La rotonda questa sconosciuta

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Circolazione automobilistica alle falde del Vesuvio

Si prendono spesso in giro i meridionali in genere – e i napoletani in particolare – perché non rispettano i semafori. Nel luogo comune c’è del vero, lo ammetto, come in quasi tutti d’altra parte, ma non nelle dimensioni e modi che in genere si ritengono. Per il napoletano in particolare e il meridionale in generale ci sono semafori e semafori: quelli tassativi e quelli indicativi. I primi sono di due categorie, quelli a multa certa, per telecamere o dispositivi similari, e quelli a morte probabile, per la pericolosità dell’incrocio. Ovviamente quest’ultima catalogazione è soggettiva: il sottoscritto, ad esempio, fa parte della categoria di quelli che preferiscono rispettare sempre, perché non si sa mai, perché non ho mai ritenuto di avere capacità sensoriali e di guida al di sopra della media e soprattutto perché rispettare le regole, quando sono razionali, è un valore in se.

Quello che invece difetta completamente al meridionale in generale e al napoletano in particolare, oltre all’uso degli indicatori di direzione su cui mi sono già soffermato, è la concezione della rotonda e di come ci si debba comportare, assieme all’abitudine di trascurare bellamente la segnaletica orizzontale e verticale. Solo una minoranza la conosce ma, essendo circondata dall’ignoranza, deve fare di necessità virtù. Le rotonde si stanno rapidamente diffondendo e il loro utilizzo richiede attenzione, quando ne incontri una puoi imbatterti in diverse categorie di automobilisti:

  • Quelli che sanno che, nella maggior parte dei casi e come segnalato, la precedenza spetta a chi ha già imboccato la rotonda. Come detto, siamo una minoranza;
  • Quelli che sono convinti che la precedenza spetti, sempre e comunque, a chi entri nella rotonda perché viene da destra. Costoro non si pongono il dubbio quale sia, allora, l’utilità della rotonda nello sveltire il traffico;
  • Quelli che si buttano a prescindere, in entrata, nel percorso e in uscita, come scelta di vita e filosofia di auto-affermazione;
  • Quelli che danno la precedenza a prescindere. In questo gruppo ricade per necessità, per lo più, anche chi appartiene alla prima categoria.

Non di rado mi sono visto fare gesti di stizza o peggio da qualcuno che non avevo lasciato entrare mentre ero già nella rotonda e, al contrario, gente che mi ha fatto ampi segni di ringraziamento perché mi sono fermato all’ingresso della rotonda lasciando loro, che giravano, la precedenza.

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Di strade, mail e dimenticanze civili

Strada-sporca

Sporcizia? Basta non guardarla.

Ecco un piccolo racconto etico. Mesi fa cominciarono a ripulire dalle erbacce la strada provinciale che percorro per andare a lavorare. Ottima idea direte voi, e sono d’accordo, anche se molto ritardata. Le piante spontanee avevano ampiamente invaso i bordi della carreggiata, rosicchiando ampi margini al passaggio delle auto. Testimonianza da un lato della fertilità dei suoli dalle nostre parti, dall’altro di quanto siano diradati gli interventi di manutenzione. C’era inoltre, tra le piante, non poca immondizia.

Ho notato subito che la procedura seguita non era proprio delle migliori, a mio modesto avviso: veniva la squadra di operai, con tute, camion e decespugliatori, sempre rigorosamente all’orario di punta della gente che va a lavorare, e bloccava metà carreggiata, rallentando il traffico proprio quando era più intenso. Raccoglievano il risultato del taglio e l’altro pattume vario in grandi buste di plastica bianche che… non portavano via, ma semplicemente lasciavano al margine della strada. Poi, a fine turno di lavoro, se ne andavano. I sacchetti restavano allegramente esposti a sole, pioggia e vento per alcuni giorni finché un nuovo camion non veniva a raccoglierli.

Il sistema era imperfetto, qualche sacchetto si rompeva per le intemperie o perché colpito da qualche veicolo e spargeva di nuovo immondizia per la strada, ma era meglio di niente. Nel complesso la strada restava più libera e pulita di prima. Finché, alla fine, il meccanismo è entrato in crisi: proprio nel tratto finale della provinciale, quello dall’asfalto logoro che costeggia la zona industriale e immette nel traffico cittadino, sono venuti, hanno tagliato, hanno raccolto, riunito tutto nei sacchi e…

… E basta. Passavano i giorni, poi le settimane, e nessuno veniva a recuperare i grandi sacchi bianchi, che rimanevano allineati, a decine e decine, al bordo della carreggiata. Ovviamente, col passar del tempo, presentavano sempre più ampi segni di cedimento e un sempre più brutto spettacolo.

