Intelligenze artificiali, i nuovi vicini

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La fantascienza parla da anni di intelligenza artificiale. Lo fa in molte salse, da quelle popolaresche dell’uomo “inghiottito” dal computer in stile Tron a quelle, più raffinate, di sistemi che si auto-evolvono verso forme imprevedibili, come i robot “positronici” di Asimov.

Ma, soprattutto in Italia, siamo carenti in cultura tecnologica, figurarsi in prefigurazioni del futuro. La fantascienza è, per opinione comune, un passatempo da bambinoni. Di conseguenza le novità tecnologiche ci sembrano chiacchiere da bar finché non ce le troviamo improvvisamente tra i piedi, senza sapere bene che farne.

L’intelligenza artificiale è un tema particolarmente insidioso, anche per il sottoscritto. Già è difficile mettersi d’accordo su cosa intendere per “intelligenza naturale”. In più l’uso dei termini è spesso fuorviante: paragonare un sistema informatico a uno biologico è suggestivo ma assolutamente arbitrario, perché non c’è nessuna vera analogia.

La definizione del computer come “cervello elettronico” è passata di moda, per fortuna. L’intelligenza artificiale non è necessariamente un tentativo approssimato di riprodurre quella umana all’interno di una macchina. Il pioniere della scienza informatica Edsger Dijkstra disse una volta: “Chiedersi se un computer possa pensare non è più interessante del chiedersi se un sottomarino possa nuotare”, ed è una delle sue citazioni più famose.

Con ciò, se ben interpreto, il luminare non voleva intendere che l’intelligenza artificiale non poteva esistere, ma che essa è un diverso approccio alle conoscenze e alle scelte conseguenti rispetto al cervello umano. Vuol dire che possono esistere macchine (computer) capaci di interpretare l’ambiente in cui agiscono, accumulare esperienza e trasformarla in conoscenze in modo da sviluppare comportamenti e strategie adatti per conseguire i propri obiettivi, e questo secondo schemi che non sono necessariamente simili a quelli umani ma sono sempre “razionali” e, probabilmente, senza presupporre il concetto di “coscienza”.

L’intelligenza artificiale ha una storia già lunga. Ha avendo impatti enormi sulla nostra esistenza, anche se abbiamo difficoltà a vederli. I “sistemi esperti”, che sono una sorta di precursori delle IA, lavorano giorno e notte e fanno scelte sensate – secondo i criteri con cui sono state progettate. Ho però la sensazione che siamo in procinto di assistere a una sua crescita esplosiva, per diffusione e potenza.

Le recenti oscillazioni dei mercati finanziari sono state attribuite, in buona parte, all’azione di “robot”. Nei commenti si parla di “complessi algoritmi” in grado di decidere in autonomia quando, quanto e cosa comprare o vendere. Immagino che “intelligenze artificiali” sia una definizione più valida. Non mi stupisce che una delle prime applicazioni sia in ambito finanziario, dal momento che la ricerca del guadagno è uno dei primi moventi delle azioni umane e i soldi attirano altri soldi, anche in forma di investimenti.

Nei prossimi anni è probabile che le vedremo un po’ ovunque, le intelligenze artificiali, palesi o mimetizzate: gestione di supporto tecnico e clienti; veicoli che si guidano, in tutto o in parte, da soli: automobili, treni, navi, aerei con “piloti automatici avanzati”; gestione di siti produttivi o parte di essi; gestione di impianti di riscaldamento e condizionamento, sempre cercando di anticipare i nostri desideri e movimenti. Sapremo sfruttarle o le vedremo come nemiche? Serviranno il genere umano o una sua minoranza? Ci aiuteranno nelle scelte quotidiane? O magari anche in quelle politiche e macro-economiche? Aumenteranno la sicurezza o anche il controllo? Cancelleranno più posti di lavoro di quanti ne creeranno? E in ambito di attività intellettuali che impieghi troveranno? Contribuiranno anche al lavoro degli ingegneri o addirittura li sostituiranno, in tutto o in parte? E per quanto riguarda gli artisti? Anche loro potranno decidere di avere un assistente virtuale nella loro attività creativa? Saranno educati suggeritori o semi-dittatori? Nascerà un nuovo luddismo? O nuove forme di dipendenza?

Spiare miliardi di connessioni telefoniche e internet non sarà più un compito impossibile, quando il “filtraggio intelligente” delle informazioni potrà essere effettuato da programmi in grado di interpretare il senso del linguaggio umano, non solo le singole parole.

Avremo magari robot fotografi e video-operatori, in grado di comprendere la scena che hanno davanti e scegliere da se inquadratura e impostazioni ideali per riprese ad effetto.

In campo militare avremo probabilmente droni armati in grado di agire in autonomia, decidendo da se anche quando fare fuoco.

È solo un piccolo esempio delle possibilità.

