Una passeggiata a Capua

E’ da un po’ che mi è presa la mania della fotografia. Nel fine settimana “giro” sempre con una fotocamera compatta in tasca o nella tracolla, perché scattare con il cellulare non mi soddisfa. Usare la reflex, invece, è una vera e propria soddisfazione Se trovo uno scorcio, un angolo o un dettaglio che mi incuriosiscono mi piace essere pronto a fermarli. Trovo che sia un modo per imparare a guardare con più attenzione.

Ormai da mesi impiego solo fotografie mie per i post e penso che sia arrivato il momento per un articolo solo fotografico: istantanee da una passeggiata a Capua, con gli intrecci fra resti di epoche diverse come tema conduttore.

Annunci

A proposito di Brexit (a posteriori)

Web_DSC00461_pietre-antiche-incorporate

Il Latino ha unito l’Europa assai prima dell’UE (foto da Capua)

Brexit secondo me: ne parlo “a posteriori” perché non avevo nessuna intenzione o velleità di influenzare nessuno e neppure mi sentivo in grado di fare pronostici. Ho voglia di parlarne ora riguardo a effetti e sensazioni.

Fondamentalmente sono europeista. Da quando è stato inventato l’aeroplano i confini hanno perso gran parte del loro senso e Internet ha proseguito la strada in questo senso: libertà di movimento per uomini e merci e regole comuni e condivise sono nello stato delle cose. Tuttavia penso che la UE, così com’è, vada riformata, e il referendum britannico si somma ai tanti segnali di insoddisfazione dei cittadini e alle dimostrazioni di vera e propria inefficienza: è il caso della crisi greca e della gestione dell’immigrazione, solo per fare due esempi recenti.

Troppa enfasi su finanza e banche trascurando l’integrazione sociale, culturale e – lasciatemelo dire – militare, ovvero, in sintesi, politica. Acceleratore troppo premuto sull’ingresso di nuovi stati chiudendo un occhio (e anche un altro mezzo) sulle condizioni economiche e sociali. Operazione moneta unica condotta in modo troppo veloce. Il tutto guidato dall’asse franco-tedesco in base alle proprie esigenze. E penso di essermi dimenticato qualcosa.

Devo però dire che, in un certo senso, speravo che il referendum vincesse, semplicemente perché era il risultato che avrebbe dato gli esiti più interessanti. Si tratta della condizione che impone e forza il cambiamento con meno margini per la diplomazia al ribasso. Per un appassionato di storia come il sottoscritto è una situazione che oserei definire entusiasmante, perché il Brexit è uno degli eventi che fanno la storia.

Non ritengo tuttavia che, alla fine, gli esiti saranno così tragici come dalle previsioni fatte circolare nei giorni scorsi e che, diciamocelo, erano in buona parte un tentativo di terrorizzare l’elettorato britannico. Ma si sa, francesi, tedeschi e britannici sono molto meno impressionabili degli italiani, in primo luogo perché nutrono fiducia nella propria unità nazionale, concetto che “noi” stentiamo anche solo a capire.

Alla fine l’economia, come tutti i sistemi umani, è dotata di tanti pesi e contrappesi e, soprattutto, di meccanismi di smorzamento che rendono improbabili gli esiti estremi. A nessuno conviene un completo tracollo britannico e neppure è pensabile troncare di colpo e definitivamente rapporti commerciali e finanziati consolidati. Nemmeno è auspicabile, da parte di nessuno, che le centinaia di migliaia di lavoratori comunitari che operano in Gran Bretagna, spesso in posizioni di alto profilo, siano costretti da un giorno all’altro a “tornarsene a casa loro”.

Si passerà senza dubbio attraverso un periodo di instabilità e incertezze, mentre accordi specifici verranno discussi e firmati sui vari aspetti delle relazioni economiche, politiche e di frontiera con la gran nazione ex-UE fino ad arrivare a un nuovo equilibrio anch’esso, ovviamente , provvisorio.

