Riflessioni sciolte sul lavoro

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Un’immagine dal Museo di Pietrarsa

Ogni lavoro è un po’ un gioco di ruolo e, a seconda dell’indole, ognuno lo vive più o meno come tale. A me sembra che viva meglio chi s’immerge un po’ di più nel personaggio, ovviamente senza esagerare.

Lo compresi durante il servizio militare: le giornate passavano meglio se “facevo finta” di essere davvero un soldato.

Una delle responsabilità di chi organizza o gestisce questo “gioco” è di fare in modo che esso contenga quanta meno cattiveria possibile. Una piccola dose è necessaria, ma non troppa, un po’ come il sale in cucina. Bisogna evitare che lo scopo del gioco sia prevaricare il prossimo, interno o esterno all’organizzazione, o che il successo, quale che esso sia, passi necessariamente per tale atto.

E’ importante perché le persone sono mediamente portate a rispettare le regole, soprattutto se questo porta un premio, e se queste regole comportano del male molti sono indotti a commetterlo con poco o nessuno scrupolo di coscienza. Esperimenti hanno dimostrato che è relativamente semplice trasformare uomini comuni in kapò quasi nazisti, con i giusti condizionamenti ambientali e personali.

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C’è un momento della giornata in cui decidi se renderla speciale o farla trascorrere come tutte le altre.

Gran parte della retorica che circola nei social ti indurrebbe a ritenere corretta la prima scelta, e a sentirti moderatamente in colpa ogni volta che propendi per la seconda opzione. La questione raramente affrontata però è che il mondo non va avanti con sole giornate gloriose, ma ha bisogno di un gran numero di quotidianità ordinariamente produttive. Non solo di scelte eroiche e vistose ma anche di coerenza spicciola e coraggio quotidiano.

Una volta nel mio lavoro mi sono definito un “Man in Black”, perché la quasi totalità di esso avviene dietro le quinte. Dovrebbe essere quasi un’ambizione dei tecnici, una scelta etica, quella di essere invisibili al “grande pubblico”: l’ideale è che emergano solo le soluzioni, perché tutto il resto sono problemi.

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Suggerimenti – tra il faceto e il serio

  • Un quarto d’ora d’impegno dopo un’ora di cazzeggio basta a mettere a posto la coscienza;
  • Rompere le scatole al prossimo per fargli fare qualcosa che ti torna utile è quasi sempre una buona idea;
  • Far lavorare il prossimo è più utile per la carriera che lavorare in prima persona;
  • Gestisci le scadenze come se avessi sempre una fila di impegni arretrati.
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False finestre fanno finte figure

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***

Ora, per chi vuole, un componimento ispirato dalla mania per telefonini e internet, ma applicabile a molte cose che consumano il tempo senza riempirlo. Mi è venuto un po’ lungo e certamente è tutt’altro che perfetto: me ne scuso in anticipo.

***

Finestre ci sono, senza nulla dietro,

pure cornici di lastre di vetro,

più sottili di specchiere,

leggere quanto uno spettro

di un film muto

appena proiettato

e vuote memorie,

come un bicchiere già bevuto.

Ci sono finestre false

quanto le offerte regalo

che ti mettono in mano

fuori ai negozi,

nelle vie rumorose

delle metropoli delle solitudini contigue;

o quanto

le promesse morbose

che compaiono proditorie

nei link ruba-click dell’internet a dozzine.

Sono volubili finestre virtuali,

anche quando materiali,

più di quelle dei sistemi operativi,

senza testo da scorrere

o storie da rincorrere;

senza vite da ricollegare

o nuclei da interpretare;

senza motivi da canterellare

evocativi: senza cuore,

solo illudenti figure sfacciate da sfogliare

o sbirciare

come da una serratura seriale.

Finestre d’intrattenimento,

ladre esperte di tempo,

cattive consigliere,

pessime romanziere,

arrecatrici d’oblio come vini e birre,

ma meno gustose, acquose, inodore,

edulcorate assai e gassose e tiepide e stanche,

come monotone modelle virtuali anoressizzate,

vita stretta, niente fianchi e anche,

con tette siliconiche protesiche

e scarse idee… Buone per ostentatamente

ottuse menti e stanche.

Povere finestre con falsi fiori,

a colori sintetici a interi valori,

tutto per il fuori.

Forse eran vere agli albori:

l’antica malasorte

della vita le ha private,

oppure una mano ladra e malvolente.

Ora son ridotte

a cornici decorate,

laborioso contorno d’un quadro scadente,

lupi d’annata senza pelo, ne pane, ne dente,

ne passione, brama o gradiente,

cantori stonati ammalianti in tono finto-gaudente

senza motivo, trascinatori di causa perdente.

False finestre, il mondo ne è pieno,

offrono orizzonti di paglia, mari di fieno,

illusioni poco costose, invitanti all’inizio,

ma dannose, carceri in cui ti serri per sfizio,

senza aver la chiave per venirne fuori,

virtual-dipendente, non sai farne a meno,

ne vuoi sempre di più, senno sono dolori,

droga a bassa gradazione, te ne serve il pieno,

e riempiono tasche nel mondo là fuori.

Sega quelle sbarre, se sei capace,

dal colore banale vivace

e animazione sagace.

