Mi conoscono dunque sono, e parlo

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Non tutti i palchi sono uguali, ma quasi a tutti si da, più o meno, udienza.

La fama, in qualunque settore raggiunta, è un viatico per la pubblica amplificazione del pensiero. E’ anche una tessera di credibilità: quello che dice uno famoso è tenuto in conto. Essere conosciuti è un megafono, da accesso a radio e televisioni, a interviste sui giornali e comparsate nelle manifestazioni; concede un microfono nelle assemblee e conferenze e un seguito di ascoltatori attenti su tutti i social network.

Indipendentemente, si badi bene, dal settore in cui si è raggiunta la notorietà, anzi più è frivolo e meglio è, perché incrementa il numero degli ascoltatori. E più è lontano dagli argomenti in questione e più è tenuto in conto, perché si sa che non bisogna mai stimare le valutazioni degli esperti, molto meglio le opinioni degli sprovveduti.

A pensarci non c’è un motivo valido: se quello che serve è un punto di vista spontaneo e neutrale, perché non spingere il processo fino in fondo? Per quale motivo il parere di una “pop star” sulla crisi arabo-istraeliana dovrebbe avere più valore, per dire, di quello del salumiere sotto casa mia? Peraltro il salumiere in questione ha prodotti di ottima qualità e tratta benissimo i clienti, insomma sa stare al mondo, cosa che non si può dire di tutte le stelle della musica leggera, che spesso dileggiano i loro appassionati – ovvero i loro clienti, quelli che gli danno da vivere – alla stregua di una razza inferiore.

Eppure chi è famoso si sente – non sempre ma spesso – preso dal divino furore di educare le masse e di fare da fulcro per prese di coscienza collettive, ovviamente scambiando le proprie opinioni personali per verità assolute e il rumore dei “fan” e degli altoparlanti come conferma della propria infallibilità.

I giornali sono pieni di dichiarazioni umanitarie di chitarristi, rilievi politici di atleti, commenti di strategia militare da parte di autori di best-seller, interventi sociali di attori di soap opera. E, di contro, critiche musicali e cinematografiche espresse da esponenti politici e sentenze di strategia calcistica elaborate da chef affermati.

Penso sempre più spesso che i musicisti dovrebbero limitarsi a suonare, gli autori a scrivere e i pittori a dipingere, se proprio vogliono contribuire al progresso del genere umano. Evitare le interviste non focalizzate alla loro professione e aggirare le domande fuori luogo, al limite con il “secco no-comment”, molto di moda durante la Guerra Fredda ma sempre valido. Ancora di più, gli sportivi dovrebbero onestamente dedicarsi alla loro specialità e minimizzare le comparsate sui mezzi d’informazione, con qualche rara deroga solo dopo diversi anni che si sono allontanati dalla pratica agonistica. Cantanti e musicisti concedersi il palco solo dietro a un microfono e allo strumento musicale di competenza, gli attori solo quando c’è un copione ben scritto.

Sono analogamente ridicole le pretese di chi pretenderebbe azioni dimostrative da parte di chi non si occupa di politica, come quando si propone a degli atleti saltare, di loro iniziativa, la partecipazione a olimpiadi o altri eventi sportivi, come strumento di “dimostrazione politica”. Pretesa assurda e sommamente ipocrita, fatta da chi non rischia in prima persona ma pretende sacrifici da altri. Peggio ancora quando si tratta della maschera posticcia della politica incapace di prendere decisioni.

In effetti la vera soluzione del problema sarebbe che ogni singolo allenasse il proprio filtro mentale, in modo da scartare tutti questi interventi come “disturbi”. Imparare a apprezzare lo sportivo, l’autore, il cantante per quello che sa fare meglio e non per il resto con cui condisce e affastella il suo ego. Ma per una soluzione più ampia del problema bisognerebbe educare lo spirito critico di massa, e allora addio facile condizionamento da parte dei media, si metterebbe a rischio il fondamento del consumismo!

Il problema maggiore è con le personalità politiche, poiché si sentono investite del diritto e dell’autorità – anzi del sacro fuoco innescato dal mandato popolare – di esprimere giudizi su tutto e tutti, e per le quali è più difficile, dato il ruolo specifico, concepire un bando o una limitazione. Non si può certo togliergli il diritto di parola! Qua sembra indispensabile appellarsi alla coscienza personale, ovvero non avere speranza.

 

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Per la dolce fama

Decollo!Da dove nasce l’ansia umana per il successo? Perché ad un certo punto desideriamo diventare famosi? Cosa davvero ci rallegra nell’essere conosciuti, ammirati o riconosciuti da un folto numero di esemplari appartenenti alla nostra stessa razza? Il motivo razionale mi sfugge, perché non si tratta soltanto di arricchirsi; c’è chi è disposto a rimetterci pur di acquisire la dolce fama.

Forse amiamo l’immagine che proiettiamo nel prossimo. Siamo creature sociali, non possiamo prescindere da chi ci circonda, non solo per quello di cui abbiamo bisogno per vivere, ma anche per come si articola il loro atteggiamento nei nostri confronti. Se gli altri ci ammirano, aumenta la nostra considerazione di noi stessi.