Di certo viviamo in un’epoca eccezionale in cui molte cose incredibili sono diventate possibili. Il recente primo volo di FalconX Heavy ha creato, nel tecnico che sono, uno stato di autentica esaltazione. È stato come vedere trasformate in realtà le scene dei racconti di fantascienza della mia adolescenza, in particolare per i vettori che ritornano a terra atterrando in verticale. Anche le immagini del manichino, in automobile scoperta, nello spazio col pianeta Terra sempre più lontano sullo sfondo, nella sua inutilità, ha in se una potente forza simbolica ed evocativa (e ovviamente pubblicitaria). Ritengo che nella progettazione e nella manovra del nuovo vettore spaziale rientrino, in varie forme, intelligenze artificiali, ad affiancare la tecnologia aerospaziale.

Aspetto all’apparenza collaterale ma fondamentale: si tratta pur sempre di programmi software. Ambiti e limiti di applicazione, criteri, vincoli e obiettivi – la morale, in pratica – sono scelte di progetto effettuate di chi le commissiona e realizza. Ci saranno margini per porre limiti legali? È il caso di ragionare già in questo senso? E poi che aspetto – e che effetto – avranno gli inevitabili bachi software e hardware?

Un altro tema caro alla fantascienza è quello degli alieni. Penso che i veri alieni li stiamo costruendo, nei laboratori informatici, e dovremo imparare ad averci a che fare.

L’intelligenza artificiale è un’opportunità e un rischio in forme diverse e più profonde di quelle che immaginiamo.

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Il mito del manager

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New York: la “patria” del manager di successo!

Negli anni ’80 dello scorso secolo è nato, almeno in Italia, il mito del “manager”.

Me lo ricordo bene, come tutte le cose che ti succedono dall’adolescenza fino alla prima giovinezza.

La parola “gestore” sapeva di burocratico e non rendeva l’idea. Il “manager” della fantasia popolare guadagnava, decideva, era rampante e arrogante, aggressivo e ammirato, perennemente giovane e griffato, sicuro di se fino a essere volgare. Decisionista: manovrava persone e capitali con velocità e sicurezza. Non aveva scrupoli ne remore. Era l’immagine del successo immediato: tutto e subito. Abiti firmati, Rolex al polso, telefonino che non era ancora smartphone, auto di lusso in procinto di diventare SUV e tutto il corollario di viaggi, ville, yacht, belle donne e quant’altro.

Fu coniata in quei giorni la parola “Yuppies”, giovani di successo ritratti, malamente ma efficacemente come sempre, dai film della commedia all’italiana. Diversi amici mi obiettavano in faccia che era inutile studiare: bastava buttarsi, investire, tirare su la fabbrichetta, giocare in borsa o darsi alla compravendita spregiudicata. Tutto quello che serviva erano poche nozioni, spavalderia e un piccolo capitale iniziale. I veri soldi erano lì, tanti e pronti per chi aveva abbastanza coraggio e pelo sullo stomaco per afferrarli.

La convinzione dell’importanza magica del manager creatore di ricchezza, se comprensibile tra gli adolescenti, lo era meno nell’impresa, eppure c’era. Tutti gli investimenti erano per accaparrarsi il gestore ideale, osannato e riverito dopo le prime vittorie, ricoperto di soldi e “benefit”, altro termine che cominciavamo a capire e che a noi italiani piaceva molto, perché faceva rima con “esentasse”. Le imprese pubbliche seguivano a ruota, anche se in quell’ambiente la spartizione politica e clientelare rimaneva la logica principe. Pochi soldi invece per la “ricerca e sviluppo”, termini adatti solo ad accaparrarsi qualche soldo pubblico sparso a pioggia.

Il mito del manager si poggiava su una crescita economica di cui nessuno voleva vedere la fine, sul mito della borsa globale, capace di creare denaro facendo girare denaro, e su un altro mito, quello del successo incrollabile della piccola e media impresa italiana (più piccola che media, per la verità, e sempre sotto-capitalizzata), che esportava grazie ai bassi costi consentiti dall’inflazione della Lira. I due miti citati sono crollati rapidamente, nell’arco di un decennio o giù di lì, e la colpa è stata molto più della Cina che dell’Euro. Le “bolle” in borsa scoppiavano una dopo l’altra e più grandi erano più in fretta collassavano. Gli artifici finanziari finivano per incartarsi su se stessi, a danno di molti e vantaggio dei soliti pochi. Battere la concorrenza tedesca sul prezzo era possibile, quella francese sulla qualità anche, ma attaccare l’industria cinese su prezzo e quantità era (ed è) inconcepibile. La maggioranza di quei giovani che sognavano la carriera rampante sono diventati impiegati, docenti, negozianti o, al più, piccoli professionisti.

Ma, come tutti i miti, anche quello del manager d’assalto è duro a morire. Ancora oggi incontro tanti ragazzi neo-laureati che non vedono l’ora di abbandonare le materie tecniche dei banchi d’università per diventare “manager” e scalare gli organigrammi delle imprese. E molte di queste ultime, in effetti, continuano a privilegiare i ruoli gestionali a quelli tecnici nella carriera e nelle retribuzioni.

Nel mio caso, per fortuna, devo riconoscere che non è stato così: ho scelto da subito di fare il tecnico, per vocazione, accettando il rischio di una carriera lenta, e invece sono stato ricompensato con sufficienti soddisfazioni, riscontri e sfide che mi danno il piacere di andare al lavoro ogni giorno.

