Inglese a caso

L’azienda è la fonte principe di parole inglesi usate senza scopo preciso, perché fanno figo. La riunione è sempre “meeting” e la telefonata “call”. Quante volte ho sentito dire che un’attività “è un pillar”, mentre “pilastro” o “colonna” vogliono dire esattamente la stessa cosa.

Ma anche al di fuori del lavoro l’orrore linguistico è diventato onnipresente. È partito dalla pubblicità ed è arrivato ovunque.

Una cosa per i giovani è “young”, per i ragazzini “teen”, per gli anziani “senior”.

Una cosa detta in inglese sembra meno banale, più importante, innovativa: una maschera insomma.Diciamo “voucher” perché chiamarli “buoni lavoro” faceva schifo? Quando dicono “è un’espressione inglese intraducibile” mi sa tanto d’ignoranza presuntuosa.

Perché “The Good Doctor”, la serie televisiva, non si può tradurre: “Il Buon Dottore”?

Da quando una lettura pubblica è diventata “reading”?

Perché il TG dice “european championship” e non “campionato europeo”? Da quando si deve dire “champions league” e non “coppa dei campioni”?

Lo sport amatoriale è diventato il mondo del “fitness”, del “running” (corsa!), “spinning” (pedalare), addirittura del “walking” (camminare per la miseria), eccetera.

Sempre al telegiornale: i “fattorini” che consegnano gli acquisti su internet sono diventati “drivers”.

Perché “gioco a premi” e “telequiz” sono diventati “game show”? Perché un dibattito è sempre un“talk show”? E una gara di nuove proposte, “talent”?

Una pizzeria con pretese d’eleganza, in cui sono stato, si definisce “un concept di food store”. Quello che si mangia con le mani è “finger food”. Ma come si fa?

E al governo? Perché “premier” e non primo ministro? “Welfare” invece di salute o benessere?

Parliamo di?

Mi permetto di elencare alcuni suggerimenti di traduzione

  • “Stage”: scena o livello;
  • “Skill”: capacità. (Pregherei di evitare come la peste iltragico “schillato”!)
  • “Know-how”: competenza;
  • “Coaching” / “mentoring” / “tutoring”: tutor e tutoraggio potrebbero bastare per tutto. NB: tutor è latino, non inglese!
  • “Committment”: coinvolgimento / impegno;
  • “Graphic Novel”: storia a fumetti;
  • “Top player”: campione;
  • “Bird watching”: se “osservare gli uccelli” vi fa pensarea male, cerchiamo assieme un’alternativa.

Frasi lette in giro

  • “Una pellicola che detecta i danni”. Rileva, porcamiseria, rileva! In realtà anche il “detective” dei polizieschi è null’altro che un investigatore.
  • “Il network è uno degli asset intangible del business”: (un vero capolavoro di inglese a caso) per lavorare bene serve una rete di relazioni.
  • Bancarella al centro commerciale. Prezzario affisso: “Scegli la tua bibita… Scegli il tuo food”. Food? FOOD?? Perché???

Parole-chiave di convegni:

  • Big data / deep learning: analizzare grandi moli di dati;
  • Digital twin: gemello digitale (modello di calcoloaffidabile).

L’elenco potrebbe continuare.

È sempre campagna elettorale

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Gli appassionati della campagna elettorale

sono una specie assai particolare:

tifano per il loro partito

anche quando ha palesemente fallito.

Esultano a ogni suo successo

più che se fosse loro stesso.

S’esaltano alle sparate del leader

anche quando fanno pianger o rider

e le ricopiano, compulsivi, ai loro follower.

La salvezza d’Italia hanno additato

nella vincita del loro candidato

e null’altro bene è dato

alla casa, al paese e all’esodato.

Capiscono costoro che si sbattono per un’illusione?

Urlano, postano, agitano uno striscione,

senza vedere prova, ascoltar ragione,

ma c’è differenza: il tifo non è passione!

Il flusso delle parole

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Marx aveva torto: il vero oppio dei popoli non è la religione ma le parole. Le parole in quanto tali, siano esse di politica, di religione, di protesta o di sport. Se una singola può essere facilmente trascurata, un fiume, a meno di sforzi estremi, sommerge l’intelletto. Basta concedere per un attimo l’attenzione per ritrovarsi immerso nel flusso; da qui a farsi trascinare, il passo forse non è breve ma neppure lungo.

Il problema è che ci sono molte sorgenti di parole: non solo i governi e le “lobby” economiche e politiche, il vituperato potere costituito, insomma, con le sue armi di distrazione: il dibattito politico quotidiano, lo sport, il pettegolezzo. Ma anche gruppi di tendenza e d’opinione, orientamenti culturali, populisti di vario orientamento e natura. Tanti complottisti, ad esempio, mi sembrano ubriachi delle loro stesse parole, hanno semplicemente scelto di farsi ubriacare da un altro flusso di parole. Così come tanti protestatari, che si sfogano urlando ed applaudendo ai comizi e si accontentano di un corteo, di un incontro con le autorità o di un minimo provvedimento.

Ed è un male, nel complesso: energie che si perdono e dissipano per attrito reciproco, in una sorta di entropia intellettuale. Idee che si sciolgono in parole e degradano in calore, energia termica a bassa densità che si disperde nell’universo, ormai esausta ed inutilizzabile per qualsiasi fine. Frasi che occupano il tempo e frenano i pensieri.

Un po’ di smorzamento serve in tutti i sistemi fisici, per evitare reazioni troppo violente, instabilità e derive incontrollabili, a nessuno servirebbe una rivoluzione continua. Ma quando diventa eccessivo di fatto frena i movimenti e rende impossibili i progressi, sclerotizza la situazione finché qualche parte si guasta ed il meccanismo non funziona più. Pensate all’olio lubrificante: se è troppo denso frena il motore, invece di tenerlo efficiente.

Perché siamo convinti che le parole cambino il mondo e le persone. Ci piace credere che dicendo si ottengono risultati e che esprimendo le nostre verità le si renda palesi e vere anche per gli altri, mentre non è così. Certo, alcune parole, dette o scritte al momento e nel modo opportuno, possono, è vero, anche cambiare qualcosa, ma la maggior parte delle frasi scritte e parlate, la massa del flusso di lettere ed accenti in cui viviamo immersi, non è altro che un potente sonnifero, un mezzo di stordimento di massa.

Ho ormai messo da parte l’idea di “convincere” qualcuno, e vedo con sospetto anche quelle di “creare dubbi” o “indurre a riflettere”. Sono entrambe espressioni che mi sanno di stantio, la prima quasi di disonesto. Le persone cambiano idea solo quando sono pronte a farlo, quando hanno già fatto tutta la strada ed hanno bisogno solo di una spintarella. Quando si affrontano le convinzioni personali, è come se tentassi di convertire le persone dalla loro religione, scateni divini terrori, la paura di venire a contatto con l’eresia. Se parlo o scrivo, lo faccio sostanzialmente per me stesso. Si spargono le idee al vento e poi il ritorno è incerto, di solito minimo e comunque diverso da quello che ci si aspetta.