Chi tocca il Grillo sparlante… è brutto e cattivo

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L’altro giorno mi sono divertito a battibeccare su Twitter con dei simpatizzanti del Cinque Stelle, Sarebbe stato educativo, se non fosse che già mi aspettavo la reazione.

Per la verità ho cominciato io: ho risposto a un Tweet costituito dal testo “fatemi capire” e da un’immagine contenente un testo (vecchio trucco per dare più enfasi e lunghezza al tweet), che recitava: “Solo quest’anno scandalo Mose, Scandalo Expo, Mafia capitale, ed è Grillo a far paura?”

La mia risposta è stata: “Grillo fa paura? Magari. Purtroppo fa ridere”.

Ho un po’ esagerato: mi piaceva molto Grillo quando faceva ridere. Ancora mi sbellico sui vecchi filmati di “Te la do io l’America”, un capolavoro comico-umoristico!

E si, lo so, un po’ me la sono cercata, ma coincide abbastanza bene con quello che penso: fino a che i M5S continueranno a scannarsi tra di loro faranno davvero poca paura alla politica consolidata, e in futuro andrà peggio.

Prima risposta: “Spiegati”. Pensavo di essere stato chiaro. Mi sono spiegato: “Grillo poteva cambiare l’Italia, si è ridotto all’eterno Aventino del “noi non c’eravamo””.

Risposta iper-difensivista: “Come avrebbe fatto a cambiare? E’ stato più dignitoso non allearsi con questi parassiti! Lui l’ha capito prima di noi!”

Il che, secondo me, conferma esattamente quello che dicevo io: ovvero tenersi fuori dai giochi per potersi atteggiare a quello che urla. E riconoscersi nel para-guru senza se e senza ma. Ma un altro, non pensandola come me, commenta “brava”. E poi ancora: “Grillo è solo il garante di un Movimento. Se ci sono stati errori, la colpa è di tutti noi”.

E daglie, come dicono alla Sorbona. Avevo quasi pensato di lasciar perdere, ma poi ho pensato che no: “Ma quale garante, Grillo è l’immagine e il dittatore a metà del movimento”. A metà, chiaramente, o forse qualcosa in meno, perché la titolarità vera ce l’ha il para-guru Casaleggio. Ma la brevità dello strumento non consente approfondimenti dialettici: il gioco è proprio suggerire, lavorare sui riferimenti.

Ovviamente in questo modo mi sono esposto:

“Libero di pensarla come vuoi! La dittatura c’e’ già un governo con 13 voti di fiducia non credo sia DEMOCRATICO!”

“Grazie al voto di tutti i partiti eccetto SEL e M5stelle”.

“Mi sembra che i voti di fiducia siano ben di più di 13!”

“Hai ragione! Sono talmente tanti in meno di un anno che ho perso il conto!!”

Rispose mie, che oramai avevo deciso di dirla tutta. “E col tipo di opposizione che fa il #m5s cosa ha ottenuto? Aumentare gruppo misto?”, “Se aspettate di cambiare il paese con la maggioranza assoluta state freschi”.

La mia prima oppositrice, effettivamente la più moderata, ha chiuso con un: “Non ho intenzione di farti cambiare idea! Quindi rimani pure della tua opinione! Un saluto!” Mi ha colpito positivamente. Ma gli altri, che erano subentrati a supporto, non hanno mollato la presa:

“Il nostro amico non capisce che senza m5s molta merda sarebbe rimasta sepolta”. E poi ovviamente l’accusa infamante: “Probabilmente per lui va bene, la merda. Integrato al sistema”. Per lui è evidente che il sottoscritto, come chiunque non aderisca alla sua ortodossia, sia per forza un pagano mangia-bambini e un accolito prezzolato del regime.

Ma oramai c’ero dentro e ho preferito togliermi l’ultimo sfizio: “infatti a Roma avevate denunciato tutto alla magistratura vero? Che volpi!”

Il che ha messo a nudo il mio interlocutore di turno: “Il sistema va scardinato o altrimenti il #MARCIO contamina #m5s! Vedi #ROMA”. Duri e puri fino all’ultimo, fino alla denuncia di genitori e figli sull’altare del sacro blog.

Ovviamente, per tutto il tempo si sono ritwittati fra loro, in modo da diffondere il verbo.

Insomma perché prendermela con i 5 Stelle quando a rubare sono altri? Per almeno due motivi: a) Perché mi va e non voglio essere benaltrista e b) Perché non servono! La conferenza stampa con le arance sulla tavola, dopo che lo scandalo di Roma è emerso, è una pagliacciata! A Roma dove sono le loro denunce? Che utilità hanno le loro pagliacciate in Parlamento, il loro perenne tirarsi fuori, se non mettere armi nelle mani di Renzi e i suoi? Che mi interessa che restituiscano il vitalizio se poi l’unico loro impegno è ripetere le affermazioni che fa Grillo sul blog?

Ma anche, come posso fidarmi di qualcuno che è convinto di possedere la purezza e la verità e la virtù civile mentre tutto il resto è automaticamente merda? Che considera l’insulto – ovvero la violenza verbale – uno strumento di uso comune? Che non guarda in faccia un amico il giorno dopo che una votazione su un blog gli ha ordinato di fare così? A me puzza di fascismo in erba. Ha anche qualcosa del bispensiero orwelliano.

E poi quale sarebbe l’obiettivo di un partito (NDR: per me un movimento che si presenta con propri candidati alle elezioni è, per definizione, un partito) che accorpa al suo interno no-Tav, fautori del movimento del piccone, sciachimisti e giustizialisti, incazzati per le tasse e incazzati per gli evasori, anti-sistema e pro-ripresa economica, anti-Euro radicali e Euro-si-però, tutto tenuto insieme da una sorta di sentimento politico-settario? La sintesi è nel profilo di uno dei tanti personaggi con cui ci si può imbattere nei social: “sto’ con Beppe Grillo. chi non sta con lui.. compresi parlamentari. si facciano da parte. il M5S e’ onesta’.chi cambia idea… fuori”. Mi auguro che in un futuro, possibilmente prossimo, rileggendo queste parole, si vergogni un pochino di se stesso.

Insomma battibeccare con i 5 stellati, che rischiano di diventare 4 gatti, non serve a niente, ma può anche essere divertente.

Scrivere a mano e a tastiera

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L’elettronica e l’informatica hanno fatto passi da gigante negli ultimi decenni, probabilmente lo sviluppo più veloce che la storia della tecnologia umana abbia mai visto, e in tanti non riescono a stare al passo. Non solo molte persone anziane – non tutte per la verità – ma anche tanti giovani stentano a comprendere e apprezzare le nuove tecnologie. Per non parlare dei politici, che, non capendo di cosa si tratta, si buttano avanti sulla base di un sentito dire o di una consulenza nella speranza di ricavarne qualche vantaggio.

E infatti l’altro rischio grosso che possiamo correre è quello di sopravvalutare le reali possibilità di computer, tavolette tattili e affini. Forse proprio l’eccessiva velocità trascina chi si lascia impressionare, e il marketing fa il resto. Per paura di restare indietro prendiamo lo slancio più forte di cui siamo capaci e quindi rischiamo di trovarci avanti, drammaticamente e qualche volta fantozzianamente avanti, come chi si mette un pataccone con uno schermo luminoso al polso e cerca pure di fare in modo da farsi vedere da tutti.

Ma i discorsi in astratto valgono a poco, conviene che arrivi subito al movente di questo mio ragionamento. Da quello che leggo e a meno di smentite o di cattive interpretazioni giornalistiche, a partire dal 2016 nelle scuole finlandesi non si insegnerà più ai bambini a scrivere a mano, ma solo a digitare testi in maniera rapida e efficiente. Mi è sembrata una decisione quantomeno avventata.

I siti specializzati in informatica in cui mi sono imbattuto, in buona parte si schierano entusiasti a favore della decisione. Perché costringere ancora i bimbi a imparare come piegare le dita per tenere nella posizione giusta una bacchetta di plastica o di legno, per farla poi strisciare esattamente con la giusta forza su un fragile foglietto di carta? Soprattutto quando il grosso della comunicazione passa in formato digitale? Il sottoscritto è un appassionato di tecnologia in generale, eppure, paradossalmente, possiede un mai abbastanza represso istinto tradizionalista che, alla lettura della nuova, ha avuto un improvviso sussulto. Prima di mettere da parte come antiquato lo strumento che ha guidato l’evoluzione della civiltà umana negli ultimi millenni ci penserei bene su, e magari aspetterei un po’.

Non è soltanto una questione di memoria storica. Soprattutto i tempi non mi sembrano ancora maturi. Ragionateci: digitare su una tastiera fisica va ancora bene, imparare a farlo velocemente è meglio, ma avete mai provato a scrivere un testo serio sullo schermo di un telefonino o anche su quello di un tablet? E scrivere formule e passaggi matematici con la velocità con cui scorrono nella mente? Insomma il cosiddetto comportamento amichevole dei supporti informatici deve ancora farne di strada, per diventare realmente tale.

Personalmente ho quasi sempre il computer acceso, non ho più un archivio cartaceo ma non riesco a fare a meno del mio quadernone in cui annotare gli appunti correnti e le telefonate che arrivano. Trovo che la carta mi aiuti, in molti casi, a mettere a fuoco le idee meglio di un foglio di calcolo o una pagina di word processor. Poi per mettere in ordine le formule si passa al processore e ai programmi. Sul lavoro e fuori la carta è uno strumento in più: alcuni problemi si affrontano meglio davanti a uno schizzo fatto con la biro, e sono spesso quelli più basilari, dove non vuoi arrivare alla soluzione a tutti i costi, con la fora bruta del calcolo, ma hai bisogno di capire i meccanismi, prima.

Ne ho avuto esperienza proprio oggi: prima tre fogli di formule e schemini, per capire il problema, solo dopo un foglietto Excel per tirare fuori i numeri. Torno a accorgermene ogni volta che butto giù una frase sul quaderno, da meditare più avanti.

Sono convinto che conviveremo ancora a lungo con carte, penne e matite, per quanto i guru dell’informatica possano storcere il naso.