La gestione è un compito importante, direi anche fondamentale, ma non autonomo ne tantomeno esclusivo. Il gestore ha senso se c’è qualcosa da gestire, ovvero persone che compiono un lavoro diretto e lo sanno fare bene. Diversamente il “manager” si riduce a un produttore di chiacchiere e venditore, magari ben retribuito.

Danzante

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Anche in quest’epoca informatica, le pratiche possono richiedere molto tempo e tanta carta. Aspetto con pazienza, seduto su una sedia imbottita davanti alla sua scrivania. Ma, se le incombenze sono tediose, nulla vieta di portarle a termine con eleganza, il che è già un bel passo avanti. La collega G. digita al computer come se danzasse con le dita. È uno spettacolo I polpastrelli saltellano eleganti da un tasto all’altro, lievi e veloci, sfiorandoli appena, rialzandosi subito lievi e descrivendo armoniosi archi nell’aria prima di toccare la lettera successiva. La tastiera è di quelle moderne, con tasti bassi, piatti e squadrati che invitano al tocco leggero, non quelli a corsa lunga e con l’appoggio concavo, adatti ad essere pestati. Secondo me da piccola G. voleva fare la ballerina.

Riflessioni sciolte sul lavoro

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Un’immagine dal Museo di Pietrarsa

Ogni lavoro è un po’ un gioco di ruolo e, a seconda dell’indole, ognuno lo vive più o meno come tale. A me sembra che viva meglio chi s’immerge un po’ di più nel personaggio, ovviamente senza esagerare.

Lo compresi durante il servizio militare: le giornate passavano meglio se “facevo finta” di essere davvero un soldato.

Una delle responsabilità di chi organizza o gestisce questo “gioco” è di fare in modo che esso contenga quanta meno cattiveria possibile. Una piccola dose è necessaria, ma non troppa, un po’ come il sale in cucina. Bisogna evitare che lo scopo del gioco sia prevaricare il prossimo, interno o esterno all’organizzazione, o che il successo, quale che esso sia, passi necessariamente per tale atto.

E’ importante perché le persone sono mediamente portate a rispettare le regole, soprattutto se questo porta un premio, e se queste regole comportano del male molti sono indotti a commetterlo con poco o nessuno scrupolo di coscienza. Esperimenti hanno dimostrato che è relativamente semplice trasformare uomini comuni in kapò quasi nazisti, con i giusti condizionamenti ambientali e personali.

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C’è un momento della giornata in cui decidi se renderla speciale o farla trascorrere come tutte le altre.

Gran parte della retorica che circola nei social ti indurrebbe a ritenere corretta la prima scelta, e a sentirti moderatamente in colpa ogni volta che propendi per la seconda opzione. La questione raramente affrontata però è che il mondo non va avanti con sole giornate gloriose, ma ha bisogno di un gran numero di quotidianità ordinariamente produttive. Non solo di scelte eroiche e vistose ma anche di coerenza spicciola e coraggio quotidiano.

Una volta nel mio lavoro mi sono definito un “Man in Black”, perché la quasi totalità di esso avviene dietro le quinte. Dovrebbe essere quasi un’ambizione dei tecnici, una scelta etica, quella di essere invisibili al “grande pubblico”: l’ideale è che emergano solo le soluzioni, perché tutto il resto sono problemi.

\-/-|-\-/

Suggerimenti – tra il faceto e il serio

  • Un quarto d’ora d’impegno dopo un’ora di cazzeggio basta a mettere a posto la coscienza;
  • Rompere le scatole al prossimo per fargli fare qualcosa che ti torna utile è quasi sempre una buona idea;
  • Far lavorare il prossimo è più utile per la carriera che lavorare in prima persona;
  • Gestisci le scadenze come se avessi sempre una fila di impegni arretrati.

False finestre fanno finte figure

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***

Ora, per chi vuole, un componimento ispirato dalla mania per telefonini e internet, ma applicabile a molte cose che consumano il tempo senza riempirlo. Mi è venuto un po’ lungo e certamente è tutt’altro che perfetto: me ne scuso in anticipo.

***

Finestre ci sono, senza nulla dietro,

pure cornici di lastre di vetro,

più sottili di specchiere,

leggere quanto uno spettro

di un film muto

appena proiettato

e vuote memorie,

come un bicchiere già bevuto.

Ci sono finestre false

quanto le offerte regalo

che ti mettono in mano

fuori ai negozi,

nelle vie rumorose

delle metropoli delle solitudini contigue;

o quanto

le promesse morbose

che compaiono proditorie

nei link ruba-click dell’internet a dozzine.

Sono volubili finestre virtuali,

anche quando materiali,

più di quelle dei sistemi operativi,

senza testo da scorrere

o storie da rincorrere;

senza vite da ricollegare

o nuclei da interpretare;

senza motivi da canterellare

evocativi: senza cuore,

solo illudenti figure sfacciate da sfogliare

o sbirciare

come da una serratura seriale.

