Perseguitato dalle penne blu

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Scrivo soprattutto al computer, ormai. Non sopporto invece di digitare a lungo sulle tastiere simulate di telefonini e tablet: lo trovo scomodo e frustrante. Non capisco quelli che scrivono tanto sui telefoni dove trovino la pazienza e quando mi arrivano lunghi messaggi che richiedono risposte complesse mi deprimo e preferisco telefonare. Ho più volte pensato di comprare un tastierino Bluetooth ma non mi sono mai deciso, semplicemente per non dovermi portare in giro ancora un altro ammennicolo. Mi piace digitare su una tastiera fisica, ma per appunti veloci, ragionamenti, scalette e anche bozze preliminari ancora trovo più convenienti carta e penna.

In questo senso ho le mie preferenze. Preferisco la carta bianca o a quadretti sottili, non a righe. Ho provato a lungo la penna stilografica, piacevole ma richiede troppa cura. Mi stanco presto della matita e dello stridio sulla carta. Non amo neppure i pennarelli: molto meglio le penne a sfera a punta fine o media. Ma soprattutto non sopporto le penne blu.

L’inchiostro blu per scrivere andrebbe abolito per legge. Per me le penne dovrebbero essere solo nere, con al più una eccezione con riserva per le rosse, come concessione agli insegnanti vecchio stampo e a quei fanatici che, a causa di scarsa fantasia, devono per forza evidenziare qualcosa con un colore.

Immagino che c’entri, in qualche modo, la mia scarsa sensibilità ai colori. Il blu non è scuro abbastanza, non è netto abbastanza, è un compromesso. Se la carta è bianca, la scrittura deve essere nera. Punto.

Non sopporto le penne blu e, come sempre avviene in questi casi, ne sono perseguitato. Me le trovo costantemente tra i piedi o, per meglio dire, tra le mani. Fin da piccolo: quando la mia prepotente nonna era convinta che fossero migliori e me le propinava sempre per andare a scuola: secondo lei macchiavano meno i quaderni e io ero troppo timido per dire che non mi piacevano. Avevo imparato presto che i regali non si rifiutano.

Da ragazzino, credo di essere stato l’unico della mia generazione ad aver ricevuto penne in prevalenza blu in regalo per la Comunione e la Cresima. Fatto grande ho scelto da me e comprato solo penne nere, ma, in un modo o nell’altro, finisco sempre per averne davanti di blu. Anche in ufficio hanno deciso di rifornirsi di penne blu! Sono arrivato alla conclusione di usare le mie lo stesso.

Ora il problema non è la timidezza ma l’oculatezza (o taccagneria se preferite): non riesco a sbarazzarmi di qualcosa se non smette di funzionare. E sono persistenti, le diaboliche penne blu: sembrano non esaurirsi mai, non rompersi mai, e nemmeno riesco a perderle.

Insomma sono costretto dal caso e dalle circostanze a scrivere blu anche quando non ne ho voglia, forse perché quello che non ami a volte ti somiglia. Piccolo freno alla mia grafomania in pessima grafia, perché…

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Del vantaggio, per il destinatario, del testo scritto sul video parlato

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La prima bozza del mio “Il Mediatore”

Internet sta diventando sempre più grafica e meno testuale. Capita sempre più spesso che, cliccando su un link, non si trovi un articolo, ma un video. Molti fattori spingono in questa direzione:

  • I video sono più “facili” per l’utente, che si suppone faccia meno fatica a guardare e ascoltare che a leggere;
  • Sono più vistosi: il video è colorato e animato, il testo piatto e monocromatico;
  • Sono più “facili” per chi li realizza, almeno se si hanno scarse pretese di qualità: un telefonino, parlantina spigliata e il minimo sindacale di taglia-e-cuci (e a volte nemmeno quello);
  • Sono più persuasivi: parli direttamente alle persone con un linguaggio diretto e così le convinci, o almeno lo speri;
  • Decidi tu i tempi: puoi stabilire quanto un video sia lungo, quali le cadenze e i tempi per ogni parte. Chi guarda non lo può ne rallentare ne accelerare. E’ vero che l’utente può saltare avanti e indietro, ma rischia di perdere più tempo che a seguire tutto.

