Unisciti… escludendo

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, dettaglio (da Wikipedia)

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, dettaglio (da Wikipedia)

Alcuni gruppi si basano sull’esclusione progressiva dei loro membri. No, non sto pensando al Movimento 5 Stelle, non soltanto, non nello specifico. Diciamo che noto parallelismi con esperienze più vicine, quotidiane, in gruppi di amici apparentemente scanzonati, associazioni di volontariato, ambienti lavorativi, perfino ménage familiare.

Ho letto, da qualche parte, che il “capro espiatorio” è un ruolo necessario, per quanto indesiderato, nelle relazioni sociali. C’è sempre qualcosa che va male e la cosa più comoda è darne la responsabilità ad uno: via lui e le cose, finalmente, andranno bene.

Inoltre espellere il “cattivo” crea un momento di coesione. Fa ritrovare al gruppo il buonumore e la voglia di fare quello che è (o si suppone che sia) destinato a fare.

Ovviamente il processo non è così immediato. Comincia con le maldicenze velate, i malesseri, la noia di incontrarsi che cresce fino al fastidio. Bisogna mettere il “cattivo” nella cattiva luce che gli spetta. Nessuno ha colpa, ognuno è aperto e sincero, amante del Bene e del Bello, fautore di un atteggiamento inclusivo e non esclusivo, impegnato per il progresso comune, rispettoso della libertà e della sensibilità altrui almeno quanto della propria ma… “Quello” veramente esagera, alle volte. Se solo si rendesse conto!

Episodi progressivi aumentano la tensione, fino ad arrivare al casus belli e allo scontro aperto. Tutti contro uno, o un’ampia maggioranza contro un’esigua minoranza, o ancora un nucleo egemone in cui tutti si riconoscono, per interesse, sensibilità o pura ignavia, contro il turpe di turno.

E lo scontro non è un accessorio indesiderato, non è per nulla un momento negativo, non è sgradevole e ripugnante per le parole che si useranno ed i toni che si raggiungeranno. Anzi, è l’imprevisto che dà sale alla giornata, la botta di vita lungamente attesa, la scossa adrenalinica che fa convergere l’attenzione e le energie di tutto il gruppo. Chi c’è dentro si sente protagonista, chi sta ai margini guarda con passione lo spettacolo. A valle, il gruppo riemerge corroborato e rinsaldato, alleggerito della “mela marcia” e quindi pronto ad un nuovo slancio. Fino al nuovo momento di “stanca” e alla ricerca di un’altra spinta, chiaramente.

E non è detto che ci voglia molto per essere bollati. I “valori” del gruppo sono ad esso specifici e valutabili solo dall’interno. Nelle relazioni interpersonali c’è sempre bisogno di una certa tolleranza e la soglia tra cosa sopportare e cosa no è molto elastica, spesso arbitraria e mutevole nel tempo.

Ci sono sistemi che hanno fatto del nemico interno lo strumento per mantenersi forti. Il caso che mi viene in mente è l’Unione Sovietica dell’epoca di Stalin, in cui le continue “purghe” partivano dai vertici alti del Partito e arrivavano alle delazioni fra vicini di casa o consanguinei. Era una continua caccia alla spia e all’attivista anti-rivoluzionario, che doveva sparire all’istante senza lasciare traccia, cancellato dai documenti ed anche dalle fotografie. Si soffriva, si faceva la fame perché la rivoluzione non poteva fare il suo corso, bloccata dall’interno da individui spregevoli, prezzolati o malvagi, come tanti granelli di sabbia tra gli ingranaggi sociali che dovevano girare verso la perfezione e la fine della storia umana così come la conosciamo. Gli accusati erano colpevoli in partenza e i processi si concludevano immancabilmente con la completa confessione ed auto-accusa. Il Partito uccideva subito dopo – igiene immediata – oppure prometteva perdoni alla fine di lunghe pene, che però non arrivavano quasi mai – igiene dilazionata ed ulteriore esempio per gli altri. Bisognava vivere all’erta, sospettare di tutti e sforzarsi di non suscitare sospetto in nessuno. Un solo lamento poteva bastare.

Penso che quest’atteggiamento di identificazione del “cattivo vicino” sia una delle radici del “mobbing”, quando non c’entrano direttamente interessi economici o pura e semplice crudeltà.

Ci sono gruppi di amici che sembrano funzionare allo stesso modo. Una cattiva azione marca il membro non adatto, già magari “tarato” da altri fattori: un diverso livello culturale, poca socievolezza, gusti troppo “eccentrici” rispetto agli altri. Una sequela di piccoli episodi spiacevoli esacerbano l’animo, mettono da parte il “turpe malcreato”, lo isolano progressivamente, fino ad arrivare alla resa dei conti finale, dove, il più delle volte, l’imputato si auto-esclude, depresso o sdegnato. La comitiva torna alla vecchia vita ritemprata e con la sensazione di essersi depurata. Nuovi ingressi lo reintegrano e nuove relazioni interpersonali si intrecciano. Una nuova vitalità si respira nell’aria. Ma dura poco.

 

La politica dei tifosi

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Pro-Putin ed anti-Putin, pro-dimostrati e legalisti, leggo in giro le prese di posizione e quasi non ci credo. Pare di sentire le opinioni dei tifosi di calcio al bar, quando parlano dello stato d’animo dei loro campioni preferiti. Come se al potere russo interessassero gli ucraini in quanto russi. E come se all’Occidente interessasse la Crimea in termini di giustizia internazionale. In tanti stanno inquadrando gli eventi internazionali del nostro vicino oriente sulla base degli schemi mentali consolidati ed in vista di trarne ulteriori conferme di convinzioni già salde. Faccio lo stesso anch’io e, sinceramente ho difficoltà ad individuare un “buono” in una sfida geopolitica che si sta giocando con strumenti molto simili a quelli di due secoli fa. Ho anche difficoltà a capire quale sia il “bene” del popolo ucraino, trattandosi di un’entità variegata. Dubito che alla Russia interessi la Cecenia perché la maggior parte dei suoi abitanti si sentono russi, altrimenti le avrebbe consentito libera autodeterminazione. Ed in Afghanistan, prima degli USA c’erano proprio loro a portare la pax sovietica con i tank. In sintesi, mi sembra che ci sia poco da entusiasmarsi, da qualsiasi lato lo si guardi. La Russia sta rialzando la testa, cercando di recuperare il ruolo di potenza internazionale nucleare, approfittando della situazione di USA usciti dalla crisi ma non più forti e sicuri di se come nei decenni passati, e di un’Europa da sempre inconsistente come politica estera e troppo presa dalle proprie problematiche interne, economiche, sociali e “bancarie”. Buttando nel “mix” le nuove potenze in crescita, la nuova guerra fredda rischia di essere più complicata e costosa della vecchia. Si lo so, sto semplificando all’eccesso, ma è solo per dare l’idea. Staremo a vedere ed è probabile che, in un modo o nell’altro, ci sarà da ballare!

Vicini alla metà?

Napoli-Vesuvio

Avendo ricevuto dall’editore la bozza corretta del mio primo romanzo, comincio a sospettare che possa essere vero: nonostante dubbi e ritardi potrebbe arrivare nelle librerie. Correggiamoci: in alcune librerie, dal momento che si tratta soltanto di un piccolo editore, e in diversi negozi on-line. L’editore in questione non mi ha chiesto soldi per la pubblicazione: quando ne ho parlato in giro ho ottenuto diverse espressioni stupite, anche da gente più o meno “del settore”. Ora qualche dato:

Titolo: “Il Mediatore”.

Genere: Fantascienza napoletana.

Lunghezza: intorno alle 160 pagine.