Di contro, l’UE dovrà interrogarsi su come riformarsi in fretta, per evitare di crollare come un castello di carte – e magari, come questo, facendo ben poco rumore.

Un futuro insolito

13323790_10207948037957505_7998547245230242778_o

Lo scorso fine settimana si è chiuso, a Napoli, il Maggio dei Monumenti, con una sfilata storica rievocativa dell’ingresso a Napoli, nel 1734, del primo re Borbone: quel Carlo che, diversi anni dopo, sarebbe diventato Carlo III di Spagna. Manifestazione coinvolgente, ai trecento anni dalla nascita del sovrano, anche se dalla coerenza storica molto discutibile, a cominciare da un re molto più avvenente di quanto ci raccontano le cronache e seguendo con abbigliamento dei figuranti… non del tutto settecentesco. Seguendo il tutto e lo spettacolo conclusivo, in Piazza del Plebiscito, mi è venuto in mente un abbozzo di racconto di “storia alternativa”. Sconclusionato com’è, ve ne faccio dono. Non rubatelo eh!

***

La “Re Carlo” si avvicinava lentamente. Quando si approccia un asteroide non si può mai essere certi di cosa si troverà e, anche se i rilievi dei droni di prospezione erano positivi, una sorpresa era sempre possibile. Una frattura al momento del primo contatto da cui si rilascia un getto di gas, ad esempio. Bisognava essere prudenti.

Il braccio meccanico toccò la superficie sollevando una nuvoletta di polvere e detriti che subitosi disperse nel vuoto cosmico, poi il trapano entrò in funzione. Per fortuna trovò roccia compatta, come atteso, e l’arpione potè fare presa e far approdare saldamente l’astronave all’asteroide. Il primo passo era fatto. Ora bisognava procedere alla presa di possesso formale.

Un braccio meccanico pianto la bandiera bianca con lo stemma borbonico sulla superficie del corpo celeste, mentre il comandante della missione inviava via radio, su tutte le frequenze di comunicazione internazionale, il comunicato di rito: “In nome di Sua Altezza il re Ferdinando VII e del popolo del Regno di Napoli e di Spagna, prendo possesso di questo astro, dandogli il nome di Asteroide Maria Isabella”.

Ferdinando Cuomo, il comandante, spense la radio e tirò un sospiro di sollievo. Slacciò la cintura di sicurezze e allungò le braccia lasciandosi sollevare senza peso dal sedile di comando missione. Si massaggiò la faccia e sentì la stanchezza della giornata cascargli addosso come una coperta di sonno. Il più era fatto, per oggi. Si era guadagnato una decorazione, i complimenti sarebbero arrivati tra qualche ora, dopo che il messaggio, viaggiando alla velocità della luce, avesse attraversato il Sistema Solare e raggiunto Napoli, e dopo che la risposta fosse tornata all’astronave facendo il percorso inverso. Poteva concedersi qualche ora di riposo, ma presto cominciava il lavoro vero. C’era da iniziare le prospezioni mineralogiche, sperando che quel gran masso nel cosmo fosse davvero ricco come si sperava. La politica si combatteva anche laggiù, dove il Regno di Napoli tentava di conquistare il suo spazio mercantile interplanetario tra contendenti possenti come gli Stati Uniti d’America e Messico e la Repubblica Popolare di Cina e India.

A proposito di Mussolini

LibriMussolini

So che è sostanzialmente inutile, ma vorrei sottolineare alcune sviste della propaganda vetero-fascista che ogni tanto rinasce sui siti sociali. Ovviamente ci sono gruppi e singoli che s’impegnano alla grande per diffondere il nuovo verbo che poi nuovo non è e fanno leva sul senso d’insicurezza dei singoli, sulla speranza di una soluzione semplice che doni la “tranquillità” alle “persone comuni” (entrambe espressioni su cui ci sarebbe molto da approfondire), ma soprattutto sfruttano la diffusa ignoranza storica, loro e altrui. Ma così facendo si rischia di additare come soluzione un male peggiore che non cura niente. Non volendomi dilungare, ecco un piccolo elenco di “abbagli” che la propaganda sub-mediatica tenta di diffondere ma che, secondo me, saltano agli occhi

***

Abbaglio: “Con Mussolini l’Italia è stata grande”.

