Stanco

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Stanco di dare colpi ai cerchi e alle botti

piene delle mogli ubriache,

voglio una macchina saltafossi, ora, subito!

E un mese secco di vacanza gratis

dalle mie memorie stantie

per riappropriarmi di un corpo trasandato

mutevole e mal modellato

che tuttavia sono io.

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Fulmini e saette di maggio

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Le “memorie” di Facebook hanno almeno un vantaggio: mi hanno ricordato che ho già vissuto altre primavere dalla meteorologia instabile. Tre anni fa, da appassionato di fotografia alle prime armi, mi cimentavo nell’impresa di ritrarre i fulmini. Non troppo difficile, per la verità, conoscendo la tecnica giusta e armandosi di pazienza e perseveranza. Ero molto soddisfatto del risultato: oggi, riguardandole, penso che potevo fare di meglio, magari chiudendo un po’ il diaframma.

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Per cui la memoria biologica inganna: non c’è più la mezza stagione, diciamo, quando di fatto c’è ed è sempre la stessa, con il sole cocente pronto a lasciare il posto alle nubi temporalesche. In questo la memoria virtuale più dare una mano. La statistica ancora di più.

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Tra un po’ sarà estate e magari ci stupiremo, per l’ennesima volta, che fa caldo, tanto caldo, da non poter stare al sole e da dover bere tanto. Che novità.

Questo non significa che il clima non stia cambiando. Sta cambiando eccome e ce lo dice la scienza, sulla base dei dati registrati su un lungo periodo di tempo. Le sensazioni quotidiane sono fuorvianti e servono, al più, per il giorno stesso, appunto.

Collezione di finestre

Finisco sempre per fotografare finestre.

La finestra stimola la curiosità e ti invita a sbirciare dentro, per cogliere un attimo di una vita diversa dalla tua.

La finestra è un collegamento fisico e visivo tra il dentro e il fuori e mescola le caratteristiche di queste due realtà contigue. La finestra è un compromesso fra i condizionamenti imposti dall’ambiente esterno e i desideri di chi vive l’interno. E’ personalizzata e ha i segni del luogo. Si adatta a gusti e climi. Può essere ricca o povera, florida o cadente, spoglia decorata, con o senza grate, ante, imposte, tende, vasi di piante.

Insomma, se ti sforzi di leggerla, la finestra ti rivela tanto del posto, delle persone e delle loro interazioni.

Nei centri storici delle nostre città (in questo caso quell’unico nazionale che è Caserta Vecchia) o nelle isole (Ischia) è facile individuare delle peculiarità e si rischia di cadere nel pittoresco, ma anche le funzionali e geometriche finestre moderne, da zona residenziale, possono non essere anonime e più sono vissute e meno lo sono.

Come sono le vostre finestre? Classiche o moderne? Eleganti o funzionali? Personalizzate o anonime?

Una passeggiata a Capua

E’ da un po’ che mi è presa la mania della fotografia. Nel fine settimana “giro” sempre con una fotocamera compatta in tasca o nella tracolla, perché scattare con il cellulare non mi soddisfa. Usare la reflex, invece, è una vera e propria soddisfazione Se trovo uno scorcio, un angolo o un dettaglio che mi incuriosiscono mi piace essere pronto a fermarli. Trovo che sia un modo per imparare a guardare con più attenzione.

Ormai da mesi impiego solo fotografie mie per i post e penso che sia arrivato il momento per un articolo solo fotografico: istantanee da una passeggiata a Capua, con gli intrecci fra resti di epoche diverse come tema conduttore.

Brutto fuori, bello dentro

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Secondo me il distacco fra il pubblico e il privato si può evidenziare dal contrasto fra l’aspetto di molte città e quartieri e quello delle case.

Nelle visite a conoscenti, la prima attività obbligata è il giro turistico della casa. Bisogna osservare tutto: dalla disposizione delle stanze a quella dei mobili, dalla qualità degli stessi alla selezione di soprammobili e accessori. Bagno e cucina fanno da centri focali, assieme al salone per accogliere gli ospiti, se c’è. Al termine viene il rito dei complimenti. La vista esterna, da finestre e balconi, è opzionale e proposta solo se particolarmente attraente, come un complemento d’arredo non necessario. Lo stesso vale per la facciata esterna dell’edificio.