E’ allora che ho vissuto un rigurgito di senso civico… da tastiera. In ritardo, è vero. L’ho pure trattenuto a lungo, sperando che si muovesse qualcun altro prima di me, ma alla fine non ce l’ho fatta. I sacchetti languivano a bordo strada da un paio di mesi buoni, ormai in abbondante disfacimento, abbandonando il loro contenuto all’azione impietosa degli pneumatici, quando ho finalmente deciso di aprire un noto motore di ricerca e cercare i contatti dei comuni in zona.

Ma senza le province, da chi dipendono oggi le strade provinciali? Una prima mail, alla posta certificata dell’area metropolitana, ha ricevuto risposta dopo pochi giorni, ma semplicemente elencava le leggi di riferimento e mi invitava a scrivere al comune di competenza – non citandolo. In mancanza di risposta da quest’ultimo, dovevo scrivere a un’altra posta certificata della città metropolitana.

Ho seguito le indicazioni, cercato i riferimenti, scritto al comune e atteso (vanamente) una riposta per alcuni giorni, quindi ho scritto alla città metropolitana, all’indirizzo che mi era stato indicato, ri-descrivendo il problema e le mie azioni precedenti e… Miracolo, due giorni dopo i sacchi erano spariti!

All’inizio quasi non ci credevo. Percorrevo la strada a occhi sgranati. Ho chiesto la testimonianza di un amico. Il mio “ego” da cittadino modello si era inorgoglito alla grande, mitigato solo dal dispiacere di non avere prove concrete per ergermi a super-eroe eliminatore della monnezza abbandonata. Ma, d’altra parte, che avevo poi fatto? Qualche ricerca web e alcune mail scritte in italiano decente. Poi, però, il mistero si è infittito: ho ricevuto una mail da un dirigente della città metropolitana, scannerizzata, firmata e controfirmata, in cui mi avvertiva, codice alla mano, che il problema non era di loro competenza ma del comune.

E allora chi ha rimosso i sacchetti? Il comune di competenza, senza prendersi briga di scrivermi due righe di ringraziamento per averlo risvegliato dal suo torpore amministrativo? Il tempo trascorso dai lavori di pulizia non era breve, e la concomitanza fra la raccolta dei sacchetti e i miei messaggi non può essere casuale. Penso che una risposta precisa non l’avrò mai, ma alcuni insegnamenti credo di averli tratti.

  • E’ mai possibile che a nessuno, prima di me, sia venuto in mente di scrivere? Eppure c’è gente che vive in quella zona, io ci passo solo per andare a lavorare;
  • Gli enti pubblici sono, è vero, spesso inefficienti e inadempienti, ma un minimo di controllo della cittadinanza potrebbe rimetterli in riga, almeno un po’;
  • Bisognerebbe superare quindi l’atteggiamento del “non mi riguarda” e del “ma perché io?” che poi diventa una specie di miopia controllata: non mi compete e quindi imparo a non vederlo;
  • La mia “vittoria” è stata molto parziale, perché in tratti prossimi della stessa strada ce n’è eccome d’immondizia, però non dimenticata dal comune, ma abbandonata, in ogni spazio e anfratto possibile, da gente ben poco civile.

Come dire, la strada per diventare cittadini responsabili è lunga, ma percorribile.

Chiudo con un ultimo episodio. Vado a prendere la mia fidanzata, un pomeriggio, nel paese di periferia in cui abita, e vedo la sua vicina di casa che, con un vecchio coltello e una busta di plastica, ripulisce dalle erbacce il pezzetto di marciapiede davanti a casa sua. Sarà poco ma è qualcosa. Un mondo migliore è possibile.

Pulizia-aiuole

Pulire si può, in gruppo o da soli.