Spiegazione: la propaganda l’ha illusa di essere tale. Qualcuno disdegna i TG odierni eppure crede con fede ai cinegiornali del ventennio! La politica fascista ha impedito una vera crescita industriale, perché garantiva i guadagni agli industriali nazionali con l’autarchia e una politica “consociativa”, che si può definire di “scambio di favori”. E gli industriali, infatti, lo sostenevano senza eccezione. Gli esiti della guerra dimostrano quanto eravamo indietro rispetto alle vere potenze mondiali. E le colonie… Se quelle erano grandezza…

***

Abbaglio: “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

Spiegazione: ha fatto cose che ogni governo decente avrebbe fatto, in termini di opere pubbliche e stato sociale, e le ha fatto meno e peggio di quanto un governo democratico avrebbe potuto fare: vedi quello che avveniva in Francia e Inghilterra. Ha concesso qualche miglioramento di politica del lavoro proibendo nel contempo lo sciopero, scelta molto gradita agli stessi industriali, Ha represso con violenza ogni dissenso. La guerra che ha letteralmente distrutto il Paese non è stata un incidente o un effetto di “cattivi consiglieri”, ma un fine chiaro di tutto il fascismo e di Mussolini personalmente.

***

Abbaglio: “Mussolini era così onesto che è morto povero”.

Spiegazione: in effetti non era un ladro. Un assassino, megalomane e falsario si, e a voi giudicare cosa fosse peggio. Ma soprattutto era assetato di potere, e per questo ha lasciato il campo libero a ladri, truffatori e approfittatori degni delle tangentopoli attuali. Diversi storici sottolineano come non volesse collaboratori in gamba attorno, per paura che lo criticassero e fossero tentati di scavalcarlo. Voleva tutto il potere per se e si circondò di personaggi mediocri e arrivisti, allontanando gestori in gamba come Balbo. In pratica non rubò in prima persona, ma lasciò rubare, appropriare e mal gestire con ben poco freno.

***

Piccola nota a termine di questo breve elenco: so che non farò cambiare idea a nessuno. Chi spera nell’ “uomo forte” continuerà a farlo. Prendetelo solo come una sorta di sfogo o presa di posizione personale. Suggerisco due letture, per chi vuole cominciare un approfondimento, riprodotte nella foto in testa: il breve saggio storico “A proposito di Mussolini”, di Mack Smith a cui ho preso in prestito il titolo, e “Il dito dell’anarchico”, la storia, raccontata come un romanzo dal Lorenzo Del Boca, del velleitario attentato a Mussolini da parte dell’anarchico Gino Lucetti, descrivendo al contempo società e piccolezze del regime.

Un giorno d’ordinaria follia del 1904

Articolo-carabiniere-pazzo-1904Forse non tutti sanno che il mio vero hobby è la storia aeronautica, in particolare quella del Sud Italia, argomento negletto e trascurato al punto da indurre i giovani ingegneri di queste parti a dire che “qua non si è fatto mai niente”, come un branco di leghisti ignoranti.

Internet è strumento principe per le mie ricerche, con tutte le attenzioni del caso. Una fonte che amo molto è l’archivio storico del quotidiano La Stampa di Torino, l’unico italiano, che io sappia, a mettere a disposizione in rete tutti i numeri storici. Opera meritoria che mi augurerei fosse imitata da altri.

Leggere i giornali di tanti anni fa significa fare un tuffo nella mentalità dell’epoca. Tra le frasi scritte per narrare la cronaca si afferrano il modo di pensare, la morale corrente e la maniera comune di intendere il rapporto con se stessi, il prossimo, la società.

