Anticorpi tecnologici

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La dipendenza da telefonino è un fatto palese.

È, formalmente, una delle maggiori preoccupazioni dei genitori, che vedono i figli sempre immersi nel balluginare degli schermi, se non fosse che essi stessi, per primi, sono spesso tecno-dipendenti da social e selfie e concedono l’agognato telefonino alla prole come maniera per non essere troppo disturbati.

È argomento di lotta costante per i docenti di ogni ordine e grado, almeno quelli che non considerano l’incasso dello stipendio, a fine mese, come scopo esclusivo della professione.

In strada, che tu sia a piedi, ciclomunito o motorizzato, devi costantemente stare attento a pedoni e automobilisti distratti da improrogabili messaggi.

Insomma, siamo di fronte a una vera e propria sindrome di massa, che miete le sue vittime. Allarme sociale e non esagero.

C’è una soluzione? L’educazione, certo, l’abitudine a un uso corretto e moderato, un po’ come per le bevande alcoliche. Forse ce n’è anche un’altra però: la normalizzazione, ovvero arrivare a considerare l’elettronica portatile come qualcosa di abituale, un accessorio come un’altro. Interrompere il circolo vizioso che dà al mondo della rete un valore superiore a quello che ha, a causa del fatto che è nuovo e diverso dall’ordinario e continuamente cangiante.

In questo senso, da inguaribile ottimista quale sono, voglio porre qualche speranza nella nuovissima generazione:, non i cosiddetti millennial ma proprio i bambini di oggi, quelli che stanno imparando a camminare o vanno alla scuola elementare. Sono loro i veri nativi digitali. Per loro il telefonino e la connessione ubiqua alla “rete” non sono qualcosa di nuovo o appreso, ci sono nati, come la TV per i loro genitori o la radio per i loro nonni.

Noi anziani siamo come i nativi americani, sterminati a casa loro dalle malattie importate dagli esploratori/invasori europei, qualche secolo fa, perché il loro sistema immunitario non era preparato. I piccoli di oggi stanno sviluppando il loro “sistema immunitario intellettuale”, tramite la piena esposizione al digitale, e stanno sviluppando gli anticorpi, o almeno lo spero.

I piccoli di oggi non nutrono stupore di fronte agli schermi tattili o alle connessioni senza fili. Perché dovrebbero, se fanno parte delle cose che sperimentano da prima ancora di imparare a parlare?

Forse domani sapranno gestire la rete mettere molto meglio dei loro genitori e in dubbio quello che dice loro, con la stessa naturalezza con cui sanno distinguere i loro giocattoli dagli oggetti reali che questi imitano.

Risulta più difficile sviluppare un rapporto malato con qualcosa di consueto che con qualcosa di del tutto nuovo. La dipendenza da tecnologie diverrà, col tempo, un fatto marginale, sempre grave ma, per certi versi, fisiologico, come oggi l’alcolismo o la ludopatia, da combattere con assiduità, certo, ma non pandemico.

O almeno così voglio sperare.

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L’umana macchina inventiva

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Scultura contemporanea a Sabaudia

Da tecnico, sono sempre più coinvolto con metodologie che tendono a guidare la risoluzione di problemi, l’ottimizzazione o la stessa progettazione di un sistema. Vanno sotto il nome di WCM, DFSS, DoE, solo per citarne alcune.

Sono tutte molto interessanti, spesso utili, qualche volta snobbate e altrettante sopravvalutate. Me ne viene un ragionamento generale che fa il paio con il mio post precedente.

I metodi servono a rendere più rigoroso il lavoro umano, la causa più frequente di errori e incertezze. Da sempre hanno per oggetto il lavoro manuale, più di recente anche quello intellettuale.

Di contro l’intelligenza artificiale ha lo scopo di rendere più elastico il funzionamento delle macchine, facendo in modo che esse reagiscano in modo autonomo e sensato allo “ambiente” in cui operano.

