Max psichedelico

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Disteso, in pieno rilassamento indotto, Max aspettava che la sua flebo facesse effetto.

Aveva addosso un abito luccicante, occhiali a specchio, molto oro e una corona di sensori attorno al cranio rasato, Era in presa diretta, ovviamente.

Alla solita dose di meta-anfetamine e pseudo-allucinogeni avevano aggiunto un calmante per ridurre le convulsioni e un antidolorifico. Poco prima aveva assunto alcol e stimolatori delle endorfine. Un derivato dell’atropina entrò in circolo e gli fece annebbiare la vista. In ultimo sarebbe arrivata l’ondata di endorfine e sedativo. Altri componenti secondari servivano a bilanciare e pilotare gli effetti: i medici lo chiamavano “il mix” e lo modificavano ogni volta.

Era stata dura, i primi tempi, con dolori in tutto il corpo, depressione, insonnia, allucinazioni anche da sveglio, denti che ballavano e la pancia che non voleva saperne di fare il suo dovere. Ma era il costo della celebrità.

Si assopì. In realtà era qualcosa di più simile al coma. Era quello di cui aveva bisogno, la condizione giusta per nuovo “viaggio”, da registrare digitalmente, correggere e far riprodurre in milioni di copie, ovviamente a pagamento, così come era avvenuto per i precedenti.

Si svegliò di colpo, senza sapere dove si trovava, solo mal di testa, bocca secca e stomaco in subbuglio. Ormai c’era abituato. Non ricordava nulla, ma non aveva importanza: i terminali neurali avevano registrato tutto. Braccia meccaniche gli praticarono subito un’iniezione, poi un’altra. Appena riuscì a mettere a fuoco al di la degli operatori medici piegati su di lui, Max osservò il tecnico al banco di acquisizione, ma la sua espressione delusa lo fece cadere nello sconforto. Un segno di no col capo fu la triste conferma: non aveva registrato nulla d’interessante.

Era troppo debole anche per dispiacersi. Appoggiò la testa e si riaddormentò. Più tardi gli iniettarono una dose di antidepressivi e caffeina alterata, per risvegliarlo, ristabilirgli l’umore e rimetterlo in piedi.

Si recò, senza neanche fare una doccia, nell’ufficio di Bella, la responsabile. Aveva in mano un caffè, con ogni probabilità addizionato con qualche medicinale per tenerlo lucido.

La figura in piedi davanti a lui era una donna di mezza età ancora piacente, anzi proprio attraente. Indossava una tuta attillata e scollata, color azzurro elettrico e stivali alti di resina trasparente. I capelli, biondi, ondulati e scintillanti, erano disposti in un’acconciatura ampia. Anelli e bracciali rendevano l’aspetto ancora più luccicante. Era vistosa come tutto il mondo dell’economia glamour. Era solo un ologramma in realtà – Max lo sapeva benissimo – era l’immagine che assumeva per lui l’intelligenza artificiale che gestiva la YouDream Inc. Si sedettero ai due lati di una preziosa scrivania realizzata con un unico foglio di materiale trasparente incurvato, il ripiano superiore sembrava sospeso in aria.

“Max, non ci siamo, in quest’ultima seduta hai sognato solo della tua infanzia. Tutta roba banale e dozzinale, la gente vuole altro!”

“Ritenteremo, andrà meglio la prossima volta”.

“Siamo già al quarto tentativo fallito”.

“Possiamo ritarare la cura. Cambiare sequenza e dosi”.

“Questa era già prossima a mandarti definitivamente in coma, ti abbiamo risvegliato a stento”.

“Sostanze nuove, qualcosa dai laboratori”.

“No, troppo rischioso nel tuo stato”.

Ci fu un momento di silenzio. A Max pesava sempre, il silenzio.

“I miei fan adorano i miei sogni, li aspettano”.

“Dimenticano in fretta”.

“Vuoi dire… no, non è finita!” Max sentì la propria voce senza riconoscerla. Era come se pronunciasse da se una sentenza.

“Temo proprio di si”.

Altra pausa, più cupa della prima. La mano di Max tremava. Poggiò la tazza sulla scrivania. Una goccia di caffè schizzò sul cristallo, liscio e perfetto: gli sembrò uno grave peccato.

“Che farò adesso?”

“Ti troveremo una collocazione”.

La voce tranquilla di Bella conteneva un fondo di compatimento?

“Di che tipo?” Non riusciva ad alzare la testa.

“Qualcosa in amministrazione, quello che facevi prima”.

“Non posso”, alzò la testa di scatto, lo sguardo implorante su Bella, “non riuscirei a tornare a quella vita banale”.

“Ti daremo supporto psicologico e anche farmacologico”.

“Ma non sarebbe la stessa cosa”.

