Perché la terra dei cuochi è la terra dei cuochi

Ingredienti semplici e naturali

Ingredienti semplici e naturali

La lotta per l’ascolto televisivo richiede di fare appello agli istinti basici dell’ascoltatore, è una regola che si sa da un sacco di tempo, anche se esplicitato solo in tempi relativamente recenti. Gli ammiccamenti sessuali sono stati il primo fronte, andato avanti per decenni con proposizioni sempre più esplicite. Il richiamo al basso ventre, più o meno apertamente dichiarato, ha percorso la TV italiana praticamente fin dalle origini. Dalle gambe più o meno velate delle Kessler ai balletti tuca-tuca della mitica Carrà, raggiungendo un picco di accelerazione con le TV private, le ballerine scosciate, le vallette mute e scollacciate. Restano pietre miliari trasmissioni come “Drive In” e “Colpo Grosso”.

Poi questa corsa ha conosciuto un freno. Molto parziale, s’intende. Un po’ perché la saturazione è sempre la saturazione. Un po’ perché certe fasce medio-mattiniere e primo-pomeridiane sono rimaste pseudo-tutelate anche sulle private. Fatto sta che il continuo appello alla pancia dei telespettatori ha dovuto trovare un nuovo sbocco, diventando, di fatto, letterale.

Si è cominciati con le ricette per le varie occasioni: pranzi veloci, cene impegnate, dolci architettonici. L’evoluzione è stata il culto della cucina e del suo capo-tiranno indiscusso, lo chef.

Lo chef è la nuova figura mitica della realtà parallela multimediale. Oggi la TV è tutta un brulicare di chef, semi-chef, aiuti-chef, pseudo-chef ed aspiranti-pseudo-chef con stellette Michelin e non appuntate sul cappello.

Una volta il cuoco era un mestiere qualsiasi, che consentiva di vivere onestamente mentre, per dire, l’ingegnere era uno importante. Nell’Italia del boom degli anni ’50, per dire, il primo lavorava in una trattoria o, se fortunato, in un ristorante, faceva un lavoro non particolarmente considerato, non usciva dalla cucina se non per prendersi le rampogne di un cliente scontento per la pasta scotta e, se proprio gli buttava bene, comprava una Fiat 600 a rate. Al più si consolava con la battuta di Totò: “Sposati il cuoco, un cuoco in famiglia fa sempre comodo”. Il secondo, l’ingegnere, era un beneficiario e assieme un propulsore del crescente benessere economico, incontrava sindaci, sindacati, dirigenti e amministratori politici, e guidava un’Alfetta fiammante. Oggi è tutto cambiato: il cuoco è chef, amato e ricercato, ammirato ed imitato, rispettato e temuto. L’ingegnere è un impiegato qualunque che passa le sue giornate tra computer, telefono e noiose riunioni d’ufficio. Con altre figure professionali, tipo l’avvocato medio, il confronto è ancora più impari, sempre a vantaggio del professionista del tagliere e dei fornelli.

Il nuovo chef televisivo pretende rispetto, anzi impone disciplina militare, tratta i propri aiutanti, allievi o aspiranti in un modo che sarebbe considerato “mobbing” dal più moderato dei sindacati metalmeccanici, anzi peggio del sergente di “Full Metal Jacket”, li mette in riga, alla lettera, e va di piccone, senza pietà, su ogni loro più piccola debolezza. Chi non regge somma la pubblica infamia all’ignominia della cacciata. Il novello chef televisivo è il re, anzi il tiranno, il despota del suo impero fatto di fornelli e padelle, ne stabilisce le leggi e le applica con autorità indiscutibile.

Ma siccome la TV riguarda il vedere, mentre la cucina è fondamentalmente un fatto di gustare ed odorare, ecco che vengono in evidenza fattori in se secondari: i colori, gli abbinamenti scenici, la forma. Il famoso impiattamento insomma. Le mie nonne non si sarebbe mai sognate di impiattare la loro epica pasta e fagioli, e nemmeno i favolosi carciofi ripuliti epicamente uno ad uno per lasciare solo il cuore ed imbottiti, sempre epicamente, con un saporito miscuglio che ci voleva una giornata solo per farlo.

Per il sapore delle fantasmagoriche composizioni televisive, dobbiamo necessariamente fidarci dell’assaggio dello chef di turno, gran maestro di collegamenti lingua-naso-cervello che il comune mortale nemmeno se li sogna.