Rinuncia all’intrattenimento senza fine, assenzio

di falsa vita che ride e saltella,

provoca, ammicca, solletica e titilla,

sfibra, affatica, svuota e la voglia assilla,

ma non dà abbracci e baci, non ha scintilla.

Scruta, se ancora sei capace, fuori, il silenzio.

Di strade, mail e dimenticanze civili

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Sporcizia? Basta non guardarla.

Ecco un piccolo racconto etico. Mesi fa cominciarono a ripulire dalle erbacce la strada provinciale che percorro per andare a lavorare. Ottima idea direte voi, e sono d’accordo, anche se molto ritardata. Le piante spontanee avevano ampiamente invaso i bordi della carreggiata, rosicchiando ampi margini al passaggio delle auto. Testimonianza da un lato della fertilità dei suoli dalle nostre parti, dall’altro di quanto siano diradati gli interventi di manutenzione. C’era inoltre, tra le piante, non poca immondizia.

Ho notato subito che la procedura seguita non era proprio delle migliori, a mio modesto avviso: veniva la squadra di operai, con tute, camion e decespugliatori, sempre rigorosamente all’orario di punta della gente che va a lavorare, e bloccava metà carreggiata, rallentando il traffico proprio quando era più intenso. Raccoglievano il risultato del taglio e l’altro pattume vario in grandi buste di plastica bianche che… non portavano via, ma semplicemente lasciavano al margine della strada. Poi, a fine turno di lavoro, se ne andavano. I sacchetti restavano allegramente esposti a sole, pioggia e vento per alcuni giorni finché un nuovo camion non veniva a raccoglierli.

Il sistema era imperfetto, qualche sacchetto si rompeva per le intemperie o perché colpito da qualche veicolo e spargeva di nuovo immondizia per la strada, ma era meglio di niente. Nel complesso la strada restava più libera e pulita di prima. Finché, alla fine, il meccanismo è entrato in crisi: proprio nel tratto finale della provinciale, quello dall’asfalto logoro che costeggia la zona industriale e immette nel traffico cittadino, sono venuti, hanno tagliato, hanno raccolto, riunito tutto nei sacchi e…

… E basta. Passavano i giorni, poi le settimane, e nessuno veniva a recuperare i grandi sacchi bianchi, che rimanevano allineati, a decine e decine, al bordo della carreggiata. Ovviamente, col passar del tempo, presentavano sempre più ampi segni di cedimento e un sempre più brutto spettacolo.

E’ allora che ho vissuto un rigurgito di senso civico… da tastiera. In ritardo, è vero. L’ho pure trattenuto a lungo, sperando che si muovesse qualcun altro prima di me, ma alla fine non ce l’ho fatta. I sacchetti languivano a bordo strada da un paio di mesi buoni, ormai in abbondante disfacimento, abbandonando il loro contenuto all’azione impietosa degli pneumatici, quando ho finalmente deciso di aprire un noto motore di ricerca e cercare i contatti dei comuni in zona.

Ma senza le province, da chi dipendono oggi le strade provinciali? Una prima mail, alla posta certificata dell’area metropolitana, ha ricevuto risposta dopo pochi giorni, ma semplicemente elencava le leggi di riferimento e mi invitava a scrivere al comune di competenza – non citandolo. In mancanza di risposta da quest’ultimo, dovevo scrivere a un’altra posta certificata della città metropolitana.

Ho seguito le indicazioni, cercato i riferimenti, scritto al comune e atteso (vanamente) una riposta per alcuni giorni, quindi ho scritto alla città metropolitana, all’indirizzo che mi era stato indicato, ri-descrivendo il problema e le mie azioni precedenti e… Miracolo, due giorni dopo i sacchi erano spariti!

All’inizio quasi non ci credevo. Percorrevo la strada a occhi sgranati. Ho chiesto la testimonianza di un amico. Il mio “ego” da cittadino modello si era inorgoglito alla grande, mitigato solo dal dispiacere di non avere prove concrete per ergermi a super-eroe eliminatore della monnezza abbandonata. Ma, d’altra parte, che avevo poi fatto? Qualche ricerca web e alcune mail scritte in italiano decente. Poi, però, il mistero si è infittito: ho ricevuto una mail da un dirigente della città metropolitana, scannerizzata, firmata e controfirmata, in cui mi avvertiva, codice alla mano, che il problema non era di loro competenza ma del comune.

E allora chi ha rimosso i sacchetti? Il comune di competenza, senza prendersi briga di scrivermi due righe di ringraziamento per averlo risvegliato dal suo torpore amministrativo? Il tempo trascorso dai lavori di pulizia non era breve, e la concomitanza fra la raccolta dei sacchetti e i miei messaggi non può essere casuale. Penso che una risposta precisa non l’avrò mai, ma alcuni insegnamenti credo di averli tratti.

  • E’ mai possibile che a nessuno, prima di me, sia venuto in mente di scrivere? Eppure c’è gente che vive in quella zona, io ci passo solo per andare a lavorare;
  • Gli enti pubblici sono, è vero, spesso inefficienti e inadempienti, ma un minimo di controllo della cittadinanza potrebbe rimetterli in riga, almeno un po’;
  • Bisognerebbe superare quindi l’atteggiamento del “non mi riguarda” e del “ma perché io?” che poi diventa una specie di miopia controllata: non mi compete e quindi imparo a non vederlo;
  • La mia “vittoria” è stata molto parziale, perché in tratti prossimi della stessa strada ce n’è eccome d’immondizia, però non dimenticata dal comune, ma abbandonata, in ogni spazio e anfratto possibile, da gente ben poco civile.