I punti di convergenza? Da un lato l’uomo automatico, ovvero il cyborg; dall’altro il robot-umanoide, ovvero l’androide.

Estrapolazione, gioco mentale? Si certo, ma forze non troppo. Per me il telefonino, da cui non ci stacchiamo mai, ci tiene sempre connessi e ci serve per sempre più cose, è già un embrione di cyborg.

Ancora una volta la fantascienza anticipa la realtà, nei concetti se non nelle realizzazioni e nelle conseguenze se non nei mezzi. E non stiamo ancora considerando le possibilità dell’ingegneria genetica.

Una vita a caccia di offerte

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Sempre aperta la stagione di caccia alle offerte

Tra colleghi e conoscenti s’è aperto un nuovo fronte di passatempo, al quale per la verità non mi dedico, che consiste nel cercare la migliore offerta telefonica.

Per quanto riguarda le tariffe per i telefonini cellulari, lo sport dell’offerta a inseguimento era in voga ormai da anni. La novità è che si è esteso da un po’ al telefono fisso di casa e, soprattutto, all’internet ad alta velocità, divenuta di colpo indispensabile per gli “streaming”, ovvero per le trasmissioni televisive via web a pagamento o piratate.

Si affianca a innumerevoli altre caccie: assicurazione auto, forniture luce e gas, offerte speciali di elettronica e materiale per la casa, sconti alimentari. Eccetera.

Niente di male, direte voi. Non esiste nulla di più stupido della fedeltà a un marchio o a un fornitore. Sarebbe da perfetti idioti preoccuparsi per un’azienda che non ha cura dei suoi clienti. Le compagnie telefoniche hanno il coltello dalla parte del manico e ai poveri comuni mortali consumatori non resta che farsi furbi e tentare di barcamenarsi per pagare il meno possibile, se non fosse che questo “pagare” è legato ogni vola a una necessità nuova che, fino a poco tempo prima, nessuno sentiva di avere.

Una volta si premiava la fedeltà dei clienti, oggi rimanere con un fornitore a lungo è la migliore garanzia di non vedere offerte positive e si premia solo il “tradimento”, ovvero rubarsi clienti l’uno con l’altro.

Un gesto un tempo semplice, come pagare la bolletta del gas o telefono, diventa un barcamenarsi mese per mese fra offerte e gestori, saltando dall’uno all’altro al primo campanellino di uno sconto o all’allarme della fine del periodo d’offerta. Processo indolore fino a un certo punto, se non fosse che richiede tempo (prezioso per definizione) e lascia potenzialmente una scia di contenziosi a loro volta forieri di ulteriori perdite di tempo e denaro.

 

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Regola generale del commercio: metti assieme abbastanza roba inutile e ognungo troverà qualcosa che gli piace

 

La cosa mi ha portato a qualche altra riflessione. Come spesso accade, il piccolo è immagine del grande e, come tale, talvolta più facile da capire. Questa caccia continua all’operatore conveniente dell’istante – e parallelo allettamento degli operatori al cliente perché si decida a cambiare – mi sembra emblematica della nostra società, che è diventata quella dell’instabilità.

Lunga la disquisizione sui motivi: la globalizzazione, il consumismo, le crisi finanziarie, scelte politiche più o meno discutibili e fatte con più o meno cognizione di causa. Sta di fatto che, venuti meno i punti di riferimento, tutto è instabile e precario: i rapporti di lavoro, per cominciare, come anche i matrimoni, il luogo di abitazione, e con queste cose anche le relazioni di conoscenza e di amicizia e perfino i rapporti di parentela.