Argomento: un futuro prossimo in cui alieni quasi del tutto invisibili inviano frammenti delle loro conoscenze al genere umano tramite intermediari volontari, i Mediatori, appunto, destabilizzando tecnologia, società e politica.

Trama: un mediatore a caccia del suo passato; un investigatore che lo insegue; tutti a caccia di un segreto.

Ambientazione: Napoli, la mia città, per la maggior parte del racconto anche se, per qualche strano fattore psicologico, nel testo non la nomino nemmeno una volta.

Insomma, a meno di ulteriori ritardi, che a questo punto ritengo più che probabili, forse ci avviciniamo alla meta. E spero di darvi i dettagli tecnici prima o poi. Stay tuned!

Complottissimi

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Ve la racconto io la verità. L’ho saputa da uno addentro alle sacre stanze ed anche a quelle profane. Non l’ho mai visto, ma, in cambio di una busta di biglietti da 50 Euro, mi manda ogni mese un Bacio Perugina. Nel bigliettino dentro c’è scritta una frase criptica che bisogna interpretare incrociando la Bibbia con le profezie di Nostradamus lette al contrario.

Le Torri Gemelle non sono mai esistite. Volevano farle, ma il progetto era sbagliato come tutte le cose USA e gli Amerikan imberialisti non volevano ammettere di non riuscire a tenerle su. Dove si è mai visto un castello di carte fatto di vetro e bastoncini di ferro? Sono state sempre aggiunte su fotografie e cartoline con il Photoshop. Alla fine però si sono stancati di corrompere tutti i turisti che andavano a New York perché dichiarassero di averle viste ed hanno finto di distruggerle.

Il Governo Mondiale Segreto non esiste. Se lo sono inventati i governi normali in una riunione fatta tanti anni fa in un paesino della Svizzera. Gli serviva come scusa per nascondere la loro incapacità a fare qualsiasi cosa di concreto. Ma alla fine è stato un bene: per convincere la gente che il Governo Segreto Mondiale esisteva davvero hanno dovuto prendere delle decisioni ed attribuirgliele. Tipo dare il voto alle donne, ad esempio.

Gli UFO non esistono: se li sono inventati gli alieni, che sono arrivati sbagliando strada con il teletrasporto ma non vogliono farci sapere quanto è avanzata la loro tecnologia, anche perché non saprebbero rimetterla in funzione e farebbero una figuraccia. Hanno pensato che un’astronave a forma di Maggiolino o di biscottiera volante fosse più digeribile al nostro quoziente intellettivo e in grado di circondarli di un’aura di mistero che fa fascino. Da parte loro, non se ne possono più andare, perché dopo tanti anni con noi i loro simili li considerano mentalmente deviati e non li vogliono: le badanti costerebbero troppo.

Le Piramidi d’Egitto non erano la tomba dei Faraoni. Tutti sanno che per una tomba basta una lapide, che cavolo. Erano un avanzatissimo esperimento nucleare condotto da lungimiranti scienziati egizi, che, come tutti sanno, erano possessori di saperi ormai dimenticati perché tanto non fregavano niente a nessuno. Lo scopo era di comprimere il suolo fino a farlo collassare e ottenere così una reazione di fusione nucleare in grado di generare calore sufficiente per fare evaporare il Nilo, e quindi far piovere sul deserto e renderlo fertile. L’idea era buona e testimoniava della stetta integrazione con la Natura di quell’antico popolo, ma la massa, nonostante gli sforzi, risultò insufficiente. In fondo solo un piccolo problema di ordini di grandezza, tipo una decina. Ne venne fuori uno scandalo che fu risolto pacificamente tagliando la testa agli architetti ed a qualche migliaio di schiavi e di creditori del Faraone.

Ora vi lascio: devo per forza prendere la mia pillolina e gli infermieri mi aspettano impazienti.

Il vizio di contare

Numeri2C’è chi è tecnico solo per lavoro e chi lo è dentro, io penso di appartenere alla seconda categoria. Alle volte capisco i pitagorici e la loro idea che tutto sia numero. O almeno, di ricondurre ogni cosa a numeri.

Con lo stato mentale giusto, le cose da contare nella giornata sono infinite: i chilometri percorsi in auto, i minuti di attesa, perfino i passi per andare da un posto ad un altro.

Sembra un’ossessione, a chi la pensa diversamente, e magari rischia davvero di esserlo, ma ha i suoi vantaggi: consente di quantificare le cose, di stimarle, di metterle in proporzione l’una all’altra. Di conoscerle, insomma, per quanto possibile.

Perché secondo me molti dei nostri problemi nascono dal non saper avere abbastanza a che fare con i numeri. E parlo tanto di vita privata quanto di interessi pubblici. I politici, ad esempio, ci raggirano con chiacchiere. Ma anche i populisti non sono da meno, ed il web, poi, è pieno di mentalità a-matematica.

Il numero consente di fare confronti, la sensazione crea illusioni.

Perché quello che è importante, per fare delle valutazioni, non è il singolo numero, ma le relazioni fra di essi, il rapporto fra la cifra ed il riferimento.

Ma restiamo alla base. Mi accorgo che a tante persone sfugge il concetto di ordine di grandezza ed il modo di contarli: tra uno e mille, ad esempio, ne saltano ben tre, di ordini di grandezza.

Perché è importate l’ordine di grandezza? Perché non bisogna mai perdere d’occhio il rapporto fra il totale ed la parte che attira l’attenzione: spesso quest’ultima è poco significativa o addirittura irrilevante.

E’ come un errore di prospettiva: quello che è vicino sembra grande quanto il panorama lontano.

Occhio, nello specifico, a quando si parla di debiti, tasse e risparmi: se il problema sono i miliardi, i milioni sono spiccioli o specchietti per allodole.

Altri esempi? I terrificanti barconi di Lampedusa sono solo una minima parte degli immigrati clandestini che arrivano in Italia.

I compensi assurdi dei politici non basterebbero, da soli, ad abbassare le tasse.

Un giorno d’ordinaria follia del 1904

Articolo-carabiniere-pazzo-1904Forse non tutti sanno che il mio vero hobby è la storia aeronautica, in particolare quella del Sud Italia, argomento negletto e trascurato al punto da indurre i giovani ingegneri di queste parti a dire che “qua non si è fatto mai niente”, come un branco di leghisti ignoranti.

Internet è strumento principe per le mie ricerche, con tutte le attenzioni del caso. Una fonte che amo molto è l’archivio storico del quotidiano La Stampa di Torino, l’unico italiano, che io sappia, a mettere a disposizione in rete tutti i numeri storici. Opera meritoria che mi augurerei fosse imitata da altri.

Leggere i giornali di tanti anni fa significa fare un tuffo nella mentalità dell’epoca. Tra le frasi scritte per narrare la cronaca si afferrano il modo di pensare, la morale corrente e la maniera comune di intendere il rapporto con se stessi, il prossimo, la società.

Una cosa che mi colpisce dei quotidiani d’epoca è la quantità di fatti di sangue e di violenza, ed anche la leggerezza con cui vengono raccontati. Direi che non fanno invidia alla cronaca odierna, anzi. Cercando dati su Giuseppe Arciprete, un militare, aerostatiere e promotore del volo napoletano, mi sono imbattuto nella storia di un carabiniere “improvvisamente” impazzito.