Nuovo momento di silenzio. Stavolta fu Bella a romperlo.

“C’è un’altra possibilità”.

Alle spalle di Max si aprì la porta dell’ufficio. Lui si voltò a guardare. Entrò un uomo in abito grigio scuro, formale, con in mano una pistola con silenziatore.

“Vuoi dire…” La voce di Max tremò.

“Sta a te la scelta, Max”.

“No. Non voglio…”

“Il tuo corpo è minato, Max. E la tua mente pure. Hai bruciato alla grande, nell’ultimo anno e mezzo. Tutti quei trip, quelle sostanze”.

“Ma voi mi curerete”.

“Non potrai durare a lungo, in ogni caso”.

“No”.

“E sarà sempre peggio”.

“Non…”

“Pensaci bene, Max, quanto vuoi soffrire? E come vuoi uscire di scena? Un bel ricordo o un relitto ributtante?”.

Max abbassò di nuovo lo sguardo.

Bella riprese: “Lo sapevi fin dall’inizio, Max. Vivere alla grande finché dura. È questo il contratto”.

I secondi di attesa si prolungarono.

“Max, tocca a te decidere”.

Max fece segno di si col capo.

Il colpo alla tempia fece il rumore di un cuscino caduto. Max si afflosciò. L’uomo in grigio uscì. Bella rimase immobile, tremolò come un disturbo video e scomparve.

Un robot-infermiere venne a portare via il corpo, un pulitore-manutentore sistemò tutto. L’ufficio rimase vuoto, come se nulla fosse mai accaduto.

La raccolta dei migliori sogni di Max lo Psichedelico, morto suicida, rimase in testa alla classifica delle vendite per oltre un mese.

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L’umana macchina inventiva

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Scultura contemporanea a Sabaudia

Da tecnico, sono sempre più coinvolto con metodologie che tendono a guidare la risoluzione di problemi, l’ottimizzazione o la stessa progettazione di un sistema. Vanno sotto il nome di WCM, DFSS, DoE, solo per citarne alcune.

Sono tutte molto interessanti, spesso utili, qualche volta snobbate e altrettante sopravvalutate. Me ne viene un ragionamento generale che fa il paio con il mio post precedente.

I metodi servono a rendere più rigoroso il lavoro umano, la causa più frequente di errori e incertezze. Da sempre hanno per oggetto il lavoro manuale, più di recente anche quello intellettuale.

Di contro l’intelligenza artificiale ha lo scopo di rendere più elastico il funzionamento delle macchine, facendo in modo che esse reagiscano in modo autonomo e sensato allo “ambiente” in cui operano.

I punti di convergenza? Da un lato l’uomo automatico, ovvero il cyborg; dall’altro il robot-umanoide, ovvero l’androide.

Estrapolazione, gioco mentale? Si certo, ma forze non troppo. Per me il telefonino, da cui non ci stacchiamo mai, ci tiene sempre connessi e ci serve per sempre più cose, è già un embrione di cyborg.

Ancora una volta la fantascienza anticipa la realtà, nei concetti se non nelle realizzazioni e nelle conseguenze se non nei mezzi. E non stiamo ancora considerando le possibilità dell’ingegneria genetica.

Pattuglia

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Un mio racconto breve, dal titolo “Pattuglia”, è in gara nella trasmissione Radio1 Plot Machine. È stato letto in diretta lunedì sera, 9 ottobre, assieme a un altro sul tema comune “Il Mare” e limite di 1500 caratteri.

L’argomento è di fantascienza, come al solito per me. Una metafora sulla guerra e sulle differenze apparentemente insormontabili su cui si fonda. La prima idea mi è venuta dai racconti dei piloti, anche italiani, che hanno preso parte alle battaglie aeree su Malta nella Seconda Guerra Mondiale.

La gara si svolge sulla pagina Facebook della trasmissione e vince chi raccoglie più “mi piace” con una soglia minima di 250. Se volete darmi una mano (o anche soltanto leggerlo) vi riporto di seguito i link:

https://www.facebook.com/radio1plotmachine/photos/a.1425589004387734.1073741828.1424661784480456/1959786357634660/?type=3&theater

https://www.facebook.com/radio1plotmachine/posts/1959786920967937

Grazie in anticipo!

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Aggiornamento (17/10/2017). Il mio racconto ha vinto per numero di “Mi Piace” raccolti: 98 contro 81 del “concorrente”, tuttavia non ha raggiunto la soglia minima prevista a regolamento di 250 voti. Per cui in pratica non ha vinto nessuno: il mio racconto potrà essere ripescato dalla “giuria di esperti” per la pubblicazione (che è l’obiettivo finale), mentre l’altro è eliminato. Ho scritto per ammettere entrambi al ripescaggio, dal momento che anche l’altro racconto mi sembra letterariamente valido.