Mi scappa un haiku

Mi è venuta di recente la febbre per gli “haiku”, per l’essenzialità e per lo sforzo di sintesi che questa forma poetica impone. Esercizio non da poco, soprattutto in un’epoca come questa, in cui dilungarsi nel parlare esprimendo pochi contenuti ma colpendo l’emotività facile o i bassi istinti è diventato dimostrazione di qualità oratoria. Ho mantenuto il vincolo di trattare temi naturali, collegandoli allo spirito umano e al passaggio delle stagioni, ma virandone l’idea a modo mio, in un mondo in troppa parte artificiale. Eccone una piccola selezione. Spero che mi scuseranno i puristi se la forma non è rigorosa come dovrebbe, tutti per lo scarso valore artistico.

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Haiku per tutte le Terre dei Fuochi

Corri, nube, lontano,

Nel vento puro,

Dal triste fumo nero.

Giardino d’aprile

Odo ronzii lievi:

Rinasce l’incoscienza

Tutt’intorno a noi.

Pigrizia d’agosto

Una mosca al sole

Traccia linee impreviste:

Geometra del caos!

Novembre 2019

Avvolge il mondo

La lenta pioggia fredda,

Strato a strato: e me.

Nuovi habitat

Vira il gabbiano,

Agile, al mare nuovo

D’ondosi rifiuti.

Funerale nel 2039

Si trovarono tutti davanti alla bara grigia e lucida, parenti, amici e conoscenti: molte persone, come succede sempre quando si dice addio a una persona molto buona o – come in questo caso – molto ricca. Il cimitero era bello e arioso, sembrava un campo di gioco puntellato da croci e lapidi lontane.

L’officiante lesse alcuni versetti della Bibbia e benedisse la salma, poi lasciò la parola a parenti e amici per la commemorazioni. I brevi discorsi si susseguirono, mescolando toni d’elogio e di commozione. Poi il piccolo podio fu portato via e tutti indossarono gli occhiali scuri. A chi non li aveva di propri ne furono consegnati un paio da un addetto delle pompe funebri.

Una campana annunciò l’inizio del conto alla rovescia: dieci, nove, otto… allo zero, con un improvviso boato e un bagliore bianco accecante, il feretro s’innalzò verso l’alto, spinto da un razzo a propulsione ionica. Per pochi secondi il vento prodotto dal reattore sollevò polvere e spazzò quel pezzo del cimitero e la folla raccolta per le esequie.

Tutti guardarono il piccolo missile tozzo innalzarsi nel cielo quasi perfettamente limpido. Nel silenzio che tornò, mentre il feretro diventava un puntino seguito da una sottile scia bianca nello sfondo profondo dell’azzurro, si sentirono solo i singhiozzi della vedova: sotto gli occhiali neri stava piangendo. Tutti, ordinatamente, a turno, le si avvicinarono per le ultime condoglianze, incombenza inevitabile prima di andare via.

Qualche ora dopo, i parenti stretti avrebbero ricevuto l’avviso che la bara, in titanio e fibra di carbonio, aveva raggiunto il cimitero in orbita geostazionaria e si era aggregata ad esso. Lì sarebbe rimasta, come da progetto, per migliaia di anni.