Se non mi lasci non vale

Un matrimonio che non finisca in divorzio è palesemente fuori moda. Si guardano i due componenti della coppia come due disadattati incapaci di godersi la vita. Ma come, dopo la festa, il viaggio di nozze, le prime gioie e litigi, non hanno nessuna voglia di riprendersi la loro libertà? Di provare nuove esperienze erotico-sentimentali? Ma che gente di ristrette vedute.

Se sono anziani li si considera con compatimento: hanno perso tutte le occasioni utili per separarsi felicemente,hanno vissuto in un’epoca troppo chiusa ed ora che possono aspettarsi più dalla vita?

Eppure le stesse accuse di banalità che colpiscono i lungo-matrimonianti sono riferibili, uguali uguali, anche ai presto-o-tardi-separanti.

L’immagine mediatica, traslata al quotidiano, scivola inesorabilmente nel ridicolo. I divorzi sontuosi delle leggende del gossip scadono alla rissa piccina per la casa, gli alimenti ed i turni per vedere i figli. Non vedo in giro gnocche mature da far girar la testa che si riprendono la libertà da opprimenti manager in carriera, ma attempate signore cadenti che si stancano di mariti normalmente noiosi. Non vedo aitanti cinquantenni a caccia di ragazzine ma impiegati monotoni alle prese con la canizie avanzante e la panza prominente.

E poi gli aspetti banali del vivere quotidiano. Ritorni dai genitori per ridurre i costi. Vacanze da single per single di ritorno. Mi conviene più il lavoro o gli alimenti?

Qualcuno certamente mi potrà disquisire sulla psicologia di s-coppia e mi rampognerà sulle anticaglie cerebrali che magari inconsciamente (per darmi occasione di redenzione) mi porto dietro, mi spiegherà che tutto questo è progresso ed emancipazione, auto-affermazione e distacco dallo stantio, libertà dell’individuo e apertura e nuovi e divertenti stili di vita. Tutte cose luccicanti e ragionevoli, non dico di no, ma tante volte mi sembra più che altro carenza del senso del ridicolo.

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Per la dolce fama

Decollo!Da dove nasce l’ansia umana per il successo? Perché ad un certo punto desideriamo diventare famosi? Cosa davvero ci rallegra nell’essere conosciuti, ammirati o riconosciuti da un folto numero di esemplari appartenenti alla nostra stessa razza? Il motivo razionale mi sfugge, perché non si tratta soltanto di arricchirsi; c’è chi è disposto a rimetterci pur di acquisire la dolce fama.

Forse amiamo l’immagine che proiettiamo nel prossimo. Siamo creature sociali, non possiamo prescindere da chi ci circonda, non solo per quello di cui abbiamo bisogno per vivere, ma anche per come si articola il loro atteggiamento nei nostri confronti. Se gli altri ci ammirano, aumenta la nostra considerazione di noi stessi.

E’ uno strano meccanismo: se gli altri ci considerano troppo diversi, siamo emarginati, non siamo nella collettività. Se veniamo considerati al di sotto della media, ne ricaviamo frustrazione. Ma anche essere “soltanto” uno fra tanti non è sufficiente. Dobbiamo sentirci in vista, almeno per un qualche aspetto della nostra vita.

Gli autori di libri viaggiano con borsoni di copie da vendere. Gli scrittori di blog commentano per lasciare link in giro. Casalinghe ed impiegati fanno le cose più assurde appena si trovano davanti all’obiettivo di una macchina da presa. Singoli e comunità non vedono l’ora di entrare nel Guinness per il più grande o il più piccolo di qualcosa. Warhol diceva che l’epoca moderna non nega a nessuno il suo quarto d’ora di celebrità, per cui si prodiga ogni genere di sforzo per allungarlo almeno di qualche minuto.