L’articolo compare nel numero del 23 giugno 1904. Lo riporto qua di lato, nel caso che qualcuno sia interessato a leggere i dettagli, che secondo me sono interessanti. Cosa mi sorprende della storia? Che è il più classico esempio di giorno di ordinaria follia, covato chissà quanto a lungo, incredibilmente simile a storie che ci arrivano oggi dagli USA e da altri posti, ma calato nell’atmosfera, che ci illudiamo di pensare tranquilla, della Bordighera di inizio ’900. Ma mi colpisce anche se la sensibilità dell’epoca, che non prova nemmeno a chiedersi quali possano essere le cause. Il folle, nel più classico dei clichet, senza alcun preavviso si arma fino ai denti, si asserraglia e, dalle finestre del piano alto della caserma, spara su tutto e tutti, tra l’altro con precisione di mira sorprendente. Le morti si susseguono e sono elencate dal giornalista quasi con freddezza, come un qualsiasi dettaglio di cronaca: si nota di più che il giovane nobile conduceva una “vita elegantissima”, dettaglio d’interesse per i lettori. Anche l’intervento è condotto con criteri diversi da quelli che considereremmo oggi normali, qui da noi: raffiche di fuoco dall’esterno, ripetute. Poi un’irruzione allo sbaraglio, che infatti fallisce lasciando un altro morto al suolo. Infine l’idea “risolutiva” di dare fuoco a tutto, con l’attenzione di chiamare i pompieri per cercare di tenere sotto controllo l’incendio. Il folle muore, ustionato e crivellato di proiettili, e la vicenda si chiude con una specie di tutto è bene quel che finisce bene.

La storia non finisce qui: alcuni giorni dopo un trafiletto avvisa che un’altra delle persone ferite dal carabiniere è morta.

Nella stessa pagina, altri fatti di sangue e violenza frammisti a storie di diverso tenore. Ecco i titoli: “Una corriera assalita da briganti in Sicilia” non siamo più in piena epoca di brigantaggio, ma a quanto pare non erano del tutto estinti, “Un soldato che parte da Torino per uccidere l’amante a Pavia”, Femminicidio! Il soldato, che poi si è suicidato, aveva appena 21 anni, la ragazza 21904-NotiziaAgrarie4. “La disgraziata fine di un ingegnere torinese”, precipitato nel vuoto mentre si teneva in bilico su un asse, per fare i rilievi di una nuova installazione elettrica. “Una infanticida, la sua assolutoria”, una ragazza, in tribunale, cerca di discolparsi della terribile accusa. E poi ancora: “Una barca-torpediniera colata a picco presso Taranto”, con un marinaio scomparso, e “Un fratello che accoltella il fratello”, ma dove andremo a finire! Forse anche ai nostri antenati piaceva leggere storie di lacrime e sangue, in fin dei conti.

Altro aspetto di costume, stavolta più simpatico: la “sintesi delle notizie agrarie” (il ritaglio è, per la precisione, di un diverso numero dello stesso quotidiano). A quanto pare, in un’Italia ancora in gran parte contadina, anche gli abitanti delle grandi città ritenevano fondamentale, per il loro benessere e sussistenza, lo stato dei campi coltivati.

Sprazzi della settimana

Gocce

Non sono riuscito a tirare fuori un articolo coerente (non che mi sia sforzato all’eccesso, d’altra parte) ma, in compenso, mi sono ritrovato con un po’ di idee e abbozzi. Non sempre si riesce a mettere a fuoco un discorso compiuto, ancora più quando ti passano tante cose per la testa. Le idee sono come gocce che vagano spinte dal vento, qualche volta si fondono in un flusso coerente, altre rimangono scisse, altre ancora si suddividono ancor di più o addirittura evaporano via. Riporto qui un po’ di frammenti della settimana, magari qualcuno è capace di ricavarci qualcosa.

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Quello che la pubblicità non ti dirà mai: prima di comprare qualcosa di nuovo, chiediti se puoi sfruttare meglio quello che già hai.

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Mai si sprecano così tante parole quanto su cose su cui c’è assai poco da dire. Mi riferisco, in primo luogo, a sport e pettegolezzi; poi viene la politica.

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Quarantenni rampanti. Siamo nell’epoca dei giovani dai capelli bianchi.

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Altro che briciole, il passato, se non ne hai una buona manutenzione, genera dei veri e propri macigni.

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Ci vuole un motivo valido, per imparare qualcosa di nuovo. Il vero maestro è in grado di suggerirne.

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Ci sono mondi dentro a mondi, ogni indagine può procedere all’infinito.

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Le facce dei profili Linkedin non sono solo più formali, ma anche molto più sorridenti di quelle Facebook. Perché la gente sente il bisogno di dare un’impressione positiva, su una rete professionale. Money over love.

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Una regola semplice ma spesso disattesa è quella di non insultare mai gente che non conosci personalmente, perché nella migliore delle ipotesi fai la figura dell’idiota ed in molti casi crei molti più danni, anche a te stesso, di quelli che puoi prevedere. Insultando uno sconosciuto rischi di farti un nemico senza motivo e, forse peggio ancora, di fare del male a qualcuno che non se lo merita. E’ un salto nel vuoto, in pratica, ed all’indietro. Insultare un’intera categoria o – peggio ancora – un popolo, è peggio ancora.

(PS: mi sembra di aver letto qualcosa del genere di Guicciardini).

Palestra e palestranti

gym

Ho raggiunto un traguardo difficile: tre mesi completi di palestra e la decisione di rinnovare l’abbonamento per altri tre. Ci avrei scommesso poco, l’anno comincia con le migliori intenzioni, almeno su questo fronte, nonostante una serie di cattivi auspici. Le ragioni che mi hanno spinto ad iscrivermi sono le solite, e quelle che ci distinguono dalle generazioni passate: vita troppo sedentaria, poco tempo libero in cui concentrare “tutto” ed ovviamente qualche Euro da poter spendere, per fortuna. E’ una fuga da certi “guai” di casa di cui non mi va – almeno per ora – di parlare sul blog. Nel complesso devo dire che mi piace: ti aiuta a stare meglio, ti mette a posto la coscienza e ti da qualche ora di distrazione alla settimana. Riguardo al blog, la palestra è un tema che merita almeno alcune riflessioni, spero non troppo banali. Proverò a sintetizzarle per temi.

Allenatori. Ragazzi sottopagati da un punto di vista sociale, autorità di primo piano nel panorama ristretto della sala attrezzi e delle sale corsi. Svolgono un ruolo ibrido: quello ufficiale, dispensano consigli ed indicazioni sui programmi di allenamento, compilano le “schede”, sorvegliano e controllano la sala. Ma anche quello sociale, importante almeno quanto il primo: amici di tutti, stringono mani, battono spalle, incoraggiano, conversano, addirittura fungono da confidenti. Essere simpatici è un requisito fondamentale, con quel che de “io ho capito il segreto del corpore sano, qualsiasi cosa voglia dire, e tu no”.

Corsi. Sono quasi tutti femminili. Lo vedete un uomo a saltare sullo step? A meno che non sia l’istruttore, of course. Ma anche in quelli più muscolari come il “pump” e nel “fit boxe” la prevalenza femminile è straripante. Discriminazione sessuale al contrario, senza dubbio!

Chiacchiere. Tanta gente passa più tempo con quelle che ad esercitarsi, la “serie” ai pesi è una pausa fra due fasi della conversazione. La “sala attrezzi” è una specie di pubblica piazzetta, dove l’abito pubblico si dismette a favore della tenuta sportiva, che non è per nulla più egualitaria.

Ingresso. Il luogo sociale per eccellenza. C’è gente che passa ore appoggiata al banco delle iscrizioni o al tavolino di fianco al baretto triste dei succhi, delle acque minerali, delle barrette e degli altri prodotti edibili e solubili da fitness.

Lingua. Sembra d’obbligo che tutto abbia nomi inglesi: dalle macchine per gli esercizi (lateral/calf/pectoral… machine) ai corsi (pump, fit boxe, step, ecc…); fanno eccezione “Krav Maga” e “Salsa”: come a dire, USA uguale velocità, efficienza e moda, tutto quello che è violento deve venire dall’est, quello che è sensuale dal sud-ovest.

