Mi scappa un haiku

Mi è venuta di recente la febbre per gli “haiku”, per l’essenzialità e per lo sforzo di sintesi che questa forma poetica impone. Esercizio non da poco, soprattutto in un’epoca come questa, in cui dilungarsi nel parlare esprimendo pochi contenuti ma colpendo l’emotività facile o i bassi istinti è diventato dimostrazione di qualità oratoria. Ho mantenuto il vincolo di trattare temi naturali, collegandoli allo spirito umano e al passaggio delle stagioni, ma virandone l’idea a modo mio, in un mondo in troppa parte artificiale. Eccone una piccola selezione. Spero che mi scuseranno i puristi se la forma non è rigorosa come dovrebbe, tutti per lo scarso valore artistico.

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Haiku per tutte le Terre dei Fuochi

Corri, nube, lontano,

Nel vento puro,

Dal triste fumo nero.

Giardino d’aprile

Odo ronzii lievi:

Rinasce l’incoscienza

Tutt’intorno a noi.

Pigrizia d’agosto

Una mosca al sole

Traccia linee impreviste:

Geometra del caos!

Novembre 2019

Avvolge il mondo

La lenta pioggia fredda,

Strato a strato: e me.

Nuovi habitat

Vira il gabbiano,

Agile, al mare nuovo

D’ondosi rifiuti.

Un mondo di…

Il mondo è fatto di momenti interconnessi,

Quanti ne bastano, molti più di quelli che puoi conoscere.

È sufficiente adattarsi, dicono, ma a cosa?

Seguire il flusso, insegnano, ma di che?

Sii te stesso, scrivono, ma poi chi è?

Quale assecondare delle numerose variabili correnti sempre riemergenti e contraddittorie che ti investono?

I maestri di vita, la gran parte almeno, non lo sono neppure per la propria.

Sei soddisfatto? Ti è andata bene? Buon per te,

Non è lezione per altri.

Sei stato bravo? Non basta!

A tanti buoni è andata male,

Assai peggio che a tanti cattivi.

Quasi tutti i santi sono stati perseguitati.

Eppure è vero che sono stati originali,

(“Se stessi”, ripete il mantra mondano)

Questo hanno capito, questo hanno difeso

E forse è questa, proprio, l’unica vittoria possibile.

Ho capito…

Scrivo perché è il mio vizio. C’è chi consuma tabacco, chi alcol e chi droga. C’è chi si avvelena di lavoro, di riti o di sentimenti forzati. Io consumo parole.

Scrivo perché solo le cose scritte mi sembrano davvero vissute.

Ho capito

– in grave ritardo –

che la parola

serve

a chi la pronuncia

anzitutto

e solo dopo

forse

– se vuole –

a chi l’ascolta.

La Vita

La vita è impalpabile. La vita è labile. La vita è inconsistente.

La vita è sfumata, manca di confini netti, di continuo li cancella, li attraversa e si ritrae.

La vita è multi-scala, frattale: caos regolare.

È meccanica, biochimica ed elettrochimica.

È impulsivamente filosofica.

È forte e colonizzatrice.

È diffusa e accentratrice.

Selettiva e assimilatrice è la vita.

È egoista, sregolata e affamata, ma istintivamente logica, conseguenziale.

Schiava di se stessa come un ribelle alla sua ideologia.

Ama se stessa sopra ogni cosa, anche sopra il singolo individuo vivo.

Moltiplicarsi all’infinito è la sua unica ragione, il suo scopo.

Felicità, amore, piacere, dolore, sacrificio sono per essa strumenti.

La vita è bene a se stessa. O almeno così dicono quelli a cui la vita ha dato molto.

Non è corretto dire che finché c’è vita c’è speranza: la vita è in se speranza. Speranza in movimento, agitata, inquieta, instabile. Fulminante in guizzi indecifrabili istantanei. Ma anche placida, di lunga durata, pachidermica, arborea.