E’ uno strano meccanismo: se gli altri ci considerano troppo diversi, siamo emarginati, non siamo nella collettività. Se veniamo considerati al di sotto della media, ne ricaviamo frustrazione. Ma anche essere “soltanto” uno fra tanti non è sufficiente. Dobbiamo sentirci in vista, almeno per un qualche aspetto della nostra vita.

Gli autori di libri viaggiano con borsoni di copie da vendere. Gli scrittori di blog commentano per lasciare link in giro. Casalinghe ed impiegati fanno le cose più assurde appena si trovano davanti all’obiettivo di una macchina da presa. Singoli e comunità non vedono l’ora di entrare nel Guinness per il più grande o il più piccolo di qualcosa. Warhol diceva che l’epoca moderna non nega a nessuno il suo quarto d’ora di celebrità, per cui si prodiga ogni genere di sforzo per allungarlo almeno di qualche minuto.

Qualcuno mi potrebbe puntare decine di ricerche psicologiche o sociologiche che affrontano il fenomeno. Tanti ricercatori a caccia di fama, ne sono certo, indagano sulla ricerca di fama dei loro consimili. Difficilmente mi possono togliere dalla mente che il fenomeno si sia amplificato in virtù – o per colpa – dei mezzi di comunicazione, nel corso dello scorso secolo, e sia una seconda volta esploso con Internet e gli innumerevoli ambienti virtuali che ha creato.

La mente conosce poco la relatività, per cui conquistare fama in una ristretta cerchia può essere quasi altrettanto soddisfacente che conquistare le prime pagine dei giornali per qualcosa di diverso da un grave crimine commesso, ed in più è foriero di meno guai e disillusioni.

Ma se può essere difficile conquistarsi il proprio angolo di fama soddisfacente, ancora di più lo è renderlo economicamente fruttuoso. Questo è spesso il secondo pensiero che viene in mente. Se è possibile convincere un nostro simile a spendere dalle nostre parti un minuto del suo tempo e qualche click del suo mouse, o qualche ditata su uno schermo tattile, e se è anche possibile, seppure più difficile, fare in modo che si formi una buona opinione ed addirittura che si ricordi di noi, in un angolino riposto del suo cervello, molto più difficile è persuaderlo a fare una sbirciata nella fessura oscura del suo portamonete, per estrarne una piccola parte del contenuto e consegnarcela. Ma che volete, siamo fatti così: il tempo è denaro, per cui per avere il secondo, devi per forza ottenere il primo, per cominciare.

 

Imbattibile C.C.!

Volenti o nolenti, ammiratori, neutrali o critici, bisogna ammetterlo: c’è una bevanda frizzante che è il prodotto industriale più resistente ai tentativi di denigrazione. Non volendo farle pubblicità gratuita la chiamerò solo C.C.

Ci si è provato con ogni genere di argomento: fa male alla salute; fa male alla linea; contiene troppo zucchero; è corrosiva; contiene sostanze chimiche pericolose.

Ci hanno provato in tanti a contrastarla: gruppi ecologisti, naturalisti ed in ultimo gli stati, con tassazioni specifiche. Ci si è scatenata sopra l’arma mediatica per eccellenza, il Web, con campagne d’allarme coordinate e scoordinate. Si è provato a renderla il simbolo del consumismo, dell’imperialismo o dell’omologazione culturale.

Ma nessuno ha avuto successo! La scura bibita americana piena di zucchero e di bollicine continua ad essere bevuta nel primo, secondo e terzo mondo in volumi inimmaginabili. E’ il marchio più noto e più presente nel mondo; se arrivassero gli alieni sarebbe una delle prime cose che apprenderebbero del genere umano e probabilmente la annovererebbero tra i nostri alimenti di base.

Come è possibile? In effetti bisogna riconoscere che la C.C. è a suo modo perfetta, perché:

  • Piace ai bambini, che gli faccia male o no, come agli adulti;
  • Piace praticamente a tutti, indipendentemente dalle latitudini e longitudini;
  • Costa poco o nulla, per cui è accessibile anche alle fasce di reddito basse;
  • Tuttavia, si abbina ad un concetto di festa e di allegria – miracoli del marketing;
  • E’ sempre riconoscibile. Non ha cambiato natura o aspetto in modo radicale nel corso degli anni. D’altra parte, perché mai avrebbe dovuto?
  • Tutte le altre bibite concorrenti sono, volenti o nolenti, imitazioni o derivazioni più o meno riuscite.

Insomma, i denigratori della bevanda mede-in-USA di riferimento sono stati finora condannati alla frustrazione e, in fin dei conti, le hanno fatto pubblicità. Un fenomeno più unico che raro.

Il mio suggerimento: meglio i succhi di frutta: ingerirete meno zucchero e più vitamine e darete una mano all’agricoltura del primo, secondo e terzo mondo.