Macchine. Quelle per esercizi spopolano. Hanno il vantaggio che non si possono fare errori, il movimento è vincolato e non si fanno trucchi. Ma le regine sono e restano i tapis-rulant (francese!), per quanti ce ne siano, sono sempre tutti occupati.

Musica. Sembra obbligatoria e sempre ad alto volume. Spesso quella dei corsi si somma a quella “base” dell’area attrezzi. In più tanti portano cuffie ed auricolari con la loro colonna sonora personale. Insomma niente riconciliazione spirito-corpo nel silenzio.

Sala attrezzi. Qui invece resiste un’evidente prevalenza maschile. Il muscolo la fa da padrone, come anche la gara a chi ce l’ha più grosso, il bicipite. I chili qui valgono al contrario di quelli di troppo nel “mondo esterno”: più sono (sollevati) e meglio è, ti fanno emergere nella scala sociale. Andrebbe fatta un’indagine psicologica dell’invidia da manubrio: ce ne sono alcuni che non sono neppure capace di spostare dalla rastrelliera.

Scheda. Termine magico che indica la lista degli esercizi che devi svolgere. E’ compilata apposta per te dal tuo allenatore in base alle sue arcane ed inappellabili conoscenze. Emblematicamente, le note sono piene di abbreviazioni e scritte con una grafia illeggibile quasi quanto quella dei medici. Termini che si imparano subito: serie, ripetizioni e i principali gruppi muscolari di cui il Creatore ci ha dotato.

Tapis roulant. Il surrogato consumista della passeggiata o della corsetta attorno all’isolato. In effetti oltre a consumare energie tu consuma anche corrente elettrica per funzionare. Piace a tutti e non ce ne sono mai abbastanza: per quanto lunga sia la fila dei tappeti sono sempre tutti occupati. Al confronto, la cyclette è da plebei.

Poeti paganti e non

Libri

Racconto ora una storia tutt’altro che insolita.

Incappo, un po’ di tempo fa, nella pagina di un concorso di poesia. Non è esattamente per caso: cerco riferimenti per pubblicare un mio romanzo, un “fronte” sul quale spero vivamente di darvi qualche notizia tra non molto.

Alla poesia non ho mai pensato seriamente, ho qualcosa da parte, come tutti, ma poca roba. Decido su due piedi di inviare un componimento, non si sa mai. Ma dovevo saperlo che queste cose sul web sono specchietti per allodole, ami lanciati, diciamo.

Alcune settimane dopo mi chiama sul cellulare (faceva parte dei dati del form di invio) una simpatica voce femminile, che parte diretta con i complimenti per la mia poesia, ovviamente senza citarne neppure il titolo. Mi chiede se ho mai pubblicato o pensato di farlo, si stupisce alla mia risposta di no. Sto privando il mondo di qualcosa! Poi parte col descrivere una mirabolante (a suo dire) proposta: pubblicazione (parola magica) di una raccolta di poeti emergenti (altra collezione di parole fatate); 14 autori in tutto, con 7 componimenti a testa. E poi web, video, e-book, fiere nazionali ed altri ammennicoli ed allettamenti a corredo.

Ascolto paziente, anche se le ho detto che posso concedere pochi minuti: ho un lavoro, io, per mia fortuna. Arriva la parte economica: “appena” 180 Euro di contributo per le spese editoriali.

Controbatto che una casa editrice dovrebbe prendersi la sua parte di rischio: io come autore l’ho fatto nel tempo speso a scrivere e (si spera) a rivedere. Mi risponde che i tempi sono difficili e la richiesta è il minimo tecnico assoluto, e che pubblicare è anche una soddisfazione personale. Dialogo dei più banali insomma. Rifiuto cortesemente. Le spiego che altre gratificazioni le sto ottenendo, sul lavoro e fuori.

Fine della telefonata.

A valle faccio due conti della serva: a parte che 7 poesie rappresentano quasi la mia produzione complessiva in 10 anni, 180 Euro per 14 autori fanno 2520 Euro. Direi che ricoprono abbondantemente le spese di stampa, con ampio margine.

In più ogni autore comprerà qualche copia per amici e parenti, no? Diciamo 10 copie a testa per 10 Euro a copia come stima prudenziale? Sono altri 1400 Euro. E, ripeto, penso di essermi tenuto basso.

Di fatto la casa editrice lavora a guadagno garantito: la vendita eventuale di copie extra sarebbe un di più assolutamente non necessario. Ha bisogno solo di convincere un piccolo nucleo di aspiranti versificatori a fare un bonifico. Rischio d’impresa sottozero.

Di proposte di pubblicazione disoneste (pardon, diciamo poco limpide) ne ho ricevute parecchie, ma tutte dell’ordine di qualche centinaio di Euro di “danno” compensato da uno scatolone di copie da sbolognare a parenti ed amici che, comprensibilmente, ne farebbero volentieri a meno. Ma quest’ultima, nel complesso, mi sembra la peggiore fino ad ora.

Se avessi voglia di rimetterci, tempo e denaro, lo farei almeno in modo più divertente: ci sono siti che ti consentono di stampare il numero di copie che vuoi, a prezzi minimi, per togliersi il gusto di avere in mano l’ “opera” stampata e rilegata. Ci sono poi i canali di auto-pubblicazione, spesso collegati ai precedenti, tramite cui mettere alla prova la tua capacità di auto-promuoverti e di vendere copie. Insomma, se devo fare con i soldi miei, faccio da me ed a modo mio, per bene o male che venga. Mi sento di darlo come consiglio, prima di mettere mano al portafogli sulla scia di un rivolo di complimenti e di chiacchiere.

“Pacchi” umani e non solo a Natale

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Diciamoci la verità, capita a tutti, ogni tanto, di essere un “pacco”. Di rappresentare una fregatura per qualcuno, intendo dire, disilludere attese, venire meno nel momento meno opportuno. E’ umano, certo ci si può impegnare a fare meglio.

Ma c’è della gente che sembra essere un “pacco” per vocazione. Voglio dire, riescono ad esserlo con puntualità quasi svizzera. Organizzano eventi che non funzionano, dicono e non fanno, cambiano programma all’ultimo momento, annunciano e poi non si fanno trovare.

Ed hanno la capacità innata di convincere, oltre che di convincersi. Quando li conosci sembrano credibili, talentati, accattivanti, marpioni ed addirittura sinceri; qualche volta perfino affascinanti. Hanno un modo così convincente di esprimere il concetto che è il mondo che li delude sempre, nonostante i loro sforzi per essere buoni, generosi e disponibili. Hanno ricevuto delusioni dalla famiglia, dagli amici, dai compagni di turno, per lo più ex. Ma loro, essendo quello che sono, continuano ad essere attivi e aperti, a prodigarsi.

E tu, coglione (pardon) gli o le stai dietro, gli/le dai fiducia, quasi vuoi mostrargli che il mondo non è tutto come l’hanno finora conosciuto, che tu gli dimostrerai che esiste gente precisa, affidabile, di parola, concreta, riconoscente. Che tu sai, a differenza di tanta fetta di mondo oscuro, cosa siano la serietà e la sincerità. Ci diventi amico, qualche volta ti innamori perfino.

E cominci a raccogliere “pacchi” a ripetizione. Appuntamenti saltati o iper-ritardati sempre con valide motivazioni e sguardi offesi se tu fai l’offeso, che non capisci che guai devono superare per il sommo bene (tuo) che loro stiano li con te. Spostamenti di chilometri avanti ed indietro per inseguire serate che sembrano fuggire come lepri impazzite, ed alla fine si concludono in qualche posto ridicolo davanti ad una Peroni insipida, per causa di tizio o caio ora non presenti – ovviamente – ma la prossima volta sarà diverso.