Come dire, la strada per diventare cittadini responsabili è lunga, ma percorribile.

Chiudo con un ultimo episodio. Vado a prendere la mia fidanzata, un pomeriggio, nel paese di periferia in cui abita, e vedo la sua vicina di casa che, con un vecchio coltello e una busta di plastica, ripulisce dalle erbacce il pezzetto di marciapiede davanti a casa sua. Sarà poco ma è qualcosa. Un mondo migliore è possibile.

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Pulire si può, in gruppo o da soli.

Ho paura di…

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Sono stato un po’ fermo sul blog ed è il momento di dami una mossa. L’unica soluzione è di scrivere di quello che sto vivendo. Dovrei scrivere sulla paura. Quella che mi attanaglia di fronte a un cambiamento.

Scendere nei dettagli sarebbe una confessione un po’ grande, per cui parliamo in generale, da filosofi, e vediamo se riusciamo a esorcizzare qualcosa.

E’ un sentimento naturale ma irrazionale, la paura, utile ma che, se lasciata libera di crescere, può diventare un mostro che individua difficoltà ovunque e le amplifica all’inverosimile, fino a far apparire ogni scalino un valico insormontabile.

Non è uguale per tutti, alcuni sono più sensibili. L’immaginazione è un danno, in questo caso, perché dà nutrimento alla paura. E’ un po’ come rispondere ai troll sui forum: li inorgoglisci e gli dai materiale da storpiare.

Ho conosciuto gente schiava della propria paura, incapace di uscire dalla routine, legata alle scelte più ovvie, ovvero quelle favorite dall’ambiente circostante. Persone incapaci di uno scatto laterale, che scelgono la strada di minimo rischio e che si sforzano di nascondersi anche quando, per caso o sfortuna, si trovano sole sotto ai riflettori. Fanno parte della varietà umana, la percentuale iper-conservativa che, qualche volta, fa le scelte giuste per la sopravvivenza della specie, eppure mi sembra che non vivano mai pienamente.

Anche perché la paura, da sola, è spesso cattiva consigliera. L’esperienza, quando si è vissuto qualche annetto e non si è rimasti sempre inattivi, insegna che spesso le difficoltà appaiono più piccole, viste da vicino, e che, all’atto pratico, riesci a affrontarle e superarle una dopo l’altra, il più delle volte, o almeno ad aggirarne ed evitarne i rischi peggiori (1). Ogni cammino è difficoltoso ma non privo di vie d’uscita. Ma l’esperienza insegna anche che i casi sono infiniti e ogni situazione è a se stante, diversa dalle altre. Ogni soluzione trovata è quasi un colpo di fortuna (o di sfortuna se preferite) o di genio del momento, un colpo di reni che non è detto si ripeta ogni volta e di certo non in modo uguale. Il passato non è indicativo di quello che accadrà domani. Il fatto che il disastro sia improbabile non vuol dire che sia impossibile.

Ma in realtà quello che mi spaventa di più non è il fallimento in se ma il vicolo cieco: trovarsi in una situazione senza via d’uscita.

Forse siamo (sono) semplicemente troppo ricchi e male abituati. Vorremmo sempre portarci dietro la soluzione d’emergenza per qualsiasi situazione possa verificarsi. Ma non è sempre stato così: nel Medioevo e anche in età moderna era normale, per tanti uomini e donne, raccogliere i propri pochi averi e mettersi in marcia per cercare lavoro e fortuna (2). Era la condizione normale di tanti braccianti salariati, lavoratori a giornata, artigiani itineranti. E d’altra parte oggi tantissima gente parte per migrazioni impossibili, come solo la disperazione può indurre a fare.

Come si combatte la paura? In buona parte ci si convive, perché è un utile segnale d’allarme. La sfida vera è non farla diventare mai ansia. Usare la ragione, evidenziare gli aspetti positivi della novità, coltivare la fiducia in se stessi. Un’arma importante, quando è possibile, è non essere soli, ma il vero combattimento è sempre dentro se stessi.

(1) “Facendo, le difficultà per sé medesime si sgruppano” (Guicciardini);

(2) Lettura consigliata: “I Pilastri della Terra”, di Ken Follett – per certi versi meglio di un saggio di storia.

La leggenda dello strumento

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Una chiesa abbandonata a Napoli

“I ferri fanno il mastro” dice, maldestramente italianizzato, un motto partenopeo, a indicare che senza gli strumenti giusti il risultato è nullo o scadente. Ma gli strumenti bisogna saperli scegliere e soprattutto usare nel modo giusto, ed è qui li viene il difficile.

In qualsiasi attività, ludica o lavorativa, arriva il momento in cui il neofita è tentato di incolpare gli strumenti che ha in mano, e non se stesso, dei suoi insuccessi. Li si attua il bivio: continuare a impegnarsi o cercare scuse o scorciatoie.

