Poesia d’amore da scrivania

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Disegni di luce sul muro di casa, al  mattino

Il giorno procede lento,

Quanto dura?

Solca minuti di silenzio

E ore di parole scarse di senso.

Come goccia sfreccia ogni secondo.

M’invento impegni che non prendo,

Creo movimenti per ingannare l’intelletto,

Annegare i malesseri

E mantenere l’equilibrio su un piede.

Mi manca la tua ansia, il tuo scontento,

La pazienza con cui navighi fra tutto.

Accettami ancora, come già hai fatto!

Come hai promesso in silenzio

E ripetuto a piena voce

E ancora ripeti con lo sguardo

Ogni mattina e ogni tramonto.

Mandami un saluto di speranza, per l’altra sponda.

Perché questo è un transito, cara, tu lo sai,

Per quel che capiremo assieme,

Giorno dopo giorno, di minuto in minuto,

Vita dopo vita, in avanti.

Se di te non c’è traccia, qui fuori,

Dentro ti porto come un solco, una presenza.

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Capri espiatori di cemento

Ogni città ha il suo quartiere degradato e anonimo a cui dare la colpa di tutti i mali.

A Caivano si chiama Parco Verde, a Napoli Scampia, entrambi tristemente noti per atti di violenza efferati e criminalità. Non conosco i nomi di quelli presenti in altre città ma credo che ne esistano molti altri casi.

Spesso si tratta di luoghi creati ad arte, in altri casi sono finti recuperi di aree spopolate. A parole lo scopo è nobile: dare una casa a persone che non ne avevano, riqualificare una zona e realizzare “quartieri modello” in base ai più recenti prodotti della scienza sociologica. In pratica sono un ghetto dove mettere “gente difficile da collocare” che altrimenti potrebbe occupare case e dare fastidio ai quartieri-bene. In ogni caso si sceglie una zona dove ci sia poca gente in grado di protestare o di pretendere una gestione chiara di appalti e progetti, in pratica zone che già soffrono di problemi economici e sociali, ovvero proprio i meno adatti a operazioni in grande stile di quel tipo.

Questi nuovi quartieri non si integrano col preesistente. Sono diversi già come costruzione perché lascati alla fantasia degli architetti o al guadagno dei palazzinari. Già la sola estetica li stacca fisicamente dall’agglomerato a cui dovrebbero aggiungersi: sono enormi e diversi e anonimi. Spesso si aggiungono distanza fisica e barriere visibili a marcare il distacco e rendere palese la bugia della “integrazione”. L’assenza di servizi è la conseguenza delle premesse: trasferite più o meno volontariamente le persone, finito l’affare per i costruttori, spenti i riflettori pubblicitari per architetti e politici, i giornalisti vanno via e il nuovo “quartiere modello” cessa di avere interesse. Il degrado comincia il giorno dopo l’inaugurazione.

Questi luoghi degradano come bubboni, ammalando chi ci abita e diffondendo l’infezione al tessuto circostante. Cresce in essi l’abusivismo e la criminalità. Le persone dello stesso pianerottolo non si conoscono, hanno origini divere e spesso hanno paura di scambiare anche solo il saluto.

Ma i quartieri ghetto funzionano anche come capro espiatorio, come sopra accennato. La gente del posto li sente come una forzatura, un’imposizione, e gli attribuisce tutto il male che vede attorno, anche quello che non c’entra nulla, esisteva da prima o si sviluppa per ben altre cause. In conclusione anche il tessuto sociale preesistente ne viene lesionato, perché ognuno è stimolato a difendere il proprio particolare, ovvero la casa e la famiglia. Prevalgono gli istinti di chiusura e protezione.

Il peggiore razzismo che ho visto nella mia vita non è quello contro i neri o gli ebrei o gli omosessuali o altre divisioni più o meno arbitrarie della specie umana ma quello contro gli abitanti dei “quartieri ghetto”. Con loro non c’è scambio che non sia di furto, non c’è occhiata che non sia di diffidenza, non c’è battuta che non sia di scherno, non c’è porta che non si chiuda con sbarre in aggiunta, per evitare che vengano a rubare. Una raccolta fondi per una mensa dei poveri può funzionare, ma una richiesta di aiuto per quei “ladri” del quartiere raccoglie molto più astio che simpatia.