Magari prima di arrivare hai dovuto attraversare incroci e viali di periferia anonima o insinuarti in vicoli dalla pavimentazione sconnessa e dalla scarsa pulizia, magari con evidente carenza di servizi urbani. Tutto questo viene secondario nel giudizio dell’alloggio.

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Il tutto vale ovunque ma ancor più in Italia e a maggior ragione dove il degrado esterno è più visibile. C’è chi abita in periferia o al centro da una vita, chi ha scelto di spostarsi per sfuggire al caos, evitare il traffico o essere vicino ai suoi interessi, chi vorrebbe andarsene ma non può, c’è chi ci si trasferisce per risparmiare o per altre convenienze ma c’è una regola comune e diffusa (non totalitaria, beninteso): fare finta di non vedere il “fuori” per concentrarsi sul “dentro”. Regola di quieto vivere o di sopravvivenza secondo i punti di vista, forse necessità dettata dall’impossibilità a cambiare tutto, ma in ogni caso, secondo me, anche sintomo evidente di scarso interesse per la cosa pubblica, aggravato dal sentimento che quella cosa pubblica sia lontana e gestita con logiche d’interesse e potere.

La casa è motivo d’orgoglio per l’italiano medio, perché costata soldi e fatica, perché è un po’ l’immagine di se stessi e, soprattutto per noi italiani, resta una cosa stabile, fatta per durare possibilmente tutta la vita. E’ il luogo privato per eccellenza e per questo le rapine in casa scuotono particolarmente. Ma soprattutto la casa è la nostra piccola patria, con le sue regole e il suo senso civico, costruito e sedimentato negli anni, formato da regole non scritte ma perfettamente note a chi la abita. La porta è il confine che la separa dalla “terra di nessuno” del pianerottolo, del cortile o della strada e dalle patrie degli altri, che si sviluppano a partire dalla loro soglia. La città, quello che sta in mezzo fra le case, è di tutti, quindi di nessuno, e vive su regole solo parzialmente razionali e condivise, da rispettare o aggirare secondo l’esigenza. Qualche volta è luogo di conquista, più spesso di convivenza grosso modo pacifica, più raramente di condivisione. La Patria grande, quella nazionale, con le sue leggi scritte e i sui riti di appartenenza, è in buona misura esterna, raccoglie le patrie familiari e personali in una sorta di confederazione in parte forzata e non di rado conflittuale, senza fonderle in unità: una sorta di male necessario a cui pure ci si affeziona, perché fa parte della vita quotidiana.

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Quel che è mio è “dentro”, posso toccarlo, misurarlo, conformarlo al mio volere. Tutto il resto, quello che sta “fuori” a “attorno”, mi riguarda poco e faccio in modo da attraversarlo, quando devo, con meno danno possibile.

La leggenda dello strumento

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Una chiesa abbandonata a Napoli

“I ferri fanno il mastro” dice, maldestramente italianizzato, un motto partenopeo, a indicare che senza gli strumenti giusti il risultato è nullo o scadente. Ma gli strumenti bisogna saperli scegliere e soprattutto usare nel modo giusto, ed è qui li viene il difficile.

In qualsiasi attività, ludica o lavorativa, arriva il momento in cui il neofita è tentato di incolpare gli strumenti che ha in mano, e non se stesso, dei suoi insuccessi. Li si attua il bivio: continuare a impegnarsi o cercare scuse o scorciatoie.

E’ un atteggiamento umano, ammettere gli errori è difficile. Ancora di più lo è assegnarsi un lungo e faticoso percorso di apprendimento.

E’ proprio in questo momento che s’innesta la trappola consumista: comprare un prodotto migliore per ottenere risultati superiori. Quello che hai non è quello che ti serve. Difficile resistere alla tentazione, che poi si rinnoverà periodicamente: ci sarà sempre qualcosa di meglio, di più adatto, di più nuovo o avanzato rispetto a quello che hai già.