Ed è proprio quest’ultimo uno degli aspetti che mi fa preferire il testo scritto: un classico articolo, come quelli che popolano questo blog e gli innumerevoli suoi confratelli nella babele di Internet, può essere maneggiato “a piacere” dal lettore, molto più efficacemente di un video.

Il testo scritto consente di gestire il tempo di lettura a piacere: rallentare per godere delle singole parole o accelerare per capire solo il senso generale. Fermarsi a riflettere senza premere “pausa” e magari tornare due periodi indietro, quando si ricomincia a leggere, per riprendere il filo. Un testo può essere comodamente smontato e rimontato dal lettore.

Fermo restando che uno scrittore “onesto” dichiara subito o quasi le sue intenzioni, in un testo è possibile saltare interi periodi, leggere tra le righe, arrivare subito alle conclusioni e capire lo scrittore dove voleva andare a parare. Poi, se la cosa è davvero interessante, tornare indietro e approfondire le singole parti.

Insomma, l’estensore di un testo impone meno “rispetto” da parte del destinatario, che può fare della sua opera più o meno quello che vuole. Il video è decisamente più vincolante.

Un video di qualità è una costruzione complessa, così come un testo ben fatto, tuttavia la scarsa qualità è molto più facile da mascherare col video che con la scrittura. Il testo rivela subito il livello culturale e la cura applicata da chi l’ha redatto: la grammatica e sintassi non si improvvisano e meno ancora la cura del tono e dei ritmi. Un testo sciatto lo sgami subito, dopo poche frasi, e passi oltre. Il video è più ruffiano: il tono popolare, il linguaggio approssimativo e perfino la scarsa cura dell’inquadratura sono ammessi e si possono mascherare per scelta stilistica. Non per nulla la pubblicità commerciale si basa più sull’aspetto grafico che su quello testuale, è tutta sorrisi e sguardi ammiccanti, famigliole felici e promesse di piaceri e voluttà incoerenti con la sostanza del prodotto in vendita. Lo slogan serve a lasciare impresso il nome della ditta e spesso non funziona: di quante pubblicità vi resta impresso il video e magari il motivetto, ma non la marca? A me, almeno, capita.

Solo uno scrittore molto abile può giocare a carte coperte, catturare il lettore e condurlo dove vuole, svelando i suoi assi e le sue scale una alla volta. Il blogger medio, come il sottoscritto, deve rivelare subito il suo obiettivo, per sperare di essere letto, perdersi poco in preamboli, dire quello che ha da dire e basta. Il tipico realizzatore mediocre di video gigioneggia e perde tempo, spesso senza avere nulla di concreto da esporre, e intanto fa perder tempo a chi si aspetta un contenuto qualsiasi.

Quando si guarda un video è come essere passeggero su un autobus: vai dove ti porta il conducente e coi tempi che decide lui. Devi solo aspettare, pazientare nei periodi morti e stare molto attento nei passaggi chiave e, al massimo, scegliere di scendere, ossia di non guardare oltre. Quando leggi un testo, invece, sei copilota: percorso e destinazione sono fissati, ma tempi, velocità e tappe sono una tua libera scelta.

Un ragionamento capzioso, un finto ragionamento insomma, “passa” più facilmente in un video, perché poi il discorso prosegue senza lasciare tempo al libero ragionamento. Insomma, almeno al nostro livello di autori di blog per passatempo, il testo scritto è forse più faticoso, più intellettualmente impegnativo, ma decisamente più onesto del video.

Provo a suggerire un esercizio pratico: spiega qualcosa, che credi di comprendere ben, in forma scritta. Utilizza allo scopo uno stile semplice e periodi brevi. Non usare gerghi o termini specialistici. Non tenerti sull’astratto: sforzati di dire tutto chiaramente, scendendo nei dettagli e senza dare nulla per scontato, come se dovessi far capire le tue idee a qualcuno che non ne sa nulla. E’ un impegno faticoso ma utile, se fatto in maniera onesta: ti aiuta a capire meglio quello che hai in testa e spesso ti dimostra che le tue convinzioni erano illusorie, almeno in parte, o superficiali. E’ un esercizio di ragionamento che può portare in direzioni inattese e interessanti.