Temo gli araldi della novità all’ultimo grido, che sono pronti a cavalcarla fino alle estreme conseguenze. E fossero sempre spontaneamente fanatici e ubriacati dal marketing, no: il più delle volte hanno il loro bell’interesse a spingere a fondo le decisioni. Purché a pagarne le conseguenze sia sempre qualcun altro. Le si ritrova in ogni problema: c’è la frazione oltransista “pro immigrazione” che fronteggia quella “contro immigrazione” ugualmente totalitaria, una “pro libero mercato” senza se e senza perché e un’altra per “tutto strettamente vincolato” che nemmeno i burocrati leninisti. In ogni settore c’è una corrente iper-tradizionalista che contrasta quella iper-modernista, tutte cieche alle ragioni altrui e convinte di possedere la radice della Verità.

Forse i miei pronipoti rideranno vedendo carta e penna (non i miei nipoti che, per loro fortuna, li usano ogni giorno a scuola e per giocare), e così dimostrerebbero solo una nuova variante d’ignoranza, non comprendendo cosa è possibile fare con qualche grammo di carta e poche gocce d’inchiostro.

Dell’ultimo minuto

 

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Della morte non si parla, di solito. E’ un argomento sgradito perché porta male, o perché fa paura anche solo pensarci. Ma adesso vorrei toccarlo, per cui, se non vi va, fuggite subito lontano. Mi va di parlarne un po’ perché ho appena finito di seguire un breve corso di primo soccorso, che ti spiega insomma a contrastare l’arrivo dello “ultimo nemico”, o almeno a provare a procrastinarlo fino all’arrivo di combattenti migliori e più qualificati. Ma proprio quando ti scontri con una cosa, è lì che te la trovi davanti: devi conoscere il tuo nemico. Un po’ perché la vedo sempre come un modo di mettere in prospettiva le cose. Insomma, è una bella consolazione sapere di non essere eterni, no? Rende relative tutte le responsabilità e a termine tutti gli impegni. E non mi trovo in depressione, si badi bene, anzi è un periodo in cui sono particolarmente attivo e ben disposto verso il prossimo.

Normalmente la morte è un argomento che si tocca di sfuggita, con l’ansia di passare oltre, e chiudendolo in fretta con una battuta. L’idea della morte la esorcizziamo con una risata e in più la circondiamo di una serie di distrazioni, che servono a ingannare la mente: attività connesse al decesso di qualcuno ma, di fatto, legate a altri: le esequie da organizzare e da giudicare, il lutto esteriore e quello interiore, l’eredità e tutte le questioni annesse e connesse. La morte, in tutte le civiltà, è sempre circondata da riti e forme che ne attenuino l’impatto emotivo. Fateci caso, non si dice quasi mai che qualcuno “è morto”, sembra di cattivo gusto, usiamo parafrasi o metafore “è scomparso” (roba da Chi l’ha Visto), “ci ha lasciato” (gli stavamo antipatici?), “se n’è andato” (in vacanza?).

La maggior parte delle persone con cui ho affrontato il tema con un minimo in più di concretezza – non molte in effetti – si augurano di morire nel sonno, addormentarsi una sera e non svegliarsi più. Lo dico subito, non sono d’accordo. Anzi, è proprio questo il tema principale del post. Secondo me la propria morte è un momento troppo importante della vita per perderselo.

Mi spiego. Quello che temo, come tutti, è la sofferenza e spero che, fino all’ultimo momento, me ne sia risparmiata una dose eccessiva. Mi auguro che la morte, quando sarà il momento, mi raggiunga rapidamente, senza dolori non gestibili. Ma spero anche di accorgermene, di rendermene conto, per avere il tempo necessario all’ultimo resoconto e poi a qualche secondo di silenziosa attesa.

Non è un pensiero nuovo, è una riflessione che mi porto dietro ormai da anni. E lo spiego meglio. Non si tratta di rivedere tutta la propria vita come in un film, topos comune e ormai logoro di aneddoti e film, e forse neppure di pentirsi del male fatto, o piuttosto del bene non fatto che, direi, è il fardello più ingombrante. Neanche la curiosità di sapere cosa c’è dopo. No, non questo, o meglio non fondamentalmente. Si tratta soltanto di non saltare un appuntamento importante con se stessi. Sarebbe come non presentarsi a un appuntamento di lavoro importante per paura di fallire, ma moltiplicato per almeno centomila volte. Più ancora, sarebbe come privarsi, per vigliaccheria, di una delle esperienze fondamentali della vita: non posso ricordarmi di quando sono nato, del momento in cui sono uscito da mia madre, e nemmeno dei primi periodi della mia vita, eccezionale tempo della raccolta delle esperienze fondamentali, in cui il cervello si forma tramite esperienze che sono tutte, nessuna esclusa, nuove e sorprendenti. Voglio almeno accorgermi e sperimentare l’ultimo momento e capire com’è.

Fondamentale curiosità, infine, e speranza di sperimentare la vita fino all’ultimo istante. Ma quale potrebbe essere, insomma, la morte ideale? Ho almeno due idee.

Una è in un aeroplano, in improvvisa e irrefrenabile picchiata verticale verso il suolo. Assetto in cui, chiaramente, non l’avrei messo io e magari neppure qualche terrorista. Tralasciamo la presenza a bordo di altre persone, che chiaramente non mi auguro ma che sarebbero razionalmente inevitabili, a meno di diventare pilota o immaginare improbabili telecomandi: teniamo a mente che non mi voglio suicidare. Si tratta di un’immagine ideale, insomma, non della prefigurazione di un evento reale. Torniamo a quegli ultimi istanti: pochi secondi con se stesso, prima dell’impatto col suolo che vedo rapidamente avvicinarsi dal parabrezza. Poco tempo per terrorizzarsi ma abbastanza per rendersi conto di quello che sta accadendo.

L’altra ipotesi è molto più confortevole e forse preferibile. Sono a casa, una mia confortevole dimora futura. La sento arrivare con pochi minuti di anticipo, e allora ho il tempo di prepararmi a riceverla come si deve: rapido rassetto degli abiti, due dita di whisky in un bicchiere, non da buttare giù ma da sorseggiare con calma, lentamente, seduto sulla poltrona più comoda del mio salotto, a far scorrere gli ultimi secondi e ragionare con se stessi e la nuova venuta.

Insomma, a meno di cambiare idea nel corso degli anni, man mano che la probabilità dell’evento andrà crescendo, cosa in se possibile ma non strettamente probabile, dico che quando morirò, quando mi troverò a vivere il mio ultimo minuto, vorrei tanto esserci. Lucido, presente e tranquillo.

Pazientare e aspettare

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Aspettare è uno stato naturale dell’essere umano. Ogni giorno aspettiamo per qualcosa.

Già l’uomo preistorico aspettava: la preda al varco, che il pesce si decidesse ad abboccare all’amo, che il raccolto fosse pronto. Ma mi sembra che la “civiltà” in cui viviamo abbia aumentato gli argomenti dell’attesa e le cause che forzano i singoli a aspettare.

Facciamo la fila a uno sportello. Passiamo ore nel traffico della tangenziale. Facciamo anticamera dal dottore o dal capo.

Attese new-economy: che il computer ci restituisca il dato, che il sito si carichi, che l’individuo all’altro capo della chat risponda al messaggio. Che il call-center ci faccia parlare con qualcuno di competente invece che tentare di capire le indicazioni di una voce automatica o ascoltare una noiosa musichetta.

Ma anche, aspettiamo il “vero amore”, l’eredità del nonno vegliardo, la buona occasione, che si liberi quel posto in ufficio che mi piace tanto.

Aspettiamo che sia passata la crisi, che il governo decida quando andremo a votare e con che legge, che il sindacato faccia valere i diritti veri o presunti.

Mi sto convincendo che aspettare, superata una certa soglia fisiologica, peraltro piuttosto bassa, sia uno dei peggiori errori della vita. Non pazientare, si badi bene, ma aspettare. Pazientare vuol dire attendere i frutti di quello che si è seminato, dare il tempo alle cose e alle persone di maturare, lasciare che i processi avviati facciano il loro corso. La pazienza è lo spazio che segue un lavoro fatto, quando il suo frutto, per la natura stessa delle cose, non può essere ottenuto immediatamente. E raramente è un tempo vuoto: oltre al riposo, di solito si riempie di altre attività, eventi contingenti e nuovi progetti. Aspettare significa invece rimanere al margine, attendere che qualcosa accada, dipendere da qualcuno o qualcosa, aver perso il controllo del proprio tempo e quindi, in definitiva, della propria vita.

Come si finisce per aspettare? Qualche volta per colpa propria: pigrizia, delusioni da aspettative eccessive. Ci sono limiti caratteriali, errori educativi, batoste subite e mai superate a rendere una persona poco combattiva, attendista a oltranza, sprecona di giorni. Anche l’abitudine alla pappa pronta, la scarsa propensione a soffrire per ottenere qualcosa, l’abitudine alla via più facile, l’accontentarsi dell’immediato rinunciando a godere. Perdere la gallina domani anche se l’uovo è solamente un avanzo di quello di ieri. Qualche volta prevalgono o si uniscono le colpe sociali: è lo stato di tanti cassintegrati o pre-pensionati a forza, o disoccupati cronici che hanno anche smesso di cercare un lavoro.

Un po’ alla volta la psiche si abitua a questo stato di attesa perenne. E’ come bambagia vecchia, relativamente comoda se ci si sforza di non far caso a quanto puzza. Un’attenuazione auto-indotta dei sensi e dell’intelletto per far scorrere il tempo senza accorgersene troppo. Uno sforzo per non soffrire ottenuto abbassando di grado in grado la sensibilità al dolore. Si tratta di una sorta di muta depressione, un trascinare i minuti e gli anni finché anche la tenue speranza che qualcosa – qualsiasi cosa – avvenga, si spegne in un cupo silenzio.

