False finestre fanno finte figure

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***

Ora, per chi vuole, un componimento ispirato dalla mania per telefonini e internet, ma applicabile a molte cose che consumano il tempo senza riempirlo. Mi è venuto un po’ lungo e certamente è tutt’altro che perfetto: me ne scuso in anticipo.

***

Finestre ci sono, senza nulla dietro,

pure cornici di lastre di vetro,

più sottili di specchiere,

leggere quanto uno spettro

di un film muto

appena proiettato

e vuote memorie,

come un bicchiere già bevuto.

Ci sono finestre false

quanto le offerte regalo

che ti mettono in mano

fuori ai negozi,

nelle vie rumorose

delle metropoli delle solitudini contigue;

o quanto

le promesse morbose

che compaiono proditorie

nei link ruba-click dell’internet a dozzine.

Sono volubili finestre virtuali,

anche quando materiali,

più di quelle dei sistemi operativi,

senza testo da scorrere

o storie da rincorrere;

senza vite da ricollegare

o nuclei da interpretare;

senza motivi da canterellare

evocativi: senza cuore,

solo illudenti figure sfacciate da sfogliare

o sbirciare

come da una serratura seriale.

Finestre d’intrattenimento,

ladre esperte di tempo,

cattive consigliere,

pessime romanziere,

arrecatrici d’oblio come vini e birre,

ma meno gustose, acquose, inodore,

edulcorate assai e gassose e tiepide e stanche,

come monotone modelle virtuali anoressizzate,

vita stretta, niente fianchi e anche,

con tette siliconiche protesiche

e scarse idee… Buone per ostentatamente

ottuse menti e stanche.

Povere finestre con falsi fiori,

a colori sintetici a interi valori,

tutto per il fuori.

Forse eran vere agli albori:

l’antica malasorte

della vita le ha private,

oppure una mano ladra e malvolente.

Ora son ridotte

a cornici decorate,

laborioso contorno d’un quadro scadente,

lupi d’annata senza pelo, ne pane, ne dente,

ne passione, brama o gradiente,

cantori stonati ammalianti in tono finto-gaudente

senza motivo, trascinatori di causa perdente.

False finestre, il mondo ne è pieno,

offrono orizzonti di paglia, mari di fieno,

illusioni poco costose, invitanti all’inizio,

ma dannose, carceri in cui ti serri per sfizio,

senza aver la chiave per venirne fuori,

virtual-dipendente, non sai farne a meno,

ne vuoi sempre di più, senno sono dolori,

droga a bassa gradazione, te ne serve il pieno,

e riempiono tasche nel mondo là fuori.

Sega quelle sbarre, se sei capace,

dal colore banale vivace

e animazione sagace.

Rinuncia all’intrattenimento senza fine, assenzio

di falsa vita che ride e saltella,

provoca, ammicca, solletica e titilla,

sfibra, affatica, svuota e la voglia assilla,

ma non dà abbracci e baci, non ha scintilla.

Scruta, se ancora sei capace, fuori, il silenzio.

Poesia d’amore da scrivania

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Disegni di luce sul muro di casa, al  mattino

Il giorno procede lento,

Quanto dura?

Solca minuti di silenzio

E ore di parole scarse di senso.

Come goccia sfreccia ogni secondo.

M’invento impegni che non prendo,

Creo movimenti per ingannare l’intelletto,

Annegare i malesseri

E mantenere l’equilibrio su un piede.

Mi manca la tua ansia, il tuo scontento,

La pazienza con cui navighi fra tutto.

Accettami ancora, come già hai fatto!

Come hai promesso in silenzio

E ripetuto a piena voce

E ancora ripeti con lo sguardo

Ogni mattina e ogni tramonto.

Mandami un saluto di speranza, per l’altra sponda.

Perché questo è un transito, cara, tu lo sai,

Per quel che capiremo assieme,

Giorno dopo giorno, di minuto in minuto,

Vita dopo vita, in avanti.

Se di te non c’è traccia, qui fuori,

Dentro ti porto come un solco, una presenza.