Un esempio sono gli hobby. Il sottoscritto fotografa per passione, con risultati alterni che a volte mi piacciono e più spesso no. Seguo alcuni siti e mi piace leggere i commenti, anche se questi sono tutto un florilegio di consigli per aumentare il proprio corredo, acquistando macchine fotografiche sempre più costose, obiettivi specializzati per scopi specifici e altri accessori d’ogni sorta. Di fatto le discussioni sulla tecnica e sull’estetica, che pure avrebbero un ruolo, sono relegate a contorno e minoritarie rispetto a quelle sulla qualità degli strumenti, in cui regolarmente i più costosi sono i più caldamente consigliati.

Un tempo seguivo l’audio e l’alta fedeltà, e i contenuti delle discussioni tra appassionati erano analoghi, se non peggiori: se vuoi sentire meglio devi spendere sempre di più, anche in accessori o dettagli di cui non sapevi neppure l’esistenza e, non di rado, di razionalità scientifica quantomeno dubbia.

Il discorso vale per ogni settore e ci sono innumerevoli casi di rapporto costi/risultati perdente: officine casalinghe di falegnameria piene d’ogni ben di Dio d’utensili ma non di lavori in corso. Giardini con più attrezzi che piante. Cucine con scolapasta tecnologici, servizi di coltelli per sgusciare i molluschi, mestoli di tutte le taglie e forni a microonde impiegati solo per scongelare. Pseudo-atleti con la pancia che passeggiano con addosso tutte e cardiofrequenzimetri da centinaia di Euro. Anche il sottoscritto ha realizzato la sua collezioncina di obiettivi e deve fare uno sforzo ogni volta che gli viene la tentazione di un ammennicolo nuovo di pacca.

Pur nella mia limitata esperienza personale, mi sento di direi che l’errore si estende anche agli ambiti professionali: chi non si è lasciato convincere, almeno una volta, dagli allettamenti di facili risultati e ha speso somme sostanziose – o suggerito caldamente all’azienda per cui lavora di farlo – in strumenti che, una volta presi, sono serviti a molto meno di quello che promettevano?

Ovvio l’interesse di venditori e produttori a incrementare le vendite. Meno diretto ma anche chiaro quello della maggior parte dei siti, a cui interessano pubblicità e numero di cliccate. Minimo l’interesse effettivo degli utenti, spinti compulsivamente a comprare sempre “meglio” invece che dedicarsi allo scopo prioritario, che, nella fotografia come in ogni hobby, dovrebbe essere quello di migliorare se stessi e la propria capacità: di “vedere” immagini interessanti, nello specifici, a prescindere dallo strumento di cattura che si stringe in mano; di apprezzare la musica nel caso degli appassionati di audio: di far crescere qualcosa nel proprio giardino che non siano erbacce spontanee; di mangiare e far mangiare meglio; di migliorare il proprio stato fisico, eccetera. Di aumentare la soddisfazione personale, in generale.

In pratica sarebbe ben più utile spendere in conoscenza (libri, corsi) che in oggetti, finché davvero non sono questi a limitare le possibilità. E soprattutto investire tempo, la risorsa più rara. La delusione è inevitabile e il circolo vizioso si chiude: un nuovo acquisto “giusto” per riparare a quello “sbagliato” precedente, e intanto si rifanno, mediocremente, le stesse cose.

La tecnica commerciale è di solleticare la pigrizia dell’individuo, qualità umana tra le più diffuse, in modo da spostare l’attenzione da lui stesso a quello che possiede, come se fosse l’oggetto a creare il risultato e non chi lo utilizza. Osservate le pubblicità dei telefonini: è tutto un sottolineare quello che il nuovo modello mette in grado di fare e che sarebbe impossibile con gli altri, anche fotograficamente parlando. E il tutto poi finisce nel solito, ma sempre più costoso, selfie.

