Scrivere a mano e a tastiera

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L’elettronica e l’informatica hanno fatto passi da gigante negli ultimi decenni, probabilmente lo sviluppo più veloce che la storia della tecnologia umana abbia mai visto, e in tanti non riescono a stare al passo. Non solo molte persone anziane – non tutte per la verità – ma anche tanti giovani stentano a comprendere e apprezzare le nuove tecnologie. Per non parlare dei politici, che, non capendo di cosa si tratta, si buttano avanti sulla base di un sentito dire o di una consulenza nella speranza di ricavarne qualche vantaggio.

E infatti l’altro rischio grosso che possiamo correre è quello di sopravvalutare le reali possibilità di computer, tavolette tattili e affini. Forse proprio l’eccessiva velocità trascina chi si lascia impressionare, e il marketing fa il resto. Per paura di restare indietro prendiamo lo slancio più forte di cui siamo capaci e quindi rischiamo di trovarci avanti, drammaticamente e qualche volta fantozzianamente avanti, come chi si mette un pataccone con uno schermo luminoso al polso e cerca pure di fare in modo da farsi vedere da tutti.

Ma i discorsi in astratto valgono a poco, conviene che arrivi subito al movente di questo mio ragionamento. Da quello che leggo e a meno di smentite o di cattive interpretazioni giornalistiche, a partire dal 2016 nelle scuole finlandesi non si insegnerà più ai bambini a scrivere a mano, ma solo a digitare testi in maniera rapida e efficiente. Mi è sembrata una decisione quantomeno avventata.

I siti specializzati in informatica in cui mi sono imbattuto, in buona parte si schierano entusiasti a favore della decisione. Perché costringere ancora i bimbi a imparare come piegare le dita per tenere nella posizione giusta una bacchetta di plastica o di legno, per farla poi strisciare esattamente con la giusta forza su un fragile foglietto di carta? Soprattutto quando il grosso della comunicazione passa in formato digitale? Il sottoscritto è un appassionato di tecnologia in generale, eppure, paradossalmente, possiede un mai abbastanza represso istinto tradizionalista che, alla lettura della nuova, ha avuto un improvviso sussulto. Prima di mettere da parte come antiquato lo strumento che ha guidato l’evoluzione della civiltà umana negli ultimi millenni ci penserei bene su, e magari aspetterei un po’.

Non è soltanto una questione di memoria storica. Soprattutto i tempi non mi sembrano ancora maturi. Ragionateci: digitare su una tastiera fisica va ancora bene, imparare a farlo velocemente è meglio, ma avete mai provato a scrivere un testo serio sullo schermo di un telefonino o anche su quello di un tablet? E scrivere formule e passaggi matematici con la velocità con cui scorrono nella mente? Insomma il cosiddetto comportamento amichevole dei supporti informatici deve ancora farne di strada, per diventare realmente tale.

Personalmente ho quasi sempre il computer acceso, non ho più un archivio cartaceo ma non riesco a fare a meno del mio quadernone in cui annotare gli appunti correnti e le telefonate che arrivano. Trovo che la carta mi aiuti, in molti casi, a mettere a fuoco le idee meglio di un foglio di calcolo o una pagina di word processor. Poi per mettere in ordine le formule si passa al processore e ai programmi. Sul lavoro e fuori la carta è uno strumento in più: alcuni problemi si affrontano meglio davanti a uno schizzo fatto con la biro, e sono spesso quelli più basilari, dove non vuoi arrivare alla soluzione a tutti i costi, con la fora bruta del calcolo, ma hai bisogno di capire i meccanismi, prima.

Ne ho avuto esperienza proprio oggi: prima tre fogli di formule e schemini, per capire il problema, solo dopo un foglietto Excel per tirare fuori i numeri. Torno a accorgermene ogni volta che butto giù una frase sul quaderno, da meditare più avanti.

Sono convinto che conviveremo ancora a lungo con carte, penne e matite, per quanto i guru dell’informatica possano storcere il naso.

Temo gli araldi della novità all’ultimo grido, che sono pronti a cavalcarla fino alle estreme conseguenze. E fossero sempre spontaneamente fanatici e ubriacati dal marketing, no: il più delle volte hanno il loro bell’interesse a spingere a fondo le decisioni. Purché a pagarne le conseguenze sia sempre qualcun altro. Le si ritrova in ogni problema: c’è la frazione oltransista “pro immigrazione” che fronteggia quella “contro immigrazione” ugualmente totalitaria, una “pro libero mercato” senza se e senza perché e un’altra per “tutto strettamente vincolato” che nemmeno i burocrati leninisti. In ogni settore c’è una corrente iper-tradizionalista che contrasta quella iper-modernista, tutte cieche alle ragioni altrui e convinte di possedere la radice della Verità.