Una cosa che mi colpisce dei quotidiani d’epoca è la quantità di fatti di sangue e di violenza, ed anche la leggerezza con cui vengono raccontati. Direi che non fanno invidia alla cronaca odierna, anzi. Cercando dati su Giuseppe Arciprete, un militare, aerostatiere e promotore del volo napoletano, mi sono imbattuto nella storia di un carabiniere “improvvisamente” impazzito.

L’articolo compare nel numero del 23 giugno 1904. Lo riporto qua di lato, nel caso che qualcuno sia interessato a leggere i dettagli, che secondo me sono interessanti. Cosa mi sorprende della storia? Che è il più classico esempio di giorno di ordinaria follia, covato chissà quanto a lungo, incredibilmente simile a storie che ci arrivano oggi dagli USA e da altri posti, ma calato nell’atmosfera, che ci illudiamo di pensare tranquilla, della Bordighera di inizio ‘900. Ma mi colpisce anche se la sensibilità dell’epoca, che non prova nemmeno a chiedersi quali possano essere le cause. Il folle, nel più classico dei clichet, senza alcun preavviso si arma fino ai denti, si asserraglia e, dalle finestre del piano alto della caserma, spara su tutto e tutti, tra l’altro con precisione di mira sorprendente. Le morti si susseguono e sono elencate dal giornalista quasi con freddezza, come un qualsiasi dettaglio di cronaca: si nota di più che il giovane nobile conduceva una “vita elegantissima”, dettaglio d’interesse per i lettori. Anche l’intervento è condotto con criteri diversi da quelli che considereremmo oggi normali, qui da noi: raffiche di fuoco dall’esterno, ripetute. Poi un’irruzione allo sbaraglio, che infatti fallisce lasciando un altro morto al suolo. Infine l’idea “risolutiva” di dare fuoco a tutto, con l’attenzione di chiamare i pompieri per cercare di tenere sotto controllo l’incendio. Il folle muore, ustionato e crivellato di proiettili, e la vicenda si chiude con una specie di tutto è bene quel che finisce bene.

La storia non finisce qui: alcuni giorni dopo un trafiletto avvisa che un’altra delle persone ferite dal carabiniere è morta.

Nella stessa pagina, altri fatti di sangue e violenza frammisti a storie di diverso tenore. Ecco i titoli: “Una corriera assalita da briganti in Sicilia” non siamo più in piena epoca di brigantaggio, ma a quanto pare non erano del tutto estinti, “Un soldato che parte da Torino per uccidere l’amante a Pavia”, Femminicidio! Il soldato, che poi si è suicidato, aveva appena 21 anni, la ragazza 21904-NotiziaAgrarie4. “La disgraziata fine di un ingegnere torinese”, precipitato nel vuoto mentre si teneva in bilico su un asse, per fare i rilievi di una nuova installazione elettrica. “Una infanticida, la sua assolutoria”, una ragazza, in tribunale, cerca di discolparsi della terribile accusa. E poi ancora: “Una barca-torpediniera colata a picco presso Taranto”, con un marinaio scomparso, e “Un fratello che accoltella il fratello”, ma dove andremo a finire! Forse anche ai nostri antenati piaceva leggere storie di lacrime e sangue, in fin dei conti.

Altro aspetto di costume, stavolta più simpatico: la “sintesi delle notizie agrarie” (il ritaglio è, per la precisione, di un diverso numero dello stesso quotidiano). A quanto pare, in un’Italia ancora in gran parte contadina, anche gli abitanti delle grandi città ritenevano fondamentale, per il loro benessere e sussistenza, lo stato dei campi coltivati.

Quanti tipi di clave

Savoia Marchetti S.79

Clave volanti di molti anni fa

Tutto quello che si è evoluto, in diecimila anni, è stata la specifica tecnica della clava.

