La grande corsa

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Sono continuamente in corsa contro il tempo.

Penso che sia la condizione comune dell’essere umano.

L’età, le ore del giorno, le stagioni, il buio incombente o la prima luce. Da sempre.

Non è la vita moderna, i nostri antenati lavoravano senza sosta peggio di noi. Sono cambiati i nomi: appuntamenti, scadenze, tempi di consegna.

E poi, più di recente, connessioni, attese di risposta, tempi di elaborazione dei computer.

C’è sempre poco tempo per quello che si vuole fare. Poco margine di scelta. La necessità occupa i giri d’orologio.

Sono sempre più convinto: il più grande lusso non è il denaro, ma il tempo da spendere a proprio piacimento. La più grande cultura capire cosa è davvero importante (e non urgente) e trovarne il tempo.

Ce n’è talmente tanto poco, di tempo veramente libero, nell’arco della vita, che molta gente, quando ne ha, non sa più che farsene. Preferisce il lavoro, le commissioni, gli impegni: in breve i doveri. In alternativa cerca l’intrattenimento preconfezionato: le serie pay-TV, i video giochi, le slot machine, ovvero inattività o azione guidata.

Gli obblighi sono più semplici e, per molti versi, meno intellettualmente impegnativi, della libertà.

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Quello che

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Iniziamo il 2018 in versi. Come sempre, richiedono lettori pazienti. In un certo senso, contiene dei propositi.

***

Quello che non ho

È la forza di crederti contro me stesso,

La mania di forzare il destino e il suo passo,

L’avidità per sacrificare il presente al possesso,

L’incoscienza di chi, fatto il danno,

Dorme con sonno di sasso.

.

Quello che non ho più

È la pazienza inerte d’aspettare

Il meglio che non ha voglia di venire

E la volontà di sforzarmi per assecondare,

Ancora, quelli che non vogliono cambiare

– Moventi gravi del mio passato errare –

.

Quello che mi resta

È l’appetito di lieve vita,

Variegata d’affetti a tratto di matita,

Una maglia di passioni mista e intricata

E un impegno quotidiano di lunga durata,

Che assaporino di senso i minuti e la giornata.

.

Quello che ho ritrovato

E’ ciò che non potrò mai cambiare,

In me, per sopravvivere, un’esigenza

Che m’impone d’affrontare

L’inerte e il vecchio, di scalzare

Gli ostacoli a una più onesta sussistenza,

Come scorie che opprimono il cuore.

Un’ottusa, irragionevole insistenza

A faticare ogni dì, realizzare con pazienza,

Con lenta, ottusa, quotidiana coscienza,

Qualcosa che abbia dignità di restare.

.

Quel che mi ha trovato

È un amore un po’ stonato,

Che non l’annega, ma dà senso al resto

Ed è motivo per cui, non inerte, resto!

Come una pozza di pace liscia,

Fresco e piccolo, che non spiega

Il baratro nero dove la vita si lascia,

Ma scorre nell’orcio del cuore, a sorso e goccia.

È una speranza che ritrovo a ogni piega

Della vita e a cui m’unisce una fascia

Forte, come quella che mi lega

A questa pazza, compagna d’amore, che non mi lascia,

Beato me.

Il noioso, questo… conosciuto!

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È un incontro frequente della vita quotidiana e anche dell’esperienza lavorativa. Eccolo che ti si siede di fianco, ancora una volta, a mensa, o si accosta alla tua scrivania per chiederti qualcosa. Non puoi certo mandarlo via ma speri in un miracolo. È il noioso, quello che ti farà perdere tempo a discutere gli infiniti dettagli di una questione a caso, già trita da tempo; o che per raccontare un fatto qualsiasi parte dall’antefatto di mesi e mesi prima; o che ti chiederà conferma per l’ennesima volta sempre della stessa cosa che già gli hai detto non sai più quante volte; o che ride sempre delle stesse battute che ha già ripetuto ancora e ancora.

Credo che sia sottovalutato il danno arrecato dalle persone noiose. Fanno perdere tempo, che non è denaro perché non può più tornare indietro, ma non è tutto qua. Tolgono la voglia di fare. Avviliscono l’umore. Smorzano gli entusiasmi e riconducono discorsi e attività sul banale e sul già visto.