Il tempo-uomo sprecato è un altro parametro che il PIL non misura. Ne è influenzato, certo, ma indirettamente, perché non tutte le attività umane, appunto, danno frutto immediato, e non tutte quelle proficue lo sono in termini economici. E poi le persone tranquille non creano problemi: non producono gran che ricchezza, forse, ma almeno non danno guai. Ma uno stato, o meglio un’organizzazione sociale nelle sue varie forme – governo, religione, famiglia, scuola – che a parole elogia l’intraprendenza e il successo ma di fatto induce e educa tanti suoi membri all’inattività indotta – non forzata in senso stretto ma indotta – si sobbarca di una perdita enorme e non misurabile.

La presunzione di fare altri mestieri, ovvero la sindrome della conquista del mercato

ChiediAllaPolvere

Qualcuno dovrebbe spiegare a chi lavora nello sviluppo software che ogni programma non deve necessariamente fare tutto, anzi assommare funzionalità parziali, mal costruite e poco ottimizzate è uno svantaggio, non un’aggiunta.

Faccio un esempio. Nel mio lavoro mi capita di valutare programmi per analisi ingegneristiche: strutturali, fluidodinamiche (scusate per i paroloni, non me ne sono venuti altri). Una volta c’era il “solutore”, che faceva il calcolo e il “modellatore” che lo preparava, come due programmi distinti. Ora tutti i solutori vengono con il loro modellatore incorporato, che potrebbe ancora andare bene se fosse sempre ottimizzato e mirato allo scopo. Ma poi hanno voluto fare il passo ulteriore: applicativi per alterare le geometrie o farne di nuove direttamente nel programma di calcolo, in pratica dei CAD dei poveri.

Inutile dire che ogni volta che ho provato a impiegare in pratica queste funzioni, si sono rivelate di gran lunga meno solide e meno pratiche dei programmi “dedicati”, sviluppati da decenni per fare solo quello, per cui alla fine non le impiego: sono escrescenze software che occupano spazio sul disco e rubano lavoro agli sviluppatori e al supporto tecnico senza dare valore aggiunto, almeno per il sottoscritto.

Forse qualche cliente potrebbe pensarla diversamente, tuttavia le demo che vedo sono una vaga semplificazione delle fetenzie geometriche e delle complessità fisiche che mi trovo a trattare in pratica, giorno dopo giorno.

Perché è difficile battere chi è specialista di un tema da decenni, chi ci lavora e si e beccato centinaia di volte le rampogne di utenti scontenti, si è scontrato con i bachi software e le limitazioni hardware, si è scervellato sulle preferenze e idiosincrasie dell’utilizzatore medio e su quelle dell’utente pseudo-sedicente-esperto e alla fine, con non pochi tentativi, spesa e sudore è riuscito a mettere assieme un pacchetto che funziona. Non ci si improvvisa: un cuoco non si mette, di solito, a riparare la cucina a gas, chiama il tecnico specializzato, e se deve comparire in TV non parte acquistando una telecamera e un microfono tutti suoi.

Mi viene da pensare che tutta questa corsa alle funzioni avanziate e “dislocate” rispetto al cuore della propria specializzazione nasca in base a principi di puro marketing, volendo dimostrare di essere in grado di fare più dei concorrenti: la legge del “ce l’ho più lungo” applicata all’elenco delle funzionalità. Forse questi sviluppi a funzionalità ridotta sono finalizzati a chi non può permettersi i programmi “completi”, ovvero alle piccole e piccolissime imprese, ma a me sembra che si cerchi di contrabbandare per funzioni quelle che sono escrescenze poco utili. La complessità è raramente un valore in se.

E’ un problema diffuso, secondo me, quello di provare a fare il mestiere, nella speranza di rubargli i clienti (e i soldi). Così la Honda si è inventata produttrice di aerei, creando un progetto avanzatissimo e interminabile, e vedremo coma va a finire. O la Parmalat pre-crash decise che doveva trasformare l’umile latte in una bibita alla moda tipo Coca-Cola ma più salutare. O avvocati si convincono di essere esperti di finanza e ingegneri dei maghi del marketing. Fino al privato cittadino che è convinto di poter risparmiare soldi improvvisandosi idraulico o elettricista, con risultati spesso al limite del pericolo pubblico. Chissà perché, quando diventi abbastanza bravo a fare una cosa ti convinci di essere altrettanto capace di farne altre e, il più delle volte, ti butti in un turbine senza fondo d’inefficienza. Secondo me è un derivato del principio d’incompetenza di Peter: ogni organizzazione cresce e si espande fino a mettersi a fare cose per le quali non è nata ed è del tutto inadatta, e così mette a repentaglio la sua stessa esistenza!

Aggiornamento hardware

Il mio primo processore

Il mio primo processore

Dovrei comprare un nuovo computer, ma non riesco a decidermi. Ho alcuni punti fermi e alcune perplessità, non tutte razionali.

L’evento è di una certa rilevanza, perché i miei cicli di aggiornamento dell’hardware sono diventati progressivamente più lunghi. Per un po’ di anni il mio PC, assemblato attorno a un Pentium 4 “single core”, mi è bastato per tutto quello che avevo voglia di fare, e ne ha viste di molti colori, tra applicativi, configurazioni e sistemi operativi.

Punti fermi: motivi dell’aggiornamento. Il mio vecchio desktop inamovibile è diventato inadatto al mio stile di vita: anche in casa mi fa comodo un portatile; può sembrare strano ma è così. In più mi farebbe comodo un po’ di potenza, per fare elaborazione fotografica senza aspettare minuti e minuti per ogni immagine. Tra l’altro, essendo alle prime armi devo fare diversi tentativi.

Altro punto semi-fermo: dopo tanti anni di Linux sono pronto a tornare a Windows come sistema operativo? Motivi: meno tempo e voglia di smanettare e provare soluzioni alternative. Insomma voglio la pappa pronta, e anche poter installare più facilmente i programmi. Inoltre, per alcune nuove attività, sono legato a Office. Linux mi è servito, ho imparato tanto e l’ho sfruttato per molto, ma nella vita è bello cambiare, ogni tanto, ben sapendo che da nessuna sponda del fiume c’è il paradiso. E magari non lo abbandonerò del tutto.

Per me è un cambiamento epocale: avevo sempre considerato il desktop come l’ottimo. E’ riparabile, espandibile, configurabile e ha il migliore rapporto costo / prestazioni. Ha un monitor e una tastiera veri. Ci metti dentro quello che vuoi e hai spazio per aggiungere e togliere a volontà. Quando lo cambi, salvi monitor, tastiera, masterizzatore e magari qualche altra cosetta. Ma la tecnologia invecchia in fretta, dopo un po’ non ha senso pensare a aggiornamenti. E, soprattutto, arriva il momento di riconsiderare l’ordine delle priorità.

D’altra parte ero un appassionato del filo che si è dovuto convertire al wireless, tuttavia non ho mai cambiato lo stereo con l’home theater e, visti i risultati medi, ho fatto bene.

Ma non divaghiamo ulteriormente. Ho verificato dai vari test disponibili in rete che anche un PC economico sarebbe notevolmente più prestazionale delle attempate macchine da calcolo di cui ora dispongo, ma applicherò la mia filosofia dominante: salire ragionevolmente di livello, prendendo come parametri gli aspetti per me rilevanti, in modo da sfruttare l’oggetto il più a lungo possibile, ovviamente a meno di imprevisti.

Da qui vengono le specifiche di massima: processore Intel i5 o i7 (o almeno un A8 lato AMD). Almeno 8 Gb di RAM. Scheda grafica dedicata. (Vista la pletora dei componenti disponibili, questo è dire tutto e dire niente). Leggero ma non troppo: non lo porterò spesso in viaggio e certamente non in vacanza: se no che vacanza sarebbe? Un masterizzatore DVD incorporato è preferibile ma non necessario, ormai i supporti ottici si usano davvero poco. Non ho particolari esigenze lato hard disk: sono ancora lontano dal saturare i 300 Gb del vecchio desktop.

Dubbi: ho una certa antipatia per l’interfaccia grafica di Windows 8. E’ una cosa epidermica. Mi dicono che con 8.1 è migliorata. Ma tirare fino alla prossima incarnazione, che dovrebbe essere la 10 e arrivare tra un annetto, non mi va molto. E poi la stragrande maggioranza dei portatili hanno degli orribili schermi lucidi con una pessima resa dei colori. E non mi nominate la Mela Morsicata!

Il processo, direi, è quasi a convergenza. Qualche suggerimento su marche e configurazioni, sole da evitare o aspetti degni d’attenzione?

Verità scomoda

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Superata una certa età sarebbe il caso che ognuno si facesse un limpido esame di coscienza e si dicesse la verità. Ho superato la quarantina e, non essendomi ancora sposato, sarei tentato di riaffermare per l’ennesima volta la vecchia storiella che non ho mai trovato la persona adatta. Tutta sfortuna insomma, mica colpa mia che sono così bravo e intelligente e pure ragionevolmente in salute.

E la sento ripetere spesso. A me basterebbe uno così. Io sono di bocca buona, vorrei una colà. Che mi capisca / dolce / di carattere / l’aspetto conta ma poi no. E’ argomento di conversazione estenuante.

Ma poi mi guardo in giro, mi guardo allo specchio e mi specchio negli coetanei ambosessi con cui mi accompagno, e devo cambiare idea. Tutti mediamente sani, in forma, relativamente di buon senso e variamente intelligenti. Fatta salva la pace di qualcuno, non ci sposiamo perché non siamo adatti, perché non ne abbiamo voglia o perché abbiamo qualcosa che non va.

Facciamocene una ragione, d’altra parte se la cosa non ci piace, il primo passo per correggerla e esserne cosciente no?

Ecco qualche esempio. Abitudini inveterate di parlarsi addosso. Incapacità endemica di ascoltare il prossimo. Capacità di vedere solo il difetto altrui, o meglio sforzo per trovare la ragione per NON tentare una storia di media lunghezza e NON essere costretti a uscire dal bozzolo delle abitudini. Impressione di avere sempre un mare di tempo davanti e di doversi sempre qualcosa.