Affrettati lentamente

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Sono un tipo ansioso. Credo che la causa sia un mix di genetica e di educazione, ma non è questo l’aspetto che vorrei approfondire. In realtà non lo do molto a vedere: la maggior parte delle persone che mi conoscono in modo non particolarmente approfondito mi giudica un tipo tranquillo. Ciò è dovuto a una serie di ragioni: in parte interiorizzo, e lo sconto alla sera sul tempo necessario a prendere sonno, ma soprattutto ho messo assieme una serie di trucchi per convivere con la mia ansia e limitarla per quanto possibile. Uno di questi è la puntualità: non c’è nulla che mi mette in ansia come essere in ritardo. Il suo corollario è prendere le cose con calma. Sembra paradossale ma non lo è: ho scoperto per esperienza che la peggiore causa di ritardi (e dell’aggravamento dei ritardi) è la fretta. Se ti accorgi che il tempo sta passando e l’ora di scadenza si avvicina, mettersi a correre è il modo migliore per peggiorare la situazione: ti agiti, cerchi di fare più cose assieme, ti distrai, cominci a sbagliare e a dimenticare aspetti importanti, devi più volte tornare indietro a correggere qualcosa.

Al contrario, nel momento in cui avverti che qualcosa non va, rallenta leggermente i movimenti, lascia che qualche attimo passi. L’importante è che non ti fermi: il modo migliore per essere in orario è cominciare presto e procedere regolari. Avanza un passo alla volta: “parallelizzare” le azioni è una scelta più spesso sbagliata che corretta. Ragiona un attimo su ogni cosa da fare, in modo da farla quando serve e nel modo giusto. In questo modo, il ritardo, se ci sarà, sarà il minimo tecnicamente possibile.

Certamente quella descritta è una tecnica che non si può applicare in tutte le situazioni. Ci sono casi di vera emergenza, dove bisogna guadagnare ogni attimo e agire senza pensare. Tuttavia anche in quelle circostanze operare in modo metodico è la scelta vincente, come sanno gli operatori di pronto soccorso. Il loro lavoro consiste nel conoscere alla perfezione i protocolli e applicarli nel modo giusto. Dall’analisi dei sintomi viene la scelta degli interventi per stabilizzare il paziente e trasportarlo alla struttura ospedaliera, il tutto codificato in modo da annullare i tempi morti ed evitare scelte avventate. Scienza e allenamento. Il professionista cammina più che correre ma arriva prima e meglio dell’eroe dell’improvvisazione e, nel caso in esame, salva più vite.

Un discorso analogo si applica, secondo me, lavoro. Il momento in cui ho smesso di essere un novellino alle prime armi è coinciso con quello in cui mi sono accorto che la maggior parte delle emergenze e delle urgenze non erano davvero tali e che era possibile rispettare gran parte delle scadenze semplicemente lavorando nei tempi e nei modi giusti.

Prevale ancora, nelle organizzazioni, il falso mito per cui chi corre produce di più, con il corollario che il compito del capo è far correre costantemente le persone, per renderle produttive. Dietro alla fretta e alle corse dell’attività quotidiana c’è una buona dose di realtà, ma anche una porzione di teatro e di cattiva organizzazione. La maggior parte degli allarmi scattano per mano di persone poco competenti per la posizione che occupano, o ansiose di farsi notare, o di scaricare sul primo che passa una grana che hanno tra le mani. Per di più il problema, quando è reale, raramente è nuovo o imprevedibile e spesso emerge di prepotenza dopo che si era tentato ostinatamente di nasconderlo.

Il guaio strutturale di molte organizzazioni è che quando s’innesca la “giostra” dell’emergenza l’attenzione si sposta presto dal problema reale su quello apparente, come un gioco di prestigio al contrario che rimescola le carte invece di riordinarle. Non si fa sintesi o diagnosi ma si attaccano i sintomi, secondo l’idea che “bisogna fare qualcosa subito”. La soluzione tecnica sarebbe magari sotto gli occhi, ma tutti corrono dove indica il capo, dove gli conviene o dove sono abituati a guardare. L’agitazione cresce e la messa a fuoco si smarrisce.

Per arrivare al traguardo la prima necessità è pensare e poi agire metodicamente, senza fermarsi. Ma non sto dicendo niente di nuovo: l’ha insegnato l’imperatore Augusto: “festina lente”.