Finestre in serie

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Mi sono accorto che le schiere di finestre sono per me un soggetto fotografico ricorrente. Ogni volta che vedo una bella facciata ampia e ordinata mi viene voglia di inquadrare e scattare. La ripetizione con lievi differenze di davanzali, infissi e linee di demarcazione sà tanto di pop-art, ma soprattutto è un cliché della modernità, la produzione in serie applicata all’abitare. Modernità intesa in senso ampio, non solo industriale. Guardando bene, ogni balcone o apertura ha qualche dettaglio che lo distingue, sengno del tempo o di chi lo abita. In questa raccolta ho applicato il trucco di deformare le foto raddrizzando le linee verticali, perché questo, secondo me, questo rende più straniante la prospettiva e enfatizza il senso di ciclicità. Senza pretese di originalità assoluta, che è ormai praticamente impossibile, mi chiedo se a qualcun altro sembrano interessanti come a me.

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Una passeggiata notturna al centro storico

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Una delle poche cose buone fatte dall’attuale sindaco di Napoli, e prontamente ridimensionate, è stata prolungare l’orario di apertura della metropolitana nel fine settimana. Mi ha dato, tra l’altro, l’opportunità di un paio di uscire rilassate con reflex al seguito.

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Il centro storico di Napoli non è un corpo a se, come in tante città turistiche. E’ vissuto, anzi sovraffollato, e tuttora, per molti versi, il cuore della città. Ovviamente non manca di trappole per turisti, ma la le persone che lo attraversano sono, per larga maggioranza, napoletani.

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Per questo l’antico – anzi antichissimo – e il moderno si intrecciano, molte volte in modo non rispettoso. Come gli scooter e “pizza a tranci” sotto il campanile più antico della città, quello di S. Maria Maggiore alla Pietrasanta, un’opera alto-medievale che incorpora elementi romani.

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Ambientazione ideale per un racconto di fantascienza, vero? Il centro del centro è, com’è noto, Piazza del Gesù Nuovo con l’adiacente Santa Chiara, come dire l’aspetto severo e quello benigno della religione.

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Delle differenze sostanziali tra due sensi

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Sono stato a lungo “audiofilo”, ed in parte lo sono ancora, perché le passioni non ci abbandonano mai del tutto. Più di recente mi sono appassionato di fotografia e così ho cominciato ad uscire di più, quando mi sono stancato di ritrarre le bomboniere di casa. I due hobby hanno qualcosa in comune, mi sembra: entrambi sono legati a strumenti tecnici, all’ “hardware” potremmo dire in gergo moderno, ma in modo diverso, lo vedremo più avanti. Sono sempre stato attento al mio denaro (qualcuno direbbe tirato) e per questo leggo molto prima di procedere ad un acquisto. Internet è una croce e delizia in questo senso, per la massa di informazioni e disinformazione che contiene. Ho notato un diverso approccio ai componenti, però.

In fotografia le prove di laboratorio ed i confronti controllati svolgono un ruolo chiave. Le recensioni degli esperti sono ascoltate e commentate, ma mi sono accorto che spesso i pareri degli appassionati mi tornano più utili perché si concentrano sul risultato pratico dei componenti e non sui risultati di prove controllate. Non che le prove scientifiche non dicano la verità, ma ogni “test” ne misura solo un pezzo ed il quadro d’insieme spesso si perde tra i numeri. Differenze all’apparenza grosse in laboratorio possono essere quasi insignificanti in pratica, quando si esamina l’immagine nel suo complesso, e viceversa. In campo audio, invece, entrambi i gruppi sembrano pesantemente influenzati dall’aspetto estetico: ciò che costa di più e sembra più costoso, quasi sempre è giudicato migliore.

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Nell’audio prevale il linguaggio altisonante. I grafici di laboratorio ci sono, ma ghettizzati in una posizione secondaria, fuori vista. Quello che conta è l’impressione d’ascolto, ovvero il parere del “guru” di turno, il sacro orecchio rarissimo nel Creato capace di analizzare, discernere e giudicare. E le opinioni dei singoli non sono meglio, anzi: ognuno segue la propria corrente di pensiero e non ha orecchie (è il caso di dirlo) per altro. Recensioni e commenti sono una raccolta di sensazioni espresse di solito con tono enfatico ed altisonante e raramente tornano utili a chi cerca di documentarsi. Le differenze fra componenti sono sempre “lampanti”, i miglioramenti “dal giorno alla notte”, e quasi sempre, guarda caso, a favore dei pezzi elettronici più costosi, grazie ai quali la musica “prende vita” i brani noti sono “rinnovati”, eccetera.