Finché non impari, dici di no un po’ di volte, e passi anche tu, per loro, dalla parte del mondo irriconoscente e che non “sa vivere”, ovvero la gran parte dell’umanità che non li asseconda in ogni svolta delle loro egocentriche fantasie.

Perché il mondo sembra dividersi in due gruppi poco intersecantesi: i “paccari” ed i “paccati”. Si nasce in uno dei due, l’educazione fa la sua parte ma è secondaria, poi c’è poco o niente da fare. Qualcuno molto intelligente o molto furbo potrebbe situarsi all’esterno, ma prima o poi l’indole prevale, in grande o piccola parte, e ricade anche lui in una delle due sacche. Apparentemente quelli del primo gruppo vivono meglio, almeno a giudizio del secondo, ma di certo sono quelli più bravi a lamentarsi.

 

Il flusso delle parole

Marx-chiacchierone2

Marx aveva torto: il vero oppio dei popoli non è la religione ma le parole. Le parole in quanto tali, siano esse di politica, di religione, di protesta o di sport. Se una singola può essere facilmente trascurata, un fiume, a meno di sforzi estremi, sommerge l’intelletto. Basta concedere per un attimo l’attenzione per ritrovarsi immerso nel flusso; da qui a farsi trascinare, il passo forse non è breve ma neppure lungo.

Il problema è che ci sono molte sorgenti di parole: non solo i governi e le “lobby” economiche e politiche, il vituperato potere costituito, insomma, con le sue armi di distrazione: il dibattito politico quotidiano, lo sport, il pettegolezzo. Ma anche gruppi di tendenza e d’opinione, orientamenti culturali, populisti di vario orientamento e natura. Tanti complottisti, ad esempio, mi sembrano ubriachi delle loro stesse parole, hanno semplicemente scelto di farsi ubriacare da un altro flusso di parole. Così come tanti protestatari, che si sfogano urlando ed applaudendo ai comizi e si accontentano di un corteo, di un incontro con le autorità o di un minimo provvedimento.

Ed è un male, nel complesso: energie che si perdono e dissipano per attrito reciproco, in una sorta di entropia intellettuale. Idee che si sciolgono in parole e degradano in calore, energia termica a bassa densità che si disperde nell’universo, ormai esausta ed inutilizzabile per qualsiasi fine. Frasi che occupano il tempo e frenano i pensieri.

Un po’ di smorzamento serve in tutti i sistemi fisici, per evitare reazioni troppo violente, instabilità e derive incontrollabili, a nessuno servirebbe una rivoluzione continua. Ma quando diventa eccessivo di fatto frena i movimenti e rende impossibili i progressi, sclerotizza la situazione finché qualche parte si guasta ed il meccanismo non funziona più. Pensate all’olio lubrificante: se è troppo denso frena il motore, invece di tenerlo efficiente.

Perché siamo convinti che le parole cambino il mondo e le persone. Ci piace credere che dicendo si ottengono risultati e che esprimendo le nostre verità le si renda palesi e vere anche per gli altri, mentre non è così. Certo, alcune parole, dette o scritte al momento e nel modo opportuno, possono, è vero, anche cambiare qualcosa, ma la maggior parte delle frasi scritte e parlate, la massa del flusso di lettere ed accenti in cui viviamo immersi, non è altro che un potente sonnifero, un mezzo di stordimento di massa.

Ho ormai messo da parte l’idea di “convincere” qualcuno, e vedo con sospetto anche quelle di “creare dubbi” o “indurre a riflettere”. Sono entrambe espressioni che mi sanno di stantio, la prima quasi di disonesto. Le persone cambiano idea solo quando sono pronte a farlo, quando hanno già fatto tutta la strada ed hanno bisogno solo di una spintarella. Quando si affrontano le convinzioni personali, è come se tentassi di convertire le persone dalla loro religione, scateni divini terrori, la paura di venire a contatto con l’eresia. Se parlo o scrivo, lo faccio sostanzialmente per me stesso. Si spargono le idee al vento e poi il ritorno è incerto, di solito minimo e comunque diverso da quello che ci si aspetta.

Delle differenze sostanziali tra due sensi

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Sono stato a lungo “audiofilo”, ed in parte lo sono ancora, perché le passioni non ci abbandonano mai del tutto. Più di recente mi sono appassionato di fotografia e così ho cominciato ad uscire di più, quando mi sono stancato di ritrarre le bomboniere di casa. I due hobby hanno qualcosa in comune, mi sembra: entrambi sono legati a strumenti tecnici, all’ “hardware” potremmo dire in gergo moderno, ma in modo diverso, lo vedremo più avanti. Sono sempre stato attento al mio denaro (qualcuno direbbe tirato) e per questo leggo molto prima di procedere ad un acquisto. Internet è una croce e delizia in questo senso, per la massa di informazioni e disinformazione che contiene. Ho notato un diverso approccio ai componenti, però.

In fotografia le prove di laboratorio ed i confronti controllati svolgono un ruolo chiave. Le recensioni degli esperti sono ascoltate e commentate, ma mi sono accorto che spesso i pareri degli appassionati mi tornano più utili perché si concentrano sul risultato pratico dei componenti e non sui risultati di prove controllate. Non che le prove scientifiche non dicano la verità, ma ogni “test” ne misura solo un pezzo ed il quadro d’insieme spesso si perde tra i numeri. Differenze all’apparenza grosse in laboratorio possono essere quasi insignificanti in pratica, quando si esamina l’immagine nel suo complesso, e viceversa. In campo audio, invece, entrambi i gruppi sembrano pesantemente influenzati dall’aspetto estetico: ciò che costa di più e sembra più costoso, quasi sempre è giudicato migliore.

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Nell’audio prevale il linguaggio altisonante. I grafici di laboratorio ci sono, ma ghettizzati in una posizione secondaria, fuori vista. Quello che conta è l’impressione d’ascolto, ovvero il parere del “guru” di turno, il sacro orecchio rarissimo nel Creato capace di analizzare, discernere e giudicare. E le opinioni dei singoli non sono meglio, anzi: ognuno segue la propria corrente di pensiero e non ha orecchie (è il caso di dirlo) per altro. Recensioni e commenti sono una raccolta di sensazioni espresse di solito con tono enfatico ed altisonante e raramente tornano utili a chi cerca di documentarsi. Le differenze fra componenti sono sempre “lampanti”, i miglioramenti “dal giorno alla notte”, e quasi sempre, guarda caso, a favore dei pezzi elettronici più costosi, grazie ai quali la musica “prende vita” i brani noti sono “rinnovati”, eccetera.

Sul costo dei componenti, l’audio di qualità sfiora il ridicolo: una macchina fotografica di fascia alta può costare migliaia di euro, ma è nulla a confronto di quello che si può spendere per un amplificatore “hi-end”, per non parlare di un paio di casse acustiche monumentali.

Motivi? Provo ad ipotizzarne qualcuno. Negli esseri umani il senso della vista è più sviluppato di quello dell’udito, lo usiamo di più nella vita quotidiana, i nostri antenati ne hanno fatto la chiave di volta della loro strategia di sopravvivenza diurna (mentre di notte dovevano solo cercare di nascondersi nel modo più sicuro possibile). L’udito supplisce dove la vista non arriva, ma non lo sostituisce. L’essere umano ha una notevole vista stereografica ma nulla di simile al “sonar” di cui sono fornire alcune specie animali. Nel complesso, di conseguenza, siamo più facilmente in grado di giudicare con la vista che con l’udito. E siamo molto più facilmente suggestionabili per quello che ascoltiamo che per quello che vediamo. Non per nulla la notte è il luogo degli incubi e dei fantasmi. Conseguenza: un amplificatore di bell’aspetto, sostanzioso, costoso, pesante e luccicante, siamo portati a pensare che debba suonare anche bene. Non ho mai capito perché le manopole in alluminio tornito dovessero favorire un suono migliore rispetto a quelle in plastica. Accade qualcosa del genere anche per le fotocamere, certo, ma in modo meno marcato: una “reflex” ha un tono professionale, ma sappiamo riconoscere un’inquadratura suggestiva anche se viene fuori da un cellulare. E poi al pensiero di scarrozzarsela a tracolla per ore si fanno diversi ragionamenti.