Inizio d’autunno

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Un po’ in ritardo, ma eccoci qua, all’appuntamento con la poesia stagionale. D’altra parte questo blog è per il piacere di scrivere e condividere, magari esibire, e non per stare sul pezzo dell’attualità. In questo momento, ogni tanto mi escono versi, che però devono decantare prima di essere diffusi.

~

Calano giorni di pioggia,

monotoni e perversi.

Tornate di lavoro inconcludente,

preparatorie.

Tempo di prima della Creazione,

quando tutto era,

in potenza, già pensato,

ma nulla

in atto, né la luce,

e la coscienza dormiva,

innocente,

un sonno inconsapevole d’infante.

Nuovo giorno in ufficio

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Ormai è una malattia, ma dopo che hai superato la paura della “prima volta” tutto diventa più facile e ogni tanto pubblico una poesia. Anche questa è, a modo suo, autobiografica.

***

Un tema, un compito, una scrivania,

strumenti vecchi e semi-nuovi

per riempire questo spazio-tempo.

La polvere sotto il monitor

e in tutti i recessi, psichici e non:

i sedimenti della vita passata,

scorie attive di tentativi e risultati,

come monotonia solida, umida,

materiale di risulta dell’esperito,

che diventa sostanza da costruzione,

base confortevole e tiepida,

concime di pensieri.

Lunghe ore di varianti infinite,

sintesi meccanica di simile e diverso,

noia creativa, genio ordinario.

La nuova vita, così come il lavoro nuovo,

si edificano sempre sopra i residui,

stratificati e compattati,

dei precedenti.

Ode alla distrazione, ovvero la necessità della perdita di tempo in quanto tale

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Il tempo che si perde ogni giorno in attività secondarie è impressionante. La stanchezza che ho accumulato a fine giornata, in che misura dipende dall’aver fatto qualcosa di utile, almeno in modo contingente, e quanto dall’essere corso dietro al futile o all’inutile, se non al dannoso?

Certo, molte attività che ci riempiono la giornata sono inevitabili, così come molte perdite di tempo. Ci sono semplicemente imposte dall’esterno e non possiamo farci nulla, almeno nel breve periodo, come le code alla posta o in tangenziale. Alcune sono risolvibili organizzandoci meglio, ma per altre servirebbe proprio un cambiamento di vita o una rivoluzione. Ma altri sperperi di minuti e di ore ce le cerchiamo di proposito. La consultazione compulsiva delle reti sociali, per esempio, e poi ci sono la pornografia, o il gioco d’azzardo o semi-tale, per rimanere su Internet, oppure il pettegolezzo, l’osservazione oziosa del prossimo, la televisione come mezzo per far notte. Pause e tempo libero sembrano diventare più uin problema che un’opportunità.

Ovviamente è necessario far divagare la mente, ogni tanto. Ho sentito dire che il massimo periodo continuativo di concentrazione su un tema, con alti e bassi, è di due ore, e l’esperienza mi dice che, con ogni probabilità, il valore è sovrastimato. Insistere oltre certi limiti fisiologici non è produttivo, perché il semplice sforzo di mantenere l’attenzione consuma quasi tutte le energie. Mi accorgo che lasciare da parte un problema, per un po’ di tempo, mi aiuta a rigirarlo da un’altra parte e trovare più facilmente la risposta. Inoltre la mono-mania, di qualsiasi tipo, rischia di portare rapidamente alla demenza o alla follia.

Questo non è una giustificazione per sprecare una parte della propria vita aspettando che una soluzione ai problemi emerga da se, come per magia, dal fondo della coscienza. Bisogna al contrario cercare di incastrare quante più cose nel tempo, fisso, che ci è concesso.

Più vado avanti nella vita e più mi convinco che sia importante scegliere in modo oculato anche le proprie distrazioni. Avere un lavoro che consenta di alternare più attività, ad esempio, magari alcune di matrice più intellettuale e altre più manuale, e di prendersi qualche piccola pausa. (Ad avercelo, un lavoro, commenteranno tanti). Idealmente, per il cosiddetto tempo libero – poco o molto che sia – sarebbe necessario uno spettro di applicazioni piacevoli che siano almeno marginalmente utili, per tenere lontano l’intelletto da quelle inutili o dannose. Un po’ come il sedano che si mangia durante la diete, per ingannare lo stomaco con l’atto meccanico del mangiare che però non dà calorie, tenendolo così a distanza da cibi più gustosi ma poco raccomandabili per il nostro stato fisico.