Una volta c’era solo quella di legno o d’osso ed il suo uso era semplice ed univoco: moltiplicava la forza del braccio di chi la stringeva e nulla di più. Poi la clava è diventata multiforme, sono venute quelle di rame, bronzo e ferro, quelle da punta e da taglio, da lancio e d’assalto, d’assedio e da contrassedio.

Ma non bastava, la clava ha assunto forza autonoma, la sua potenza diventa indipendente dai muscoli di chi la brandisce e si è moltiplicata a dismisura. La clava si è specializzata per finalità ed impiego, così sono venute le clave da mare e da terra, le clave esplosive, perforanti e traccianti, le clave a frammentazione e quelle a grappolo.

Oggi ne abbiamo una vasta scelta, ci sono clave “sporche” e clave cosiddette intelligenti, o “smart” per chi mastica l’inglese. Ci sono clave di piccolo e grande calibro, portatili e campali, clave volanti, chimiche, nucleari, batteriologiche.

Parallelamente è cresciuta la vasta famiglia delle clave che non agiscono direttamente sul fisico: clave politiche e religiose, fiscali, poliziesche e giuridiche, civili e penali, psicologiche, sociologiche e dottrinarie, tutte quasi sempre nelle mani del più forte.

Più moderna è la clava mediatica, ma, per completare l’opera, abbiamo inventato le clave finanziarie e virtuali. Le clave volano nella rete informatica come un tempo nelle savane preistoriche. Ma sempre di clave si tratta, risolvono i problemi nel solito modo, rendono forte chi le brandisce e guai a chi ci capita sotto!

Ricorrenze nuove e vecchie

Sfollati nel milanese

Oggi, come tutti sanno, è l’anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle di New York. Commemoratori e complottisti si scatenano di nuovo, su fronti opposti e su organi d’informazione nuovi e vecchi. A me però interessa di più l’anniversario, da poco passato, dell’8 settembre, ovvero l’armistizio (o resa) del 1943.

Quando ne accenno in giro mi accorgo che non sono poi tantissimi quelli che ne sanno qualcosa ed è un male, perché è un nodo cruciale, secondo me, della nostra storia recente e, a quasi settant’anni di distanza, ancora ne scontiamo le conseguenze. Da quel momento è stato difficile parlare di patria e di bandiera, qui da noi, senza scadere nel ridicolo o essere bollati di nostalgie fasciste.

Scugnizzi in armi

Non voglio assolutamente dire che l’Italia, ridotta allo stremo, dovesse continuare l’assurda guerra voluta dal regime. Non ho neanche intenzione di fare un’approfondita disamina storica degli eventi: non è questa la sede ne io sono la persona adatta. Voglio solo ricordare che, a seguito della resa incondizionata (perché questo chiesero e necessariamente ottennero gli “alleati”) ed alle successive scelte della famiglia Savoia e del governo Basoglio, il Paese si ritrovò non solo diviso in due dal fronte, ma sottoposto ai tedeschi al nord ed agli anglo-americani al sud, con l’esercito che, privo di ordini, si era quasi interamente disgregato, privo di istituzioni di riferimento che facessero sentire la propria voce, campo di battaglia per eserciti e fazioni opposte. Senza che la guerra, i combattimenti, le rappresaglie, i bombardamenti e le privazioni avessero termine.

Credo che in quei giorni, nonostante l’impegno meritorio ma minoritario dei partigiani e di una piccola parte delle forze armate, che rimasero al loro posto (mi si lasci dire soprattutto al Sud), molti italiani abbiano cominciato a sentirsi un po’ meno un popolo ed un po’ più un’espressione geografica. La colpa? La retorica nazionalista dei fascisti, una guerra di molte volte troppo grande per noi e le scelte superficiali (e vili) di chi aveva nelle mani la responsabilità del Paese.

Piccole ali italiane

Triplano Caproni Pensuti

Fu negli anni ’20 dello scorso secolo che i progettisti aeronautici si posero per la prima volta il problema di estendere il mercato degli aeroplani, cercando il modo di realizzare macchine che fossero economiche e facili da pilotare ed adatte, per questo, a piloti poco esperti. C’era il sogno di diffondere il volo nell’ambito civile e sportivo e c’era perfino chi sperava in un’espansione paragonabile a quella del mercato delle automobili; speranze che, in aeronautica, non si sarebbero mai avverate.