E’ un atteggiamento umano, ammettere gli errori è difficile. Ancora di più lo è assegnarsi un lungo e faticoso percorso di apprendimento.

E’ proprio in questo momento che s’innesta la trappola consumista: comprare un prodotto migliore per ottenere risultati superiori. Quello che hai non è quello che ti serve. Difficile resistere alla tentazione, che poi si rinnoverà periodicamente: ci sarà sempre qualcosa di meglio, di più adatto, di più nuovo o avanzato rispetto a quello che hai già.

Un esempio sono gli hobby. Il sottoscritto fotografa per passione, con risultati alterni che a volte mi piacciono e più spesso no. Seguo alcuni siti e mi piace leggere i commenti, anche se questi sono tutto un florilegio di consigli per aumentare il proprio corredo, acquistando macchine fotografiche sempre più costose, obiettivi specializzati per scopi specifici e altri accessori d’ogni sorta. Di fatto le discussioni sulla tecnica e sull’estetica, che pure avrebbero un ruolo, sono relegate a contorno e minoritarie rispetto a quelle sulla qualità degli strumenti, in cui regolarmente i più costosi sono i più caldamente consigliati.

Un tempo seguivo l’audio e l’alta fedeltà, e i contenuti delle discussioni tra appassionati erano analoghi, se non peggiori: se vuoi sentire meglio devi spendere sempre di più, anche in accessori o dettagli di cui non sapevi neppure l’esistenza e, non di rado, di razionalità scientifica quantomeno dubbia.

Il discorso vale per ogni settore e ci sono innumerevoli casi di rapporto costi/risultati perdente: officine casalinghe di falegnameria piene d’ogni ben di Dio d’utensili ma non di lavori in corso. Giardini con più attrezzi che piante. Cucine con scolapasta tecnologici, servizi di coltelli per sgusciare i molluschi, mestoli di tutte le taglie e forni a microonde impiegati solo per scongelare. Pseudo-atleti con la pancia che passeggiano con addosso tutte e cardiofrequenzimetri da centinaia di Euro. Anche il sottoscritto ha realizzato la sua collezioncina di obiettivi e deve fare uno sforzo ogni volta che gli viene la tentazione di un ammennicolo nuovo di pacca.

Pur nella mia limitata esperienza personale, mi sento di direi che l’errore si estende anche agli ambiti professionali: chi non si è lasciato convincere, almeno una volta, dagli allettamenti di facili risultati e ha speso somme sostanziose – o suggerito caldamente all’azienda per cui lavora di farlo – in strumenti che, una volta presi, sono serviti a molto meno di quello che promettevano?

Ovvio l’interesse di venditori e produttori a incrementare le vendite. Meno diretto ma anche chiaro quello della maggior parte dei siti, a cui interessano pubblicità e numero di cliccate. Minimo l’interesse effettivo degli utenti, spinti compulsivamente a comprare sempre “meglio” invece che dedicarsi allo scopo prioritario, che, nella fotografia come in ogni hobby, dovrebbe essere quello di migliorare se stessi e la propria capacità: di “vedere” immagini interessanti, nello specifici, a prescindere dallo strumento di cattura che si stringe in mano; di apprezzare la musica nel caso degli appassionati di audio: di far crescere qualcosa nel proprio giardino che non siano erbacce spontanee; di mangiare e far mangiare meglio; di migliorare il proprio stato fisico, eccetera. Di aumentare la soddisfazione personale, in generale.

In pratica sarebbe ben più utile spendere in conoscenza (libri, corsi) che in oggetti, finché davvero non sono questi a limitare le possibilità. E soprattutto investire tempo, la risorsa più rara. La delusione è inevitabile e il circolo vizioso si chiude: un nuovo acquisto “giusto” per riparare a quello “sbagliato” precedente, e intanto si rifanno, mediocremente, le stesse cose.

La tecnica commerciale è di solleticare la pigrizia dell’individuo, qualità umana tra le più diffuse, in modo da spostare l’attenzione da lui stesso a quello che possiede, come se fosse l’oggetto a creare il risultato e non chi lo utilizza. Osservate le pubblicità dei telefonini: è tutto un sottolineare quello che il nuovo modello mette in grado di fare e che sarebbe impossibile con gli altri, anche fotograficamente parlando. E il tutto poi finisce nel solito, ma sempre più costoso, selfie.

Una vita a caccia di offerte

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Sempre aperta la stagione di caccia alle offerte

Tra colleghi e conoscenti s’è aperto un nuovo fronte di passatempo, al quale per la verità non mi dedico, che consiste nel cercare la migliore offerta telefonica.

Per quanto riguarda le tariffe per i telefonini cellulari, lo sport dell’offerta a inseguimento era in voga ormai da anni. La novità è che si è esteso da un po’ al telefono fisso di casa e, soprattutto, all’internet ad alta velocità, divenuta di colpo indispensabile per gli “streaming”, ovvero per le trasmissioni televisive via web a pagamento o piratate.

Si affianca a innumerevoli altre caccie: assicurazione auto, forniture luce e gas, offerte speciali di elettronica e materiale per la casa, sconti alimentari. Eccetera.