Non dico nulla di nuovo, è lo scopo degli hobby e dello sport non professionistico. Se ne sono scritti volumi su volumi.

Qualche piccolo margine di perdita di tempo andrebbe contemplato e consentito in tutte le attività lavorative, proprio per migliorare la produttività complessiva e mantenere la qualità. In fondo non dovrebbe interessare solo il risultato di oggi, ma anche quello di domani e quello successivo ancora.

Per me il blog è esattamente questo: un modo di divagare continuando a tenere in funzione il cervello, evitandogli di fare di peggio. Ne ho un intero spettro di questi strumenti di distrazione – non di massa ma personale – ovvero l’altro mio blog di storia dell’aeronautica del Meridione d’Italia, la fotografia, la scrittura di racconti di fantascienza e le curiosità sull’informatica. Anche un’ora in palestra, ogni tanto e anzi non abbastanza spesso. Mi accorgo in realtà di averne troppi: alla fine dedico poco tempo a ognuno.

E’ importante, in effetti, evitare che strabordino: il diversivo deve restare tale. Considerarlo come un utile lusso, quando ce lo si può concedere, che fornisce anche un margine di prodotto utile, almeno per la persona. Se supera i suoi confini di tempo limitato “rubato” agli impegni quotidiani, si snatura. Mi riferisco non soltanto alle manie, certamente da evitare, ma alla tentazione, che ogni tanto affiora, di trasformare l’hobby in lavoro. Se in qualche caso può anche sembrare una buona idea non lo è, per me, in generale: se dovessi fotografare per vivere, ad esempio, non sarebbe più un diversivo stimolante ma un lavoro, non più qualcosa di puramente divertente ma di necessario. Il risultato dovrebbe sempre essere forzatamente positivo, per accontentare un cliente. Me ne sono accorto più di una volta, quando mi è stato chiesto di documentare eventi e mi sono divertito molto meno che a scattare per puro piacere. Il diversivo diventa allora qualcosa da cui cercare, a sua volta, diversivi.

Lo stesso varrebbe se dovessi scrivere a cadenze fisse e magari serrate su questo blog, per accontentare un committente o mantenere un dato numero minimo di visite giornaliere. Insomma è bello così, per me, come mi viene.

E no, non ho molto tempo libero: lo rubo alla televisione e al sonno, la sera, e a qualche quarto d’ora di pausa, durante la giornata, quando si può.

Momento autobiografico

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L’amore, dopo i quaranta

E’ un intreccio complicato.
Il cuore non parte più a tuffo,
E’ prudente, impacciato,
Timoroso, perfino buffo,
E pur non appaciato.
Scioglie i freni all’improvviso
E inciampa sul lembo di un sorriso.

E’ una scommessa azzardata,
Un superenalotto della vita,
Una scheda non si nega,
Se la gratti, poi ti lega
E cambia il tempo della partita.

Tempo ordinario

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Le giornate ordinarie sono fatte di eventi ordinari, che lasciano presto posto libero nella memoria. I neuroni volatili passano presto ad altro, quelli della memoria stabile si fissano sugli eventi singolari. Eppure la storia umana è fatta da un numero enorme di eventi ordinari e da pochissimi fatti speciali.
Contrariamente a come appare dai libri di testo, la storia si costruisce nell’ordinario, che è il suo tessuto connettivo, la base su cui può sorgere il pinnacolo dell’evento “storico”. Ma il tipo di realtà che può sorgere non è indipendente dal fondo su cui può fare presa.

Forse per questo è importante operare con coscienza nel quotidiano, anche quando non sembra immediatamente utile. Non è sufficiente per cambiare il mondo ma ne è il presupposto necessario. Lascia la porta aperta, per così dire.