Il problema di base è che il noioso non si rende conto di essere tale. Tu acceleri le risposte, cerchi di arrivare alla conclusione, giri la testa dall’altra parte, fai un passetto di lato, prendi carte o muovi il mouse per mostrare che hai anche altre cose da fare, ma lui niente: non coglie i messaggi, continua imperterrito sulla sua strada, fino alla fine.

Il noioso è, per prima cosa, resiliente all’ambiente esterno.

Tuttavia bisogna distinguere: esistono molti tipi di noioso.

Il noioso-ottuso è quello che insiste sempre sugli stessi aspetti semplicemente perché, in fondo, non li capisce. Si può confondere, ma non è la stessa cosa, con il noioso-pigro, che invece le cose potrebbe capirle benissimo ma non ne ha voglia.

C’è il noioso-pauroso, quello che insiste a oltranza su ogni dettaglio per il terrore delle conseguenze di una scelta qualsiasi. A volte è un tipo sveglio ma estremamente insicuro.

Poi c’è il noioso-saccente, che nella più semplice e trita delle questioni deve dimostrare di saperne di più, tirando fuori micro-cavilli, pseudo-conoscenze, casi particolari e potenziali problematiche emerse una sola volta più di sette anni prima e che solo lui ricorda. Si può disquisire con lui del dimensionamento di una molla a spirale fino ad arrivare alla fisica dei quanti.

Qualche volta ci sin può imbattere perfino nel finto-noioso. Si tratta dell’unica persona che insiste a indicare la cruda realtà in un ambiente in cui vige la regola di abbandonarsi alle illusioni o di lasciarsi vivere. Potremmo definirlo il noioso-profeta, che, come Cassandra o i profeti biblici, sperimenta insofferenza e persecuzioni in patria, invece della giusta considerazione che meriterebbe.

Come aver a che fare, in generale, con il noioso? Con molta pazienza, ovviamente, ed umiltà per cogliere quello che può avere di giusto da dire. Soprattutto trovandogli la collocazione ideale, cioè il ruolo – di vita o lavorativo – in cui la sua costanza e precisione siano di vantaggio e non di danno – o almeno non eccessivo.

Infatti esiste, a nostro umile parere, perfino il noioso-utile – eh si, sembra impossibile ma c’è – quello che serve a mantenere l’ordine. Potremmo chiamarlo il noioso pedante o noioso burocratico che, se messo in condizioni di non nuocere troppo, garantisce che ogni cosa venga fatta secondo le regole. Questo noioso, nella giusta misura e posizione, è indispensabile nelle organizzazioni, a patto che non abbia troppo potere. Ma, come per tutte le altre categorie di noiosi, bisogna assolutamente tenerlo lontano dai processi di innovazione: ne è il nemico giurato.

Dell’ultimo minuto

 

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Della morte non si parla, di solito. E’ un argomento sgradito perché porta male, o perché fa paura anche solo pensarci. Ma adesso vorrei toccarlo, per cui, se non vi va, fuggite subito lontano. Mi va di parlarne un po’ perché ho appena finito di seguire un breve corso di primo soccorso, che ti spiega insomma a contrastare l’arrivo dello “ultimo nemico”, o almeno a provare a procrastinarlo fino all’arrivo di combattenti migliori e più qualificati. Ma proprio quando ti scontri con una cosa, è lì che te la trovi davanti: devi conoscere il tuo nemico. Un po’ perché la vedo sempre come un modo di mettere in prospettiva le cose. Insomma, è una bella consolazione sapere di non essere eterni, no? Rende relative tutte le responsabilità e a termine tutti gli impegni. E non mi trovo in depressione, si badi bene, anzi è un periodo in cui sono particolarmente attivo e ben disposto verso il prossimo.