Ma, infine, è viva in se, e quindi quanto di più simile al divino di ciò che esiste? Oppure vive come ombra di una vita superiore, ovvero del divino? A ciascuno l’ardua sentenza e le ancor più ardue conseguenze, che qua mi fermo.

Questo post non saprei bene come definirlo. Magari “prose sparse”, oppure “prose sciolte”. Aspetto suggerimenti e/o improperi.

Davanti al caro estinto

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Nel banco della chiesa,

nuova di restauro,

antica di barocco,

universale di segni,

respiro l’aria cupa dell’esequia,

noto luci e candele,

icone e visi e silenzio,

fino ai minuti scanditi dal rito

sobrio del funerale,

utile a chi resta.

Davanti alla cassa dura

il prete esorta, incoraggia,

ricorda, prega e indica

l’incomprensibile ch’è in se preghiera.

Qualcuno piange,

altri tace,

due mormorano distratti:

il “qui” ha tante facce.

Ripercorro i ricordi

di chi è andato: chi era,

per me, che faceva,

cercando il totale incalcolabile

d’impressioni singole,

la memoria della individualità,

il sembiante svanito.

E paradossalmente,

in quei minuti,

riscopro la Vita:

lì, proprio là davanti,

e poi fuori, di nuovo,

sotto la funerea fredda

piovigine invernale:

separandomi dal caos

perenne cittadino

di traffico e commercio,

inconsapevole della tragedia,

abbandono, separo, seleziono

sentimenti e fastidi,

pensieri e cure

ragioni e condizioni.

Gorgoglia l’essenziale

dallo spirito fondo:

nomi e persone, i fini,

cose e impegni, i mezzi.

Confermo la certezza

che il Bene è prolifico e fenice,

e lascia semi quando muore

che spuntano lontano

nel tempo e nello spazio,

dove non si sa,

che magari se n’è persa memoria.

Che, nonostante gli zigzag

e gl’impuntamenti,

le perdite di tempo

e gli arrovellamenti,

le fissazioni insane

e l’esterne tempeste,

sto seguendo una strada

tuttavia

e sono me stesso, in fieri,

continua riedificazione,

vivendo oggi come se ci fosse sempre

un Oltre.

Quello che

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Iniziamo il 2018 in versi. Come sempre, richiedono lettori pazienti. In un certo senso, contiene dei propositi.

***

Quello che non ho

È la forza di crederti contro me stesso,

La mania di forzare il destino e il suo passo,

L’avidità per sacrificare il presente al possesso,

L’incoscienza di chi, fatto il danno,

Dorme con sonno di sasso.

.

Quello che non ho più

È la pazienza inerte d’aspettare

Il meglio che non ha voglia di venire

E la volontà di sforzarmi per assecondare,

Ancora, quelli che non vogliono cambiare

– Moventi gravi del mio passato errare –

.

Quello che mi resta

È l’appetito di lieve vita,

Variegata d’affetti a tratto di matita,

Una maglia di passioni mista e intricata

E un impegno quotidiano di lunga durata,

Che assaporino di senso i minuti e la giornata.

.

Quello che ho ritrovato

E’ ciò che non potrò mai cambiare,

In me, per sopravvivere, un’esigenza

Che m’impone d’affrontare

L’inerte e il vecchio, di scalzare

Gli ostacoli a una più onesta sussistenza,

Come scorie che opprimono il cuore.

Un’ottusa, irragionevole insistenza

A faticare ogni dì, realizzare con pazienza,

Con lenta, ottusa, quotidiana coscienza,

Qualcosa che abbia dignità di restare.

.

Quel che mi ha trovato

È un amore un po’ stonato,

Che non l’annega, ma dà senso al resto

Ed è motivo per cui, non inerte, resto!

Come una pozza di pace liscia,

Fresco e piccolo, che non spiega

Il baratro nero dove la vita si lascia,

Ma scorre nell’orcio del cuore, a sorso e goccia.

È una speranza che ritrovo a ogni piega

Della vita e a cui m’unisce una fascia

Forte, come quella che mi lega

A questa pazza, compagna d’amore, che non mi lascia,

Beato me.