aperto su questo blog. Eroi ce ne sono pochi, involontari per lo più. Un “mediatore” rimandato indietro dagli alieni che non sa bene come rimettere insieme la propria vita. Un investigatore costretto a fare l’eroe senza volerlo. Gente di vario genere a caccia di un “segreto” che può dare riscatto, o ricchezza, o potere.

Temi? Dovrebbero dirmeli eventuali recensori, ma io ipotizzerei: senso di appartenenza e spaesamento. Differenza fra i moventi espressi e quelli reali. La natura dell’uomo che emerge quando le certezze vengono meno. Sarò presuntuoso? Forse, a me ha divertito scriverlo.

Ma forse è più importante raccontare la genesi del libro. Ho cominciato a scrivere tanto tempo fa, come passatempo, senza una trama in mente, seguendo uno spunto interessante: il ritorno, verso qualcosa che non si considera più “casa”. Poi sono venuti fuori altri personaggi, e ne alternavo le vicende. Non era il mio primo tentativo di una storia “lunga” ed era solo leggermente più ispirato dei precedenti. Ed infatti mi sono fermato spesso, anche per mesi, semplicemente per non sapere più come andare avanti, come tirare fuori i miei personaggi dalle situazioni in cui ero andato a piazzarli, e soprattutto come dare un senso a quella costruzione che andava realizzandosi e che, complicandosi man mano, un po’ quel senso lo pretendeva. Mi dispiaceva lasciarlo incompiuto, perché era cresciuto meglio dei miei altri esperimenti letterari, col suo alternarsi di capitoli a seguire fili diversi della storia. Ogni tanto provavo ad aggiungerne un pezzetto, ma erano solo piccoli progressi.

Finché, all’improvviso, rimettendomi alla tastiera per l’ennesima volta dopo settimane o mesi di fermo, finalmente l’idea, la via per dipanare la matassa e scrivere una conclusione degna, interessante, non banale. E’ stata come un’illuminazione. Gioia e di soddisfazione ma il lavoro non era finito: dovevo rimaneggiare tutta la parte già scritta per renderla coerente con quel finale che avevo architettato.

Poi è venuta l’epopea di cercare un editore a cui interessasse il testo. Sono passati oltre due anni, tra silenzi (la maggioranza) rifiuti espliciti e cortesi (pochissimi) e richieste di soldi (abbastanza numerose, qualcuna anche quasi ragionevole). Finché ABEditore di Milano mi ha inviato una bozza di contratto che non mi imponeva neppure copie da comprare. Dopo tanti avanti-e-indietro, lunghe attese, silenzi, rinvii e ora-si-ora-no, finalmente il mio romanzo è uscito, ha fatto il suo esordio al Salone del Libro di Torino ed è ora disponibile sui principali siti. Hanno fatto un buon lavoro, di correzione bozze, impaginazione e grafica. La copertina mi sembra accattivante. La storia, a dirla tutta, mi sembra anche adatta per il cinema!

Adesso mi tocca farmi pubblicità. Non credo di essere molto bravo ma mi sto divertendo un mondo, grazie al fatto che non ho velleità di vivere scrivendo. Di certo ho prodotto un’opera con più di una imperfezione, ma ritengo che del valore lo possegga. Chi ha il coraggio di fare la prima recensione? Ecco i link.

 

http://www.abeditore.com/prodotto/libri/il-mediatore-francesco-fortunato/

 

http://www.ibs.it/code/9788865511640/fortunato-francesco/mediatore.html

 

http://www.libreriauniversitaria.it/mediatore-fortunato-francesco-abeditore/libro/9788865511640

 

Pagina Facebook:

https://www.facebook.com/romanzoilmediatore

 

Vicini alla metà?

Napoli-Vesuvio

Avendo ricevuto dall’editore la bozza corretta del mio primo romanzo, comincio a sospettare che possa essere vero: nonostante dubbi e ritardi potrebbe arrivare nelle librerie. Correggiamoci: in alcune librerie, dal momento che si tratta soltanto di un piccolo editore, e in diversi negozi on-line. L’editore in questione non mi ha chiesto soldi per la pubblicazione: quando ne ho parlato in giro ho ottenuto diverse espressioni stupite, anche da gente più o meno “del settore”. Ora qualche dato:

Titolo: “Il Mediatore”.

Genere: Fantascienza napoletana.

Lunghezza: intorno alle 160 pagine.

Argomento: un futuro prossimo in cui alieni quasi del tutto invisibili inviano frammenti delle loro conoscenze al genere umano tramite intermediari volontari, i Mediatori, appunto, destabilizzando tecnologia, società e politica.

Trama: un mediatore a caccia del suo passato; un investigatore che lo insegue; tutti a caccia di un segreto.

Ambientazione: Napoli, la mia città, per la maggior parte del racconto anche se, per qualche strano fattore psicologico, nel testo non la nomino nemmeno una volta.

Insomma, a meno di ulteriori ritardi, che a questo punto ritengo più che probabili, forse ci avviciniamo alla meta. E spero di darvi i dettagli tecnici prima o poi. Stay tuned!

La città che brucia

Se, come sosteneva Oscar Wilde, “ognuno uccide ciò che ama”, allora l’autore di questo romanzo deve amare profondamente la sua città. Infatti la trasforma in un cumulo di macerie, inquinato da ogni genere di rifiuti ed abitato da sopravvissuti de-civilizzati (si può dire?) che, se non cercano di ammazzarsi l’un l’altro, si nascondono nel sottosuolo.

La fantascienza è una metafora del presente, uno strumento per portare alle estreme conseguenze quello che l’autore vede già in atto. Napoli non è mai nominata, così come la Camorra, ma i riferimenti sono palesi ed anche il monito: i guai si possono solo prevenire e chi fa finta di non vedere, chi gira gli occhi, chi pensa al suo interesse contingente, in fin dei conti chi cede alla paura diventa complice, avvicina la catastrofe.

Non è un libro perfetto, forse la lingua andrebbe rivista ed anche qualche passaggio della storia, ma di certo è potente e lascia un segno: a me, almeno, l’ha fatto.