La cultura dominante – e assiduamente coltivata da aziende, associazioni di consumatori, “opinion leader” e passaparola – è di afferrare l’occasione appena si presenta, senza guardare al passato e con prospettive minime nel futuro: pochi mesi, talvolta appena qualche settimana o perfino giorni prima di un nuovo cambiamento. I vantaggi possono essere anche minimi purché siano immediati. Pochi maledetti e subito, come si dice. Lo sconto alla cassa, il piacere a portata di mano. La precarietà come stile di vita scelto prima che imposto. La programmazione ridotta al minimo. Dai beni di consumo alla vita pubblica e privata. Se metto su famiglia, durerà finché dura “l’amore”. I figli nasceranno con me e forse ci cresceranno, oppure no, secondo come verrà. Siamo pronti a una società non solo senza programmi a lungo termine, ma neppure a medio?

Forse è anche per questo che la gente è così attaccata al suo telefonino. Tutto ciò su cui puoi davvero contare è quello che hai addosso, quello che puoi toccare, vedere e usare o almeno entrare in contatto ora, ciò che è immediatamente a portata di mano in questo momento e luogo. Quello che vuoi condividere devi farlo adesso, senza nemmeno aspettare di tornare a casa e accendere il computer, perché poi non si sa.

La qualità è quella che è, ci si deve accontentare: la fotografia istantanea, il mobile di battaglia, il cibo pronto in dieci minuti, il sesso la prima notte.

L’uomo 2.0 è l’individuo del qui-e-ora. E’ l’uomo del momento, ovvero concentra tutta la sua attenzione sul qui e adesso. Tutto il resto è puramente ipotetico e labile. Il mondo, l’umanità intera sono una semplice ipotesi che può essere smentita in qualsiasi istante.

Mode all’orecchio e non solo

cablesLa tecnologia genera mode che, viste da lontano, sembrano un po’ ridicole. Da lontano intendo dopo un po’ di tempo, ed alle volte basta qualche mese. E’ passata da un pezzo l’epoca in cui bisognava essere “wired”, connessi via cavo al resto del mondo. Oggi tutto dev’essere “wireless”, compresi i caricatori. Una volta faceva figo far ammiccare l’antenna del cellulare dal taschino della giacca, per dimostrare di averlo. Era si un po’ tamarro, ma in quanti resistevano alla tentazione, dopo aver speso svariate centinaia di migliaia di lire per un telefonone a forma di mattone? Poi i telefonini hanno perso l’antenna ed hanno iniziato a dimagrire. Si diffusero, i prezzi scesero e allora non bastava averne uno: bisognava che fosse l’ultimo modello, minuscolo. Si diceva che il cellulare fosse l’unica cosa su cui gli uomini facessero a gara a chi l’aveva più piccolo… Anche quella, in fondo, era un’affermazione di supremazia, di potersi permettere qualcosa che gli altri no. Qualche tempo fa andava di moda parlare da solo, perché il cellulare si doveva usare con l’auricolare, rigorosamente wireless se si voleva veramente essere trendy. Il telefono doveva essere invisibile, sommerso in una tasca o una borsa. Bisognava parlare a mani libere, con disinvoltura, come se si avesse l’interlocutore davanti, ma ad alta voce, in modo che si capisse quello che si stava facendo. Le onde elettromagnetiche fanno male – forse, magari, si dice ma non è mai stato dimostrato in modo significante – ma non quelle dell’auricolare, o, almeno, molto meno. Poi sono arrivati gli smartphone e i touchscreen ed una nuova inversione di tendenza. Oggi andiamo in giro con dei battiscopa all’orecchio ed ingrassiamo lo schermo mentre parlaiamo. Qualsiasi cosa deve essere fotografata con il furbofono. Mi raccomando: non con una macchina fotografica, che sa di vecchio, ed il risultato di corsa sui social. Il rumore finto dello scatto si usa sempre meno e mi pare giusto. C’è chi considera figo fotografare con i tablet, come se lo schermo più grande rendesse migliori le foto scattate con una lente piccolissima davanti ad un sensore di qualche millimetro quadrato, e, come ha detto qualcuno, sembra che vadano in giro appendendo quadri. Di questo passo, i telefoni diventeranno così grandi che sarà necessario aggiungerci un manico per impugnarli. Allora si che parleremo tutti nelle padelle. A meno che non abbia ragione Google.