Micro sfruttamenti

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Interno palestra, pomeriggio inoltrato. Il tipo davanti a me ci mette un po’ a depositare i suoi beni nella cassettina di sicurezza all’ingresso e salutare la fidanzata. Attendo simulando pazienza.

Ci ritroviamo allo spogliatoio: pochi minuti per dismettere i panni casual-borghesi e calzare quelli morbidi da sala attrezzi. Ma lui prima tira fuori telefonino e caricabatteria e si mette a caccia ansiosa di una presa di corrente. La trova e se ne serve per sette minuti netti. In pratica ha rubato qualche “milliwattora” alla palestra trasformandolo in qualche punto percentuale di carica del telefonino: qualche minuto di funzionamento in più. Un micro-sfruttamento. Niente, in pratica, nel caso di specie, soltanto un po’ oltre la soglia del ridicolo, se non fosse il sintomo di un atteggiamento diffuso e moltiplicato all’infinito, cioè la mentalità di appropriarsi di beni e vantaggi ogni volta che sia possibile farlo impunemente, a prescindere dalla necessità di farlo e dall’entità risibile degli stessi. La mente sempre concentrata su come spillare l’ultima frazione di centesimo da quello che si ha a portata di mano e che non si deve (direttamente) pagare. Ovviamente senza tenere conto dei costi indiretti, perché quello che è collettivo, si sa, non è di nessuno, in particolare non è proprio e quindi, in sintesi, non conta.

E’ un atteggiamento molto diffuso, quello di sfruttare il disponibile fino all’ultima goccia, anche quando non se ne ha strettamente bisogno. Un altro caso minimo, direi peggiore, è quello del viaggiatore d’affari che, mentre esce dalla sala d’attesa della business-class di un aeroporto, afferra “distrattamente” una manciata di snack e se li mette in tasca. Non credo che l’incravattato figuro ne avesse bisogno per saziare una fame improvvisa o per far quadrare il suo bilancio familiare.

Vale lo stesso discorso quando si tiene il rubinetto aperto, in albergo, per lavarsi i denti, mentre magari non lo si fa a casa, oppure tenere la doccia calda aperta per mezz’ora per fare vapore e “stirare” la camicia tirata fuori dai bagagli. I due bicchieri di plastica riempiti all’erogatore in mensa, invece di uno, perché ci si stanca a alzarsi da tavola e riempirlo di nuovo a metà pasto.

O anche la ressa ai buffet di matrimoni o villaggi vacanze, anche quando sono ben forniti: dopo antipasti, due assaggi di primo, secondo di terra, secondo di mare, contorno e caffè, il piatto dei dolci deve essere riempito, perché tanto non si paga. E fa nulla che alla fine, per raggiunti e superati limiti fisiologici, lo si lascia per tre quarti pieno perché sia diretto al cassone dell’immondizia.

Un caso diverso, ma comunque interessante, è quello del tipo che rimane fermo in tangenziale, con l’auto in panne, e intasa il traffico per minuti e ore. Può succedere a tutti, certo, ma magari un po’ di colpa ce l’ha, per manutenzione tralasciata o superficiale, al fine di risparmiare qualche Euro. Avrà dei costi, il personaggio, certo, ma quanti ne causa alla collettività in termini di consumi di carburante, inquinamento e ritardi inflitti a centinaia di persone a lui del tutto estranee?

In tanti casi si grava sulla collettività senza avere un autentico bisogno di farlo, più che altro per esercitare la propria mini-furbizia e sentirsene orgogliosi. I costi, poi, si spalmano e nessuno se ne sente responsabile, salvo lamentarsi per i prezzi, osservare che le stagioni sono impazzite e prendersela con il politico di turno.

Essendo il sottoscritto un fanatico dei numeri, mi verrebbe la curiosità di conoscere l’effetto collettivo di questi nano-abusi. Di certo è un calcolo molto complesso e non saprei da cosa cominciare, un po’ come sommare la massa della polvere cosmica e confrontarla con quella delle stelle. Mi piacerebbe verificare se, come nel parallelismo astronomico, alla fine la micro-furbizia è talmente diffusa e ripetuta da sommare un costo paragonabile, o addirittura superiore, a quella macroscopica dei ladri matricolati.

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Nuovo giorno in ufficio

aeroporto

Ormai è una malattia, ma dopo che hai superato la paura della “prima volta” tutto diventa più facile e ogni tanto pubblico una poesia. Anche questa è, a modo suo, autobiografica.

***

Un tema, un compito, una scrivania,

strumenti vecchi e semi-nuovi

per riempire questo spazio-tempo.

La polvere sotto il monitor

e in tutti i recessi, psichici e non:

i sedimenti della vita passata,

scorie attive di tentativi e risultati,

come monotonia solida, umida,

materiale di risulta dell’esperito,

che diventa sostanza da costruzione,

base confortevole e tiepida,

concime di pensieri.

Lunghe ore di varianti infinite,

sintesi meccanica di simile e diverso,

noia creativa, genio ordinario.

La nuova vita, così come il lavoro nuovo,

si edificano sempre sopra i residui,

stratificati e compattati,

dei precedenti.