Si esce assieme perché si, magari si fa qualche bell’incontro, non si sa mai, e poi mica puoi stare a casa il sabato sera. Si condividono allegre chat uozzap e feisbuc.

E poi quel vizio di chiamarsi sempre ragazzi e ragazze, come se il tempo non avesse un senso. Uomini e donne? Non sia mai, sa di vecchio. Che poi è l’insulto peggiore.

Insomma abbiamo coltivato i difetti da ragazzini chiamandoli carattere o indole. Ci siamo identificati con loro fino a dire questo sono io.

Non è obbligatorio sposarsi, beninteso, e nemmeno fondare relazioni durature. Non mi sia messo in bocca quello che non ho detto. Ma diciamoci la verità. Tanti di noi rimaniamo “single”. O meglio soli, perché non diamo appiglia a un eventuale compagno/a. Restiamo come siamo perché ne abbiamo voglia. O perché non siamo capaci di fare altrimenti. O perché abbiamo una paura fottuta della condizione opposta.

In quale delle due categorie ricade il sottoscritto? Non lo so, appena lo capirò potreste essere i primi con cui lo condivido. O forse no.

Degli inglesi in vacanza, ovvero della tamarriade internazionale

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“Non sembri proprio napoletano”. Più di una volta me lo sono sentito dire e condivido l’esperienza con diversi amici e conoscenti. Succede, di solito, in vacanza, in Italia o all’estero, con nuove conoscenze da altre parti della nostra penisola.

Perché non denuncerei a prima vista la mia origine? E perché mai dovrei farlo, d’altra parte? Perché è fama, luogo comune, che il napoletano, soprattutto in vacanza, fa confusione, produce rumore indiscriminato, si allarga al di fuori dei suoi spazi, straborda per vocazione, prende possesso del territorio; in poche parole disturba.

Non voglio stare qui a provare a confutare quest’opinione. D’altra parte tutti i luoghi comuni diventano tali perché contengono qualcosa di vero. Ma vanno poi oltre e generalizzano, assegnando a una maggioranza i comportamenti di una ristretta minoranza. D’altra parte, la cattiva fama dei napoletani fra gli italiani è un’enfatizzazione di quella degli italiani, globalmente intesi, fra gli altri popoli dell’Occidente.

I luoghi comuni si moltiplicano: nel mondo anglosassone, è noto, i “tamarri” per eccellenza sono gli australiani, ma anche fra inglesi e americani c’è qualche sguardo di sottecchi. Gli austriaci sarebbero dei tedeschi di seconda scelta e i francesi sono latini, ma fanno finta di no per non mischiarsi a spagnoli e italiani.

Quello che mi preme ora è però soffermarmi su un altro aspetto: quello che accomuna fra loro i villani di tutte le latitudini e longitudini, ovvero di come gli inglesi in vacanza possano essere peggio, date le giuste circostanze, dei napoletani casinisti.

Anche qui è facile generalizzare, ma in ogni posto a notevole frequentazione britannica è noto che esistono gruppi di sudditi di Sua Maestà che intendono la vacanza nello stesso modo ovvero:

  • Bere alcolici in quantità incontrollata, cominciando dal mattino;
  • Sotto l’effetto, vero o presunto dell’alcol, fare rumore, spintonarsi, urlare battute gergali;
  • Facoltativamente, importunare personaggio dell’altro sesso di altre nazionalità;
  • Tornare al punto iniziale e ripetere.

Condizioni necessarie e sufficienti è che a) siano in numero sufficientemente grande; b) ci sia alcol disponibile gratis o a buon mercato e c) ci siano pochi controlli a inibirli.

Ma le tamarriadi sono innumerevoli e diversificate e diventano, talvolta, la normalità. Nelle austere sale del Metropolitan Museum di New York ho visto gruppi di turisti statunitensi che ridevano a squarciagola alle battute delle loro guide: per loro intrattenimento e cultura non hanno soluzione di continuità, secondo la filosofia, di cui non sono gran che convinto, per cui si impara solo divertendosi.

La tamarriade mostra caratteri universali. Provo a delinearne alcuni.

Contrariamente al mitico Borat, il tamarro classico si muove sempre in gruppo e da quello non si separa mai: il resto del mondo conta, al più, come distrazione temporanea;

Il tamarro fa rumore: non per farsi riconoscere ma per ragione di vita. Se non dorme deve continuamente fare o dire qualcosa. Il movimento non ammette pause. Va da se che non sopporta il silenzio;

Ama la propria confusione, non quella altrui, se non riesce a assimilarla;

Litiga. Fa parte della generazione di rumore. Se non con estranei, che potrebbe essere pericoloso, con altri membri del suo gruppo. Il litigio fa parte della vacanza del tamarro

Ha i suoi segni distintivi. Modi di vestire, accessori, tagli di capelli. Il gruppo è una tribù, o meglio un distaccamento della tribù più grande che aspetta a casa.

Cerca sempre le stesse cose, gli stessi divertimenti e cibi. Se non le trova, il posto non gli piace;

Si considera piuttosto furbo, anzi proprio in gamba. Ama il proprio stile di vita. Si sorprende sempre di ciò che non somiglia alle sue abitudini, e sempre in negativo. Ride forte e si stupisce se l’altro non lo capisce. La coesione di gruppo lo rafforza.

Non si capisce bene perché viaggi, il tamarro, dal momento che è poco curioso di quello che non afferra al primo colpo.

Insomma la tamarriade è, secondo me, un carattere universale, che nasce per generazione spontanea e si auto-replica in giro per il globo, non è ostacolata dal reddito, anzi spesso da quello facilitata, alimenta l’industria del turismo, non mette in crisi la realtà, solamente ci scava dentro la propria nicchia chiassosa.

Una passeggiata notturna al centro storico

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Una delle poche cose buone fatte dall’attuale sindaco di Napoli, e prontamente ridimensionate, è stata prolungare l’orario di apertura della metropolitana nel fine settimana. Mi ha dato, tra l’altro, l’opportunità di un paio di uscire rilassate con reflex al seguito.

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Il centro storico di Napoli non è un corpo a se, come in tante città turistiche. E’ vissuto, anzi sovraffollato, e tuttora, per molti versi, il cuore della città. Ovviamente non manca di trappole per turisti, ma la le persone che lo attraversano sono, per larga maggioranza, napoletani.

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Per questo l’antico – anzi antichissimo – e il moderno si intrecciano, molte volte in modo non rispettoso. Come gli scooter e “pizza a tranci” sotto il campanile più antico della città, quello di S. Maria Maggiore alla Pietrasanta, un’opera alto-medievale che incorpora elementi romani.

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Ambientazione ideale per un racconto di fantascienza, vero? Il centro del centro è, com’è noto, Piazza del Gesù Nuovo con l’adiacente Santa Chiara, come dire l’aspetto severo e quello benigno della religione.

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Mi conoscono dunque sono, e parlo

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Non tutti i palchi sono uguali, ma quasi a tutti si da, più o meno, udienza.

La fama, in qualunque settore raggiunta, è un viatico per la pubblica amplificazione del pensiero. E’ anche una tessera di credibilità: quello che dice uno famoso è tenuto in conto. Essere conosciuti è un megafono, da accesso a radio e televisioni, a interviste sui giornali e comparsate nelle manifestazioni; concede un microfono nelle assemblee e conferenze e un seguito di ascoltatori attenti su tutti i social network.

Indipendentemente, si badi bene, dal settore in cui si è raggiunta la notorietà, anzi più è frivolo e meglio è, perché incrementa il numero degli ascoltatori. E più è lontano dagli argomenti in questione e più è tenuto in conto, perché si sa che non bisogna mai stimare le valutazioni degli esperti, molto meglio le opinioni degli sprovveduti.

A pensarci non c’è un motivo valido: se quello che serve è un punto di vista spontaneo e neutrale, perché non spingere il processo fino in fondo? Per quale motivo il parere di una “pop star” sulla crisi arabo-istraeliana dovrebbe avere più valore, per dire, di quello del salumiere sotto casa mia? Peraltro il salumiere in questione ha prodotti di ottima qualità e tratta benissimo i clienti, insomma sa stare al mondo, cosa che non si può dire di tutte le stelle della musica leggera, che spesso dileggiano i loro appassionati – ovvero i loro clienti, quelli che gli danno da vivere – alla stregua di una razza inferiore.

Eppure chi è famoso si sente – non sempre ma spesso – preso dal divino furore di educare le masse e di fare da fulcro per prese di coscienza collettive, ovviamente scambiando le proprie opinioni personali per verità assolute e il rumore dei “fan” e degli altoparlanti come conferma della propria infallibilità.

I giornali sono pieni di dichiarazioni umanitarie di chitarristi, rilievi politici di atleti, commenti di strategia militare da parte di autori di best-seller, interventi sociali di attori di soap opera. E, di contro, critiche musicali e cinematografiche espresse da esponenti politici e sentenze di strategia calcistica elaborate da chef affermati.

Penso sempre più spesso che i musicisti dovrebbero limitarsi a suonare, gli autori a scrivere e i pittori a dipingere, se proprio vogliono contribuire al progresso del genere umano. Evitare le interviste non focalizzate alla loro professione e aggirare le domande fuori luogo, al limite con il “secco no-comment”, molto di moda durante la Guerra Fredda ma sempre valido. Ancora di più, gli sportivi dovrebbero onestamente dedicarsi alla loro specialità e minimizzare le comparsate sui mezzi d’informazione, con qualche rara deroga solo dopo diversi anni che si sono allontanati dalla pratica agonistica. Cantanti e musicisti concedersi il palco solo dietro a un microfono e allo strumento musicale di competenza, gli attori solo quando c’è un copione ben scritto.

Sono analogamente ridicole le pretese di chi pretenderebbe azioni dimostrative da parte di chi non si occupa di politica, come quando si propone a degli atleti saltare, di loro iniziativa, la partecipazione a olimpiadi o altri eventi sportivi, come strumento di “dimostrazione politica”. Pretesa assurda e sommamente ipocrita, fatta da chi non rischia in prima persona ma pretende sacrifici da altri. Peggio ancora quando si tratta della maschera posticcia della politica incapace di prendere decisioni.