In Italia il primo tentativo in questo senso si può far risalire al concorso bandito nel 1920 dalla Lega Aerea Nazionale, per un “monoposto sportivo per allenamento economico”. I requisiti sono tanto stringenti, in termini di dimensioni e costi, da suggerire macchine in miniatura. Tuttavia risultò tagliato su misura per alcuni progetti già esistenti.

Siamo infatti in piena guerra mondiale, la prima, quando Pensuti, progettista della Caproni, realizza il suo minuscolo triplano monoposto. L’idea è di fornire le fanterie di un mezzo da ricognizione semplice da trasportare e facile da utilizzare. Il collaudatore della Caproni concepisce un aeroplanino che è all’opposto dei bombardieri per cui è diventata famosa l’azienda per cui lavora: appena quattro metri di apertura alare ed un abitacolo monoposto. Le tre ali, ben spaziate fra loro, e le ruote del carrello con carreggiata amplissima (in proporzione) lo rendono facilmente distinguibile. Un piccolo motore Anzani da una trentina di cavalli è tutto ciò di cui ha bisogno per sollevarsi da terra.

Triplano Ricci 6

Il secondo contendente nasce a Napoli nello stesso 1918, per la precisione fa il primo volo a Bagnoli, ed è un altro triplano, ed è anch’esso uno strano figlio delle fasi finali della Grande Guerra. E’ il Ricci 6, di apertura alare ancora più piccola del Pensuti: appena 3.5 metri, ed ugualmente minimalista. Nasce dall’inventiva di Ettore ed Umberto Ricci, pionieri del volo fin dal 1904 che hanno stabilito la loro attività a Napoli. Il motore è ancora un Anzani, leggermente più potente di quello del suo contendente.

Il vincitore del concorso sarà infatti un’altra macchina ugualmente minimalista, ma un po’ più moderna nella concezione: il piccolo biplano Macchi M.16, costruito in legno, anche questo un monoposto che sembra più un giocattolo che uno strumento per volare. L’apertura alare è appena più grande: circa 6 metri, tipo e potenza del motore simili a quelle dei suoi contendenti. Sarà però l’unico modello del trio ad essere prodotto, seppure in poche decine di esemplari. Qualcuno, convertito in idrovolante, passerò addirittura l’Atlantico, per fare prove per conto della marina statunitense!

Macchi M.16 non ancora intelato

Negli anni seguenti, i fratelli Ricci svilupparono nuovi progetti e tentarono ancora di proporre il loro aeroplanino in versione aggiornata, ma l’effimera era dei triplani era di fatto finita con la Grande Guerra e con le leggende dei “temerari sulle macchine volanti”. Una copia dell’R.6 è esposta al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica di Milano.

Altri post di storia aeronautica sul mio blog dedicato:Fremma Uno”.

Un napoletano del ‘700

Tiberio CavalloPioniere del volo, Tiberio Cavallo visse a Londra per gran parte della vita, vi produsse tutti i suoi lavori scientifici e vi morì. Fu membro della Royal Society e precursore dell’uso dell’idrogeno per il volo umano. Fece esperimenti con vesciche di animali gonfiate, prima ancora del famoso volo dei fratelli Mongolfier con un pallone ad aria calda, ma non potè procedere verso obiettivi più ambiziosi non riuscendo a trovare un materiale che fosse al tempo stesso leggero ed impermeabile al gas.

Con lucido approccio scientifico, comprese che la propulsione dell’aerostato non si poteva ottenere con vele o mezzi analoghi ma richiedeva sistemi attivi.

Citato nel libro “Ad Astra, pionieri napoletani del volo”, è ricordato anche per le innovative ricerche sull’elettricità.