C’è anche un aspetto di separazione fisica del risultato dall’apparecchio elettro-meccanico: la fotografia, una volta scattata, vive in un certo senso di vita propria, riusciamo più facilmente a percepirla come una realtà indipendente dall’oggetto che l’ha prodotta, in confronto al suono, che dipende anima e corpo dalla sorgente che la emette e senza la quale smette immediatamente di essere.

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In aggiunta la fotografia è un hobby più attivo. Invita a creare invece che a stare a sentire. Può ridursi, è vero, ad una sterile malattia da acquisti, ma allora diventa collezionismo di apparecchiature fotografiche e non fotografia in senso stretto. C’è tutta la parte tecnica e pratica dello scattare foto che prescinde – in parte e nonostante lo sforzo degli esperti di marketing – dall’acquistare apparecchi, accessori o programmi di elaborazione. Nell’audio, la corsa all’acquisto diventa più facilmente una febbre, una corsa infinita al “suono migliore” inteso come “suono costoso”, l’unico antidoto essendo una forte passione per la musica – da ascoltare e magari da fare – che però solo in parte è “audiofilia” in senso stretto.

Altro aspetto correlato: l’appassionato di fotografia trova spesso il modo di sfogare il suo desiderio di fare scatti. Nessuno si offende se fa fotografie in eventi pubblici, feste di famiglia, manifestazioni, sempre che non esageri. Anzi, qualche volta è stimolato. Una reflex al collo può dare un’aura professionale che fa perfino aprire una barriera di folla, qualche volta. L’audiofilo si contorce invece nel dolore di non poter sfogare la sua passione se non nel chiuso della sua casa o con una ristretta cerchia di appassionati amici, da scegliere accuratamente per evitare perenni conflitti filosofici. Insomma, se non è profondamente stabile di carattere finisce per soffrire di una certa repressione.

Del fascino irresistibile della faccia da c.

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Voglio partire dalla vicenda dei nuovi – presunti – amori del capitano Schettino, ma per andare subito oltre. Perché al di la della conferma o meno del fatto – mi interessa abbastanza poco – mi è venuto da chiedermi cosa potesse mai trovare di attraente una donna nel personaggio. Qui avrei bisogno davvero di qualcuno che mi aiuti a capire, ad andare oltre i miei confini mentali, insomma, anche se, come vedrete, qualche idea ce l’ho.

Vexata quaestio quella del perché le donne (alcune donne, cerchiamo di non generalizzare troppo) siano attirate dal delinquente incallito. Secondo me si abbina alle leggi della selezione naturale e della sopravvivenza della specie: è un esemplare sicuramente in grado di sopravvivere e di procurarsi quello che gli interessa, anche passando addosso ad altri suoi simili.

E’ una strategia di sopravvivenza a lungo termine della specie quella di far sopravvivere atteggiamenti opposti, quello del buon padre di famiglia dedito alla casa ed al lavoro e quello del bastardo che se ne frega di tutto e di tutti, a cominciare dalla propria compagna. Il primo è ottimo per il progresso a lungo termine della società umana, ma il secondo può fare la differenza nei momenti di crisi estrema, quando quella società si disgrega fin quasi a scomparire.

Questo schema, però, non si applica al nostro ex-comandante.

Perché questo personaggio non ha per nulla i caratteri del bel tenebroso pronto a tutto.

Anzi, si presenta pubblicamente come un tipo scialbo, tendenzialmente piagnone, incapace di reagire alle situazioni di rischio, profondamente attento alla scelta del colore della giacca ma incapace di prendere decisioni razionali ed in tempi ragionevoli che non siano quella di fuggire il più rapidamente possibile verso un luogo sicuro e lontano dalle responsabilità. Insomma, da un punto di vista cinico, che carattere genetico fondamentale per la specie ha da trasmettere questo personaggio qui, che ne possa determinare l’attrattiva sessuale nei confronti delle femmine della specie a cui appartiene anche quando è venuto meno – si spera definitivamente – il suo ruolo di comando e di autorità (immeritato)?

Perché il potere genera fascino, in qualunque mano si trovi. Pone una maschera sul volto del detentore e ne moltiplica l’attrattività, a prescindere dalle sue doti naturali. Il potere significa benessere, è uno strumento per scavalcare i problemi e scaricarli sul prossimo ed ottenere vantaggi per se e la propria stretta dipendenza, per cui è attraente, sessualmente attraente.

Oramai, però, quest’aura per il nostro è sfumata, per cui qual’è mai l’aspetto che potrebbe ancora renderlo accattivante nei confronti dell’altro sesso?

Ma forse lo so, ci sono arrivato. Il comandante Shettino è, a suo modo, indistruttibile.

E’ uno che è capace di fare le più estreme minchiate, di passare attraverso una delle più storiche figure di merda pubbliche, di essere additato non dai suoi vicini, ne dall’Italia, ma dal mondo intero come l’emblema vivente dell’incapacità, della superficialità e dell’irresponsabilità, di essere oggetto di un’infinita serie di vignette, barzellette e battute scontate e meno scontate… e non esserne minimamente scalfito. Di continuare a sentirsi e comportarsi come al solito. Anzi di farsi forza per continuare ad affermare e difendere se stesso.

Non chiedo certo che commetta atti estremi, non sia mai, ma c’è gente che è caduta in depressione per una frazione infinitesima del carico di “scuorno” che gli è finito addosso.

Insomma è l’emblema di una razza impermeabile al mondo esterno e a suo modo è un uomo d’acciaio, senza dubbio. Di un genere d’acciaio che suscita curiosità scientifica e sociale ma che, insisto, non riesco a capire come possa produrre un qualche tipo di fascino. Resto in attesa di illuminazioni.

Discorsi in fumo, parte 2

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E’ strano che questa questione delle sigarette elettroniche mi interessi tanto, dal momento che non fumo. Ma secondo me è il simbolo di altro, e per questo vale la pena parlarne.

Qualche mese fa c’è stato il boom – ve lo ricorderete tutti – amici svaporanti, vetrine aperte dappertutto con marche d’ogni tipo, sbandieranti fogge, colori, gusti. Dibattiti sulle miscele e sulle varianti, sulle percentuali di nicotina e sull’aroma di vaniglia o di verbena.

Ne nasce timore da parte delle compagnie del tabacco, e dello Stato che dal tabacco ricava introiti non indifferenti. Tabacco e benzina, in subordine alcolici: gli aumenti facilmente prevedibili di ogni legge finanziaria e tornata di crisi, la fonte certa di introiti, i prodotti bollati a cui gli italiani meno hanno intenzione di rinunciare.

Risultato: leggi restrittive, proibizioni di vendita ai minori, equiparazione al tabacco, iper-tassazione. Tutto a tempo di record, in poche settimane, altro che traccheggiamenti sull’abolizione del Porcellum.

Ed assieme escono i primi studi medici che dimostrano che fumare elettronico fa male. Ma guarda che scoperta! E io che credevo che fosse meglio che andare alle terme di Ischia. Sfumando (è il caso di dirlo) accuratamente su quanto meno male faccia il vapore d’acqua “arricchito” rispetto al fumo di tabacco mal filtrato.