In effetti la vera soluzione del problema sarebbe che ogni singolo allenasse il proprio filtro mentale, in modo da scartare tutti questi interventi come “disturbi”. Imparare a apprezzare lo sportivo, l’autore, il cantante per quello che sa fare meglio e non per il resto con cui condisce e affastella il suo ego. Ma per una soluzione più ampia del problema bisognerebbe educare lo spirito critico di massa, e allora addio facile condizionamento da parte dei media, si metterebbe a rischio il fondamento del consumismo!

Il problema maggiore è con le personalità politiche, poiché si sentono investite del diritto e dell’autorità – anzi del sacro fuoco innescato dal mandato popolare – di esprimere giudizi su tutto e tutti, e per le quali è più difficile, dato il ruolo specifico, concepire un bando o una limitazione. Non si può certo togliergli il diritto di parola! Qua sembra indispensabile appellarsi alla coscienza personale, ovvero non avere speranza.

 

Mi citano!

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Per la prima volta, nella vita di questo blog, mi arriva una citazione per un premio! Non sarà un oscar, ma di certo una dimostrazione di stima. Allora, si tratta del Premio Talento Curioso Award (ma “award” non è sinonimo di “premio”?), creato dal blogger Vittorio (http://vittoriot75ge.wordpress.com). Chi mi ha nominato è stata Viola di http://violetadyliopinionistapercaso.wordpress.com/.

Potrei atteggiarmi a superiore, dire che questi premi servono a farsi pubblicità, che molti blog sono scritti solo per altri blogger ma… si, se posso farmi un po’ di pubblicità mi va benissimo! A costo di farla anche a altri. E poi se a qualcuno piace quello che scrivo (beh si qualcuno così esiste), perché non farlo sapere in giro?

Allora giochiamo. Secondo le regole. devo rispondere a cinque domane e nominare a mia volta altri cinque blog. Procedo.

  1. “Per te è più importante l’esercizio o il talento?” Direi l’esercizio. Si fa tanto parlare di talento e ispirazione, ma spesso si tratta soltanto di grossolana approssimazione.
  2. “Quale tipo di arte (scrittura, disegno, fotografia, ecc.) ti rappresenta meglio?” La scrittura no? E che cavolo. Con due blog e un romanzo all’attivo! In secondo luogo la fotografia. Per il disegno, mi limito a schizzi quando proprio non riesco a spiegarmi a parole e per la musica… meglio non parlarne.
  3. “Da 1 a 10, quanto sei soddisfatto/a del tuo blog?” 7 come giudizio personale. 4,5 come risultato oggettivo.
  4. “Immagina di mollare tutto e tutti e sparire, quale sarebbe la prima cosa che faresti?” Non ho mai sognato di sparire. Non è vero: prenderei un aereo.
  5. “Hai la possibilità di realizzare un desiderio oltre ogni limite dell’immaginazione, cosa chiederesti?” Bandendo a priori idee come “la pace nel mondo” e “la cura universale per il cancro” direi che voglio andare sulla Luna, camminarci sopra e tornare con una valigia di fotografie e qualche ricordino del posto. E così avere qualcosa da raccontare per il resto della vita.

E ora i blog da nominare. Da quel che ho capito non e richiesta la motivazione della scelta, per cui non la do. L’ordine è solo parzialmente casuale.

http://angolodelpensierosparso.wordpress.com

http://fardiconto.wordpress.com

http://blog.francescophoto.it

http://nadiaterranova.com/

http://raimondorizzo.wordpress.com/

Sotto a chi tocca!

Pieno di parole (straniere), vuoto di contenuti

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Forse l’unica campagna mediatica fascista che mi abbia mai suscitato una qualche simpatia e quella contro le parole straniere. Non certo per il modo in cui era condotta, e le ridicole forzature per evitare, a tutti i costi, i termini non contemplati dalla Crusca, ma per l’abuso che se ne fa oggi, molto spesso a sproposito.

Mi infastidisce l’accettazione acritica dei termini stranieri, come se alcune cose avessero senso solo se dette in un’altra lingua. Secondo me nasconde un complesso d’inferiorità, la sensazione che noi italiani non siamo capaci di fare le cose bene come le fanno all’estero. O banalmente maschera l’ignoranza dietro i termini.

La commistione delle lingue è un fatto naturale. La pretesa della lingua pura è assurda e pericolosa quasi quanto quella della razza pura. I termini stranieri arrivano per osmosi culturale e, progressivamente, si assorbono nel linguaggio d’arrivo. La mia lingua napoletana, per dire, è piena di francesismi o spagnolismi, trasformati per integrarsi al suono generale del dialetto: “buatta” per lattina o “butteglia” per bottiglia sono chiaramente derivazioni francesi, non italiane.

Ma in Italia i termini stranieri si adottano in modo acritico, spesso senza chiedersene davvero il senso, e ostentati come un valore in se, come se quello che si dice assuma rilevanza solo perché detto in quel modo. E spesso è proprio così: l’inglesismo maschera il vuoto d’idee.

Qualche volta i termini stranieri sono davvero difficili da tradurre o soppiantano un italiano davvero mal suonante (sentivo, una volta, che la traduzione di “trolley”, nel senso di bagaglio con le ruote, sarebbe “rullovaligia”!) ma altre non si fa nemmeno lo sforzo di cercare! Sono dei puri e semplici doppioni, e l’abbandono dell’italiano è del tutto ingiustificato e arbitrario. Perché mai dire “start-up” sarebbe meglio che “nuova impresa”? “Spread” è per me semplicemente “differenza” o “divario” dei tassi d’interesse, tra un Paese e l’altro. Perché i cronisti della Formula 1 parlano ora di “power unit” invece che di “motore” delle monoposto? Troppo banale? Perché riempirsi la bocca di “target” e “goal” invece di “bersaglio” e “obiettivo”? Perché fa pìù “trendy”? Ovvero alla moda?

Peggio ancora sono solo certe italianizzazioni forzate, tipo “brandizzato” o “ceccato” con cui si vorrebbe dimostrare di aver davvero assimilato quello che si sta dicendo.

Una fonte inesauribile di termini inglesi è l’informatica e i suoi derivati. Purtroppo i tecnicismi che una volta connotavano soltanto gli “addetti ai lavori” si sono diffusi e diventati di uso comune, molto spesso a proposito, anche e in primo luogo perché chi li usa non ha una vera idea di cosa vogliano dire. Per cui bisogna stare sul “cloud” per un valido “spin-off” che sia “cost effective” e agire “on demand” del “customer”, per intendere che bisogna tenere i dati in rete per risparmiare e fare quello che vuole il cliente.

Non ci credete quando vi sussurrano, con saccenza, che la parola inglese “non ha equivalente in italiano” o “ha significati intraducibili” o “sfumature che in italiano si perdono”, il più delle volte è pura pigrizia mentale o, peggio, tentativo di contrabbandare paccottiglia per crema di sapere. Alla fine, si usano parole strane quando si vuole confondere le idee o nascondere l’ignoranza di fondo. Accade con i paroloni italiani e si ripete, più diffusamente, con i termini stranieri.

Nel mio piccolo, nel mio romanzo parlo di “tavoletta”, non “tablet” per indicare un computer sottile e senza tastiera, “sito di chiacchiere” invece di “chat”, “comunicatore” per l’evoluzione degli odierni “smart-phone” e uso “computer” soltanto perché “calcolatore” e “elaboratore” sono ormai, purtroppo, in grave disuso.

Ecco, per concludere, un inizio di tabella di sostituzione inglese-italiano, per alcune espressioni superflue ma alla moda, da espandere a piacere e usare alla bisogna.

Award -> Premio / riconoscimento
Call conference -> Riunione telefonica
Check -> Controllo
Fair play -> Lealtà sportiva
Goal -> Obiettivo
Gadget -> Accessorio
Meeting -> Incontro / riunione
(Data) streaming -> flusso (dati)
Target -> Bersaglio
Template -> Formato-tipo
Topic -> Argomento
Test -> Prova
Window -> Finestra

Evviva la musica liquida, ma anche quella solida

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A cosa servono, ormai, compact-disc e dischi di vinile? Tecnologie sorpassate, antiquariato. Buone a nulla, si direbbe, nell’epoca in cui la musica si scarica da Internet, i ragazzi l’ascoltano in cuffia dal lettore o dal cellulare e perfino gli audiofili discorrono di formati ad alta risoluzione. Gli esperti del marketing, o forse il passaparola, hanno già coniato il nome: la Musica Liquida. Il mio ultimo acquisto, in questo campo, è proprio un convertitore da collegare al mio netbook, per farlo funzionare come una sorgente audio ad alta fedeltà.

A cosa servono, mi chiedevo, ed almeno una risposta l’ho trovata. Ad imbatterti, tra negozi, bancarelle e mercatini, in musica che non avresti mai cercato su Internet. All’acquisto casuale, fatto per pura curiosità davanti a un titolo, un nome o un’immagine di copertina, magari per pochi euro.

Internet non è adatta allo scopo, mi dispiace. Nonostante gli sforzi, gli algoritmi per catalogare i gusti, i lustrini e le assonanze forzate tra prodotti. Da un lato è troppo aperta: tutto si può vedere e ascoltare prima di comprare, non c’è più il fascino del rischio, dell’ignoto, della sorpresa da valutare poco alla volta. Un brano musicale si giudica senza comprarlo, al primo ascolto, in pochi secondi, non te lo ritrovi a casa a gustare con calma – tanto i soldi li hai già spesi – a mandarlo a quel paese e poi magari risentirlo, con un altro stato d’animo, mesi o settimana dopo, e accorgersi di sentirlo diverso, e scoprirne aspetti che avevi sorvolato.

Dall’altro lato è troppo chiusa, internet, decisamente asettica. Informatica a prescindere dagli sforzi dei suoi guru. Non può darti il senso fisico dell’oggetto. Vedi un’immagine fatta di tanti quadratini colorati che è l’ombra della cosa vera. Non ne senti l’odore ne l’impressione tattile, la consistenza fisica, neppure le vere proporzioni riesci a intuire. Tutto è relativo, liscio al tatto, con gli stessi colori di ogni altra cosa, ingrandibile o rimpicciolibile a piacimento con un “pinch” o una rollata di mouse.