Niente di male, direte voi. Non esiste nulla di più stupido della fedeltà a un marchio o a un fornitore. Sarebbe da perfetti idioti preoccuparsi per un’azienda che non ha cura dei suoi clienti. Le compagnie telefoniche hanno il coltello dalla parte del manico e ai poveri comuni mortali consumatori non resta che farsi furbi e tentare di barcamenarsi per pagare il meno possibile, se non fosse che questo “pagare” è legato ogni vola a una necessità nuova che, fino a poco tempo prima, nessuno sentiva di avere.

Una volta si premiava la fedeltà dei clienti, oggi rimanere con un fornitore a lungo è la migliore garanzia di non vedere offerte positive e si premia solo il “tradimento”, ovvero rubarsi clienti l’uno con l’altro.

Un gesto un tempo semplice, come pagare la bolletta del gas o telefono, diventa un barcamenarsi mese per mese fra offerte e gestori, saltando dall’uno all’altro al primo campanellino di uno sconto o all’allarme della fine del periodo d’offerta. Processo indolore fino a un certo punto, se non fosse che richiede tempo (prezioso per definizione) e lascia potenzialmente una scia di contenziosi a loro volta forieri di ulteriori perdite di tempo e denaro.

 

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Regola generale del commercio: metti assieme abbastanza roba inutile e ognungo troverà qualcosa che gli piace

 

La cosa mi ha portato a qualche altra riflessione. Come spesso accade, il piccolo è immagine del grande e, come tale, talvolta più facile da capire. Questa caccia continua all’operatore conveniente dell’istante – e parallelo allettamento degli operatori al cliente perché si decida a cambiare – mi sembra emblematica della nostra società, che è diventata quella dell’instabilità.

Lunga la disquisizione sui motivi: la globalizzazione, il consumismo, le crisi finanziarie, scelte politiche più o meno discutibili e fatte con più o meno cognizione di causa. Sta di fatto che, venuti meno i punti di riferimento, tutto è instabile e precario: i rapporti di lavoro, per cominciare, come anche i matrimoni, il luogo di abitazione, e con queste cose anche le relazioni di conoscenza e di amicizia e perfino i rapporti di parentela.

La cultura dominante – e assiduamente coltivata da aziende, associazioni di consumatori, “opinion leader” e passaparola – è di afferrare l’occasione appena si presenta, senza guardare al passato e con prospettive minime nel futuro: pochi mesi, talvolta appena qualche settimana o perfino giorni prima di un nuovo cambiamento. I vantaggi possono essere anche minimi purché siano immediati. Pochi maledetti e subito, come si dice. Lo sconto alla cassa, il piacere a portata di mano. La precarietà come stile di vita scelto prima che imposto. La programmazione ridotta al minimo. Dai beni di consumo alla vita pubblica e privata. Se metto su famiglia, durerà finché dura “l’amore”. I figli nasceranno con me e forse ci cresceranno, oppure no, secondo come verrà. Siamo pronti a una società non solo senza programmi a lungo termine, ma neppure a medio?

Forse è anche per questo che la gente è così attaccata al suo telefonino. Tutto ciò su cui puoi davvero contare è quello che hai addosso, quello che puoi toccare, vedere e usare o almeno entrare in contatto ora, ciò che è immediatamente a portata di mano in questo momento e luogo. Quello che vuoi condividere devi farlo adesso, senza nemmeno aspettare di tornare a casa e accendere il computer, perché poi non si sa.

La qualità è quella che è, ci si deve accontentare: la fotografia istantanea, il mobile di battaglia, il cibo pronto in dieci minuti, il sesso la prima notte.

L’uomo 2.0 è l’individuo del qui-e-ora. E’ l’uomo del momento, ovvero concentra tutta la sua attenzione sul qui e adesso. Tutto il resto è puramente ipotetico e labile. Il mondo, l’umanità intera sono una semplice ipotesi che può essere smentita in qualsiasi istante.

Bill usa le frecce

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Sinistra, destra oppure dritto / Il fatto è che è sempre un rischio

I miei concittadini e connazionali sono celebri al mondo per molte belle qualità, ma tra queste non c’è di certo il rispetto rigoroso del codice della strada. Per noi il parcheggio è un’attività creativa, il semaforo un suggerimento, il divieto d’accesso un’ipotesi di lavoro e la polizia municipale qualcuno con cui intavolare una fitta trattativa. Fra le infinite infrazioni che osserva quotidianamente chi vive le nostre strade e città, tuttavia, ce n’è una in particolare che mi lascia sempre perplesso, perché non comporta, mi sembra, alcun vantaggio per chi la commette e, di conseguenza, meriterebbe un’analisi di tipo sociologico. Si tratta del mancato utilizzo degli indicatori di direzione, ossia di quelle lucine intermittenti normalmente montate agli angoli delle autovetture e a cui di fa comunemente riferimento come “frecce”.

In effetti un utilizzo ce l’hanno: quello di accenderle contemporaneamente e giustificare, così, all’istante, la più assurda delle soste. E’ quel comando che, dalle mie parti, è comunemente chiamato “le quattro frecce” e più tecnicamente si denomina “hazard”, indicando che per l’inventore originario, ovviamente dotato di scarsa fantasia, dovevano servire essenzialmente come segnalazione d’emergenza, e non strumento d’ordinaria sosta selvaggia, in quadrupla fila, di traverso all’incrocio trafficato con strada con o senza diritto di precedenza, intralciando simultaneamente corsia ordinaria, preferenziale e passaggio pedonale con discesa disabili e attiguo varco carraio.