Su ciò pesa il fatto, quasi incredibile, che questa moda non sia nata in Italia o Francia, paesi d’indubbia tradizione eno-gastronomica, dove i turisti verrebbero anche solo per mangiare, se non ci fossero altre attrattive naturali e culturali. No, il tele-chef d’assalto nasce paradossalmente nei paesi anglosassoni, dove è palese che la maggior parte della gente non conosce la differenza fra seguire una ricetta e mescolare ingredienti a caso. Paesi dove, al contrario, il teatro, lo “show” fa parte della cultura consolidata. Sarà per questo che lo chef televisivo è una specie di santone indiscutibile: il cuoco nostrano è qualcuno molto specializzato in un’arte di cui, tuttavia, tutti conoscono i rudimenti. Un po’ come un allenatore di calcio affermato a confronto con l’appassionato da bar. E’ rispettato ma, ogni tanto, anche messo in discussione, e senza troppi complimenti. Di contro, lo chef acclamato e anglofono è un guru detentore di misteri esoterici e i suoi parametri di giudizio vanno oltre il comune sentire: devono essere accettati per come sono, per fede oserei dire.

Prevale insomma l’apparire anche per quello che dovrebbe essere pura sostanza. Il cibo non più come strumento di sussistenza, né come sommo piacere dei sensi, secondo solo al sesso, e nemmeno come massima occasione conviviale, ma strumento per esprimere bravura, per scaricare pulsioni di successo e di risultato. Il valore alimentare del cibo è un puro surrogato della sua estetica. Un barocchismo culinario tutto apparenze e dalla sostanza presupposta anziché analizzata. Il piatto valutato in base alla sua rispondenza a canoni estetici o al prezzo che sarebbe possibile mettergli di fianco in un ipotetico menù.

Lo chef di turno domina sovrano su questo spettacolo teatrale il cui fine ultimo non è mangiare, e neppure mettere un piatto decente davanti ad un cliente pagante, ma che da’ senso a se stesso: “the (kitchen) show must go on”, lo show della cucina deve andare avanti, costi quel che costi. Da tempo, in alcuni ristoranti, la cucina è a vista. In principio era una sorta di garanzia per il cliente, che poteva vedere con i suoi occhi come le pietanze che ordinava erano preparate, e soprattutto che non vi si nascondesse dentro nessuna innominabile schifezza o abominio dell’igiene. Una cambiale da pagare alla sfiducia umana, insomma, che gli architetti avevano provato ad edulcorare col solito criterio di esibire ciò che non si può nascondere. Talvolta la preparazione del cibo è già diventata spettacolo essa stessa, eseguita davanti al cliente con eventuale supporto di giocoleria di coltelli e stoviglie. Si arriverà ad andare al ristorante come al teatro, per ammirare il nuovo spettacolo e – incidentalmente – vedere se se ne ricava qualcosa da mangiare.

Altra variante, coerente con questo assetto mentale, è la moda del “cake design”. Perfino il dolce, la somma espressione della goduria culinaria, da riservare a coronamento dei momenti più alti, vale per quello che sembra e non per quello che è.

Termino questo sproloquio con una citazione che mi sembra pertinente:

La storia di tutte le maggiori civiltà galattiche tende ad attraversare tre fasi distinte ben riconoscibili, ovvero le fasi della Sopravvivenza, della Riflessione e della Decadenza, altrimenti dette fasi del Come, del Perché e del Dove. La prima fase, per esempio, è caratterizzata dalla domanda “Come facciamo a procurarci da mangiare?”, la seconda dalla domanda “Perché mangiamo?” e la terza dalla domanda “In quale ristorante pranziamo oggi?”.

(Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti, 1979).

Forse stiamo andando incontro a una quarta fase, quella del: “C’è qualche nuovo nutritional show da andare a provare stasera?”

Comanda la TV!

Partenza del GP di F1 in Belgio. Una vettura in prima fila fuma abbondantemente. In un’altra epoca, forse meno informatizzata e meno cosciente dei problemi della sicurezza in questo sport, la partenza sarebbe stata sospesa. La vettura guasta sarebbe stata trasportata ai box e magari sarebbe partita da li, in coda al gruppo, se i meccanici fossero riusciti a ripararla in tempo. Dopo 15-20 minuti si sarebbe ripetuta la procedura di partenza: nuovo giro di ricognizione e nuovo schieramento per lo start.

Oggi invece no. Le TV non possono aspettare. I palinsesti sono definiti e la gara ha la sua finestra di due ore, profumatamente pagate. Deve starci dentro, oppure tutto il business salta.