E lo dico a malincuore, da vero appassionato del computer quale sono. Ci passo le giornate di lavoro e, alla sera, accendo il mio invece di guardare la televisione. Ma la verità richiede onestà.

Insomma con il commercio elettronico guadagniamo l’accesso facile e veloce a un’infinita di merci, come in una specie di sterminato bazar dove ogni genere di paccottiglia siede fianco a fianco agli oggetti di lusso. Dall’altro perdiamo il gusto della ricerca casuale, di quella che impolvera le mani e ti pone davanti agli occhi ciò che non ti aspetti.

Attaccati alla “bolletta”

FortunaUna volta, mi ricordo, si insegnava a scuola che “Englishman bet on everything”, gli inglesi scommettono su tutto. Era una frase che si impiegava nei corsi base di lingua inglese, nelle scuole dell’obbligo, poco dopo “My name is Tom. What’s your name?” e “The pen is on the table”.

La frase si pronunciava in tono per lo più ironico: gli inglesi sprecavano il tempo e buona parte dei loro soldi scommettendo sullo sport o su cose ridicole, a differenza di noi italiani per i quali il massimo dell’ebbrezza erano il lotto e il totocalcio.

Personalmente, mi andava bene così, perché non provo nessuna passione per l’azzardo. Quando andai in America, passando un pomeriggio in quel grande parco giochi per adulti che porta il nome di Las Vegas, spesi un dollaro in una slot machine. Il giro delle figurine dei frutti è durato poco più di un secondo. Non mi diceva nulla tirare quella leva e non ho ripetuto l’esperienza.

Eppure qualcosa covava, sotto il logoro manto di morigeratezza di tradizione contadina. Al ritorno da quello stesso viaggio non so quante persone mi hanno chiesto come fosse, e che emozioni dava la città del gioco d’azzardo per eccellenza.

Analogamente, non si concepiva il ricordo di un viaggio a Sanremo senza la tappa al casinò. Per non parlare poi del lotto, che nelle mie contrade è sempre stato una scienza coltivata e tramandata.

Sono passati pochi anni e il panorama è cambiato radicalmente. E’ arrivata la crisi, la necessità di tamponare la crescita del debito pubblico, il bisogno di far entrare soldi senza far vedere di aumentare le tasse agli italiani. Fare leva sulla passione, e anche sul vizio, del gioco, è risultata una carta vincente. In poco tempo l’Italia si è trasformata dal paese del moralismo alla vera mecca del gioco d’azzardo diffuso, o ci manca poco. Mercato apertissimo, centri scommesse in fila nei quartieri più popolari, pochi controlli, massima libertà di pubblicità su tutti i mezzi d’informazione e a tutte le ore. La frase “giocate con moderazione”, pronunciata frettolosamente alla fine delle mirabolanti esortazioni a giocarsi la camicia, suona ridicola, e non poco.

Vado in tabaccheria per pagare la tassa di possesso dell’auto e la trovo occupata da un manipolo di pensionati che aspettano l’uscita di una fila di numeri da un televisore. Hanno in mano un mazzetto di biglietti e sono pronti a buttarli nel vicino cestino.

La domenica mattina esco dalla Messa (eh si, sono tra i pochi che ci vanno ancora) e dov’è il posto di ritrovo degli amici d’ogni età? Non certo il sagrato e neppure il bar come una volta, ma il centro scommesse del momento, eletto non so per quali motivo come il preferito fra i cinque o sei aperti nel quartiere.

Se si va al bar con i colleghi, durante la pausa pranzo, la sosta gratta-e-vinci o superenalotto, per tanti, è quasi un obbligo.

Amici insegnanti, mi raccontano che “la bolletta”, la giocata sulle partite di calcio o altro, è diventata argomento principe delle conversazioni dei ragazzi. La speranza? Di potersi comprare quel telefonino nuovo per il quale papà e mamma non vogliono proprio sganciare.

Tutti a sognare il colpo di fortuna, che faccia svoltare la giornata. E non la vita, badate bene, perché se il “gratta e vinci” potrebbe anche essere generoso, nella maggior parte dei casi la “bolletta” consente vincite al massimo di qualche centinaio di Euro. Una fonte di speranza spicciola, insomma, di ravvivare la giornata o il mese, in cui finiscono gli spiccioli in tasca seguiti, piano piano, dalle carte di maggior valore. Non sono certo il primo a dirlo che il gioco è l’unica tassa che gli italiani pagano con piacere. L’unica vera tassa “bellissima”, insomma.

Personalmente, non è un panorama che mi piaccia. Rischiando di essere moralista, dico che vedo il gioco non solo come un drenaggio di moneta, per di più focalizzato proprio sulle classi meno facoltose, ma come la nuova arma di distrazione di massa, l’ennesimo tentativo italiano di rimandare a domani e di tentare di risolvere i problemi con la botta di culo, non volendo sfidarli frontalmente.

“Il Compleanno”, racconto scaricabile

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“Il Compleanno dell’Abate”, racconto scaricabile (PDF)

Per fami un po’ di pubblicità, come autore di fantascienza, ho deciso di rendere pubblico un mio racconto. E’ un genere diverso dal romanzo “Il Mediatore”, di cui trovate informazioni nella pagina omonima di questo blog. Ha infatti un’ambientazione molto lontana, invece che in un futuro così prossimo da lasciare tutto riconoscibile. L’ho scritto molto tempo fa e presentato, una volta, ad un concorso. Non ebbe successo, ma a me è sempre piaciuto. Si può scaricare qui. E poi, magari, potete dirmi cosa ve ne sembra. Onesti, mi raccomando, se no non vale.

Ecco a voi “Il Mediatore”

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Eccoci finalmente. E’ uscito “Il Mediatore”, il mio primo romanzo. Che poi è inutile stare lì a menarsela che si scrive per se stessi, per sfogare quello che si ha dentro, per un’intima necessità. Alla fine si scrive sempre nella speranza di essere letti, di essere pubblicati, di essere apprezzati. E, perché no, per vendere tante copie e farci i soldi, sogno assurdo. Anche il più intimista dei poeti ermetici cerca, prima o poi, un editore, o almeno un nucleo di lettori affini che possano apprezzare i suoi versi.

Qualche informazione già l’ho data a suo tempo, in un altro post. Il genere lo definirei “Fantascienza napoletana”, più rigorosamente, “Cyberpunk pseudo-partenopeo”, perché la presenza degli alieni è quasi di contorno, un movente, per quanto potente, per stimolare l’azione, che poi è quasi tutta umana. E perché la mia città è presente, ma mai nominata direttamente, come un simbolo, la città meridionale per eccellenza.

Non perdo tempo sulla trama, la sinossi la trovate nella pagina che ho aperto su questo blog. Eroi ce ne sono pochi, involontari per lo più. Un “mediatore” rimandato indietro dagli alieni che non sa bene come rimettere insieme la propria vita. Un investigatore costretto a fare l’eroe senza volerlo. Gente di vario genere a caccia di un “segreto” che può dare riscatto, o ricchezza, o potere.

Temi? Dovrebbero dirmeli eventuali recensori, ma io ipotizzerei: senso di appartenenza e spaesamento. Differenza fra i moventi espressi e quelli reali. La natura dell’uomo che emerge quando le certezze vengono meno. Sarò presuntuoso? Forse, a me ha divertito scriverlo.

Ma forse è più importante raccontare la genesi del libro. Ho cominciato a scrivere tanto tempo fa, come passatempo, senza una trama in mente, seguendo uno spunto interessante: il ritorno, verso qualcosa che non si considera più “casa”. Poi sono venuti fuori altri personaggi, e ne alternavo le vicende. Non era il mio primo tentativo di una storia “lunga” ed era solo leggermente più ispirato dei precedenti. Ed infatti mi sono fermato spesso, anche per mesi, semplicemente per non sapere più come andare avanti, come tirare fuori i miei personaggi dalle situazioni in cui ero andato a piazzarli, e soprattutto come dare un senso a quella costruzione che andava realizzandosi e che, complicandosi man mano, un po’ quel senso lo pretendeva. Mi dispiaceva lasciarlo incompiuto, perché era cresciuto meglio dei miei altri esperimenti letterari, col suo alternarsi di capitoli a seguire fili diversi della storia. Ogni tanto provavo ad aggiungerne un pezzetto, ma erano solo piccoli progressi.

Finché, all’improvviso, rimettendomi alla tastiera per l’ennesima volta dopo settimane o mesi di fermo, finalmente l’idea, la via per dipanare la matassa e scrivere una conclusione degna, interessante, non banale. E’ stata come un’illuminazione. Gioia e di soddisfazione ma il lavoro non era finito: dovevo rimaneggiare tutta la parte già scritta per renderla coerente con quel finale che avevo architettato.

Poi è venuta l’epopea di cercare un editore a cui interessasse il testo. Sono passati oltre due anni, tra silenzi (la maggioranza) rifiuti espliciti e cortesi (pochissimi) e richieste di soldi (abbastanza numerose, qualcuna anche quasi ragionevole). Finché ABEditore di Milano mi ha inviato una bozza di contratto che non mi imponeva neppure copie da comprare. Dopo tanti avanti-e-indietro, lunghe attese, silenzi, rinvii e ora-si-ora-no, finalmente il mio romanzo è uscito, ha fatto il suo esordio al Salone del Libro di Torino ed è ora disponibile sui principali siti. Hanno fatto un buon lavoro, di correzione bozze, impaginazione e grafica. La copertina mi sembra accattivante. La storia, a dirla tutta, mi sembra anche adatta per il cinema!

Adesso mi tocca farmi pubblicità. Non credo di essere molto bravo ma mi sto divertendo un mondo, grazie al fatto che non ho velleità di vivere scrivendo. Di certo ho prodotto un’opera con più di una imperfezione, ma ritengo che del valore lo possegga. Chi ha il coraggio di fare la prima recensione? Ecco i link.