Tuttavia la bolla commerciale si sgonfia rapidamente. Un po’ per le restrizioni imposte. Un po’ per il venir meno della novità. Un po’ perché la leggenda di via sicura per smettere di fumare si rivela per quello che è, ovvero fallace senza una seria volontà alle spalle. Un po’ perché il vero fumatore sente, dopo un po’, la mancanza del tabacco originale. C’era chi se lo aspettava, tanti investitori accorti si erano tenuti i soldi in tasca, nel mio piccolo ne conosco anch’io qualcuno, ma sono certo che tanti che hanno investito per unirsi ad un franchising ed aprire il negozietto avranno di sicuro fatto il bagno.

Sono le leggi dell’economia? Sono uguali per tutti, no?

Conseguenza: contrordine compagni! Il tabacco non è più a rischio, ma c’è una serie di piccole-medie imprese di produzione ed importazione, con base nord Italia, ed una residua rete commerciale che rischiano di sparire dopo un inizio così promettente. E’ un pezzetto di economia che serve! Non è la lobby del tabacco, ma qualche soldino può farlo girare ed in un periodo di crisi serve sempre. Può portare perfino qualche voto.

E allora? In fondo i vaporizzatori ad uso personale non sono poi così rischiosi per la salute pubblica. Aboliamo un po’ di oneri e divieti, lasciamole usare in posti dove non si possono usare erbette seccate legali pur mantenendo il carico fiscale, che serve sempre.

E’ un’interpretazione personale, senza dubbio, ma troppo arbitraria?

IncRay

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E’ un bel po’ che non parlo di programmazione di computer, uno degli argomenti annunciati di questo blog. Il motivo è semplice: non mi ci dedico da un bel po’, se non per tempi brevissimi. Vi voglio tuttavia aggiornare sul progetto più ambizioso che ho intrapreso finora, un programma a sviluppo infinito a cui ho fatto procedere, fino ad oggi, una strada a zig-zag: il mio codice di computer-graphic scritto da zero, il mio motore di rendering, il mo orgoglio, IncRay!

Il nome sta per Incident Ray-tracer: tracciamento dei raggi di luce incidenti, la tecnica abituale di ray-tracing. L’idea era di un software lineare, che prediligesse la semplicità alla massima efficienza, e che fosse espandibile. L’obiettivo era di realizzare immagini fotorealistiche (parola grossa) di geometrie semplici, che avessero una chiara rappresentazione matematica. La prima cosa che mi venne in mente erano le sfere: il luogo dei punti equidistanti da un punto dato detto centro (reminiscenze di geometria), poi passare a piani, triangoli e da questi, in teoria, a qualsiasi geometria.

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Aggiungere nel contempo caratteristiche varie: posizione e colore della luce, colore e proprietà delle superfici, posizione ed angolo d’inquadratura del punto di vista, dimensione dell’immagine.

La storia è stata variegata, incoerente e legata al mio bighellonare hobbistico nell’informatica. Sono partito con una versione in Free Pascal puramente procedurale, poi una in Java strutturata ad oggetti ed infine una in C++. Queste ultime due hanno proceduto per un certo tempo in parallelo per poi concentrare gli sforzi sull’ultima: il C++ è per alcuni versi più scomodo, ma più efficiente. Tuttavia ogni versione ha le sue peculiarità, la convergenza delle funzionalità sul C++ non è ancora completa. Ad esempio solo la vecchia versione Pascal può disegnare triangolo, mentre solo in Java ci possono essere superfici a specchio (che mi piacciono molto), mentre solo nell’ “edizione” in C++ è possibile spostare il punto di vista nelle tre dimensioni, funzionalità che rende molto più flessibile e pratico l’utilizzo.

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Lo schema di funzionamento è lo stesso. Un file di testo contiene la descrizione della scena; il programma lo legge, calcola le traiettorie dei raggi di luce a ritroso, partendo dal punto di vista (la macchina da presa, per così dire), li interseca con gli oggetti e verifica le interazioni con la sorgente di luce e gli altri oggetti. In base a questo calcola il colore risultante di ogni punto. Alla fine, salva il file immagine complessivo. Nel post ne ho messo qualche esempio.

Ecco la mia struttura “ad oggetti”. Un sistema gerarchico ricollega tutte le “forme” ad una classe “Geom”, piena di funzioni virtuali (linguaggio C++…). “Sphere” è una sottoclasse di “Geom”, così come “Plane”. “Triangle”, a sua volta, è/sarà una sottoclasse di “Plane”. Ci sono poi classi per i tipi base “Vec3” per il vettore a tre componenti, che ha per sottoclassi “Point” e “Color”; “Surface” per le proprietà di superficie.

C’è molto da fare, ma sono relativamente orgoglione di me stesso. Che ve ne pare?

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L’effetto Signorina Silvani

signorina silvani

Sottotitolo: Ovvero delle ridicole conseguenze dell’asimmetria di distribuzione dei generi negli ambienti umani chiusi

Lavorando in azienda, ho capito che Fantozzi è molto più che una comica. Non è nemmeno strettamente una satira: è solo un ritratto, leggermente esacerbato, di quello che accade quotidianamente.

Uno dei personaggi secondari della saga è la Signorina Silvani, che ad un certo punto mette la testa a partito, sposa il collega più meschinamente splendido e diventa Signora Calboni. Il ruolo è magistralmente interpretato da Anna Mazzamauro.

Ma chi è costei, la Silvani intendo? Ci si potrebbe dilungare, ma, per focalizzare il punto che m’interessa, è una quasi-cozza, attempata e pressoché rozza che, nell’ambiente chiuso e prettamente maschile dell’ufficio, in cui impiegati svogliati sono costretti a trascorrere la maggior parte della loro grigia vita per quel magro stipendio che gli consente di campare, diventa una specie di miss, un simbolo erotico, l’ “eterno femminino” dei poveri e, ovviamente, l’impossibile passione segreta di Fantozzi (che, detto fra noi, ha una moglie decisamente più attraente).

“Assurdo”, direte in coro, “c’è tutto un mondo di donne fuori, anche il più tetro degli scribacchini salariati lo sa”.

Verissimo invece, ed è visibile quotidianamente. In ogni ambiente a stretta prevalenza maschile – certe facoltà universitarie, uffici tecnici, amministrazioni d’impresa – la belloccia di turno è oggetto di attenzioni e cortesie, non va mai a prendere il caffè da sola, ma sempre con un nutrito nugolo di accompagnatori sorridenti e cortesemente schiamazzanti. Non è un vero e proprio corteggiamento, nella maggior parte dei casi, ma una specie di obbligo sociale.

E la belloccia reagisce nello stesso modo della Mazzamauro, pardon Silvani: s’imbelletta, si mette in mostra, si atteggia a semi-diva, ostenta sicurezza e condiscendenza. Nulla di male, beninteso, tutto fa parte dell’ordinario, della consueta recita del quotidiano.

La situazione diventa ancora più interessante quando le Silvani sono più d’una, perché tra loro si scatena una sorta di competizione, a colpi di tacchi, pettinature, aderenze e scorciamenti d’abito e di altre cure estetiche. Lotta non dichiarata, ovviamente, ed ognuna delle coinvolte la negherebbe ad alta voce, eppure concretissima. La rivalità fra donne può essere più dura di quella tra gli uomini, e la prevalenza sociale, anche in un ambiente ristretto, è dolce e ambita per entrambi i sessi, con sfumature diverse ma con la stessa forza.

Morale? C’era una volta un mondo in cui stretti steccati dividevano le aree lavorative maschili e femminili. Ci sarà un giorno in cui si potrà scegliere il proprio lavoro in base alle proprie attitudini, con minimi condizionamenti ambientali, sociali e di genere. Oggi siamo nel mezzo e la disuniforme composizione di un ambiente, in termini di generi, porta deformazioni del comportamento.