No, mi riferisco all’impiego ordinario delle frecce, ovvero quello di far sapere a chi segue o precede che si ha intenzione, di li a breve, di svoltare o cambiare corsia.

Perché mai non utilizzarle? Da un attento esame sono giunto alle seguenti conclusioni

  • Sono fornite come optional di serie su tutte le autovetture: insomma ve le danno per forza, sin da quando l’autoradio era l’optional più ambito, e da prima ancora (accusate di questo la lobby dei produttori di automobili se volete). Quindi, visto che le avete… tanto varrebbe usarle. No?
  • Tanto più che non comportano costi aggiuntivi per chi le usa, compresi consumo di carburante, addebiti su telepass, scalatura di punti patente, IVA, accise o altri oneri fiscali;
  • Non sminuiscono la virilità – o per converso la femminilità – del conducente, né agli occhi dei sui conoscenti né degli altri utenti della strada;
  • Nemmeno marcano come mentalmente insipiente chi le adopera anzi…
  • … Al contrario, rivelano la sorprendente abilità di chi le usa, in quanto capace di capire di dover girare ben cinque secondi prima di doverlo effettivamente fare, e di dimostrarlo con un gesto volontario e deliberato: l’azionamento della levetta delle frecce nella giusta direzione, appunto.
  • Possono aiutare chi non è dotato di capacità telepatiche (come il sottoscritto) di comprendere le tue intenzioni, e quindi evitare potenziali rischi di incidente (non di colpa tua… sia chiaro: di chi non ha capito in anticipo che stavi per girare senza averlo minimamente segnalato).
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Anche le auto vecchie hanno le frecce!

Il sottoscritto ha sviluppato una particolare abilità precognitiva: noto il millimetrico spostamento dell’auto che mi precede verso i margini della corsia, che ne segnalano l’intenzione di spostarsi. Le frecce di solito non arrivano o sono accese dopo aver iniziato la manovra.

Perché questo comportamento? Ho alcune ipotesi, che vado ad elencare.

  1. Io so guidare l’auto. Alla perfezione. Quello che fanno gli altri non mi riguarda. Se gli finisco addosso sono loro che non si sono scansati in tempo.
  2. La strada è mia, di diritto e usucapione. E ne faccio quello che voglio io;
  3. Essendo al centro del mio universo, tutti, compresi gli altri automobilisti, devono girarmi attorno;
  4. Ha il diritto di guidare l’auto chi ha capacità superiori alla media, compresa quella di sapere in anticipo cos’hanno intenzione di fare gli altri
  5. L’incidente è colpa degli altri. A prescindere.
  6. E poi tanto non sono assicurato, quindi se mi urtano, che mi frega?

Concluderei parafrasando un comune “meme” dei siti sociali: “Bill non immagina che la strada sia sua proprietà esclusiva … Bill non suppone che gli altri automobilisti sappiano per intuizione dove lui vuole andare … Bill usa le frecce … Bill è intelligente. Sii anche tu come Bill”.

Insomma, usate le frecce!

Mimmo e la filosofia del quotidiano

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Luciano De Crescenzo, nel sul “La storia della filosofia greca”, alternava ai filosofi “veri” quelli che definiva filosofi “suoi”, ovvero personaggi contemporanei e ignoti, che sfangano la giornata facendo i più diversi mestieri, ma che, nel loro modo di ragionare e interpretare la vita e il mondo, individuano una traccia personale.

Credo che ognuno di noi ha, tra le sue conoscenze, qualcuna che merita la qualifica di “filosofo”. Nel mio caso, uno di questi personaggi è il mio elettrauto.

Ci passavo davanti qualche giorno fa, per dirigermi verso la farmacia, e d’un tratto sento bussare dal finestrino dell’automobile parcheggiata. Mi giro, e lo vedo all’interno – lo chiameremo convenzionalmente “Mimmo”, nome inventato per ragioni di privacy – che mi saluta, seduto al posto di guida dell’auto del cliente, tenendo in mano un libro aperto.

La bottega di Mimmo è piccola, con spazio all’interno per una sola vettura e con un minimo retrobottega. Le altre auto da riparare le dispone alla meglio lungo il marciapiede. Ma non è certo questa la sua peculiarità principale. Le volte che lo vedo si trova intento in una di queste tre attività, più o meno con la stessa esatta probabilità: armeggiare sulla plancia o nel vano cofano di una vettura; conversare con clienti o persone di passaggio in lunghe questioni lontanissime dai problemi elettrici delle autovetture; leggere un libro.

Mimmo ha sempre almeno un libro in corso di lettura. Di solito lo legge appollaiato sul motorino che usa per andare a comprare i ricambi: l’automobile era il rifugio estemporaneo imposto dalla giornata fredda. Inoltre ama conversare, soprattutto sui massimi sistemi di come va il mondo nel suo intreccio di psicologia individuale e interessi collettivi o di gruppo; sulla filosofia della storia e la natura del consumismo; sugli schemi generali della politica, trascendendo ovviamente i dettagli banali del parlamentarismo quotidiano; su come siamo tutti pilotati, nei gusti e nelle scelte, e su come la maturità, se diventa saggezza, aiuti a discernere le cose importanti e quindi, in definitiva, renda più liberi; su come, con la vecchiaia, il mondo diventi sempre più piccolo.

