La mamma di…

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“La mamma degli imbecilli è sempre incinta”.

La funzionaria che ha ignorato le telefonate di soccorso sull’Hotel Rigopiano è sulla graticola. Da molto tempo e per molto ancora. Sotto processo, in attesa di una probabile condanna penale e alla gogna di tutta la macchina mediatica italiana, dai telegiornali in giù, che, sappiamo, nel fare questo è molto efficace.

Ovvio obiettivo. Facile scaricare l’ira – e con essa la coscienza – nazionale su chi si trovava a fare un lavoro che non era il suo, subissata di richieste contrastanti, ivi compresi mitomani e gente spaventata per tanto o anche per poco o nulla, che in questo marasma, sotto stress difficile da controllare, magari sbaglia e straparla, ma non è responsabile del disastro in se.

C’è l’ideale: la frase registrata breve e chiara da mandare in loop, tolta dal contesto, e anche la figura di funzionaria pubblica di mezza età, così somigliante a quella che attira la tua antipatia quando fai la coda all’ufficio postale mentre lei chiacchiera con la collega.

Qualcuno che non ha protezioni alle spalle e non le ha voltate davanti a un impegno imprevedibile e oneroso, per cui non era preparata.

La signora non è responsabile se è subissata di richieste di soccorso, se ha ricevuto informazioni errate dalla Protezione Civile, se l’albergo era stato costruito e autorizzato in un luogo impossibile già battuto da valanghe, se nessuno aveva messo in allarme gli occupanti almeno il giorno prima e se nessuno ha pensato di evacuarlo in tempo, a cominciare dal proprietario.

E allora, chi ha avuto l’idea di costruire un albergo in quel posto?

“La mamma degli incoscienti è sempre incinta”.

Perché proprio li?

“La mamma degli avidi è sempre incinta”.

Chi ha concesso le autorizzazioni?

“La mamma degli incompetenti è sempre incinta”.

Chi ha tralasciato i controlli?

“La mamma degli incapaci è sempre incinta”.

Forse ha avuto favori o tangenti?

“La mamma dei corrotti è sempre incinta”.

O semplicemente aveva paura di intaccare le “potenze economiche” della zona

“La mamma dei vigliacchi è sempre incinta”.

Chi non ha dato l’allarme in tempo?

“La mamma degli inadempienti è sempre incinta”.

Ma quanto sopra non fa abbastanza notizia: meglio gonfiare l’odio su un singolo funzionario pubblico che sbaglia sotto pressione.

“La mamma dei giornalisti sciacalli è sempre incinta”.

Porte aperte al Tribunale, anzi sfondate

File tribunale Napoli (Nicola Clemente) (3)

E’ stato forse l’evento del giorno ieri. Ingressi controllati al tribunale di Napoli, dopo il delitto efferato di Milano, ma i varchi sono pochi e mal gestiti. Dopo ore e ore di fila, alcuni avvocati hanno perso la pazienza e forzato per entrare nel tribunale. Forzato fisicamente: nei tumulti una porta a vetri è stata sfondata e qualche ferito. Passo indietro delle autorità: si torna al “vecchio regime” di ingresso col solo tesserino per gli avvocati. Vorrei fare qualche considerazione a margine, non so se banale o già detta, ma d’altra parte questo è un blog di opinioni personali, quindi eccola.

a) Napoli è una città perennemente al limite. Nello specifico il tribunale è di norma congestionato. Ho tanti amici avvocati che mi parlano di file per gli ascensori (insufficienti, e quindi mal progettati), piani e piani fatti a piedi per risparmiare tempo, corse fra le varie sedi centrali e distaccate.

b) In questo quadro, introdurre un collo di bottiglia, per di più senza predisporre tutto nel modo adeguato – numero di varchi, di metal detector fissi e mobili, di personale addetto – avrebbe sicuramente portato il sistema al collasso. Se l’autorità, quando ha dato le disposizioni, non l’ha capito, è incompetente. Se lo temeva ma ha preso la decisione ugualmente, per non fare “brutta figura” con il governo centrale, allora è ancora di più incompetente. Nella stessa mattinata quelle code interminabili erano il segnale palese che il sistema non funzionava: deve per forza avvenire il “fattaccio” perché si faccia un passo indietro?

c) Gli avvocati non sono tutti uguali. Non tutti sono ugualmente persone “civili e ben educate” come ci si aspetterebbe dallo stereotipo del professionista. Più in generale la figura professionale dell’avvocato si è svalutata, inflazionata. I grandi avvocati di grido con la fila fuori dalla porta dello studio sono pochi, spesso hanno ereditato lo studio da generazioni precedenti di avvocati, e hanno alle dipendenze platee di collaboratori più o meno stipendiati e di praticanti istituzionalmente non pagati, che non possono permettersi di mettersi in cattiva luce. Peggio ancora i piccoli professionisti che combattono per catturare qualche cliente. Ben pochi di loro possono permettersi di perdere udienze e giornate di lavoro a causa di code insensate: cosa vai a raccontare al cliente? “La sua udienza è saltata perché è ero in coda”. Nel panorama sovraffollato, impoverito e caotico della giustizia partenopea, è difficile procurarsi clienti, difficilissimo farsi pagare e automatico perdere clienti e soldi se qualcosa va storto.

d) Infine, gli avvocati, nella loro saggezza legale, hanno implicitamente dichiarato che, in qualche caso, è lecito infrangere le leggi, se illogiche e imposte in modo insensato. D’altra parte, se la strage è avvenuta a Milano, perché mai dovrebbe aumentare immediatamente i rischi a Napoli? Per di più in una sede di tribunale abitualmente frequentata da personaggi poco raccomandabili (e magari non tutti nei panni di imputato). C’è da sperare che lo stesso tipo di comprensione si applichi agli altri cittadini, magari nei casi in cui non fanno danno al prossimo o alla collettività.

e) Ma, la cosa che, da tecnico, mi piace di più della faccenda, è che gli avvocati sono dovuti uscire dalla loro logica leguleia e ammettere, per una volta, che non tutti i problemi sono risolvibili ricorrendo all’articolo o al precedente. La superiorità della realtà fisica sulla virtualità delle carte bollate rivelata da un metal detector e una porta a vetri. In un certo senso, evviva!