Il lavoro di integrazione diventa durissimo, quando si parte da questi presupposti e chi ci si dedica è doppiamente da elogiare. Spero che le lezioni apprese a Scampia e altri luoghi simili servano per il futuro, anche se le spinte delle lobby dei palazzinari sono sempre li, per costruire a prescindere. L’unica vera barriera è la compattezza sociale, ovvero la capacità delle popolazioni locali di opporsi a queste imposizioni prima che vengano realizzate, non per razzismo (come comunque si cercherà di bollarle) ma per difesa propria e di chi deve venire. L’integrazione può funzionare se i gruppi sono piccoli, s’innestano nella società esistente e c’è un supporto sociale adeguato e prolungato, non se un gruppo eterogeneo è attaccato a margine di una realtà già difficile e poi abbandonato a se stesso.

Il problema in realtà è globale. Ogni uomo o donna che non lavora o delinque, ogni bambino che non va a scuola rappresentano in se un delitto e uno spreco di risorse preziose, per la società e il mondo.

Adesso si completerà la demolizione delle vele di Scampia. Non dimentichiamo che anche demolire è un affare. A Napoli si dice: “chi fraveca e sfraveca nun perde maje tiempo”, ovvero chi costruisce e subito dopo demolisce all’apparenza è sempre indaffarato. Ma soprattutto guadagna sempre soldi.

Due minuti d’ordinaria camorra

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Un vagone della metropolitana, insolitamente vuoto

Metropolitana di Napoli, sabato sera, in direzione della spettacolare stazione di Toledo. Convoglio pieno di ragazzi che sfruttano l’apertura prolungata, per lo più provenienti dalla periferia. Entra un venditore ambulante, uno dei tanti che vivacchiano proponendo cose qualsiasi in cambio di qualche spicciolo. Uno dei ragazzi lo prende in giro, lo ammetto in modo inopportuno, trascinato dall’entusiasmo dell’uscita. Poca cosa, per la verità, ma se ne faceva a  meno era meglio. Si alza uno molto più grosso di lui e gli si avvicina decisamente. Ha tanta panza, è evidente, ma anche abbastanza fisico da intimidire il primo. E così fa, lo redarguisce in dialetto, gli dice di rispettare quello che sta lavorando per campare.

Il primo ragazzo si ritira in buon ordine. Il secondo, quello grosso, si intrattiene a colloquiare con il venditore ambulante. Ne ascolta le lamentele e giustificazioni. Lo rassicura. Lo mette sotto la sua ala protettrice.

Intanto il treno arriva in stazione. Il grosso salta avanti a quelli che aspettano davanti alla porta, mentre il treno è ancora in movimento, e tira l’apertura d’emergenza delle porte. “Così scendete prima” dice. Mentre chi è arrivato scende in stazione, lui si accosta di nuovo, protettivo al venditore ambulante, che si giustifica: “lo faccio per campare”.

Ecco un piccolo episodio che rivela diversi aspetti delle mentalità camorristica, o mafiosa in generale se volete.

Il camorrista finge interesse e protezione verso le esigenze di un “debole” mentre lo scopo primario è dimostrare forza e acquistare controllo. Crearsi un suo territorio e rispetto, in pratica.

Per lo stesso scopo, il “debole” da “difendere” è scelto in modo che sia successivamente soggetto e debitore.

Anche il contesto è scelto in modo oculato. L’intervento è volutamente plateale e la vittoria deve essere facile e ampia. Il pubblico serve allo scopo. Il “rumore” creato non è inefficienza, ma funzionale.

Il tutto presuppone che non vi sia opposizione diffusa, ovvero che tutti gli altri, quelli non direttamente coinvolti, tendano a “farsi i fatti loro”. E’ la che sbagliamo tutti, lo ammetto. L’unica scusante che invoco è la velocità dell’azione: tutto si è concluso prima che riuscissi a elaborare cosa stava accadendo.

La singola vittoria sul campo, ovviamente, inorgoglisce e incoraggia il camorrista in erba. Si è fatto notare sul suo territorio, ha mostrato forza e decisione, ha acquistato un protetto e costretto un altro a sottomettersi, per cui si sente pronto al passo successivo, ovvero imporre la propria forza su una scala più ampia. Un altro gradino nella scalata della montagna di merda.