Un mondo di…

Il mondo è fatto di momenti interconnessi,

Quanti ne bastano, molti più di quelli che puoi conoscere.

È sufficiente adattarsi, dicono, ma a cosa?

Seguire il flusso, insegnano, ma di che?

Sii te stesso, scrivono, ma poi chi è?

Quale assecondare delle numerose variabili correnti sempre riemergenti e contraddittorie che ti investono?

I maestri di vita, la gran parte almeno, non lo sono neppure per la propria.

Sei soddisfatto? Ti è andata bene? Buon per te,

Non è lezione per altri.

Sei stato bravo? Non basta!

A tanti buoni è andata male,

Assai peggio che a tanti cattivi.

Quasi tutti i santi sono stati perseguitati.

Eppure è vero che sono stati originali,

(“Se stessi”, ripete il mantra mondano)

Questo hanno capito, questo hanno difeso

E forse è questa, proprio, l’unica vittoria possibile.

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Ho capito…

Scrivo perché è il mio vizio. C’è chi consuma tabacco, chi alcol e chi droga. C’è chi si avvelena di lavoro, di riti o di sentimenti forzati. Io consumo parole.

Scrivo perché solo le cose scritte mi sembrano davvero vissute.

Ho capito

– in grave ritardo –

che la parola

serve

a chi la pronuncia

anzitutto

e solo dopo

forse

– se vuole –

a chi l’ascolta.

La Vita

La vita è impalpabile. La vita è labile. La vita è inconsistente.

La vita è sfumata, manca di confini netti, di continuo li cancella, li attraversa e si ritrae.

La vita è multi-scala, frattale: caos regolare.

È meccanica, biochimica ed elettrochimica.

È impulsivamente filosofica.

È forte e colonizzatrice.

È diffusa e accentratrice.

Selettiva e assimilatrice è la vita.

È egoista, sregolata e affamata, ma istintivamente logica, conseguenziale.

Schiava di se stessa come un ribelle alla sua ideologia.

Ama se stessa sopra ogni cosa, anche sopra il singolo individuo vivo.

Moltiplicarsi all’infinito è la sua unica ragione, il suo scopo.

Felicità, amore, piacere, dolore, sacrificio sono per essa strumenti.

La vita è bene a se stessa. O almeno così dicono quelli a cui la vita ha dato molto.

Non è corretto dire che finché c’è vita c’è speranza: la vita è in se speranza. Speranza in movimento, agitata, inquieta, instabile. Fulminante in guizzi indecifrabili istantanei. Ma anche placida, di lunga durata, pachidermica, arborea.

Ma, infine, è viva in se, e quindi quanto di più simile al divino di ciò che esiste? Oppure vive come ombra di una vita superiore, ovvero del divino? A ciascuno l’ardua sentenza e le ancor più ardue conseguenze, che qua mi fermo.

Questo post non saprei bene come definirlo. Magari “prose sparse”, oppure “prose sciolte”. Aspetto suggerimenti e/o improperi.

Davanti al caro estinto

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Nel banco della chiesa,

nuova di restauro,

antica di barocco,

universale di segni,

respiro l’aria cupa dell’esequia,

noto luci e candele,

icone e visi e silenzio,

fino ai minuti scanditi dal rito

sobrio del funerale,

utile a chi resta.

Davanti alla cassa dura

il prete esorta, incoraggia,

ricorda, prega e indica

l’incomprensibile ch’è in se preghiera.

Qualcuno piange,

altri tace,

due mormorano distratti:

il “qui” ha tante facce.

Ripercorro i ricordi

di chi è andato: chi era,

per me, che faceva,

cercando il totale incalcolabile

d’impressioni singole,

la memoria della individualità,

il sembiante svanito.

E paradossalmente,

in quei minuti,

riscopro la Vita:

lì, proprio là davanti,

e poi fuori, di nuovo,

sotto la funerea fredda

piovigine invernale:

separandomi dal caos

perenne cittadino

di traffico e commercio,

inconsapevole della tragedia,

abbandono, separo, seleziono

sentimenti e fastidi,

pensieri e cure

ragioni e condizioni.

Gorgoglia l’essenziale

dallo spirito fondo:

nomi e persone, i fini,

cose e impegni, i mezzi.

Confermo la certezza

che il Bene è prolifico e fenice,

e lascia semi quando muore

che spuntano lontano

nel tempo e nello spazio,

dove non si sa,

che magari se n’è persa memoria.

Che, nonostante gli zigzag

e gl’impuntamenti,

le perdite di tempo

e gli arrovellamenti,

le fissazioni insane

e l’esterne tempeste,

sto seguendo una strada

tuttavia

e sono me stesso, in fieri,

continua riedificazione,

vivendo oggi come se ci fosse sempre

un Oltre.

Quello che

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Iniziamo il 2018 in versi. Come sempre, richiedono lettori pazienti. In un certo senso, contiene dei propositi.

***

Quello che non ho

È la forza di crederti contro me stesso,

La mania di forzare il destino e il suo passo,

L’avidità per sacrificare il presente al possesso,

L’incoscienza di chi, fatto il danno,

Dorme con sonno di sasso.

.

Quello che non ho più

È la pazienza inerte d’aspettare

Il meglio che non ha voglia di venire

E la volontà di sforzarmi per assecondare,

Ancora, quelli che non vogliono cambiare

– Moventi gravi del mio passato errare –

.

Quello che mi resta

È l’appetito di lieve vita,

Variegata d’affetti a tratto di matita,

Una maglia di passioni mista e intricata

E un impegno quotidiano di lunga durata,

Che assaporino di senso i minuti e la giornata.

.

Quello che ho ritrovato

E’ ciò che non potrò mai cambiare,

In me, per sopravvivere, un’esigenza

Che m’impone d’affrontare

L’inerte e il vecchio, di scalzare

Gli ostacoli a una più onesta sussistenza,

Come scorie che opprimono il cuore.

Un’ottusa, irragionevole insistenza

A faticare ogni dì, realizzare con pazienza,

Con lenta, ottusa, quotidiana coscienza,

Qualcosa che abbia dignità di restare.

.

Quel che mi ha trovato

È un amore un po’ stonato,

Che non l’annega, ma dà senso al resto

Ed è motivo per cui, non inerte, resto!

Come una pozza di pace liscia,

Fresco e piccolo, che non spiega

Il baratro nero dove la vita si lascia,

Ma scorre nell’orcio del cuore, a sorso e goccia.

È una speranza che ritrovo a ogni piega

Della vita e a cui m’unisce una fascia

Forte, come quella che mi lega

A questa pazza, compagna d’amore, che non mi lascia,

Beato me.