Finestre d’intrattenimento,

ladre esperte di tempo,

cattive consigliere,

pessime romanziere,

arrecatrici d’oblio come vini e birre,

ma meno gustose, acquose, inodore,

edulcorate assai e gassose e tiepide e stanche,

come monotone modelle virtuali anoressizzate,

vita stretta, niente fianchi e anche,

con tette siliconiche protesiche

e scarse idee… Buone per ostentatamente

ottuse menti e stanche.

Povere finestre con falsi fiori,

a colori sintetici a interi valori,

tutto per il fuori.

Forse eran vere agli albori:

l’antica malasorte

della vita le ha private,

oppure una mano ladra e malvolente.

Ora son ridotte

a cornici decorate,

laborioso contorno d’un quadro scadente,

lupi d’annata senza pelo, ne pane, ne dente,

ne passione, brama o gradiente,

cantori stonati ammalianti in tono finto-gaudente

senza motivo, trascinatori di causa perdente.

False finestre, il mondo ne è pieno,

offrono orizzonti di paglia, mari di fieno,

illusioni poco costose, invitanti all’inizio,

ma dannose, carceri in cui ti serri per sfizio,

senza aver la chiave per venirne fuori,

virtual-dipendente, non sai farne a meno,

ne vuoi sempre di più, senno sono dolori,

droga a bassa gradazione, te ne serve il pieno,

e riempiono tasche nel mondo là fuori.

Sega quelle sbarre, se sei capace,

dal colore banale vivace

e animazione sagace.

Rinuncia all’intrattenimento senza fine, assenzio

di falsa vita che ride e saltella,

provoca, ammicca, solletica e titilla,

sfibra, affatica, svuota e la voglia assilla,

ma non dà abbracci e baci, non ha scintilla.

Scruta, se ancora sei capace, fuori, il silenzio.

Di strade, mail e dimenticanze civili

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Sporcizia? Basta non guardarla.

Ecco un piccolo racconto etico. Mesi fa cominciarono a ripulire dalle erbacce la strada provinciale che percorro per andare a lavorare. Ottima idea direte voi, e sono d’accordo, anche se molto ritardata. Le piante spontanee avevano ampiamente invaso i bordi della carreggiata, rosicchiando ampi margini al passaggio delle auto. Testimonianza da un lato della fertilità dei suoli dalle nostre parti, dall’altro di quanto siano diradati gli interventi di manutenzione. C’era inoltre, tra le piante, non poca immondizia.

Ho notato subito che la procedura seguita non era proprio delle migliori, a mio modesto avviso: veniva la squadra di operai, con tute, camion e decespugliatori, sempre rigorosamente all’orario di punta della gente che va a lavorare, e bloccava metà carreggiata, rallentando il traffico proprio quando era più intenso. Raccoglievano il risultato del taglio e l’altro pattume vario in grandi buste di plastica bianche che… non portavano via, ma semplicemente lasciavano al margine della strada. Poi, a fine turno di lavoro, se ne andavano. I sacchetti restavano allegramente esposti a sole, pioggia e vento per alcuni giorni finché un nuovo camion non veniva a raccoglierli.

Il sistema era imperfetto, qualche sacchetto si rompeva per le intemperie o perché colpito da qualche veicolo e spargeva di nuovo immondizia per la strada, ma era meglio di niente. Nel complesso la strada restava più libera e pulita di prima. Finché, alla fine, il meccanismo è entrato in crisi: proprio nel tratto finale della provinciale, quello dall’asfalto logoro che costeggia la zona industriale e immette nel traffico cittadino, sono venuti, hanno tagliato, hanno raccolto, riunito tutto nei sacchi e…

… E basta. Passavano i giorni, poi le settimane, e nessuno veniva a recuperare i grandi sacchi bianchi, che rimanevano allineati, a decine e decine, al bordo della carreggiata. Ovviamente, col passar del tempo, presentavano sempre più ampi segni di cedimento e un sempre più brutto spettacolo.

E’ allora che ho vissuto un rigurgito di senso civico… da tastiera. In ritardo, è vero. L’ho pure trattenuto a lungo, sperando che si muovesse qualcun altro prima di me, ma alla fine non ce l’ho fatta. I sacchetti languivano a bordo strada da un paio di mesi buoni, ormai in abbondante disfacimento, abbandonando il loro contenuto all’azione impietosa degli pneumatici, quando ho finalmente deciso di aprire un noto motore di ricerca e cercare i contatti dei comuni in zona.

Ma senza le province, da chi dipendono oggi le strade provinciali? Una prima mail, alla posta certificata dell’area metropolitana, ha ricevuto risposta dopo pochi giorni, ma semplicemente elencava le leggi di riferimento e mi invitava a scrivere al comune di competenza – non citandolo. In mancanza di risposta da quest’ultimo, dovevo scrivere a un’altra posta certificata della città metropolitana.

Ho seguito le indicazioni, cercato i riferimenti, scritto al comune e atteso (vanamente) una riposta per alcuni giorni, quindi ho scritto alla città metropolitana, all’indirizzo che mi era stato indicato, ri-descrivendo il problema e le mie azioni precedenti e… Miracolo, due giorni dopo i sacchi erano spariti!