Bill usa le frecce

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Sinistra, destra oppure dritto / Il fatto è che è sempre un rischio

I miei concittadini e connazionali sono celebri al mondo per molte belle qualità, ma tra queste non c’è di certo il rispetto rigoroso del codice della strada. Per noi il parcheggio è un’attività creativa, il semaforo un suggerimento, il divieto d’accesso un’ipotesi di lavoro e la polizia municipale qualcuno con cui intavolare una fitta trattativa. Fra le infinite infrazioni che osserva quotidianamente chi vive le nostre strade e città, tuttavia, ce n’è una in particolare che mi lascia sempre perplesso, perché non comporta, mi sembra, alcun vantaggio per chi la commette e, di conseguenza, meriterebbe un’analisi di tipo sociologico. Si tratta del mancato utilizzo degli indicatori di direzione, ossia di quelle lucine intermittenti normalmente montate agli angoli delle autovetture e a cui di fa comunemente riferimento come “frecce”.

In effetti un utilizzo ce l’hanno: quello di accenderle contemporaneamente e giustificare, così, all’istante, la più assurda delle soste. E’ quel comando che, dalle mie parti, è comunemente chiamato “le quattro frecce” e più tecnicamente si denomina “hazard”, indicando che per l’inventore originario, ovviamente dotato di scarsa fantasia, dovevano servire essenzialmente come segnalazione d’emergenza, e non strumento d’ordinaria sosta selvaggia, in quadrupla fila, di traverso all’incrocio trafficato con strada con o senza diritto di precedenza, intralciando simultaneamente corsia ordinaria, preferenziale e passaggio pedonale con discesa disabili e attiguo varco carraio.

No, mi riferisco all’impiego ordinario delle frecce, ovvero quello di far sapere a chi segue o precede che si ha intenzione, di li a breve, di svoltare o cambiare corsia.

Perché mai non utilizzarle? Da un attento esame sono giunto alle seguenti conclusioni

  • Sono fornite come optional di serie su tutte le autovetture: insomma ve le danno per forza, sin da quando l’autoradio era l’optional più ambito, e da prima ancora (accusate di questo la lobby dei produttori di automobili se volete). Quindi, visto che le avete… tanto varrebbe usarle. No?
  • Tanto più che non comportano costi aggiuntivi per chi le usa, compresi consumo di carburante, addebiti su telepass, scalatura di punti patente, IVA, accise o altri oneri fiscali;
  • Non sminuiscono la virilità – o per converso la femminilità – del conducente, né agli occhi dei sui conoscenti né degli altri utenti della strada;
  • Nemmeno marcano come mentalmente insipiente chi le adopera anzi…
  • … Al contrario, rivelano la sorprendente abilità di chi le usa, in quanto capace di capire di dover girare ben cinque secondi prima di doverlo effettivamente fare, e di dimostrarlo con un gesto volontario e deliberato: l’azionamento della levetta delle frecce nella giusta direzione, appunto.
  • Possono aiutare chi non è dotato di capacità telepatiche (come il sottoscritto) di comprendere le tue intenzioni, e quindi evitare potenziali rischi di incidente (non di colpa tua… sia chiaro: di chi non ha capito in anticipo che stavi per girare senza averlo minimamente segnalato).
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Anche le auto vecchie hanno le frecce!

Il sottoscritto ha sviluppato una particolare abilità precognitiva: noto il millimetrico spostamento dell’auto che mi precede verso i margini della corsia, che ne segnalano l’intenzione di spostarsi. Le frecce di solito non arrivano o sono accese dopo aver iniziato la manovra.

Perché questo comportamento? Ho alcune ipotesi, che vado ad elencare.

  1. Io so guidare l’auto. Alla perfezione. Quello che fanno gli altri non mi riguarda. Se gli finisco addosso sono loro che non si sono scansati in tempo.
  2. La strada è mia, di diritto e usucapione. E ne faccio quello che voglio io;
  3. Essendo al centro del mio universo, tutti, compresi gli altri automobilisti, devono girarmi attorno;
  4. Ha il diritto di guidare l’auto chi ha capacità superiori alla media, compresa quella di sapere in anticipo cos’hanno intenzione di fare gli altri
  5. L’incidente è colpa degli altri. A prescindere.
  6. E poi tanto non sono assicurato, quindi se mi urtano, che mi frega?

Concluderei parafrasando un comune “meme” dei siti sociali: “Bill non immagina che la strada sia sua proprietà esclusiva … Bill non suppone che gli altri automobilisti sappiano per intuizione dove lui vuole andare … Bill usa le frecce … Bill è intelligente. Sii anche tu come Bill”.