Qualcuno mi potrebbe puntare decine di ricerche psicologiche o sociologiche che affrontano il fenomeno. Tanti ricercatori a caccia di fama, ne sono certo, indagano sulla ricerca di fama dei loro consimili. Difficilmente mi possono togliere dalla mente che il fenomeno si sia amplificato in virtù – o per colpa – dei mezzi di comunicazione, nel corso dello scorso secolo, e sia una seconda volta esploso con Internet e gli innumerevoli ambienti virtuali che ha creato.

La mente conosce poco la relatività, per cui conquistare fama in una ristretta cerchia può essere quasi altrettanto soddisfacente che conquistare le prime pagine dei giornali per qualcosa di diverso da un grave crimine commesso, ed in più è foriero di meno guai e disillusioni.

Ma se può essere difficile conquistarsi il proprio angolo di fama soddisfacente, ancora di più lo è renderlo economicamente fruttuoso. Questo è spesso il secondo pensiero che viene in mente. Se è possibile convincere un nostro simile a spendere dalle nostre parti un minuto del suo tempo e qualche click del suo mouse, o qualche ditata su uno schermo tattile, e se è anche possibile, seppure più difficile, fare in modo che si formi una buona opinione ed addirittura che si ricordi di noi, in un angolino riposto del suo cervello, molto più difficile è persuaderlo a fare una sbirciata nella fessura oscura del suo portamonete, per estrarne una piccola parte del contenuto e consegnarcela. Ma che volete, siamo fatti così: il tempo è denaro, per cui per avere il secondo, devi per forza ottenere il primo, per cominciare.

 

E se la politica si svuota

Come profeta valgo poco, e per questo probabilmente fate benissimo se non mi state a sentire ora che vi dico che nella situazione politica attuale vedo i semi della dittatura. Non ritengo che ci siamo già, ma anche qui potrei benissimo sbagliarmi.

Vedo le premesse della dittatura perché le istituzioni democratiche sono al loro minimo di credibilità; sono state usate ed abusate in troppi casi; spesso svuotate di senso e ridotte neppure a posti di potere ma a semplici falle di accesso al denaro pubblico. Ed anche perché le persone che le hanno rappresentate o si candidano a farlo non sono più individuate come rappresentanti della maggioranza del Paese. Vedo che le scelte politiche avvengono sotto la pressione dei mercati e delle urgenze economiche.

Le vedo anche perché non sembra sorgere un’alternativa politica: situazione ottima perché si individui, ad un certo punto, la soluzione nell’ “uomo forte”, nel nuovo “unto dal signore”, la “figura di garanzia” che potrebbe essere anche una “soluzione tecnica”, ma di lunga durata.

La dittatura moderna, si badi bene, non richiede necessariamente un balcone ed una folla plaudente, bande musicali e parate imbandierate. La dittatura cibernetica può avere forme molto più subdole e sfumate. Può avere l’estetica ed i riti della democrazia senza averne la sostanza.

Come comportarsi? Di certo non appellandosi all’ “unità del popolo”. Questa è una cosa che si invoca in caso di guerra, solitamente allo scopo di silenziare chi critica quella guerra ed addita coloro che, per propri interessi, l’hanno voluta. Non dobbiamo assolutamente pensarla tutti allo stesso modo: è la prima regola della vita democratica.

Neppure m’attira la rivoluzione di piazza. Non credo nella violenza perché non risolve i problemi, perché esalta i peggiori e perché finisce sempre per essere pilotata. La rivoluzione francese è finita con Napoleone imperatore.

Ci vuole l’impegno individuale, di quanti più possibile. Evitare le scorciatoie e le soluzioni di comodo. Evitare la tentazione dei compromessi facili. Occhi ed orecchie aperte su proposte e soluzioni. Curare il complessivo ed i dettagli. Non evitare contrasti e dissensi, anche aspri. Valutare razionalmente e non sull’onda delle emozioni.

Insomma, come tutti i (falsi) profeti, vedo il rischio ma non la soluzione. Eppure sono certo che c’è. E credo nel volontariato intellettuale. Il cervello per sua natura deve essere sempre attivo, per cui è meglio usarlo bene.