All’inizio quasi non ci credevo. Percorrevo la strada a occhi sgranati. Ho chiesto la testimonianza di un amico. Il mio “ego” da cittadino modello si era inorgoglito alla grande, mitigato solo dal dispiacere di non avere prove concrete per ergermi a super-eroe eliminatore della monnezza abbandonata. Ma, d’altra parte, che avevo poi fatto? Qualche ricerca web e alcune mail scritte in italiano decente. Poi, però, il mistero si è infittito: ho ricevuto una mail da un dirigente della città metropolitana, scannerizzata, firmata e controfirmata, in cui mi avvertiva, codice alla mano, che il problema non era di loro competenza ma del comune.

E allora chi ha rimosso i sacchetti? Il comune di competenza, senza prendersi briga di scrivermi due righe di ringraziamento per averlo risvegliato dal suo torpore amministrativo? Il tempo trascorso dai lavori di pulizia non era breve, e la concomitanza fra la raccolta dei sacchetti e i miei messaggi non può essere casuale. Penso che una risposta precisa non l’avrò mai, ma alcuni insegnamenti credo di averli tratti.

  • E’ mai possibile che a nessuno, prima di me, sia venuto in mente di scrivere? Eppure c’è gente che vive in quella zona, io ci passo solo per andare a lavorare;
  • Gli enti pubblici sono, è vero, spesso inefficienti e inadempienti, ma un minimo di controllo della cittadinanza potrebbe rimetterli in riga, almeno un po’;
  • Bisognerebbe superare quindi l’atteggiamento del “non mi riguarda” e del “ma perché io?” che poi diventa una specie di miopia controllata: non mi compete e quindi imparo a non vederlo;
  • La mia “vittoria” è stata molto parziale, perché in tratti prossimi della stessa strada ce n’è eccome d’immondizia, però non dimenticata dal comune, ma abbandonata, in ogni spazio e anfratto possibile, da gente ben poco civile.

Come dire, la strada per diventare cittadini responsabili è lunga, ma percorribile.

Chiudo con un ultimo episodio. Vado a prendere la mia fidanzata, un pomeriggio, nel paese di periferia in cui abita, e vedo la sua vicina di casa che, con un vecchio coltello e una busta di plastica, ripulisce dalle erbacce il pezzetto di marciapiede davanti a casa sua. Sarà poco ma è qualcosa. Un mondo migliore è possibile.

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Pulire si può, in gruppo o da soli.

Ho paura di…

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Sono stato un po’ fermo sul blog ed è il momento di dami una mossa. L’unica soluzione è di scrivere di quello che sto vivendo. Dovrei scrivere sulla paura. Quella che mi attanaglia di fronte a un cambiamento.

Scendere nei dettagli sarebbe una confessione un po’ grande, per cui parliamo in generale, da filosofi, e vediamo se riusciamo a esorcizzare qualcosa.

E’ un sentimento naturale ma irrazionale, la paura, utile ma che, se lasciata libera di crescere, può diventare un mostro che individua difficoltà ovunque e le amplifica all’inverosimile, fino a far apparire ogni scalino un valico insormontabile.

Non è uguale per tutti, alcuni sono più sensibili. L’immaginazione è un danno, in questo caso, perché dà nutrimento alla paura. E’ un po’ come rispondere ai troll sui forum: li inorgoglisci e gli dai materiale da storpiare.

Ho conosciuto gente schiava della propria paura, incapace di uscire dalla routine, legata alle scelte più ovvie, ovvero quelle favorite dall’ambiente circostante. Persone incapaci di uno scatto laterale, che scelgono la strada di minimo rischio e che si sforzano di nascondersi anche quando, per caso o sfortuna, si trovano sole sotto ai riflettori. Fanno parte della varietà umana, la percentuale iper-conservativa che, qualche volta, fa le scelte giuste per la sopravvivenza della specie, eppure mi sembra che non vivano mai pienamente.

Anche perché la paura, da sola, è spesso cattiva consigliera. L’esperienza, quando si è vissuto qualche annetto e non si è rimasti sempre inattivi, insegna che spesso le difficoltà appaiono più piccole, viste da vicino, e che, all’atto pratico, riesci a affrontarle e superarle una dopo l’altra, il più delle volte, o almeno ad aggirarne ed evitarne i rischi peggiori (1). Ogni cammino è difficoltoso ma non privo di vie d’uscita. Ma l’esperienza insegna anche che i casi sono infiniti e ogni situazione è a se stante, diversa dalle altre. Ogni soluzione trovata è quasi un colpo di fortuna (o di sfortuna se preferite) o di genio del momento, un colpo di reni che non è detto si ripeta ogni volta e di certo non in modo uguale. Il passato non è indicativo di quello che accadrà domani. Il fatto che il disastro sia improbabile non vuol dire che sia impossibile.

Ma in realtà quello che mi spaventa di più non è il fallimento in se ma il vicolo cieco: trovarsi in una situazione senza via d’uscita.

