Europeista perché

Uno scorcio degli scavi di Pompei. Forse l’Europa è nata con e grazie a Roma antica

Sono europeista perché non mi va un’Italia con l’inflazione a due cifre, il debito pubblico triplicato, la benzina a 15’000 lire al litro e le normative scritte da comitati paritetici a guida politica.

Sono europeista perché l’Europa ci ha dato la normativa più rigorosa al mondo sulla Privacy, l’Antitrust e norme stringenti sulla sicurezza dei prodotti e degli alimenti e ci ha costretto ad aggiornare le normative nazionali.

Sono europeista perché non possiamo incolpare l’Unione Europea dei difetti tradizionali d’Italia: corruzione, illegalità diffusa, scarso senso civico.

Sono europeista perché l’Europa finanzia progetti di ricerca, innovazione, opere pubbliche.

Sono europeista perché sono convinto che solo un’Europa unita possa fronteggiare Cina, USA, Russia e le altre potenze.

Sono europeista perché voglio un’Europa più solidale, più democratica e meno burocratica senza però denigrare e smantellare tutto quello che è stato fatto finora.

Sono europeista perché mi sembra che pretendere di chiudere le frontiere di uno Stato sia come costruire una voliera senza tetto, perché secondo me le frontiere hanno perso significato da quando è stato inventato l’aeroplano e sono state praticamente cancellate dal Web. Lo spiego un po’ meglio: da tecnico mi rendo conto che scienza e tecnologia cambiano il mondo e lo collegano, fisicamente e virtualmente; indietro non si torna, una politica di stati autonomi e sovrani è una illusione e una nostalgia per un passato che a qualcuno sembra, ma non era, migliore.

Sono europeista perché, da quello che vedo, gli stati più nazionalisti, vicini e lontani, sono anche i meno solidali e i meno democratici. Alcuni, per inciso, sono molto “amici” dei nazionalisti nostrani, almeno finché non scoppia l’emergenza.

Sono europeista perché non voglio svendere l’Italia a nessuno, nemmeno alla Cina o alla Russia e nemmeno agli USA se per questo.

Sono europeista perché l’Europa è un fatto, non un’opinione; una evidenza geografica, storica, politica, sociale ed economica. Negarlo significa ignorare la storia, l’economia, la politica, la cultura e un po’ di altre cose.

Sono europeista perché mi sembra l’unica via percorribile per un futuro di sviluppo organico, democratico e solidale. Percorso difficile, accidentato ma affascinante e privo di alternative concrete.

Sono europeista perché in momenti di crisi ed emergenza è necessaria una direzione univoca e scelte comuni e coraggiose, che in questo caso sono mancate.

Sono europeista ma sul serio: non mi basta l’Unione Europea così com’è, mi fanno paura i nazionalismi e anche gli egoismi interni ed esterni.

Di fronte a tante chiacchiere, urla e insulti che girano sui social e alle chiacchiere da bar che si sentono dappertutto, mi sembra il caso di dirlo chiaro. Sono europeista!

Serve il touch-screen in automobile?

Fiat 500 Abarth storica - plancia tutta quadranti

Honda, il grande produttore giapponese di automobili, ha deciso di rimuovere alcuni comandi dal touch-screen, re-introducendo i controlli manuali. Ciò, in particolare, per l’aria condizionata.

In questa mossa, contraria alle tendenze (o mode?) del mercato, era stata preceduta dalla connazionale Mazda, che anzi sembra fare una scelta ancora più radicale.

Retrogradi? Secondo me no. La mia personale esperienza di automobilista mi dice che gli schermi tattili distraggono pesantemente dalla guida.

Girando con una Citroen presa a noleggio mi sono accorto che mi era quasi impossibile cambiare la temperatura dell’aria condizionata mentre guidavo, dal momento che dovevo navigare attraverso le sezioni del bello schermo tattile messo al centro dell’abitacolo. Dal navigatore dovevo passare al menù clima, individuare la freccia giusta e premerla un tot di volte. Ho finito per morire di caldo fino alla sosta successiva: preferiscoo vivere!

Al contrario, sulla mia Fiat, mi basta allungare la mano per trovare la manopola del clima, a memoria, senza bisogno di distogliere gli occhi dalla strada.

La mania del touch-screen in auto, sempre più grande e onnicomprensivo, mi sembra risponda a due moventi. In primo luogo la moda, come accennavo, e il richiamo a telefonini e tablet, come paradigma di qualsiasi innovazione tecnologica: se non c’è lo schermo, e bello grande, l’automobile sembra vecchia e il cliente potenziale non la compra. Sorta di “effetto Tesla” che si sta rapidamente diffondendo, direi come un’epidemia, anche se il paragone è inopportuno visto il momento. In secondo luogo, ma almeno ugualmente forte, c’è l’economia: eliminare comandi fisici, componenti, lavorazioni e cablaggi complessivamente riduce i costi e chi fa prodotti di massa deve starci più che attento.