Normalmente la morte è un argomento che si tocca di sfuggita, con l’ansia di passare oltre, e chiudendolo in fretta con una battuta. L’idea della morte la esorcizziamo con una risata e in più la circondiamo di una serie di distrazioni, che servono a ingannare la mente: attività connesse al decesso di qualcuno ma, di fatto, legate a altri: le esequie da organizzare e da giudicare, il lutto esteriore e quello interiore, l’eredità e tutte le questioni annesse e connesse. La morte, in tutte le civiltà, è sempre circondata da riti e forme che ne attenuino l’impatto emotivo. Fateci caso, non si dice quasi mai che qualcuno “è morto”, sembra di cattivo gusto, usiamo parafrasi o metafore “è scomparso” (roba da Chi l’ha Visto), “ci ha lasciato” (gli stavamo antipatici?), “se n’è andato” (in vacanza?).

La maggior parte delle persone con cui ho affrontato il tema con un minimo in più di concretezza – non molte in effetti – si augurano di morire nel sonno, addormentarsi una sera e non svegliarsi più. Lo dico subito, non sono d’accordo. Anzi, è proprio questo il tema principale del post. Secondo me la propria morte è un momento troppo importante della vita per perderselo.

Mi spiego. Quello che temo, come tutti, è la sofferenza e spero che, fino all’ultimo momento, me ne sia risparmiata una dose eccessiva. Mi auguro che la morte, quando sarà il momento, mi raggiunga rapidamente, senza dolori non gestibili. Ma spero anche di accorgermene, di rendermene conto, per avere il tempo necessario all’ultimo resoconto e poi a qualche secondo di silenziosa attesa.

Non è un pensiero nuovo, è una riflessione che mi porto dietro ormai da anni. E lo spiego meglio. Non si tratta di rivedere tutta la propria vita come in un film, topos comune e ormai logoro di aneddoti e film, e forse neppure di pentirsi del male fatto, o piuttosto del bene non fatto che, direi, è il fardello più ingombrante. Neanche la curiosità di sapere cosa c’è dopo. No, non questo, o meglio non fondamentalmente. Si tratta soltanto di non saltare un appuntamento importante con se stessi. Sarebbe come non presentarsi a un appuntamento di lavoro importante per paura di fallire, ma moltiplicato per almeno centomila volte. Più ancora, sarebbe come privarsi, per vigliaccheria, di una delle esperienze fondamentali della vita: non posso ricordarmi di quando sono nato, del momento in cui sono uscito da mia madre, e nemmeno dei primi periodi della mia vita, eccezionale tempo della raccolta delle esperienze fondamentali, in cui il cervello si forma tramite esperienze che sono tutte, nessuna esclusa, nuove e sorprendenti. Voglio almeno accorgermi e sperimentare l’ultimo momento e capire com’è.

Fondamentale curiosità, infine, e speranza di sperimentare la vita fino all’ultimo istante. Ma quale potrebbe essere, insomma, la morte ideale? Ho almeno due idee.

Una è in un aeroplano, in improvvisa e irrefrenabile picchiata verticale verso il suolo. Assetto in cui, chiaramente, non l’avrei messo io e magari neppure qualche terrorista. Tralasciamo la presenza a bordo di altre persone, che chiaramente non mi auguro ma che sarebbero razionalmente inevitabili, a meno di diventare pilota o immaginare improbabili telecomandi: teniamo a mente che non mi voglio suicidare. Si tratta di un’immagine ideale, insomma, non della prefigurazione di un evento reale. Torniamo a quegli ultimi istanti: pochi secondi con se stesso, prima dell’impatto col suolo che vedo rapidamente avvicinarsi dal parabrezza. Poco tempo per terrorizzarsi ma abbastanza per rendersi conto di quello che sta accadendo.

L’altra ipotesi è molto più confortevole e forse preferibile. Sono a casa, una mia confortevole dimora futura. La sento arrivare con pochi minuti di anticipo, e allora ho il tempo di prepararmi a riceverla come si deve: rapido rassetto degli abiti, due dita di whisky in un bicchiere, non da buttare giù ma da sorseggiare con calma, lentamente, seduto sulla poltrona più comoda del mio salotto, a far scorrere gli ultimi secondi e ragionare con se stessi e la nuova venuta.

Insomma, a meno di cambiare idea nel corso degli anni, man mano che la probabilità dell’evento andrà crescendo, cosa in se possibile ma non strettamente probabile, dico che quando morirò, quando mi troverò a vivere il mio ultimo minuto, vorrei tanto esserci. Lucido, presente e tranquillo.