Forse siamo (sono) semplicemente troppo ricchi e male abituati. Vorremmo sempre portarci dietro la soluzione d’emergenza per qualsiasi situazione possa verificarsi. Ma non è sempre stato così: nel Medioevo e anche in età moderna era normale, per tanti uomini e donne, raccogliere i propri pochi averi e mettersi in marcia per cercare lavoro e fortuna (2). Era la condizione normale di tanti braccianti salariati, lavoratori a giornata, artigiani itineranti. E d’altra parte oggi tantissima gente parte per migrazioni impossibili, come solo la disperazione può indurre a fare.

Come si combatte la paura? In buona parte ci si convive, perché è un utile segnale d’allarme. La sfida vera è non farla diventare mai ansia. Usare la ragione, evidenziare gli aspetti positivi della novità, coltivare la fiducia in se stessi. Un’arma importante, quando è possibile, è non essere soli, ma il vero combattimento è sempre dentro se stessi.

(1) “Facendo, le difficultà per sé medesime si sgruppano” (Guicciardini);

(2) Lettura consigliata: “I Pilastri della Terra”, di Ken Follett – per certi versi meglio di un saggio di storia.

La leggenda dello strumento

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Una chiesa abbandonata a Napoli

“I ferri fanno il mastro” dice, maldestramente italianizzato, un motto partenopeo, a indicare che senza gli strumenti giusti il risultato è nullo o scadente. Ma gli strumenti bisogna saperli scegliere e soprattutto usare nel modo giusto, ed è qui li viene il difficile.

In qualsiasi attività, ludica o lavorativa, arriva il momento in cui il neofita è tentato di incolpare gli strumenti che ha in mano, e non se stesso, dei suoi insuccessi. Li si attua il bivio: continuare a impegnarsi o cercare scuse o scorciatoie.

E’ un atteggiamento umano, ammettere gli errori è difficile. Ancora di più lo è assegnarsi un lungo e faticoso percorso di apprendimento.

E’ proprio in questo momento che s’innesta la trappola consumista: comprare un prodotto migliore per ottenere risultati superiori. Quello che hai non è quello che ti serve. Difficile resistere alla tentazione, che poi si rinnoverà periodicamente: ci sarà sempre qualcosa di meglio, di più adatto, di più nuovo o avanzato rispetto a quello che hai già.

Un esempio sono gli hobby. Il sottoscritto fotografa per passione, con risultati alterni che a volte mi piacciono e più spesso no. Seguo alcuni siti e mi piace leggere i commenti, anche se questi sono tutto un florilegio di consigli per aumentare il proprio corredo, acquistando macchine fotografiche sempre più costose, obiettivi specializzati per scopi specifici e altri accessori d’ogni sorta. Di fatto le discussioni sulla tecnica e sull’estetica, che pure avrebbero un ruolo, sono relegate a contorno e minoritarie rispetto a quelle sulla qualità degli strumenti, in cui regolarmente i più costosi sono i più caldamente consigliati.

Un tempo seguivo l’audio e l’alta fedeltà, e i contenuti delle discussioni tra appassionati erano analoghi, se non peggiori: se vuoi sentire meglio devi spendere sempre di più, anche in accessori o dettagli di cui non sapevi neppure l’esistenza e, non di rado, di razionalità scientifica quantomeno dubbia.

Il discorso vale per ogni settore e ci sono innumerevoli casi di rapporto costi/risultati perdente: officine casalinghe di falegnameria piene d’ogni ben di Dio d’utensili ma non di lavori in corso. Giardini con più attrezzi che piante. Cucine con scolapasta tecnologici, servizi di coltelli per sgusciare i molluschi, mestoli di tutte le taglie e forni a microonde impiegati solo per scongelare. Pseudo-atleti con la pancia che passeggiano con addosso tutte e cardiofrequenzimetri da centinaia di Euro. Anche il sottoscritto ha realizzato la sua collezioncina di obiettivi e deve fare uno sforzo ogni volta che gli viene la tentazione di un ammennicolo nuovo di pacca.

Pur nella mia limitata esperienza personale, mi sento di direi che l’errore si estende anche agli ambiti professionali: chi non si è lasciato convincere, almeno una volta, dagli allettamenti di facili risultati e ha speso somme sostanziose – o suggerito caldamente all’azienda per cui lavora di farlo – in strumenti che, una volta presi, sono serviti a molto meno di quello che promettevano?

Ovvio l’interesse di venditori e produttori a incrementare le vendite. Meno diretto ma anche chiaro quello della maggior parte dei siti, a cui interessano pubblicità e numero di cliccate. Minimo l’interesse effettivo degli utenti, spinti compulsivamente a comprare sempre “meglio” invece che dedicarsi allo scopo prioritario, che, nella fotografia come in ogni hobby, dovrebbe essere quello di migliorare se stessi e la propria capacità: di “vedere” immagini interessanti, nello specifici, a prescindere dallo strumento di cattura che si stringe in mano; di apprezzare la musica nel caso degli appassionati di audio: di far crescere qualcosa nel proprio giardino che non siano erbacce spontanee; di mangiare e far mangiare meglio; di migliorare il proprio stato fisico, eccetera. Di aumentare la soddisfazione personale, in generale.