Uno schermo grande è utile per la navigazione e forse anche per l’intrattenimento audio, ma per il resto? Quanto tempo e quanta attenzione ruba dover navigare tra menù e opzioni? Per eseguire un comando tattile sullo schermo devi guardarlo, distraendoti dalla guida, non puoi cercarlo solo con le dita. In più di solito non basta un singolo gesto ma serve una sequenza, peggiorando la situazione dal punto di vista della sicurezza. Ritengo possibile che, passato l’entusiasmo iniziale per gli schermi tattili, anche i clienti cominceranno a cambiare parere e i comandi manuali riprenderanno un po’ di spazio perso nelle automobili, almeno finché nuove tecnologie non li mettano di nuovo a rischio, come un’evoluzione sostanziale dei comandi vocali o schermi che forniscano una risposta sensibile al tatto, oltre che grafica.

Pattuglia

Due anni fa e passa partecipavo al concorso “Radio 1 Plot Machine”, per racconti brevissimi, massimo 1500 caratteri. Ho avuto la soddisfazione di sentire il mio racconto letto alla radio da un attore professionista, di portare la fantascienza in quel concorso e anche di vincere la puntata, ottenendo più voti del avversario, anch’esso valido, che mi era stato messo contro. Purtroppo non ho raggiunto il numero minimo di “mi piace” necessario per ottenere il premio finale, che era la pubblicazione in e-book assieme agli altri vincitori. Mi sembra giunto il momento di riportare il racconto anche qui. Col senno di poi direi che non è perfetto, avrebbe forse bisogno di cura e magari di qualche frase in più, ma nel complesso mi pare buono. Che ne dite? Leggete e poi mi fate sapere.

Pattuglia

Il livello del carburante è un nemico, quando voli sul mare. Sfioro le onde aliene che inghiottono tanti compagni, lo sguardo all’orizzonte e ai dati che il computer proietta sulle mie retine. Gli abitanti di questo pianeta tutto mare sono strani mostri, mezzi uomini e mezzi cetacei, che da secoli hanno ripudiato il loro essere uomini per adattarsi a questo mondo acquatico. Ci considerano invasori ma non possiamo andare da nessun’altra parte. Non ci accolgono e per questo siamo in guerra. Un allarme, le pulsazioni saltano. Eccoli i loro acquaplani che schizzano fuori per assaltarmi. Viro di colpo, vedo tutto rosso, i denti mi stridono. Faccio fuoco in automatico. Uno esplode, un altro schiva ma il terzo mi è addosso. Mi sperona, hanno un modo barbaro di attaccare, come squali. Lo schianto è tremendo. Mi espello dall’abitacolo e il paracadute mi porta in acqua. Mi sistemo dolorante nel battellino d’emergenza e aspetto: ricevere soccorsi è quasi impossibile. Anche gli acquatici spariscono, non sono così pietosi da finirmi. Passo giorni d’inferno, sotto al doppio sole di questo pianeta. Una tempesta quasi mi finisce. Sono allo stremo, l’orizzonte inesorabilmente vuoto, senza più acqua potabile nè cibo. So di addormentarmi per l’ultima volta. Mi sveglio con la testa dolente ma stranamente limpida; ho fame ma mi sento forte. Mi guardo: ho mani palmate e il busto allargato, sono diventato un acquatico! La nostra guerra è inutile, questo pianeta di mare ci vince, ci avrà tutti!

Funerale nel 2039

Si trovarono tutti davanti alla bara grigia e lucida, parenti, amici e conoscenti: molte persone, come succede sempre quando si dice addio a una persona molto buona o – come in questo caso – molto ricca. Il cimitero era bello e arioso, sembrava un campo di gioco puntellato da croci e lapidi lontane.

L’officiante lesse alcuni versetti della Bibbia e benedisse la salma, poi lasciò la parola a parenti e amici per la commemorazioni. I brevi discorsi si susseguirono, mescolando toni d’elogio e di commozione. Poi il piccolo podio fu portato via e tutti indossarono gli occhiali scuri. A chi non li aveva di propri ne furono consegnati un paio da un addetto delle pompe funebri.

Una campana annunciò l’inizio del conto alla rovescia: dieci, nove, otto… allo zero, con un improvviso boato e un bagliore bianco accecante, il feretro s’innalzò verso l’alto, spinto da un razzo a propulsione ionica. Per pochi secondi il vento prodotto dal reattore sollevò polvere e spazzò quel pezzo del cimitero e la folla raccolta per le esequie.

Tutti guardarono il piccolo missile tozzo innalzarsi nel cielo quasi perfettamente limpido. Nel silenzio che tornò, mentre il feretro diventava un puntino seguito da una sottile scia bianca nello sfondo profondo dell’azzurro, si sentirono solo i singhiozzi della vedova: sotto gli occhiali neri stava piangendo. Tutti, ordinatamente, a turno, le si avvicinarono per le ultime condoglianze, incombenza inevitabile prima di andare via.