 

Aggiunta (1/8/2016): un amico mi suggerisce questa lettura, per approfondire gli effetti deleteri dei nuovi media sulla società: Manfred Spitzer, “Demenza Digitale”, Corbaccio, 342 pagine.

Scrivere a mano e a tastiera

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L’elettronica e l’informatica hanno fatto passi da gigante negli ultimi decenni, probabilmente lo sviluppo più veloce che la storia della tecnologia umana abbia mai visto, e in tanti non riescono a stare al passo. Non solo molte persone anziane – non tutte per la verità – ma anche tanti giovani stentano a comprendere e apprezzare le nuove tecnologie. Per non parlare dei politici, che, non capendo di cosa si tratta, si buttano avanti sulla base di un sentito dire o di una consulenza nella speranza di ricavarne qualche vantaggio.

E infatti l’altro rischio grosso che possiamo correre è quello di sopravvalutare le reali possibilità di computer, tavolette tattili e affini. Forse proprio l’eccessiva velocità trascina chi si lascia impressionare, e il marketing fa il resto. Per paura di restare indietro prendiamo lo slancio più forte di cui siamo capaci e quindi rischiamo di trovarci avanti, drammaticamente e qualche volta fantozzianamente avanti, come chi si mette un pataccone con uno schermo luminoso al polso e cerca pure di fare in modo da farsi vedere da tutti.

Ma i discorsi in astratto valgono a poco, conviene che arrivi subito al movente di questo mio ragionamento. Da quello che leggo e a meno di smentite o di cattive interpretazioni giornalistiche, a partire dal 2016 nelle scuole finlandesi non si insegnerà più ai bambini a scrivere a mano, ma solo a digitare testi in maniera rapida e efficiente. Mi è sembrata una decisione quantomeno avventata.

I siti specializzati in informatica in cui mi sono imbattuto, in buona parte si schierano entusiasti a favore della decisione. Perché costringere ancora i bimbi a imparare come piegare le dita per tenere nella posizione giusta una bacchetta di plastica o di legno, per farla poi strisciare esattamente con la giusta forza su un fragile foglietto di carta? Soprattutto quando il grosso della comunicazione passa in formato digitale? Il sottoscritto è un appassionato di tecnologia in generale, eppure, paradossalmente, possiede un mai abbastanza represso istinto tradizionalista che, alla lettura della nuova, ha avuto un improvviso sussulto. Prima di mettere da parte come antiquato lo strumento che ha guidato l’evoluzione della civiltà umana negli ultimi millenni ci penserei bene su, e magari aspetterei un po’.

Non è soltanto una questione di memoria storica. Soprattutto i tempi non mi sembrano ancora maturi. Ragionateci: digitare su una tastiera fisica va ancora bene, imparare a farlo velocemente è meglio, ma avete mai provato a scrivere un testo serio sullo schermo di un telefonino o anche su quello di un tablet? E scrivere formule e passaggi matematici con la velocità con cui scorrono nella mente? Insomma il cosiddetto comportamento amichevole dei supporti informatici deve ancora farne di strada, per diventare realmente tale.

Personalmente ho quasi sempre il computer acceso, non ho più un archivio cartaceo ma non riesco a fare a meno del mio quadernone in cui annotare gli appunti correnti e le telefonate che arrivano. Trovo che la carta mi aiuti, in molti casi, a mettere a fuoco le idee meglio di un foglio di calcolo o una pagina di word processor. Poi per mettere in ordine le formule si passa al processore e ai programmi. Sul lavoro e fuori la carta è uno strumento in più: alcuni problemi si affrontano meglio davanti a uno schizzo fatto con la biro, e sono spesso quelli più basilari, dove non vuoi arrivare alla soluzione a tutti i costi, con la fora bruta del calcolo, ma hai bisogno di capire i meccanismi, prima.