In pratica sarebbe ben più utile spendere in conoscenza (libri, corsi) che in oggetti, finché davvero non sono questi a limitare le possibilità. E soprattutto investire tempo, la risorsa più rara. La delusione è inevitabile e il circolo vizioso si chiude: un nuovo acquisto “giusto” per riparare a quello “sbagliato” precedente, e intanto si rifanno, mediocremente, le stesse cose.

La tecnica commerciale è di solleticare la pigrizia dell’individuo, qualità umana tra le più diffuse, in modo da spostare l’attenzione da lui stesso a quello che possiede, come se fosse l’oggetto a creare il risultato e non chi lo utilizza. Osservate le pubblicità dei telefonini: è tutto un sottolineare quello che il nuovo modello mette in grado di fare e che sarebbe impossibile con gli altri, anche fotograficamente parlando. E il tutto poi finisce nel solito, ma sempre più costoso, selfie.

Una vita a caccia di offerte

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Sempre aperta la stagione di caccia alle offerte

Tra colleghi e conoscenti s’è aperto un nuovo fronte di passatempo, al quale per la verità non mi dedico, che consiste nel cercare la migliore offerta telefonica.

Per quanto riguarda le tariffe per i telefonini cellulari, lo sport dell’offerta a inseguimento era in voga ormai da anni. La novità è che si è esteso da un po’ al telefono fisso di casa e, soprattutto, all’internet ad alta velocità, divenuta di colpo indispensabile per gli “streaming”, ovvero per le trasmissioni televisive via web a pagamento o piratate.

Si affianca a innumerevoli altre caccie: assicurazione auto, forniture luce e gas, offerte speciali di elettronica e materiale per la casa, sconti alimentari. Eccetera.

Niente di male, direte voi. Non esiste nulla di più stupido della fedeltà a un marchio o a un fornitore. Sarebbe da perfetti idioti preoccuparsi per un’azienda che non ha cura dei suoi clienti. Le compagnie telefoniche hanno il coltello dalla parte del manico e ai poveri comuni mortali consumatori non resta che farsi furbi e tentare di barcamenarsi per pagare il meno possibile, se non fosse che questo “pagare” è legato ogni vola a una necessità nuova che, fino a poco tempo prima, nessuno sentiva di avere.

Una volta si premiava la fedeltà dei clienti, oggi rimanere con un fornitore a lungo è la migliore garanzia di non vedere offerte positive e si premia solo il “tradimento”, ovvero rubarsi clienti l’uno con l’altro.

Un gesto un tempo semplice, come pagare la bolletta del gas o telefono, diventa un barcamenarsi mese per mese fra offerte e gestori, saltando dall’uno all’altro al primo campanellino di uno sconto o all’allarme della fine del periodo d’offerta. Processo indolore fino a un certo punto, se non fosse che richiede tempo (prezioso per definizione) e lascia potenzialmente una scia di contenziosi a loro volta forieri di ulteriori perdite di tempo e denaro.

 

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Regola generale del commercio: metti assieme abbastanza roba inutile e ognungo troverà qualcosa che gli piace

 

La cosa mi ha portato a qualche altra riflessione. Come spesso accade, il piccolo è immagine del grande e, come tale, talvolta più facile da capire. Questa caccia continua all’operatore conveniente dell’istante – e parallelo allettamento degli operatori al cliente perché si decida a cambiare – mi sembra emblematica della nostra società, che è diventata quella dell’instabilità.

Lunga la disquisizione sui motivi: la globalizzazione, il consumismo, le crisi finanziarie, scelte politiche più o meno discutibili e fatte con più o meno cognizione di causa. Sta di fatto che, venuti meno i punti di riferimento, tutto è instabile e precario: i rapporti di lavoro, per cominciare, come anche i matrimoni, il luogo di abitazione, e con queste cose anche le relazioni di conoscenza e di amicizia e perfino i rapporti di parentela.

La cultura dominante – e assiduamente coltivata da aziende, associazioni di consumatori, “opinion leader” e passaparola – è di afferrare l’occasione appena si presenta, senza guardare al passato e con prospettive minime nel futuro: pochi mesi, talvolta appena qualche settimana o perfino giorni prima di un nuovo cambiamento. I vantaggi possono essere anche minimi purché siano immediati. Pochi maledetti e subito, come si dice. Lo sconto alla cassa, il piacere a portata di mano. La precarietà come stile di vita scelto prima che imposto. La programmazione ridotta al minimo. Dai beni di consumo alla vita pubblica e privata. Se metto su famiglia, durerà finché dura “l’amore”. I figli nasceranno con me e forse ci cresceranno, oppure no, secondo come verrà. Siamo pronti a una società non solo senza programmi a lungo termine, ma neppure a medio?

Forse è anche per questo che la gente è così attaccata al suo telefonino. Tutto ciò su cui puoi davvero contare è quello che hai addosso, quello che puoi toccare, vedere e usare o almeno entrare in contatto ora, ciò che è immediatamente a portata di mano in questo momento e luogo. Quello che vuoi condividere devi farlo adesso, senza nemmeno aspettare di tornare a casa e accendere il computer, perché poi non si sa.