Forse i miei pronipoti rideranno vedendo carta e penna (non i miei nipoti che, per loro fortuna, li usano ogni giorno a scuola e per giocare), e così dimostrerebbero solo una nuova variante d’ignoranza, non comprendendo cosa è possibile fare con qualche grammo di carta e poche gocce d’inchiostro.

Dell’ultimo minuto

 

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Della morte non si parla, di solito. E’ un argomento sgradito perché porta male, o perché fa paura anche solo pensarci. Ma adesso vorrei toccarlo, per cui, se non vi va, fuggite subito lontano. Mi va di parlarne un po’ perché ho appena finito di seguire un breve corso di primo soccorso, che ti spiega insomma a contrastare l’arrivo dello “ultimo nemico”, o almeno a provare a procrastinarlo fino all’arrivo di combattenti migliori e più qualificati. Ma proprio quando ti scontri con una cosa, è lì che te la trovi davanti: devi conoscere il tuo nemico. Un po’ perché la vedo sempre come un modo di mettere in prospettiva le cose. Insomma, è una bella consolazione sapere di non essere eterni, no? Rende relative tutte le responsabilità e a termine tutti gli impegni. E non mi trovo in depressione, si badi bene, anzi è un periodo in cui sono particolarmente attivo e ben disposto verso il prossimo.

Normalmente la morte è un argomento che si tocca di sfuggita, con l’ansia di passare oltre, e chiudendolo in fretta con una battuta. L’idea della morte la esorcizziamo con una risata e in più la circondiamo di una serie di distrazioni, che servono a ingannare la mente: attività connesse al decesso di qualcuno ma, di fatto, legate a altri: le esequie da organizzare e da giudicare, il lutto esteriore e quello interiore, l’eredità e tutte le questioni annesse e connesse. La morte, in tutte le civiltà, è sempre circondata da riti e forme che ne attenuino l’impatto emotivo. Fateci caso, non si dice quasi mai che qualcuno “è morto”, sembra di cattivo gusto, usiamo parafrasi o metafore “è scomparso” (roba da Chi l’ha Visto), “ci ha lasciato” (gli stavamo antipatici?), “se n’è andato” (in vacanza?).

La maggior parte delle persone con cui ho affrontato il tema con un minimo in più di concretezza – non molte in effetti – si augurano di morire nel sonno, addormentarsi una sera e non svegliarsi più. Lo dico subito, non sono d’accordo. Anzi, è proprio questo il tema principale del post. Secondo me la propria morte è un momento troppo importante della vita per perderselo.

Mi spiego. Quello che temo, come tutti, è la sofferenza e spero che, fino all’ultimo momento, me ne sia risparmiata una dose eccessiva. Mi auguro che la morte, quando sarà il momento, mi raggiunga rapidamente, senza dolori non gestibili. Ma spero anche di accorgermene, di rendermene conto, per avere il tempo necessario all’ultimo resoconto e poi a qualche secondo di silenziosa attesa.

Non è un pensiero nuovo, è una riflessione che mi porto dietro ormai da anni. E lo spiego meglio. Non si tratta di rivedere tutta la propria vita come in un film, topos comune e ormai logoro di aneddoti e film, e forse neppure di pentirsi del male fatto, o piuttosto del bene non fatto che, direi, è il fardello più ingombrante. Neanche la curiosità di sapere cosa c’è dopo. No, non questo, o meglio non fondamentalmente. Si tratta soltanto di non saltare un appuntamento importante con se stessi. Sarebbe come non presentarsi a un appuntamento di lavoro importante per paura di fallire, ma moltiplicato per almeno centomila volte. Più ancora, sarebbe come privarsi, per vigliaccheria, di una delle esperienze fondamentali della vita: non posso ricordarmi di quando sono nato, del momento in cui sono uscito da mia madre, e nemmeno dei primi periodi della mia vita, eccezionale tempo della raccolta delle esperienze fondamentali, in cui il cervello si forma tramite esperienze che sono tutte, nessuna esclusa, nuove e sorprendenti. Voglio almeno accorgermi e sperimentare l’ultimo momento e capire com’è.

Fondamentale curiosità, infine, e speranza di sperimentare la vita fino all’ultimo istante. Ma quale potrebbe essere, insomma, la morte ideale? Ho almeno due idee.

Una è in un aeroplano, in improvvisa e irrefrenabile picchiata verticale verso il suolo. Assetto in cui, chiaramente, non l’avrei messo io e magari neppure qualche terrorista. Tralasciamo la presenza a bordo di altre persone, che chiaramente non mi auguro ma che sarebbero razionalmente inevitabili, a meno di diventare pilota o immaginare improbabili telecomandi: teniamo a mente che non mi voglio suicidare. Si tratta di un’immagine ideale, insomma, non della prefigurazione di un evento reale. Torniamo a quegli ultimi istanti: pochi secondi con se stesso, prima dell’impatto col suolo che vedo rapidamente avvicinarsi dal parabrezza. Poco tempo per terrorizzarsi ma abbastanza per rendersi conto di quello che sta accadendo.