Beata sanità

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Mi arrendo. Dopo anni di strenua resistenza getto la spugna e pubblico anch’io una poesia. Il virus poetico colpisce quasi tutti, in Italia, ed a tratti, nel corso della vita, è toccato anche a me. Sempre attacchi bonari, però, di poca durata. Stavolta cedo alla tentazione di non tenerla pietosamente nel cassetto. Eccola qua, con la sua stringente attualità. Anima e coraggio, è breve!

 

Beata sanità

1.

La malattia regge l’economia,

muove il turismo e l’immigrazione,

serve, è utile, è bene che ci sia,

dà benessere a tante persone.

2.

Ha i suoi imprenditori e rivenditori,

le sue quotazioni,

la sua borsa valori,

cessioni ed acquisizioni.

3.

Si smercia a volume ed a peso,

al minuto ed all’ingrosso,

c’è la comune e il guaio grosso,

a breve ed a lungo decorso.

4.

Il virus è moneta, il morbo posti di lavoro,

la malattia remunera gli investitori,

paga a peso d’oro,

la salute, invece, dà pochi denari.

Suggerimenti di lettura

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Siria o non Siria, forse anche per stavolta riusciamo ad evitare la Terza Guerra Mondiale. In ogni caso conviene prepararsi: lanciando una moneta per quante volte può uscire testa? Prima o poi verrà fuori anche croce, è matematico! Ecco i titoli di alcuni libri di approfondimento personale, in vista delle difficoltà ed opportunità del caldo futuro prossimo venturo. Chiedo scusa ma alcuni non sono ancora stati tradotti in italiano.

  • Word dominance in a nutshell;
  • How to exterminate a town in nine easy steps;
  • Quello che avreste sempre voluto chiedere sull’annichilimento nucleare ma non avete mai osato;
  • The Zen and the art of building bombs;
  • Gas ‘em up, gas ‘em down;
  •  La pace calda, ovvero come mantenere locali le guerre locali.
  • The global peace-maker: bomb them before they bomb you;
  • Si volis bellum, para bellum;
  • Ho conosciuto anche terroristi felici (romanzo di formazione);
  • Terrorism for dummies;
  • Anti-terrorism and intelligence for dummies;
  • Se hai sete la colpa è del tuo vicino – la politica idrica spiegata a mio figlio;
  • How to recognize weapons by the sound (with attached CD);
  • All you need to know about radioactivity;
  • La guerra adesso? E quando se no?
  • How to cultivate the land with your own two hands.

Mi raccomando studiate, il tempo stringe!

Autopilota automatico garantito all’italiana

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Si avvicina forse il sogno dell’auto che si guida da sola. Sperimentazioni sono in corso negli USA e, prossimamente, anche in Gran Bretagna. Anche qui da noi qualcosa si muove… senza conducente. Servirà a dire che sì, ci avevamo pensato per primi, ma poi siamo rimasti indietro come sempre. In teoria dovrebbe aumentare di gran lunga la sicurezza, una volta messo tutto a punto per bene. Insomma, un passo avanti per l’utente comune, un balzo indietro per gli appassionati di motori.

Certo, guidare è diverso dall’aggirarsi in un piazzale e le nostre strade hanno poco in comune con le highway americane. Credo che ci voglia ancora un bel po’ di prove, miglioramenti, errori e mal di testa dei progettisti prima che un’auto robot possa aggirarsi in certi nostri centri storici senza impazzire in pochi secondi o sappia reagire alle iniziative incredibili di certi automobilisti da tangenziale evitando di finire coinvolta in incidenti tremendi. L’assunzione che gli altri conducenti rispettino con medio scrupolo almeno le norme fondamentali del codice della strada mi sembra che debba essere assolutamente rimossa, nella scrittura del software per questi sistemi di guida automatica. Ma, appena risolti questi problemi squisitamente tecnici, ovviamente si scateneranno le polemiche all’italiana, tipo queste:

  • Le assicurazioni adegueranno le tariffe o ci marceranno come al solito?
  • Sarà possibile “taroccare” il software di centralina in modo che la macchina non rispetti qualche limite di velocità, ogni tanto? Così, tanto per non fare tardi in ufficio la mattina?
  • Chi paga in caso di incidente? Il conducente che non conduce più? Il fabbricante dell’automobile? Oppure quello del sistema di guida, che magari non è lo stesso? Pantalone?
  • L’auto ora conosce tutti i nostri movimenti. Povera praivasi!

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Ho provato ad immaginare qualche frase tipo.

  • Signor vigile, non sono mica io che sono passato col rosso, è stata la macchina, ha fatto tutto da sola. Io mi fidavo, si era sempre comportata bene prima, noiosa anzi. Io leggevo il giornale, dev’essere un baco del software”.
  • La mia amante ha letto i log della mia automobile, dal mio telefonino, ed ha scoperto che ho passato la notte a casa con mia moglie. Il mio rapporto extra-coniugale è rovinato. Avvocato, qualcuno mi deve rimborsare!”
  • Non ho fatto tardi io, è quel fesso del robot dell’auto che ha sbagliato strada”.
  • Ho perso tempo per causa della macchina: non voleva proprio saperne di parcheggiare in divieto di sosta. Alla fine ho dovuto spegnere il computer”.
  • Ci controllano! Ci controllano dappertutto! Fa parte del complotto pluto-giudo-massonico-petroliero per la dittatura mondiale, è evidente!! I poteri forti con i servizi deviati!!! Ora anche le macchine ci spiano, con i loro sensoracci!… Tra un po’ sarà l’automobile che ci dirà dove dovremo andare!?! E con il loro potere mediatico ci convinceranno che è giusto cosi!”

Pressione e comprensione

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La maniera comune di trasportare un gas – ad esempio un carburante, come il metano o l’idrogeno, oppure un gas medico o tecnico, come ossigeno, azoto, elio eccetera – è di comprimerlo in un contenitore rigido. La classica bombola, per capirci. Più si aumenta la pressione, maggiore è la quantità che se ne riesce a mettere, ma di pari passo aumentano i problemi, di peso e di sicurezza. Esiste una maniera più avanzata ed è di sfruttare le capacità di adsorbimento di alcuni materiali. Termine complesso che chi vuole può cercare e approfondire. In pratica si riempie il contenitore di speciali materiali micro-porosi, il gas aderisce alle pareti dei pori e si accumula senza bisogno di tanta pressione. E’ un sistema difficile da mettere a punto ma che può (o meglio, potrebbe) consentirti di trasportare più gas con meno peso e meno rischi. Diciamo che il primo metodo è di pura forza bruta: costringo il gas a stare lì da dove vorrebbe id ogni modo sfuggire, e lo faccio a viva forza. Il secondo è più comprensivo: sfrutto la natura del gas, assecondo la sua tendenza ad aderire ad una parete solida e lo stimolo forzandolo, ma solo un po’. Analogamente, per far lavorare gli uomini li si può mettere sotto pressione, con scadenze e minacce di punizioni, ma la maniera più vantaggiosa, è di porre delle regole, ma al tempo stesso coinvolgerli ed interessarli. Nel primo modo otterrai un certo livello di attenzione e produttività, in un clima in cui ognuno è più che altro attento a non avere la peggio ed a scaricare la colpa di eventuali errori sul prossimo. Col secondo potresti stimolare la creatività ed il desiderio di far bene. Purtroppo si ottengono spesso risultati abbastanza buoni con il primo metodo – puramente meccanico e coercitivo – per cui si ritiene superfluo e non redditizio il secondo e non ci si investe. Convincere è molto più laborioso che costringere. Ma attenzione: anche con il secondo modo è necessaria un po’ di pressione, o di coercizione se si vuole: di meno, ma pur sempre di forza si tratta. Uomini e donne hanno sempre bisogno di essere un po’ invogliati a fare quello che devono.