La qualità è quella che è, ci si deve accontentare: la fotografia istantanea, il mobile di battaglia, il cibo pronto in dieci minuti, il sesso la prima notte.

L’uomo 2.0 è l’individuo del qui-e-ora. E’ l’uomo del momento, ovvero concentra tutta la sua attenzione sul qui e adesso. Tutto il resto è puramente ipotetico e labile. Il mondo, l’umanità intera sono una semplice ipotesi che può essere smentita in qualsiasi istante.

Bill usa le frecce

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Sinistra, destra oppure dritto / Il fatto è che è sempre un rischio

I miei concittadini e connazionali sono celebri al mondo per molte belle qualità, ma tra queste non c’è di certo il rispetto rigoroso del codice della strada. Per noi il parcheggio è un’attività creativa, il semaforo un suggerimento, il divieto d’accesso un’ipotesi di lavoro e la polizia municipale qualcuno con cui intavolare una fitta trattativa. Fra le infinite infrazioni che osserva quotidianamente chi vive le nostre strade e città, tuttavia, ce n’è una in particolare che mi lascia sempre perplesso, perché non comporta, mi sembra, alcun vantaggio per chi la commette e, di conseguenza, meriterebbe un’analisi di tipo sociologico. Si tratta del mancato utilizzo degli indicatori di direzione, ossia di quelle lucine intermittenti normalmente montate agli angoli delle autovetture e a cui di fa comunemente riferimento come “frecce”.

In effetti un utilizzo ce l’hanno: quello di accenderle contemporaneamente e giustificare, così, all’istante, la più assurda delle soste. E’ quel comando che, dalle mie parti, è comunemente chiamato “le quattro frecce” e più tecnicamente si denomina “hazard”, indicando che per l’inventore originario, ovviamente dotato di scarsa fantasia, dovevano servire essenzialmente come segnalazione d’emergenza, e non strumento d’ordinaria sosta selvaggia, in quadrupla fila, di traverso all’incrocio trafficato con strada con o senza diritto di precedenza, intralciando simultaneamente corsia ordinaria, preferenziale e passaggio pedonale con discesa disabili e attiguo varco carraio.

No, mi riferisco all’impiego ordinario delle frecce, ovvero quello di far sapere a chi segue o precede che si ha intenzione, di li a breve, di svoltare o cambiare corsia.

Perché mai non utilizzarle? Da un attento esame sono giunto alle seguenti conclusioni

  • Sono fornite come optional di serie su tutte le autovetture: insomma ve le danno per forza, sin da quando l’autoradio era l’optional più ambito, e da prima ancora (accusate di questo la lobby dei produttori di automobili se volete). Quindi, visto che le avete… tanto varrebbe usarle. No?
  • Tanto più che non comportano costi aggiuntivi per chi le usa, compresi consumo di carburante, addebiti su telepass, scalatura di punti patente, IVA, accise o altri oneri fiscali;
  • Non sminuiscono la virilità – o per converso la femminilità – del conducente, né agli occhi dei sui conoscenti né degli altri utenti della strada;
  • Nemmeno marcano come mentalmente insipiente chi le adopera anzi…
  • … Al contrario, rivelano la sorprendente abilità di chi le usa, in quanto capace di capire di dover girare ben cinque secondi prima di doverlo effettivamente fare, e di dimostrarlo con un gesto volontario e deliberato: l’azionamento della levetta delle frecce nella giusta direzione, appunto.
  • Possono aiutare chi non è dotato di capacità telepatiche (come il sottoscritto) di comprendere le tue intenzioni, e quindi evitare potenziali rischi di incidente (non di colpa tua… sia chiaro: di chi non ha capito in anticipo che stavi per girare senza averlo minimamente segnalato).
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Anche le auto vecchie hanno le frecce!

Il sottoscritto ha sviluppato una particolare abilità precognitiva: noto il millimetrico spostamento dell’auto che mi precede verso i margini della corsia, che ne segnalano l’intenzione di spostarsi. Le frecce di solito non arrivano o sono accese dopo aver iniziato la manovra.

Perché questo comportamento? Ho alcune ipotesi, che vado ad elencare.

  1. Io so guidare l’auto. Alla perfezione. Quello che fanno gli altri non mi riguarda. Se gli finisco addosso sono loro che non si sono scansati in tempo.
  2. La strada è mia, di diritto e usucapione. E ne faccio quello che voglio io;
  3. Essendo al centro del mio universo, tutti, compresi gli altri automobilisti, devono girarmi attorno;
  4. Ha il diritto di guidare l’auto chi ha capacità superiori alla media, compresa quella di sapere in anticipo cos’hanno intenzione di fare gli altri
  5. L’incidente è colpa degli altri. A prescindere.
  6. E poi tanto non sono assicurato, quindi se mi urtano, che mi frega?

Concluderei parafrasando un comune “meme” dei siti sociali: “Bill non immagina che la strada sia sua proprietà esclusiva … Bill non suppone che gli altri automobilisti sappiano per intuizione dove lui vuole andare … Bill usa le frecce … Bill è intelligente. Sii anche tu come Bill”.

Insomma, usate le frecce!