E fa del suo angolo un punto di osservazione dell’universo. Può sembrare riduttiva, una piccola bottega da elettrauto, ma ci gira attorno un mondo, soprattutto se collocata, come nel suo caso, in un punto nevralgico del quartiere, tra il barbiere e la farmacia. E se si ha la pazienza di aspettare e raccogliere i fatti uno alla volta. Sotto gli occhi e le chiacchiere di Mimmo passa la vita della gente, eventi insignificanti, trionfi e disastri, giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Ha sempre esempi da riportare, Mimmo, nei suoi discorsi, ma rigorosamente in forma anonima: casi di scuola e non pettegolezzi sul prossimo. Mimmo non si rovina la reputazione e rimane riservato, pur sapendo tanto di tanti: ogni fatto è un caso particolare di verità universali.

Ma il ragionamento astratto non diventa filosofia se non lo si applica alla vita, e Mimmo è filosofo fino in fondo. Ripara le auto ma non ne possiede alcuna: solo un vecchio motorino che gli serve per andare a comprare i pezzi di ricambio o recarsi da un cliente in emergenza. Neppure possiede un telefonino, non uno “smartphone” moderno e nemmeno un aggeggio da 20 Euro per le chiamate d’emergenza. Entrambi gli oggetti sono troppo vincolanti per lui: oneri che limitano la libertà invece di ampliarla, decisamente meglio farne a meno. Meno vincoli autoimposti e meno bisogno di denaro significano più libertà.

Nello stesso ordine di pensiero, tra il platonico e l’epicureo, Mimmo chiude la bottega alle 19 in punto, o anche qualcosa prima se non ci sono clienti. Se arrivi in quei momenti con la macchina che non va, di solito ti manda via: deve chiudere! Le ore di libertà della giornata sono fondamentali alla qualità della vita, molto più di qualche Euro in più in tasca. Non si scappa: il tempo non si compra.

Sintesi di un anno

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E’ stato un anno particolare, per me, questo 2015, e per vari motivi. Non sono solito entrare nei dettagli personali, sul blog e su internet in generale, ma qualcosa mi va di dire.

E’ stato un anno concitato, con alternanza di notizie positive e negative, che per lo più ha girato attorno alle cure per mio padre malato.

Papà ha deciso di andarsene poco prima di Natale. Poteva accadere da un momento all’altro, ma quando succede è sempre improvviso, e poi eravamo pronti ad assisterlo ancora a lungo se necessario. E’ stato doloroso e, al contempo, come uscire fuori da un tunnel che durava da anni. Letteralmente anni: almeno cinque.

Sono una malattia terribile, l’Alzheimer e la demenza senile, che si portano via le persone un poco alla volta, fino a lasciarne poco più di un guscio vuoto e rinsecchito, più bisognoso di cure di un bambino piccolo, con in aggiunta le esigenze di una persona anziana e delicata.

Malattie che mettono a dura prova la resistenza fisica e psicologica delle persone che assistono i malati, soprattutto i parenti stretti. Per me è stato faticoso, ma per mia madre è stato molto peggio. Senza scendere nei dettagli, ho temuto molte volte che non ne venisse fuori. L’assistenza per i malati è in gran parte delegata alle famiglie. L’ASL si limita a fornire “materiali” e l’INPS l’assegno di accompagnamento, ma le trafile per ottenere i primi e il secondo sono un calvario costellato di complicazioni burocratiche, scostumatezze d’alto e basso livello, vere e proprie prese per i fondelli da parte di medici, CAF, call center e impiegati pubblici d’ogni sorta.

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Per fortuna c’è anche chi fa il proprio dovere, nelle istituzioni, comprende i drammi umani che si trova davanti e prova a mettere una pezza ovunque sia possibile. Per molti – ho constatato – fare il medico o l’infermiere continua a essere una missione prima ancora che un lavoro.

L’assistenza per i familiari è, d’altra parte, pressoché inesistente, a parte l’impegno dei volontari dell’AIMA. Per noi, che abbiamo deciso di curare Papà in casa, invece di condannarlo a una fine più rapida e triste in un centro per anziani, è stato un disperarsi e inventare soluzioni tampone di minuto in minuto, man mano che la malattia degenerava in forme nuove, con la solita giostra di badanti che, in molti casi, fanno danni in misura molto simile all’aiuto che forniscono. Assenza di ogni tempo libero e preoccupazione continua per ogni minimo segnale, con la coscienza che non esiste una via d’uscita. Unica compensazione, i sorrisi di mio padre, sempre più vuoti di coscienza e di comprensione di quello che gli avveniva attorno.

Malattie inguaribili, con cure che, al più, rallentano il decorso, e, inoltre, quasi ignote, nonostante siano diffuse: in tanti ci hanno chiesto: “ma come è morto, così all’improvviso?” Si, anche i parenti che chiamavano una volta ogni paio d’anni con la smania di sentirsi dire a tutti i costi che “va tutto bene”. Plauso per me e Mamma, che non siamo andati a piangere in giro – a cosa sarebbe servito poi?