Qualche ora dopo, i parenti stretti avrebbero ricevuto l’avviso che la bara, in titanio e fibra di carbonio, aveva raggiunto il cimitero in orbita geostazionaria e si era aggregata ad esso. Lì sarebbe rimasta, come da progetto, per migliaia di anni.

Affari e Cina significa spesso soldi in cambio di libertà

Saldi… anche di diritti?

Apple ha in questi giorni eliminato dal suo store una app utile ai dimostranti di Hong Kong. Ufficialmente l’ha fatto per motivi legali, ma di fatto si è piegata a richieste del governo cinese, e non è la prima volta.

Le giustificazioni accampate da Tim Cook non sono sembrate particolarmente soddisfacenti.

L’azienda della mela morsicata non è sola: molti in Occidente tacciono della natura illiberale del regime cinese per non intaccare gli enormi guadagni che si realizzano in quel mercato, e soggiacciono silenziosamente alle “regole” imposte dal regime. Anche Google, ad esempio, ha accettato che la sua versione cinese sia censurata.

Ma in questo modo l’Occidente diventa complice delle azioni repressive e violente del governo cinese nei confronti di tutti gli oppositori. In pratica fautori della libertà e della sicurezza del privato, ma solo finché non intacca il business: “in GoLd we trust”.

La seconda grande corsa allo spazio

Forse non tutti ce ne siamo accorti, ma siamo nel pieno di una nuova corsa allo spazio. Soprattutto in Italia, legati come siamo alle nostre vicende locali, perdiamo facilmente di vista non solo il “quadro generale” ma, molto più banalmente, quello che succede intorno, e consideriamo la tecnologia ancora come “una cosa da nerd”. Come se la politica, da sola, potesse risolvere un problema qualsiasi. Ma sto divagando: è in corso una nuova, accanita, cattivissima corsa allo spazio, solo che, a differenza della vecchia degli anni ‘50, ‘60 e ‘70, stavolta il primo movente non è politico bensì commerciale. È in corso una gara allo sfruttamento economico dello spazio in tutte le sue forme: comunicazioni, risorse e turismo, e i concorrenti non sono più gli stati, la NASA, l’ente spaziale russo o cinese, per non parlare di quello europeo: no, i concorrenti veri oggi sono aziende private. Vediamoli, per capire un po’ meglio.

SpaceX. È il più ambizioso, il “gioiello della corona” di quel monarca economico illuminato che è Elon Musk che annovera nel suo paniere aziende come Tesla e Pay-Pal. Per loro raggiungere lo spazio con vettori riutilizzabili è stato solo il primo passo, effettuare rifornimenti regolari alla Stazione Spaziale solo il secondo, lanciare verso Marte una Tesla Spider per collaudare il loro nuovo vettore “Falcon X Heavy” solo un atto dimostrativo: il vero obiettivo sono Luna e Marte, e allo scopo stanno realizzando “Starship”, l’astronave d’acciaio inox in grado di raggiungerli.

Blue Origin, fondata dal miliardario Jeff Bezos segue un percorso simile a quello di SpaceX, ma con più calma e un fine più ristretto. Anche loro puntano su razzi vettori riutilizzabili, in grado di atterrare verticalmente dopo aver lanciato in orbita il loro carico, come in un film di fantascienza di settant’anni fa. Ma lo scopo è quello di mandare astronauti in orbita, compresi turisti paganti desiderosi di provare l’assenza di gravità.

Virgin Galactic, di Sir Richard Branson, è partita per prima e con un approccio diverso: un grande aeroplano, simile a due alianti assemblati assieme, porta in alta quota un piccolo “spazioplano”. Questo, una volta sganciato dall’aereo madre, accende un motore a razzo e punta in alto, oltre l’atmosfera. In questo modo “tocca” lo spazio, oltre gli 80 Km di quota. I passeggeri a bordo possono vedere il buio dello spazio, le stelle, apprezzare la curvatura della Terra e provare l’assenza di gravità per qualche minuto, prima di effettuare la discesa verso terra, prima in volo balistico, poi spiegando le ali e procedendo in planata fino alla pista d’atterraggio. Hanno avuto un incidente mortale qualche anno fa, perdendo un collaudatore, ma si sono ripresi.

Come vedete ogni impresa ha il suo ricco sponsor alle spalle. Chi vincerà? Chi si accaparrerà i lauti guadagni dei ricchi che vogliono provare l’ebrezza dello spazio e di stati, enti pubblici e privati che vogliono mettere in orbita satelliti a basso costo? Chi porterà gli astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale e magari i materiali e il personale per il “salto” verso la Luna o Marte? Sembra probabile che Virgin Galactic sarà la prima ad aprire i battenti a ricchi alla ricerca di nuove emozioni, ma SpaceX è avanti nello spazio vero e proprio e anni luce avanti nelle ambizioni, anche se Blue Origin non sta certo a guardare. Quello che è evidente è che gli enti spaziali “tradizinali” sono in ritardo: i programmi paralleli di NASA ed ESA sembrano già obsoleti rispetto a quanto stanno dimostrando i loro rivali privati. Si vedrà.