Parlo di coscienza e non di onestà formale. D’altra parte sappiamo che anche il male è fatto, in gran parte, di ordinario. Gli esecutori degli ordini di Hitler, per dire, erano in gran parte dei grigi burocrati, con una casa, moglie e figli, magari un cane da accarezzare, amici da vedere nel tempo libero e occasionali scampagnate nel fine settimana. Grigi travet dell’olocausto per i quali far partire un carro piombato, confiscare gli averi di qualcuno, accendere un crematorio era come quietanzare una fattura o mettere in bella copia la corrispondenza del giorno. “Ho fatto il mio dovere” era la loro risposta a Norimberga.

Anche oggi le correnti di violenza scorrono sottotraccia, come rivoli carsici che passano inosservati, ognuno apparentemente innocuo o appena fastidioso, preso a se. Eppure, apparentemente all’improvviso, collidono e emergono come un geyser, e allora fiumi d’inchiostro e di bit, di stupore, sorpresa, orrore e analisi.

Il fronte opposto funziona in modo analogo: quanti benemeriti si sono stupiti quando hanno ricevuto riconoscimenti, non sentendo di aver fatto qualcosa di speciale. Tanti non hanno mai ricevuto ne richiesto lodi. (Mi viene in mente un brano del Vangelo, chi si ricorda quale?)

Servirebbe una storia sociale, una storia dell’ordinario, per capire i fatti, ma è difficile perché molte volte, nel bene come nel male, la sostanza non fa notizia.

Out of the blue

Quando venne la fine del mondo, la folla osservò un minuti di silenzio. Non c’erano state fiamme nel cielo, ne terremoti, maremoti o altri sconvolgimenti, per cui nessuno diede molto peso alla cosa.

Subito dopo ciascuno tornò ad occuparsi dei fatti propri, come se nulla fosse. La fine passò in silenzio. Il mondo era finito ma nessuno se ne accorse. Ognuno passò oltre pretendendo di star proseguendo la propria vita di sempre. C’era chi si lamentava di non riuscire più a divertirsi come prima, anzi di non riuscirci per niente, e chi era sollevato di vedersi libero dalle proprie sofferenze abituali. Qualcuno si stupì, dopo un po’ che non nascessero più bambini e, un po’ dopo, che i vecchi rimanessero sempre uguali, senza decidersi a morire. Siccome tutti avevano smesso di provare appetito o desideri, nessuno proseguiva ad andare a lavorare. Stavano in ozio dalla mattina alla sera guardando in televisione le repliche delle riprese di quando il mondo era vivo e succedevano un sacco di cose, luttuose o felici, e la gente ancora aspettava ingenuamente qualcosa dal domani.

Così il mondo si avviò lentamente a spegnersi, con indolenza, ogni giorno un po’ meno luminoso del giorno prima, ogni giorno con qualcosa in meno del giorno prima, ma poco, in maniera tale che era quasi impossibile accorgersene, anche perché ognuno era un po’ meno vigile, ogni giorno, rispetto al giorno prima. Divenne il ritratto pacato e sempre più sbiadito di se stesso. Le persone sparirono lentamente, anzi più che altro sfumarono, le une davanti alle altre, dissolvendosi indolentemente nel nulla man mano che i loro sensi si attutivano. Finché, alla fine, dopo molti secoli, non rimase nulla, se non il buio, senza più tempo.

Fu allora che una voce disse: “Ricominci tutto daccapo!”

Chi ha tempo?

La qualità richiede tempo, anzi il tempo stesso è qualità, in molte forme:

  • Tempo per fare bene le cose;
  • Tempo per apprezzare la giornata;
  • Tempo per star vicino alle persone.

I rapporti umani richiedono tempo. Stare ad ascoltare richiede tempo e si impara poco per volta. Studiare richiede tempo, pregare anche. La qualità della vita dipende dalla quantità di tempo che si può dedicare alle persone che si amano – a cominciare da se stessi – ed alle cose che interessano. Combattete contro chi vi fa perdere tempo inutilmente: è un acerrimo nemico.

A volte mi sento pessimista e mi sembra che la gente si rivolti di più quando le si tocca il portafogli che quando le si limita la libertà, ed è molto tollerante verso chi le ruba il tempo. Serve fare anticamera? E’ utile quello che stai facendo? Vale più un’ora di straordinario o un’ora libera in più? Certo, dipende da molti fattori, ma è sempre un bisogno?

Ovviamente, mi rivolgo per primo a me stesso.