E’ che non la si vuole conoscere, la demenza senile. Fa ribrezzo solo a pronunciarla. Cancella quello che consideriamo umano nell’uomo. Fa piazza pulita di conoscenze e ricordi e poi rende del tutto inermi, smarriti. Anche per noi è stato un doloroso cammino accettarla: a lungo abbiamo sperato che Papà fosse solo “scordarello” come tutti gli anziani e egocentrico per carattere.

Ora faccio passare queste feste e provo a riprendere contatti con tante cose, tanti interessi che avevo dovuto tralasciare, deposti sull’altare della necessità quotidiana di casa e lavoro, come il mio blog di storia aeronautica, a cui non mi dedico da un po’.

A rendere carico questo 2015 ci sono stati, nel corso dei mesi, anche eventi positivi: una promozione sul lavoro – sudata e, al tempo stesso, inattesa – e soprattutto la decisione di sposarmi il prossimo anno. Fatemi gli auguri!

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Micro sfruttamenti

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Interno palestra, pomeriggio inoltrato. Il tipo davanti a me ci mette un po’ a depositare i suoi beni nella cassettina di sicurezza all’ingresso e salutare la fidanzata. Attendo simulando pazienza.

Ci ritroviamo allo spogliatoio: pochi minuti per dismettere i panni casual-borghesi e calzare quelli morbidi da sala attrezzi. Ma lui prima tira fuori telefonino e caricabatteria e si mette a caccia ansiosa di una presa di corrente. La trova e se ne serve per sette minuti netti. In pratica ha rubato qualche “milliwattora” alla palestra trasformandolo in qualche punto percentuale di carica del telefonino: qualche minuto di funzionamento in più. Un micro-sfruttamento. Niente, in pratica, nel caso di specie, soltanto un po’ oltre la soglia del ridicolo, se non fosse il sintomo di un atteggiamento diffuso e moltiplicato all’infinito, cioè la mentalità di appropriarsi di beni e vantaggi ogni volta che sia possibile farlo impunemente, a prescindere dalla necessità di farlo e dall’entità risibile degli stessi. La mente sempre concentrata su come spillare l’ultima frazione di centesimo da quello che si ha a portata di mano e che non si deve (direttamente) pagare. Ovviamente senza tenere conto dei costi indiretti, perché quello che è collettivo, si sa, non è di nessuno, in particolare non è proprio e quindi, in sintesi, non conta.

E’ un atteggiamento molto diffuso, quello di sfruttare il disponibile fino all’ultima goccia, anche quando non se ne ha strettamente bisogno. Un altro caso minimo, direi peggiore, è quello del viaggiatore d’affari che, mentre esce dalla sala d’attesa della business-class di un aeroporto, afferra “distrattamente” una manciata di snack e se li mette in tasca. Non credo che l’incravattato figuro ne avesse bisogno per saziare una fame improvvisa o per far quadrare il suo bilancio familiare.

Vale lo stesso discorso quando si tiene il rubinetto aperto, in albergo, per lavarsi i denti, mentre magari non lo si fa a casa, oppure tenere la doccia calda aperta per mezz’ora per fare vapore e “stirare” la camicia tirata fuori dai bagagli. I due bicchieri di plastica riempiti all’erogatore in mensa, invece di uno, perché ci si stanca a alzarsi da tavola e riempirlo di nuovo a metà pasto.

O anche la ressa ai buffet di matrimoni o villaggi vacanze, anche quando sono ben forniti: dopo antipasti, due assaggi di primo, secondo di terra, secondo di mare, contorno e caffè, il piatto dei dolci deve essere riempito, perché tanto non si paga. E fa nulla che alla fine, per raggiunti e superati limiti fisiologici, lo si lascia per tre quarti pieno perché sia diretto al cassone dell’immondizia.

Un caso diverso, ma comunque interessante, è quello del tipo che rimane fermo in tangenziale, con l’auto in panne, e intasa il traffico per minuti e ore. Può succedere a tutti, certo, ma magari un po’ di colpa ce l’ha, per manutenzione tralasciata o superficiale, al fine di risparmiare qualche Euro. Avrà dei costi, il personaggio, certo, ma quanti ne causa alla collettività in termini di consumi di carburante, inquinamento e ritardi inflitti a centinaia di persone a lui del tutto estranee?

In tanti casi si grava sulla collettività senza avere un autentico bisogno di farlo, più che altro per esercitare la propria mini-furbizia e sentirsene orgogliosi. I costi, poi, si spalmano e nessuno se ne sente responsabile, salvo lamentarsi per i prezzi, osservare che le stagioni sono impazzite e prendersela con il politico di turno.

Essendo il sottoscritto un fanatico dei numeri, mi verrebbe la curiosità di conoscere l’effetto collettivo di questi nano-abusi. Di certo è un calcolo molto complesso e non saprei da cosa cominciare, un po’ come sommare la massa della polvere cosmica e confrontarla con quella delle stelle. Mi piacerebbe verificare se, come nel parallelismo astronomico, alla fine la micro-furbizia è talmente diffusa e ripetuta da sommare un costo paragonabile, o addirittura superiore, a quella macroscopica dei ladri matricolati.