Sul costo dei componenti, l’audio di qualità sfiora il ridicolo: una macchina fotografica di fascia alta può costare migliaia di euro, ma è nulla a confronto di quello che si può spendere per un amplificatore “hi-end”, per non parlare di un paio di casse acustiche monumentali.

Motivi? Provo ad ipotizzarne qualcuno. Negli esseri umani il senso della vista è più sviluppato di quello dell’udito, lo usiamo di più nella vita quotidiana, i nostri antenati ne hanno fatto la chiave di volta della loro strategia di sopravvivenza diurna (mentre di notte dovevano solo cercare di nascondersi nel modo più sicuro possibile). L’udito supplisce dove la vista non arriva, ma non lo sostituisce. L’essere umano ha una notevole vista stereografica ma nulla di simile al “sonar” di cui sono fornire alcune specie animali. Nel complesso, di conseguenza, siamo più facilmente in grado di giudicare con la vista che con l’udito. E siamo molto più facilmente suggestionabili per quello che ascoltiamo che per quello che vediamo. Non per nulla la notte è il luogo degli incubi e dei fantasmi. Conseguenza: un amplificatore di bell’aspetto, sostanzioso, costoso, pesante e luccicante, siamo portati a pensare che debba suonare anche bene. Non ho mai capito perché le manopole in alluminio tornito dovessero favorire un suono migliore rispetto a quelle in plastica. Accade qualcosa del genere anche per le fotocamere, certo, ma in modo meno marcato: una “reflex” ha un tono professionale, ma sappiamo riconoscere un’inquadratura suggestiva anche se viene fuori da un cellulare. E poi al pensiero di scarrozzarsela a tracolla per ore si fanno diversi ragionamenti.

C’è anche un aspetto di separazione fisica del risultato dall’apparecchio elettro-meccanico: la fotografia, una volta scattata, vive in un certo senso di vita propria, riusciamo più facilmente a percepirla come una realtà indipendente dall’oggetto che l’ha prodotta, in confronto al suono, che dipende anima e corpo dalla sorgente che la emette e senza la quale smette immediatamente di essere.

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In aggiunta la fotografia è un hobby più attivo. Invita a creare invece che a stare a sentire. Può ridursi, è vero, ad una sterile malattia da acquisti, ma allora diventa collezionismo di apparecchiature fotografiche e non fotografia in senso stretto. C’è tutta la parte tecnica e pratica dello scattare foto che prescinde – in parte e nonostante lo sforzo degli esperti di marketing – dall’acquistare apparecchi, accessori o programmi di elaborazione. Nell’audio, la corsa all’acquisto diventa più facilmente una febbre, una corsa infinita al “suono migliore” inteso come “suono costoso”, l’unico antidoto essendo una forte passione per la musica – da ascoltare e magari da fare – che però solo in parte è “audiofilia” in senso stretto.

Altro aspetto correlato: l’appassionato di fotografia trova spesso il modo di sfogare il suo desiderio di fare scatti. Nessuno si offende se fa fotografie in eventi pubblici, feste di famiglia, manifestazioni, sempre che non esageri. Anzi, qualche volta è stimolato. Una reflex al collo può dare un’aura professionale che fa perfino aprire una barriera di folla, qualche volta. L’audiofilo si contorce invece nel dolore di non poter sfogare la sua passione se non nel chiuso della sua casa o con una ristretta cerchia di appassionati amici, da scegliere accuratamente per evitare perenni conflitti filosofici. Insomma, se non è profondamente stabile di carattere finisce per soffrire di una certa repressione.

Le foglie e la città

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Scorci di vita collinare.

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A volte mi piace andare in giro con la scusa di scattare foto.

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Stavolta l’idea era: la quotidianità vista attraverso le foglie.

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In collina ci sono più piante che in altre parti della città, anche se spesso poco curate. Rimane qualche traccia di campagna, ai margini dell’edificato.

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Le piante sono strumento decorativo, ma di proprio tentano di occupare ogni spazio lasciato libero.

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