Insomma, usate le frecce!

Dei delitti automobilistici

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Sull’onda mediatica di tragedie recenti e meno, si farà forse la legge sull’omicidio automobilistico e, da automobilista, sono un po’ preoccupato sulla sua applicazione.

Non sono contrario alla legge in se, sia ben chiaro. La responsabilità personale è un principio che dev’essere recuperato, mentre nell’Italia contemporanea sembra un’idea fuori moda, addirittura estraneo, una specie di retaggio feudale o di strana abitudine nordica. Temo però che, nel nostro modo nazionale di procedere, che definirei schizofrenico, si arrivi d’infilata all’estremo opposto, ovvero a un intermezzo di facili condanne per ogni caso dubbio di morte stradale.

Mi spiego: sono sempre preoccupato quando guido, e lo faccio, per necessità, quasi tutti i giorni. Mi considero un guidatore prudente, vado sempre piuttosto piano, raccogliendo a volte gli allegri lazzi dei colleghi; faccio controllare l’auto regolarmente in officina; non messaggio o telefono e neppure rispondo quando il cellulare squilla. Eppure so benissimo che basta una frazione di secondo di distrazione per buttare sotto qualcuno.

Gli stessi pedoni sono, spesso, tutt’altro che attenti. C’è sempre qualcuno che attraversa la strada all’improvviso, in un punto qualunque della strada, confidando, per la sua stessa sopravvivenza, sulla buona sorte e sulla qualità dei miei riflessi e del mio impianto frenante. Guidare in città è tutto un dare di freno e buttare l’occhio in ogni direzione, perché in un attimo puoi trovarti qualcuno davanti. Il motorino che s’insinua davanti al muso dell’auto, in equilibrio precario, è la prassi piuttosto che l’eccezione: se mi finisce sotto al cofano sono io l’assassino, nel caso che la sua famiglia sia in grado di trovare un legale migliore del mio?

OK combattere la guida sotto l’effetto di alcol o di altre sostanze, condannare i comportamenti sconsiderati (che, come ho già detto, non sono solo degli automobilisti), incarcerare chi, per questi motivi e altri affini, crea danni al prossimo e alla collettività, ma, per piacere, evitiamo le etichette da “sbatti il mostro in prima pagina” e l’equazione da titolista demente (morto in strada) = (automobile killer). Insomma, se ammazzo qualcuno mentre mando un SMS, mettetemi pure in galera, ma se me lo sono trovato davanti all’improvviso, magari anche fuori dalle strisce, per piacere valutate una seconda volta la situazione.

Insomma, non ho fiducia nell’equilibrio del legislatore e dell’applicatore della norma, delle interpretazioni colpevoliste, della caccia al colpevole per ogni morto della strada perché “qualcuno deve pagare per questo”, e infine del contorto sistema giudiziario italiano.

Massimo rispetto per il dolore di chi ha perso un suo caro in circostanze terribili, e spesso con dolo o colpa grave di qualcuno che è pure rimasto impunito: ma, proprio alla luce di questo rispetto, non chiedete a chi soffre di stilare i principi della legge. E’ la stessa assurdità di quando, qualche anno fa, si chiedeva ai parenti delle vittime di terrorismo di “perdonare” gli assassini, come giustificazione morale di amnistie e alleggerimenti di pena da parte di uno Stato incapace di assumersi le sue responsabilità. Ho sentito dire, da sostenitori della nuova legge, che “l’automobile è un’arma”. Ecco, vorrei che non passasse questo concetto, perché allora ogni automobilista diventa di colpo un sospettato d’omicidio, una specie di presunzione di colpevolezza: a lui l’onere di dimostrarsi innocente chiarendo la dinamica dell’incidente, contro l’onda irata dei familiari della vittima e dei suoi legali. L’automobile è, fino a prova contraria, un mezzo di trasporto, così come la bottiglia è un contenitore per liquidi, fino a che qualcuno non decide di spaccarla in testa al suo vicino.

Ma forse la mia preoccupazione è insensata: l’Italia è il Paese delle pene draconiane per tacitare l’opinione pubblica e dove le revisioni automobilistiche non sono quasi mai una cosa seria.