L’altra ipotesi è molto più confortevole e forse preferibile. Sono a casa, una mia confortevole dimora futura. La sento arrivare con pochi minuti di anticipo, e allora ho il tempo di prepararmi a riceverla come si deve: rapido rassetto degli abiti, due dita di whisky in un bicchiere, non da buttare giù ma da sorseggiare con calma, lentamente, seduto sulla poltrona più comoda del mio salotto, a far scorrere gli ultimi secondi e ragionare con se stessi e la nuova venuta.

Insomma, a meno di cambiare idea nel corso degli anni, man mano che la probabilità dell’evento andrà crescendo, cosa in se possibile ma non strettamente probabile, dico che quando morirò, quando mi troverò a vivere il mio ultimo minuto, vorrei tanto esserci. Lucido, presente e tranquillo.

Pazientare e aspettare

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Aspettare è uno stato naturale dell’essere umano. Ogni giorno aspettiamo per qualcosa.

Già l’uomo preistorico aspettava: la preda al varco, che il pesce si decidesse ad abboccare all’amo, che il raccolto fosse pronto. Ma mi sembra che la “civiltà” in cui viviamo abbia aumentato gli argomenti dell’attesa e le cause che forzano i singoli a aspettare.

Facciamo la fila a uno sportello. Passiamo ore nel traffico della tangenziale. Facciamo anticamera dal dottore o dal capo.

Attese new-economy: che il computer ci restituisca il dato, che il sito si carichi, che l’individuo all’altro capo della chat risponda al messaggio. Che il call-center ci faccia parlare con qualcuno di competente invece che tentare di capire le indicazioni di una voce automatica o ascoltare una noiosa musichetta.

Ma anche, aspettiamo il “vero amore”, l’eredità del nonno vegliardo, la buona occasione, che si liberi quel posto in ufficio che mi piace tanto.

Aspettiamo che sia passata la crisi, che il governo decida quando andremo a votare e con che legge, che il sindacato faccia valere i diritti veri o presunti.

Mi sto convincendo che aspettare, superata una certa soglia fisiologica, peraltro piuttosto bassa, sia uno dei peggiori errori della vita. Non pazientare, si badi bene, ma aspettare. Pazientare vuol dire attendere i frutti di quello che si è seminato, dare il tempo alle cose e alle persone di maturare, lasciare che i processi avviati facciano il loro corso. La pazienza è lo spazio che segue un lavoro fatto, quando il suo frutto, per la natura stessa delle cose, non può essere ottenuto immediatamente. E raramente è un tempo vuoto: oltre al riposo, di solito si riempie di altre attività, eventi contingenti e nuovi progetti. Aspettare significa invece rimanere al margine, attendere che qualcosa accada, dipendere da qualcuno o qualcosa, aver perso il controllo del proprio tempo e quindi, in definitiva, della propria vita.

Come si finisce per aspettare? Qualche volta per colpa propria: pigrizia, delusioni da aspettative eccessive. Ci sono limiti caratteriali, errori educativi, batoste subite e mai superate a rendere una persona poco combattiva, attendista a oltranza, sprecona di giorni. Anche l’abitudine alla pappa pronta, la scarsa propensione a soffrire per ottenere qualcosa, l’abitudine alla via più facile, l’accontentarsi dell’immediato rinunciando a godere. Perdere la gallina domani anche se l’uovo è solamente un avanzo di quello di ieri. Qualche volta prevalgono o si uniscono le colpe sociali: è lo stato di tanti cassintegrati o pre-pensionati a forza, o disoccupati cronici che hanno anche smesso di cercare un lavoro.

Un po’ alla volta la psiche si abitua a questo stato di attesa perenne. E’ come bambagia vecchia, relativamente comoda se ci si sforza di non far caso a quanto puzza. Un’attenuazione auto-indotta dei sensi e dell’intelletto per far scorrere il tempo senza accorgersene troppo. Uno sforzo per non soffrire ottenuto abbassando di grado in grado la sensibilità al dolore. Si tratta di una sorta di muta depressione, un trascinare i minuti e gli anni finché anche la tenue speranza che qualcosa – qualsiasi cosa – avvenga, si spegne in un cupo silenzio.

Il tempo-uomo sprecato è un altro parametro che il PIL non misura. Ne è influenzato, certo, ma indirettamente, perché non tutte le attività umane, appunto, danno frutto immediato, e non tutte quelle proficue lo sono in termini economici. E poi le persone tranquille non creano problemi: non producono gran che ricchezza, forse, ma almeno non danno guai. Ma uno stato, o meglio un’organizzazione sociale nelle sue varie forme – governo, religione, famiglia, scuola – che a parole elogia l’intraprendenza e il successo ma di fatto induce e educa tanti suoi membri all’inattività indotta – non forzata in senso stretto ma indotta – si sobbarca di una perdita enorme e non misurabile.