 

http://www.abeditore.com/prodotto/libri/il-mediatore-francesco-fortunato/

 

http://www.ibs.it/code/9788865511640/fortunato-francesco/mediatore.html

 

http://www.libreriauniversitaria.it/mediatore-fortunato-francesco-abeditore/libro/9788865511640

 

Pagina Facebook:

https://www.facebook.com/romanzoilmediatore

 

Ultra-giustificazione ad ampio raggio

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Sono rimasto sconcertato da alcune prese di posizione sugli eventi a margine dell’ultima finale di Coppa Italia, che descrivono il tutto come se fosse perfettamente normale, anzi quasi lodevole. Mi riferisco non solo al chiacchiericcio spesso rumoroso da sito sociale, dove si dice di tutto, ma anche ad articoli di stampa locale, che sentenziano l’auto assoluzione dei tifosi in blocco. Mi spiego meglio. Il capo ultrà garantisce la tranquillità allo stadio facendo le veci degli organi politici e di pubblica sicurezza, e quindi? Cosa c’è di male? Alla fin fine nessuno si è fatto male. Solo che una massa di scalmanati rispettano un camorrista e non le autorità costituite, ecco cosa c’è di male.

Gli ultras, come un reparto ben addestrato, si tengono tranquilli e buoni per tutta la durata della partita. Ma che bravi, dei veri galantuomini d’altri tempi. Peccato che, fino a un attimo prima, gettavano disinvoltamente bombe-carta sui vigili del fuoco. E precisamente fino al cenno del loro capo, che fa della sua fedina penale la parte fondante del suo curriculum.

Fischiavano all’inno nazionale? E che c’è di nuovo? Lo fanno anche alcuni politici dipinti di verde. Come se il fatto che qualche leghista sia un coglione autorizzi tutti a esserlo un po’ di più.

Le società calcistiche e l’ordine pubblico sono collusi con i malavitosi? E’ normale, si dice, avviene dappertutto, e d’altronde il tifoso è il padrone dello spettacolo. Ma non il tifoso qualunque, il portatore di spranghe e catene, ovviamente.

C’entra il tifo calcistico, mi rendo conto, che, per qualche misterioso processo psicologico obnubila l’intelletto e la capacità di giudizio. Il desiderio di “ripulire” la vittoria sportiva della propria “squadra del cuore” dall’evidente fetenzia trasmessa in mondovisione e che, si badi bene, ha solo palesato un marcio di lunga durata. Ma ci intravedo di peggio, un atteggiamento costante e pervicace, che vorrei dire negazionista, e si ammanta di un presunto orgoglio territoriale.

E’ la vecchia e pericolosa idea che la Camorra (o la Mafia, o qualsiasi altra organizzazione a delinquere) è, tutto sommato, “buona”, perché “mantiene l’ordine” e mette un freno alla piccola criminalità. O, se non tutta, almeno una sua parte “nobile” o “all’antica”, che dubito sia mai esistita. E’ l’ennesima variante dell’eterna filosofia del “quieto vivere”, che sarebbe meglio ribattezzare “quieto morire”, ovvero venire a patti con il male, pur sapendo che è male, purché si salvi un pezzetto dell‘amata tranquillità quotidiana. Giorno dopo giorno, poi, si fa finta di non vedere che quel cerchio di tranquillità si restringe sempre di più e che il numero di compromessi aumenta sempre.

Qualche piccolo pizzo da pagare per non avere vetrine rotte. Lo spacciatore da tollerare in cambio degli scippatori tenuti lontani. Lo spazio pubblico occupato, tanto basta fare il giro più largo e fare finta di non vedere. E poi, magari, se apro quella veranda sul balcone senza fare carte, nessuno mi verrà a disturbare.

Il boss è una persona rispettata e questo lo rende automaticamente rispettabile. In fondo anche i politici sono corrotti, e quindi tanto vale tenerci il nostro, la carogna che conosciamo. Si trasforma lo stato di fatto in uno stato di normalità, come se fosse un diritto naturale.

Si aggiungono le consuete menzogne auto-tranquillizzanti: i cattivi si ammazzano sempre tra di loro, se qualcuno ci finisce in mezzo, tutto sommato se l’è andata a cercare. Sforzarsi di ripetere che non si sa come mai quel nuovo esercizio commerciale appena ristrutturato sia andato a fuoco proprio il giorno prima dell’inaugurazione. E aggiungere alla miscela anche una buona dose di vittimismo, che i motivi per evocarlo non mancano mai: di noi si parla sempre male, ci levano tutto, tutta colpa della politica, ecc.

Insomma, un’auto-assoluzione pacificatoria che automaticamente-assolve chi fa il male.

Mi dispiace per tanti concittadini, tutto sommato onesti, che personalmente non spaccerebbero mai dosi di veleno o non hanno intenzione di nascondere materiali insoliti in casa, ma che confondono l’inefficienza dello Stato come una giustificazione dell’efficienza sistemica della criminalità. E’ difficile ribellarsi, lo riconosco, ma la resa intellettuale, il negare il male, è l’estrema dimostrazione di sconfitta.

Perché la terra dei cuochi è la terra dei cuochi

Ingredienti semplici e naturali

Ingredienti semplici e naturali

La lotta per l’ascolto televisivo richiede di fare appello agli istinti basici dell’ascoltatore, è una regola che si sa da un sacco di tempo, anche se esplicitato solo in tempi relativamente recenti. Gli ammiccamenti sessuali sono stati il primo fronte, andato avanti per decenni con proposizioni sempre più esplicite. Il richiamo al basso ventre, più o meno apertamente dichiarato, ha percorso la TV italiana praticamente fin dalle origini. Dalle gambe più o meno velate delle Kessler ai balletti tuca-tuca della mitica Carrà, raggiungendo un picco di accelerazione con le TV private, le ballerine scosciate, le vallette mute e scollacciate. Restano pietre miliari trasmissioni come “Drive In” e “Colpo Grosso”.

Poi questa corsa ha conosciuto un freno. Molto parziale, s’intende. Un po’ perché la saturazione è sempre la saturazione. Un po’ perché certe fasce medio-mattiniere e primo-pomeridiane sono rimaste pseudo-tutelate anche sulle private. Fatto sta che il continuo appello alla pancia dei telespettatori ha dovuto trovare un nuovo sbocco, diventando, di fatto, letterale.

Si è cominciati con le ricette per le varie occasioni: pranzi veloci, cene impegnate, dolci architettonici. L’evoluzione è stata il culto della cucina e del suo capo-tiranno indiscusso, lo chef.

Lo chef è la nuova figura mitica della realtà parallela multimediale. Oggi la TV è tutta un brulicare di chef, semi-chef, aiuti-chef, pseudo-chef ed aspiranti-pseudo-chef con stellette Michelin e non appuntate sul cappello.

Una volta il cuoco era un mestiere qualsiasi, che consentiva di vivere onestamente mentre, per dire, l’ingegnere era uno importante. Nell’Italia del boom degli anni ’50, per dire, il primo lavorava in una trattoria o, se fortunato, in un ristorante, faceva un lavoro non particolarmente considerato, non usciva dalla cucina se non per prendersi le rampogne di un cliente scontento per la pasta scotta e, se proprio gli buttava bene, comprava una Fiat 600 a rate. Al più si consolava con la battuta di Totò: “Sposati il cuoco, un cuoco in famiglia fa sempre comodo”. Il secondo, l’ingegnere, era un beneficiario e assieme un propulsore del crescente benessere economico, incontrava sindaci, sindacati, dirigenti e amministratori politici, e guidava un’Alfetta fiammante. Oggi è tutto cambiato: il cuoco è chef, amato e ricercato, ammirato ed imitato, rispettato e temuto. L’ingegnere è un impiegato qualunque che passa le sue giornate tra computer, telefono e noiose riunioni d’ufficio. Con altre figure professionali, tipo l’avvocato medio, il confronto è ancora più impari, sempre a vantaggio del professionista del tagliere e dei fornelli.

Il nuovo chef televisivo pretende rispetto, anzi impone disciplina militare, tratta i propri aiutanti, allievi o aspiranti in un modo che sarebbe considerato “mobbing” dal più moderato dei sindacati metalmeccanici, anzi peggio del sergente di “Full Metal Jacket”, li mette in riga, alla lettera, e va di piccone, senza pietà, su ogni loro più piccola debolezza. Chi non regge somma la pubblica infamia all’ignominia della cacciata. Il novello chef televisivo è il re, anzi il tiranno, il despota del suo impero fatto di fornelli e padelle, ne stabilisce le leggi e le applica con autorità indiscutibile.

Ma siccome la TV riguarda il vedere, mentre la cucina è fondamentalmente un fatto di gustare ed odorare, ecco che vengono in evidenza fattori in se secondari: i colori, gli abbinamenti scenici, la forma. Il famoso impiattamento insomma. Le mie nonne non si sarebbe mai sognate di impiattare la loro epica pasta e fagioli, e nemmeno i favolosi carciofi ripuliti epicamente uno ad uno per lasciare solo il cuore ed imbottiti, sempre epicamente, con un saporito miscuglio che ci voleva una giornata solo per farlo.

Per il sapore delle fantasmagoriche composizioni televisive, dobbiamo necessariamente fidarci dell’assaggio dello chef di turno, gran maestro di collegamenti lingua-naso-cervello che il comune mortale nemmeno se li sogna.

Su ciò pesa il fatto, quasi incredibile, che questa moda non sia nata in Italia o Francia, paesi d’indubbia tradizione eno-gastronomica, dove i turisti verrebbero anche solo per mangiare, se non ci fossero altre attrattive naturali e culturali. No, il tele-chef d’assalto nasce paradossalmente nei paesi anglosassoni, dove è palese che la maggior parte della gente non conosce la differenza fra seguire una ricetta e mescolare ingredienti a caso. Paesi dove, al contrario, il teatro, lo “show” fa parte della cultura consolidata. Sarà per questo che lo chef televisivo è una specie di santone indiscutibile: il cuoco nostrano è qualcuno molto specializzato in un’arte di cui, tuttavia, tutti conoscono i rudimenti. Un po’ come un allenatore di calcio affermato a confronto con l’appassionato da bar. E’ rispettato ma, ogni tanto, anche messo in discussione, e senza troppi complimenti. Di contro, lo chef acclamato e anglofono è un guru detentore di misteri esoterici e i suoi parametri di giudizio vanno oltre il comune sentire: devono essere accettati per come sono, per fede oserei dire.