Per cui si parte uguale. Al guaio iniziale si unisce una probabile falsa partenza, per cui si genera l’inevitabile ingorgo. Le macchine si urtano e volano una sull’altra, rottami in giro e per fortuna nessuno si fa male.

E si va avanti ancora. Qualche ridicolo giro dietro la “safety car” salva lo spettacolo e gli orari delle trasmissioni, ma poco dello sport dei motori.

Impressione a caldo, a gara finita da pochi minuti.

Beato sia il pallone e chi lo fa girare

Il gioco del soccer in una forma semplificata

E ora ci sono gli Europei. Se la Nazionale va male, non sarà perché gioca male, ma per colpa di calciopoli.

Non della corruzione, voglio dire, ma proprio di chi indaga.

Il calcio è la prima religione di un ampia percentuale di italiani. Per questo sospendere il campionato non è concepibile; sarebbe come proibire di dire messa la domenica, o forse peggio, considerando di quanto si sia ridotto il numero delle persone che vanno in Chiesa la domenica.

Come per una religione, la fede va oltre il rispetto delle regole e l’opportunità: non si può dire che la Juve ha rubato senza suscitare l’ira “a prescindere” degli juventini. Io poi uno come Moggi non lo lascerei neppure parlare, altro che rimanere dirigente della maggiore società italiana del settore. E parlo della Juve solo perché è la squadra più famosa, non per occulti motivi o per rancori personali che non ho. Provate, nei giusti ambienti, a dire qualche parola sulla gestione dell’Inter, del Milan o del Napoli.

Il gioco del soccer in un’altra forma semplificata, ma comunque più attiva del tifo televisivo

Il tutto ha gonfiato il business in maniera sproporzionata, per cui ora il meccanismo è doppiamente intoccabile. Il giocattolo si è trasformato un affare che non si può fermare.

Tutto questo avviene a discapito dello sport. Una volta si diceva che le partite di campionato dovevano essere tutte simultanee per ragioni di correttezza sportiva. Conoscere i risultati degli scontri già conclusi avrebbe infatti potuto influenzare le partite giocate in ritardo. Rinviare una partita era un evento rarissimo e sempre legato a cause di forza maggiore: maltempo, eventi imprevedibili.

Tutto è cambiato con le televisioni a pagamento: gli appassionati devono poter vedere (e comprare) ben più di una partita a settimana. Le remore di natura sportiva sono state velocemente messe da parte e non se ne parla neppure.

Gli appassionati, d’altra parte, passano sopra a tutto e sotto a tutto. Il successo della squadra del cuore va oltre ogni altra considerazione. Gli illeciti, se pure ci sono, devono essere sempre e solo degli altri.

D’altra parte, un dibattito di settimane su se fosse peggiore il giocatore che insultava l’allenatore e la sua famiglia, o quest’ultimo che ha tentato di picchiarlo, in quanti altri sport lo si può trovare?

Per il Beauty Contest!

Sempre più in alto!

Ed ora, con un colpo di mano, vogliono strappare a Berlusconi le sue agognate frequenze. Non c’è più misura! Un vero attacco alla libertà di trasmissione di chi già trasmette. Andando avanti così si finirà per tassare anche i ricchi.

Ma quali tecnici! Davvero non ci si può più fidare di nessuno. Bisogna avere il coraggio di alzarsi ed urlare contro queste retrograde assurdità.

Perché si sa, sono i ricchi che reggono l’economia, i beni di lusso che fanno avanzare il Made in Italy. Il denaro evaso dal fisco si reimmette nel flusso dell’economia generando nuovo profitto che non sarà tassato, in un iter circolare per cui la ricchezza torna nelle stesse tasche da cui è uscita, ma incrementata. Questo è il Paese che ci piace, l’Italia che va premiata.

Spargere il denaro tra tanti significa renderlo improduttivo. I pensionati, ad esempio, al più possono comprare cose che gli servono; se gli aumenti le tasse, al massimo tireranno ancora un po’ la cinghia. Ci si è provato, negli anni rampanti, a fargli cambiare idea e renderli funzionali alla crescita finanziaria, ma loro niente, ostinatamente non li vedete mai in un cantiere di yacht o in un concessionario di auto di lusso. Al massimo hanno comprato qualche azione e si sono pure lamentati quanto, com’è naturale, è crollata.

Il necessario non è consumista, è da poveracci. E’ il superfluo che spinge in alto il PIL.