Ne ho avuto esperienza proprio oggi: prima tre fogli di formule e schemini, per capire il problema, solo dopo un foglietto Excel per tirare fuori i numeri. Torno a accorgermene ogni volta che butto giù una frase sul quaderno, da meditare più avanti.

Sono convinto che conviveremo ancora a lungo con carte, penne e matite, per quanto i guru dell’informatica possano storcere il naso.

Temo gli araldi della novità all’ultimo grido, che sono pronti a cavalcarla fino alle estreme conseguenze. E fossero sempre spontaneamente fanatici e ubriacati dal marketing, no: il più delle volte hanno il loro bell’interesse a spingere a fondo le decisioni. Purché a pagarne le conseguenze sia sempre qualcun altro. Le si ritrova in ogni problema: c’è la frazione oltransista “pro immigrazione” che fronteggia quella “contro immigrazione” ugualmente totalitaria, una “pro libero mercato” senza se e senza perché e un’altra per “tutto strettamente vincolato” che nemmeno i burocrati leninisti. In ogni settore c’è una corrente iper-tradizionalista che contrasta quella iper-modernista, tutte cieche alle ragioni altrui e convinte di possedere la radice della Verità.

Forse i miei pronipoti rideranno vedendo carta e penna (non i miei nipoti che, per loro fortuna, li usano ogni giorno a scuola e per giocare), e così dimostrerebbero solo una nuova variante d’ignoranza, non comprendendo cosa è possibile fare con qualche grammo di carta e poche gocce d’inchiostro.

Digressione semiseria sulle penne biro, sulla memoria e sul valore percepito delle cose

E’ così raro portare una biro alla sua fine naturale che quando ci riesci è quasi un momento memorabile. Le biro si perdono, si rubano, si bloccano o si rompono, ma quasi mai muoiono di morte naturale, ovvero per dissanguamento. Ciò è tanto più vero quanto più sono di tipo economico: non ricordo l’ultima volta che ho finito una BIC, dev’essere stato ai tempi della scuola, e credo di averla difesa con le unghie dai furti dei compagni. In ufficio non ci sono mai riuscito. Qualcuna me la ritrovo ogni tanto, tra le mani, senza sapere bene dove l’ho presa.

Il valore percepito di tutto ciò che è usa-e-getta è inevitabilmente basso. La penna biro vale qualcosa nel momento in cui ci serve, un attimo dopo può sparire dallo sguardo, anzi diventa fastidiosa. Si perde dalla memoria e, di conseguenza, si perde e basta. Quando ne troviamo una abbandonata – o apparentemente in questo stato – la prendiamo normalmente, senza problemi, non è rubare. Non servono fori nel continuo spazio-temporale, come ipotizzava Douglas Adams in “La Guida Galattica per Autostoppisti”, e nemmeno furfanti nel senso normale della parola, basta un foro nella memoria. Pura applicazione del Rasoio di Occam: “a parità di fattori la soluzione più semplice è da preferire”. La più semplice, nello specifico, è non tenere conto della penna.

Nei fori della memoria, in realtà, può passare di tutto: coniugi, figli, amanti, impegni, obblighi; è un setaccio che separa le cose importanti dalle meno, necessario per vivere ma che spesso agisce sulla base delle urgenze contingenti. La dimensione delle maglie, direi, è diversa da persona a persona ed anche da momento a momento. Deridere o condannare è facile, fare autocritica, o meglio auto-analisi, lo è meno: ne va dell’immagine di se stesso.

Ma torniamo alle penne. A casa scrivo con una stilografica. Ho provato ad usarne una economica in ufficio ma è troppo poco pratica, non riesco ad adattarmi. Fa parte dei miei “vezzi”, come l’orologio meccanico da polso o da taschino, non buttare mai cartacce nelle aiuole anche se nessuno mi vede o tenere un blog. Mi dimentico di quasi tutto, spesso anche del punto da cui sono partito, in un discorso.