Prevale insomma l’apparire anche per quello che dovrebbe essere pura sostanza. Il cibo non più come strumento di sussistenza, né come sommo piacere dei sensi, secondo solo al sesso, e nemmeno come massima occasione conviviale, ma strumento per esprimere bravura, per scaricare pulsioni di successo e di risultato. Il valore alimentare del cibo è un puro surrogato della sua estetica. Un barocchismo culinario tutto apparenze e dalla sostanza presupposta anziché analizzata. Il piatto valutato in base alla sua rispondenza a canoni estetici o al prezzo che sarebbe possibile mettergli di fianco in un ipotetico menù.

Lo chef di turno domina sovrano su questo spettacolo teatrale il cui fine ultimo non è mangiare, e neppure mettere un piatto decente davanti ad un cliente pagante, ma che da’ senso a se stesso: “the (kitchen) show must go on”, lo show della cucina deve andare avanti, costi quel che costi. Da tempo, in alcuni ristoranti, la cucina è a vista. In principio era una sorta di garanzia per il cliente, che poteva vedere con i suoi occhi come le pietanze che ordinava erano preparate, e soprattutto che non vi si nascondesse dentro nessuna innominabile schifezza o abominio dell’igiene. Una cambiale da pagare alla sfiducia umana, insomma, che gli architetti avevano provato ad edulcorare col solito criterio di esibire ciò che non si può nascondere. Talvolta la preparazione del cibo è già diventata spettacolo essa stessa, eseguita davanti al cliente con eventuale supporto di giocoleria di coltelli e stoviglie. Si arriverà ad andare al ristorante come al teatro, per ammirare il nuovo spettacolo e – incidentalmente – vedere se se ne ricava qualcosa da mangiare.

Altra variante, coerente con questo assetto mentale, è la moda del “cake design”. Perfino il dolce, la somma espressione della goduria culinaria, da riservare a coronamento dei momenti più alti, vale per quello che sembra e non per quello che è.

Termino questo sproloquio con una citazione che mi sembra pertinente:

La storia di tutte le maggiori civiltà galattiche tende ad attraversare tre fasi distinte ben riconoscibili, ovvero le fasi della Sopravvivenza, della Riflessione e della Decadenza, altrimenti dette fasi del Come, del Perché e del Dove. La prima fase, per esempio, è caratterizzata dalla domanda “Come facciamo a procurarci da mangiare?”, la seconda dalla domanda “Perché mangiamo?” e la terza dalla domanda “In quale ristorante pranziamo oggi?”.

(Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti, 1979).

Forse stiamo andando incontro a una quarta fase, quella del: “C’è qualche nuovo nutritional show da andare a provare stasera?”

Unisciti… escludendo

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, dettaglio (da Wikipedia)

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, dettaglio (da Wikipedia)

Alcuni gruppi si basano sull’esclusione progressiva dei loro membri. No, non sto pensando al Movimento 5 Stelle, non soltanto, non nello specifico. Diciamo che noto parallelismi con esperienze più vicine, quotidiane, in gruppi di amici apparentemente scanzonati, associazioni di volontariato, ambienti lavorativi, perfino ménage familiare.

Ho letto, da qualche parte, che il “capro espiatorio” è un ruolo necessario, per quanto indesiderato, nelle relazioni sociali. C’è sempre qualcosa che va male e la cosa più comoda è darne la responsabilità ad uno: via lui e le cose, finalmente, andranno bene.

Inoltre espellere il “cattivo” crea un momento di coesione. Fa ritrovare al gruppo il buonumore e la voglia di fare quello che è (o si suppone che sia) destinato a fare.

Ovviamente il processo non è così immediato. Comincia con le maldicenze velate, i malesseri, la noia di incontrarsi che cresce fino al fastidio. Bisogna mettere il “cattivo” nella cattiva luce che gli spetta. Nessuno ha colpa, ognuno è aperto e sincero, amante del Bene e del Bello, fautore di un atteggiamento inclusivo e non esclusivo, impegnato per il progresso comune, rispettoso della libertà e della sensibilità altrui almeno quanto della propria ma… “Quello” veramente esagera, alle volte. Se solo si rendesse conto!

Episodi progressivi aumentano la tensione, fino ad arrivare al casus belli e allo scontro aperto. Tutti contro uno, o un’ampia maggioranza contro un’esigua minoranza, o ancora un nucleo egemone in cui tutti si riconoscono, per interesse, sensibilità o pura ignavia, contro il turpe di turno.

E lo scontro non è un accessorio indesiderato, non è per nulla un momento negativo, non è sgradevole e ripugnante per le parole che si useranno ed i toni che si raggiungeranno. Anzi, è l’imprevisto che dà sale alla giornata, la botta di vita lungamente attesa, la scossa adrenalinica che fa convergere l’attenzione e le energie di tutto il gruppo. Chi c’è dentro si sente protagonista, chi sta ai margini guarda con passione lo spettacolo. A valle, il gruppo riemerge corroborato e rinsaldato, alleggerito della “mela marcia” e quindi pronto ad un nuovo slancio. Fino al nuovo momento di “stanca” e alla ricerca di un’altra spinta, chiaramente.

E non è detto che ci voglia molto per essere bollati. I “valori” del gruppo sono ad esso specifici e valutabili solo dall’interno. Nelle relazioni interpersonali c’è sempre bisogno di una certa tolleranza e la soglia tra cosa sopportare e cosa no è molto elastica, spesso arbitraria e mutevole nel tempo.

Ci sono sistemi che hanno fatto del nemico interno lo strumento per mantenersi forti. Il caso che mi viene in mente è l’Unione Sovietica dell’epoca di Stalin, in cui le continue “purghe” partivano dai vertici alti del Partito e arrivavano alle delazioni fra vicini di casa o consanguinei. Era una continua caccia alla spia e all’attivista anti-rivoluzionario, che doveva sparire all’istante senza lasciare traccia, cancellato dai documenti ed anche dalle fotografie. Si soffriva, si faceva la fame perché la rivoluzione non poteva fare il suo corso, bloccata dall’interno da individui spregevoli, prezzolati o malvagi, come tanti granelli di sabbia tra gli ingranaggi sociali che dovevano girare verso la perfezione e la fine della storia umana così come la conosciamo. Gli accusati erano colpevoli in partenza e i processi si concludevano immancabilmente con la completa confessione ed auto-accusa. Il Partito uccideva subito dopo – igiene immediata – oppure prometteva perdoni alla fine di lunghe pene, che però non arrivavano quasi mai – igiene dilazionata ed ulteriore esempio per gli altri. Bisognava vivere all’erta, sospettare di tutti e sforzarsi di non suscitare sospetto in nessuno. Un solo lamento poteva bastare.

Penso che quest’atteggiamento di identificazione del “cattivo vicino” sia una delle radici del “mobbing”, quando non c’entrano direttamente interessi economici o pura e semplice crudeltà.

Ci sono gruppi di amici che sembrano funzionare allo stesso modo. Una cattiva azione marca il membro non adatto, già magari “tarato” da altri fattori: un diverso livello culturale, poca socievolezza, gusti troppo “eccentrici” rispetto agli altri. Una sequela di piccoli episodi spiacevoli esacerbano l’animo, mettono da parte il “turpe malcreato”, lo isolano progressivamente, fino ad arrivare alla resa dei conti finale, dove, il più delle volte, l’imputato si auto-esclude, depresso o sdegnato. La comitiva torna alla vecchia vita ritemprata e con la sensazione di essersi depurata. Nuovi ingressi lo reintegrano e nuove relazioni interpersonali si intrecciano. Una nuova vitalità si respira nell’aria. Ma dura poco.

 

La politica dei tifosi

risiko

Pro-Putin ed anti-Putin, pro-dimostrati e legalisti, leggo in giro le prese di posizione e quasi non ci credo. Pare di sentire le opinioni dei tifosi di calcio al bar, quando parlano dello stato d’animo dei loro campioni preferiti. Come se al potere russo interessassero gli ucraini in quanto russi. E come se all’Occidente interessasse la Crimea in termini di giustizia internazionale. In tanti stanno inquadrando gli eventi internazionali del nostro vicino oriente sulla base degli schemi mentali consolidati ed in vista di trarne ulteriori conferme di convinzioni già salde. Faccio lo stesso anch’io e, sinceramente ho difficoltà ad individuare un “buono” in una sfida geopolitica che si sta giocando con strumenti molto simili a quelli di due secoli fa. Ho anche difficoltà a capire quale sia il “bene” del popolo ucraino, trattandosi di un’entità variegata. Dubito che alla Russia interessi la Cecenia perché la maggior parte dei suoi abitanti si sentono russi, altrimenti le avrebbe consentito libera autodeterminazione. Ed in Afghanistan, prima degli USA c’erano proprio loro a portare la pax sovietica con i tank. In sintesi, mi sembra che ci sia poco da entusiasmarsi, da qualsiasi lato lo si guardi. La Russia sta rialzando la testa, cercando di recuperare il ruolo di potenza internazionale nucleare, approfittando della situazione di USA usciti dalla crisi ma non più forti e sicuri di se come nei decenni passati, e di un’Europa da sempre inconsistente come politica estera e troppo presa dalle proprie problematiche interne, economiche, sociali e “bancarie”. Buttando nel “mix” le nuove potenze in crescita, la nuova guerra fredda rischia di essere più complicata e costosa della vecchia. Si lo so, sto semplificando all’eccesso, ma è solo per dare l’idea. Staremo a vedere ed è probabile che, in un modo o nell’altro, ci sarà da ballare!